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    Predefinito La Croce e il Fucile: storia della libertà irlandese

    IRLANDA E RISORGIMENTO: TRA MITO NAZIONALE E SPIRITO CATTOLICO

    La prospettiva con cui studiamo il fenomeno storico del Risorgimento, al di là delle mistificazioni non supportate da fonti e dati, risente fortemente di stereotipi ideologici e di una lettura delle vicende dal solo punto di vista dei vincitori piemontesi, senza la minima considerazione delle motivazioni dei vinti. Il Risorgimento ad ogni modo viene troppo semplicisticamente ridotto a una mera questione di storia italiana quando necessiterebbe un inquadramento geopolitico più ampio per comprendere il ruolo attivo giocato dagli altri paesi europei nell’assecondare o contrastare la conquista sabauda della penisola. E’ poco conosciuto l’intervento dell’Inghilterra di Lord Palmerstone nel tramare continuamente col mefistofelico primo ministro piemontese, Camillo Benso conte di Cavour, per attentare alla legittima sovranità degli Stati italiani appoggiandosi su sparuti ma influenti drappelli di agitatori e con un’infame e volteriana (cioè dedita alla menzogna sistematica e finalizzata) campagna di denigrazione del governo borbonico e papale; ancor meno conosciuto è l’intervento di quelle poche migliaia di volontari europei (espressione però di sentimenti popolari molto più diffusi di quanto il numero lascerebbe pensare) in difesa delle monarchie peninsulari, in particolar modo dello Stato della Chiesa il quale oltre all’aggressione fisica dei repubblicani garibaldini dovette contrastare i numerosi strali lanciati dall’egemone cultura liberale, spesso travestita nei panni di riformatrice della retta religione, contro il potere temporale dei Papi. Certamente la loro è una storia di perdenti, ma la storia dei vinti spesso è molto più interessante di quella dei vincitori soprattutto se nella sconfitta s’incominciano a scorgere i germi delle future vittorie. Tra questi una menzione particolare meritano gli irlandesi. Secondo A.M. Sullivan, noto giornalista e patriota irlandese dell’epoca, il Risorgimento fu “uno dei soggetti su cui maggiormente l’opinione pubblica popolare inglese e irlandese si confrontarono” e certamente la battaglia ingaggiata in difesa del cattolicesimo risulterà uno dei più importanti fondamenti della successiva lotta parlamentare ed extraparlamentare contro l’oppressione inglese.
    Il decennio 1850-60 in Irlanda fu un periodo terribile in cui gli esiti della catastrofica crisi alimentare generata dalla distruzione dei raccolti di patate per una malattia negli anni 1845-49, cui l’ottusa politica economica inglese ancorata al rigido schema liberista non seppe (o forse non volle) porre rimedio, si unirono ad una situazione politica di profonda divisione interna dopo la morte del benemerito politico cattolico Daniel O’Connel (morto da pellegrino romeo a Genova nel 1847), il quale alla guida dell’Associazione cattolica era riuscito ad ottenere l’emancipazione dei cattolici irlandesi fallendo però nel progetto di cancellare l’unione delle due corone (sancita nel 1801 dall’entrata in vigore dell’Act of Union). I periodi di apparente immobilità sono però anche tempi di riorganizzazione, tanto è vero che proprio in questo decennio si svilupparono i due cardini attorno ai quali verterà il successivo cammino irlandese verso la libertà: da una parte la Chiesa cattolica catalizzatrice delle folle a sostegno dei partiti impegnati nello scontro parlamentare e dall’altra le società segrete, i Feniani (dal nome del mitico re Fenius) e la Fratellanza Repubblicana Irlandese, che impostarono la loro lotta in senso militare e terroristico; entrambe le strade battute si resero necessarie allo scopo da raggiungere in quanto, come ben evidenziato da Stephen Gwynn, “Nulla ha mai ottenuto per l’Irlanda il solo impiego della forza, nulla d’altra parte hanno ottenuto i metodi costituzionali se non quando erano accompagnati dalla violenza”.
    In seguito all’aggressione franco-piemontese del Regno Lombardo-Veneto e alla minacciosa avanzata dei garibaldini repubblicani verso lo Stato della Chiesa, nel 1859 i cattolici irlandesi entrarono nelle urne in una situazione molto imbarazzante: da una parte la tradizione politica del primo Ottocento li vedeva, per quanto indipendenti, legati agli whigs liberali ma dall’altra questi ultimi guardavano con molta simpatia alla causa “italiana” (o meglio piemontese e mazziniana) tanto che Cavour aveva trovato nelle figure di Henry John Temple, visconte di Palmerstone, e di John Russel (il quale era solito disprezzare pubblicamente il governo pontificio) due fedeli interlocutori. Ciò aveva portato molti irlandesi a dirottare i loro voti verso i candidati tories di Derby, il quale nel suo ultimo governo aveva fra l’altro concesso un cappellano cattolico alle truppe irlandesi, guardando ingenuamente quegli come salvatore di Roma quando invece le sue parole infami sulla Città Santa (“il punto piagato della penisola”) ci lasciano ben poco sereni sui suoi reali fini. Tuttavia la vittoria liberale creò profondi solchi nella società irlandese oltre che nella stessa Chiesa dove il cardinale Cullen, patriota e ultramontanista convinto, era rimasto spiacevolmente sorpreso dall’esplicito appoggio dato a Derby da molti vescovi il che inoltre comportò un ulteriore raffreddamento dei rapporti fra Gran Bretagna e Roma. Un motivo di ulteriore tensione in seno all’irredentismo gaelico era dato dalla simpatia con cui si guardava alla figura del generale simbolo dell’esercito francese in Italia, Marcel Edmè Patrice Maurice de MacMahon, il cui cognome non lascia dubbi sulle origini irlandesi: i suoi antenati esuli dall’isola verde per la fedeltà agli Stuart servirono tra le famose “wild gees” (truppe irlandesi a servizio di Luigi XIV) guadagnando un titolo nobiliare attraverso un’oculata politica matrimoniale. La speranza degli indipendentisti era legata a un futuro sbarco di truppe francesi (ipotesi non del tutto fantasiosa, dato che stava per realizzarsi già alla fine del XVIII sec, ma assai improbabile in quel momento) che avrebbero portato sul trono lo stesso MacMahon, com’era successo trenta anni prima in Belgio con Leopoldo di Sassonia-Coburgo. Tale fu l’entusiasmo che fu avviata una sottoscrizione e venne formato uno “Sword comitee” (unicamente con funzioni d’onore) presentato a MacMahon il 9 settembre 1860 a Chalons.
