Palestina inquinata



di Enrico Campofreda


Le proprie case giù, demolite. Quelle dei coloni su, costruite. E' quanto in Cisgiordania ogni giorno osservano occhi palestinesi umiliati e impotenti.
Ma accanto al Muro politico dell'apartheid e quello in cemento di Sharon la terra degli ulivi sta vivendo una lenta morte ambientale. Lo denunciano da tempo Ong impegnate nei Territori Occupati come Pengon. Ecco alcuni danni: deforestazione e sradicamento degli alberi, esaurimento di risorse idriche, inquinamento con acque reflue, trasferimento illegale di rifiuti pericolosi.
Se confrontati con la morte che può arrivare in ogni momento dall'arma d'un soldato o dalla ricognizione aerea di Tsahal essi paiono quisquilie. Non lo sono, perché rappresentano l'ennesima violazione praticata da Israele verso i diritti d'un popolo già privato di lavoro, studio, libera circolazione, assistenza sanitaria, possesso di proprietà.

Dice l'ingegnera Abeer Al Butmeh coordinatrice di Pengon "Gli ottocento chilometri di Muro hanno distrutto un milione e mezzo di alberi, molti erano ulivi secolari considerati dalla comunità internazionale patrimonio dell'umanità. Migliaia gli ettari di terreno sono stati completamente bruciati, 40.000 solo nei dintorni di Qufeen e Aqaba. 320 sono i litri d'acqua al giorno a disposizione di ciascun israeliano contro gli 80 di un palestinese ma a molti abitanti di villaggi arabi sono destinati solo di 15 litri a testa.
La loro agricoltura è devastata da questo depauperamento. E poi i rifiuti solidi invadono a ritmo crescente la Cisgiordania: cinquecento tonnellate al giorno prodotti all'80% dai 450.000 coloni insediati nella West Bank. In fatto di proporzioni si può ricordare come gli abitanti delle colonie ebraiche generano annualmente 37,6 milioni di metri cubi di acque reflue, i 2 milioni e mezzo di palestinesi che lì vivono ne producono 29 milioni di metri cubi".

Altre fonti sommando le une e le altre giungono addirittura a più di 90 milioni di metri cubi annui che finiscono tutti giù nelle valli della Cisgiordania. Oppure vengono nascosti in forre create di proposito dai coloni, come a Revava dove la situazione diventa ancor più pericolosa perché i liquami s'infiltrano nella falda e la inquinano. Maggiore preoccupazione desta quello che sta accadendo con residui di sostanze ben più pericolose da quando Israele ha trasferito nei Territori Occupati numerose fabbriche che trattano piombo, zinco, alluminio e materie tossiche. I loro scarichi, privi
di depurazione, vengono dispersi nelle circostanti zone con danni ecologici e gravissime compromissioni per la salute dei palestinesi che lì abitano Al confronto tinture e acidi delle concerie presenti nelle prime colonie erano robetta da nulla. Nel distretto di Barkan, non lontano da Nablus, si contano decine d'industrie piccole e mefitiche che trattano fra l'altro resine utilizzate anche per scopi bellici.

Le fabbriche presenti ad Ariel riversano gli scarichi su campi agricoli dove la comunità palestinese di Salfit trova le coltivazioni sommerse da una fanghiglia velenosa. Stessa storia a Tulkarem nella struttura dove si producono pesticidi che da oltre vent'anni vennero trasferiti lì dalla località israeliana di Kfar Sava. In più d'un caso nel territorio palestinese sono stati trovati fusti coi residui velenosi dei pesticidi, con l'amianto e il cemento che camion di zelanti ditte trasferiscono senza essere né controllati né fermati in zone ad amplissima militarizzazione. Si constatano anche meschine disponibilità di taluni proprietari terrieri palestinesi che per guadagni irrisori si sono resi complici di simili traffici. In molti casi questi signori risultano protetti da imprenditori o dall'esercito israeliani.

Yesh Din, Arij e altre Ong denunciano la locale catastrofe ecologica sottaciuta dai grandi media. Si è lanciata l'ipotesi di normalizzare la situazione imponendo a tutte le colonie la costruzione di depuratori, cosa che però mette la comunità palestinese di fronte al dilemma di aggiungere a insediamenti che le stesse Nazioni Unite giudicano illegali quei servizi di smaltimento che consoliderebbero l'illegalità. Qualche villaggio palestinese ha scelto di farlo accettando un male minore e sperando di salvare la coltivabilità d'un terreno già messo a durissima prova. Ma all'inverso ci sono anche insediamenti ebrei in cui i depuratori esistono e volutamente non vengono usati. L'altro enorme problema è lo smaltimento rifiuti. Da anni l'organizzazione israelo-palestinese-giordano Friends of the Hearth of Middle East denuncia che l'assenza di discariche per i rifiuti per gli abitanti della Cisgiordania pone la situazione ambientale a un altissimo rischio.

Per creare sversatoi, come per fare ogni cosa, è necessaria l'autorizzazione israeliana visto che l'Autorità Nazionale Palestinese è di fatto privata di ogni autorità. Delle cinque discariche previste finora è in uso solo una vicino a Jenin, mentre a Ramallah c'è un impianto per il trattamento di rifiuti solidi costruito con fondi dell'Unione Europea. Gli altri punti adibiti allo smaltimento sono abusivi, non seguono criteri adeguati e risultano inquinanti. Lì viene gettata anche l'immondizia proveniente dalle
colonie, che come certifica Pengon è i 4/5 di quella prodotta ogni giorno. La situazione priva di controllo sta progressivamente compromettendo addirittura la vitale falda acquifera di Mountain Aquifer, unico approvvigionamento palestinese che la popolazione utilizza al 20% nonostante si trovi in buona parte sul suo territorio.

Una situazione che rischia di proporre situazioni miserabili come quelle della Striscia di Gaza dove l'acqua estratta dai pozzi è al 95% non potabile. Afferma il cooperante spagnolo Carlos Sordo Olivé presente in loco
"A causa della sovraestrazione qui l'acqua dolce è ridottissima e c'è stato un ingresso del mare nella falda. Così i Gazesi consumano un'acqua con ampia concentrazione di cloruro di sodio e la cosa più incredibile è che in quell'acqua in precedenza è stato scaricato liquame fognario visto che da dopo l'operazione Piombo fuso lo scarico dei servizi finisce sul terreno e in mare".


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