



Sotto certi aspetti l'idealismo è l'opposto dello scetticismo.
Per lo scettico onesto non esiste quasi niente, invece per l'idealista quasi tutto.
Invece per lo scettico "disonesto" esiste solo quello che gli piace.


Bravo Querion, hai riassunto brillantemente quali sono i rispettivi riferimenti culturali.


Direi più come vedi i tuoi amati filosofi, gente da chiamare a comando senza riuscire ad esplicarne il pensiero.
Sei un indice umano






Questo è verissimo. Però è inevitabile che sia così. Dio è talmente al di sopra della nostra portata che non possiamo che esprimerci tramite analogie ed immagini per parlarne.
San Tommaso d'Aquino infatti diceva: "(...) noi conosciamo Dio dalle perfezioni che egli comunica alle creature; le quali perfezioni si ritrovano in Dio in grado ben più eminente che nelle creature. Ma il nostro intelletto le apprende nel modo in cui si trovano nelle creature. E, come le apprende, così le esprime a parole. Nei nomi dunque che attribuiamo a Dio, ci son da considerare due cose: cioè, le perfezioni stesse significate, come la bontà, la vita, ecc., ed il modo di significarle. Riguardo dunque a ciò che tali nomi significano, convengono a Dio in senso proprio, e anzi più proprio che alle stesse creature, e si dicono di lui primariamente. Quanto invece al modo di significarle, non si dicono di Dio in senso proprio, perché hanno un modo di significarle che conviene alle creature" (Summa Theologiae Iª q. 13 a. 3 co.).
Se non erro, tu reputi che Dio non esista o che quanto meno non sia certo che esista, ma se provi almeno ad ammettere l'ipotesi della sua esistenza come veritiera e vi rifletti sopra capirai ciò che intendo dire.
Perché la privazione di ciascuno di quegli aspetti sarebbe, sotto un determinato aspetto o un altro, una mancanza di essere. Il che ripugna all'Essere per essenza. Ad es., se Dio non fosse la bontà stessa, ciò contrasterebbe col fatto che è l'Essere per essenza, giacché il bene è l'essere sotto l'aspetto della desiderabilità. La conoscenza della dottrina tomista dei trascendentali, da questo punto di vista, aiuta molto a capire il discorso.
In realtà è il contrario. Mi spiego meglio: noi diciamo che una determinata azione è cattiva, se manca di qualcosa, se soffre una certa deformità. Quindi, il nostro giudizio sulla moralità delle azioni suppone una nozione ontologica della bontà, che poi applichiamo all'agire umano, anche se non la tematizziamo o formalizziamo anteriormente e/o esplicitamente. Se per assurdo iniziassi a sostenere che il bene è assenza di qualcosa, mentre il male è perfezione dell'essere (o dell'agire), cioè perfezione di qualcosa, sarebbe come se scambiassi le etichette a due vasetti dal contenuto differente, lasciandolo al loro interno. Se iniziassi a dire che il vasetto di marmellata contiene miele, pur continuando ad esserci la marmellata, la mia sarebbe solo un'operazione nominalistica. Chiamerei "miele" la marmellata e "marmellata" il miele. Ma la marmellata resta tale ed il miele pure.
Non nego che tante persone compiano atti d'amore, di misericordia e di giustizia e che, magari, lo facciano frequentemente. Però c'è anche l'altro risvolto dalla medaglia: la storia sia remotissima che recente ci testimonia innumerevoli crudeltà e malvagità. Io non sono un machiavellico, anzi, ritengo la separazione della politica dalla morale una dottrina perniciosissima, sia in linea di principio che nei suoi effetti pratici, ma a Machiavelli devo riconoscere che, pur con qualche esagerazione, ha ben tratteggiato la psicologia di gran parte degli uomini. Certo: descriveva soprattutto gli uomini del suo tempo. Ma da allora le cose sono cambiate? No. Per certi versi, sono peggiorate.
p.s.: se vedi che nello "spezzatino" di post non ho risposto puntualmente ad ogni singola affermazione è perché penso che, su alcuni punti, ho risposto nella parte precedente della mia replica.
Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).


Credere - Pregare - Obbedire - Vincere
"Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).




Ma infatti i negazionisti delle verità immediatamente evidenti sono destinati all'incoerenza. Ed ancora più incoerenti sono coloro che negano le autoevidenze e poi parlano di validità delle dimostrazioni, visto che le dimostrazioni hanno come basi necessarie proprie le autoevidenze.
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