    La reazione del clero irlandese per evitare qualsiasi collegamento tra l’Irlanda e il Risorgimento anticattolico fu organizzata attraverso l’azione infaticabile di sacerdoti e predicatori che a livello parrocchiale evitarono questa infame alleanza dimostrando come nei confronti della questione risorgimentale la posizione gaelica potesse essere unicamente contraria in virtù di due fattori fondamentali: il legame tra Inghilterra e Regno sabaudo e quello tra protestantesimo e movimento risorgimentale (in particolar modo con quello repubblicano). L’Inghilterra di Lord Palmerstone, non senza doppiezze e vie d’uscita, appoggiava la politica cavouriana e la distruzione del dominio temporale del Papa, tanto da sostenere finanziariamente le camicie rosse di Garibaldi. Inoltre il sostegno teorico offerto alla lotta nazionalista italiana suscitò reazioni caustiche in Irlanda dove molti commentatori non mancarono di notare come gli stessi motivi (che, per inciso, risultavano assolutamente falsi per quanto riguarda la situazione della penisola) avessero potuto appoggiare la battaglia irlandese per rompere le catene di Albione.
    L’alleanza tra protestantesimo e i movimenti repubblicani italiani è provata da molti fatti e poggia fortemente sull’avversione dimostrata da entrambi per il dominio temporale del Papa; per quanto riguarda l’Irlanda è da segnalare come proprio negli anni 1859-60 il famigerato padre barnabita Alessandro Gavazzi, noto per molte misfatte nel corso delle insurrezioni del 1848 e diventato poi ipso facto protestante, intraprendesse una campagna di predicazione antiromana nell’isola verde suscitando però reazioni clamorose che lo costrinsero a scappare.
    Per quietare la zelante reazione gaelica l’Inghilterra finse di disimpegnarsi nella questione italica offrendo addirittura a Pio IX ospitalità a Malta; ormai però il popolo irlandese si era schierato e, nell’ambito della costituzione di un esercito volontario pontificio, i famosi Zuavi pontifici, per la difesa del Papa e di Roma promosso dal generale Lamoriciere, era iniziato il reclutamento di volontari irlandesi attraverso l’istituzione di un comitato a Dublino. Per evitare incidenti diplomatici questo comitato, nato peraltro spontaneamente senza una precisa volontà del pontefice, agiva slegato dalla Santa Sede e copriva la coscrizione e l’invio a Roma di soldati spacciandoli per emigranti; ciononostante Londra, su pressione di Cavour, cercò di ostacolare il fervore irlandese con il Foreign Enlistment Act (affisso sul castello di Dublino) che decretava come offesa perseguibile legalmente il servizio militare di un suddito per un sovrano straniero.
    A onor del vero il reclutamento non portò alla costituzione di un esercito numericamente sufficiente alla causa propostasi in quanto i militi irlandesi inquadrati nella Brigata San Patrizio superavano di poco la migliaia di unità. Mentre dal sud continuava l’avanzata garibaldina, favorita dalla corruzione dilagante degli ufficiali borbonici e dal sostegno della flotta inglese, e dal nord incominciavano ad affacciarsi nei territori papalini le truppe dell’esercito piemontese la brigata venne divisa e posta a sostegno delle truppe pontificie a Spoleto e Ancona (900 soldati) e a Perugia.
    A Spoleto, dove costituivano metà della guarnigione, il comando delle truppe fu affidato al maggiore Myles William O'Reilly, straordinaria figura di soldato, cattolico e uomo politico.
    Restio a partire per assistere la moglie vicina al parto, il maggiore O’Reilly, fortemente richiesto dalle alte sfere del clero irlandese per la conoscenza della lingua e la sua esperienza militare, si decise infine, incalzato dal ribollente sangue cattolico, a partire dall’Irlanda giungendo a Roma il 27 Giugno 1860. Dopo aver accuratamente selezionato i proprio uomini, epurando la brigata da elementi indesiderabili (che avevano già dato mostra di sé fornendo materiali ai giornali inglesi per continui sberleffi), fu in grado, in netta minoranza, di tener testa alle truppe piemontesi del generale Brigonne difendendo strenuamente la rocca di Spoleto, fino alla resa voluta dal Papa per non causare inutili vittime. La maggior parte dei prigionieri irlandesi fu stipata nel carcere di Genova per poi essere rispedita a casa dove, a Cork, trovò una massa di folla plaudente desiderosa di onorarli e celebrare il loro coraggio. Al di là di O’Reilly, eletto al Parlamento e protagonista della lotta per l’istruzione cattolica in Irlanda, molti altri reduci decisero di continuare la loro carriera militare nella Fratellanza, nella Guerra di Secessione americana oppure recandosi ancora a difendere Pio IX in altre occasioni (mirabile è il caso dello zuavo Patrick Keyes O’Clery)
    Nonostante la propaganda fortemente avversa dei quotidiani inglesi li presentasse come una disordinata truppa di scontenti per il mancato pagamento del soldo promessogli dai preti in Irlanda, i soldati irlandesi, mossi da uno spirito “crociato”, sapevano bene di “essere venuti in Italia col solo pensiero di difendere la nostra religione! Tutti sapevamo di non poter guadagnare altro che pericoli e morte!” (Lettera di L. de Levels, 27 Ottobre 1860). Leggendo i loro diari e accostandoci alle cronache dell’epoca non li si potrà certo descrivere come un esercito dalla disciplina prussiana: in loro presenza abbondavano le risse e le baruffe (in un caso fino all’omicidio) tanto che le autorità cittadine difficilmente si mostravano propense ad accoglierli in loro difesa e papa Mastai Ferretti dovette spesso inviare dal Collegio Irlandese di Roma dei sacerdoti loro connazionali per tentare di governarli. Questo spirito indomito però emergeva anche in battaglia giustificando l’appellativo di “oche pazze” affibbiato ai loro predecessori e la loro fama che si perpetua tuttora; a vicende concluse Pio IX di fronte al console britannico Odo Russel si lasciò andare a questa simpatica e ironica osservazione che vuole essere un suggello, tra il serio e lo scanzonato, a questa vicenda: “Non sapevamo che il carattere irlandese fosse così energico e conoscendo ciò possiamo ben apprezzare le difficoltà sperimentate dal Governo Britannico nel rapporto con gli irlandesi”

    Davide Canavesi

    Tratto da “Il Cinghiale Corazzato” numero 19, giugno-luglio 2007

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    Predefinito Riferimento: La Croce e il Fucile: storia della libertà irlandese

    3 marzo 2009

    LII Conferenza di formazione militante a cura degli studenti della Comunità Antagonista Padana

    "La Croce e il Fucile: storia della libertà irlandese"

    Davide Canavesi ha lungamente trattato il tortuoso cammino dell'indipendenza irlandese dalle prime rivolte di fine Settecento, passando per la Giovane Irlanda e i Feniani e giungendo alla rivolta di Pasqua del 1916. Sul tavolo della conferenza campeggiavano i ritratti di Wolftone, Parnell, O' Connell, Collins, De Valera e Griffith. Molta attenzione è stata dedicata alla Grande Carestia del 1845, vero genocidio favorito dagli ambienti del conservatorismo anglicano.
    La conferenza si è conclusa con la visione di alcuni filmati dedicati alla figura di Collins e alla guerra civile irlandese del 1921. In una successiva conferenza verrà trattato il tema delle "Camicie blu" di Eamon O'Duffy.
    Ultima modifica di Guelfo Nero; 12-04-09 alle 17:27

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    Ultima modifica di Luca; 14-04-14 alle 12:43

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    Ultima modifica di Luca; 14-04-14 alle 12:44

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    Ultima modifica di Luca; 14-04-14 alle 12:46

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