"Una breve parentesi. Severino non nomina pressoché mai Leibniz; pure, in senso strettamente
filosofico oltre che sempre nella distanza infinita tra Follia e non-Follia, varrebbe forse la pena di
meditare, dunque di realizzare uno studio in merito, circa la “vicinanza” che i fondamenti del pensiero
del filosofo tedesco, così astrusi rispetto al senso comune e alla stessa filosofia (di allora e di oggi),
intrattengono (in forma stravolta e alienata) con il destino.
Ne indichiamo brevemente alcuni: 1. Anzitutto il concetto di “monade”, dunque delle infinite
monadi, che, sia pur da lungi, richiamano gli infiniti cerchi del destino: ognuna originariamente
“piena”, nel proprio grembo, del senso del Tutto infinito (secondo una certa prospettiva, dunque
finitamente) e della “destinazione” propria (che si produce via via passando dalla potenza all’atto),
in cui consiste, per ciascuna, il predeterminato cammino terreno e, cristianamente, dopo la morte, in
Cielo; 2. Escluso il nesso causale fra monadi (cioè la loro interazione reciproca: le monadi “non hanno
finestre” da cui possa entrare qualcosa), la loro pur necessaria relazione e cioè l’autentica
configurazione del rapporto fra “corporeità/mentalità” altrui e costellazione (infinita) delle monadi è
eternamente determinata da Dio (armonia prestabilita), in qualche misura richiamando, in cornice
nichilistica e traviante, il rapporto di destinata “similarità” (sia nel sogno dell’isolamento, sia nella
pura terra) fra i cerchi del destino186; 3. La (assai problematica, difficoltosa) distinzione tra “verità di
ragione” (la cui negazione è autocontraddittoria, dunque impossibile) e “verità di fatto” (la cui
negazione non è contraddittoria, dunque possibile), volta a salvaguardare la “libertà” di scelta e la
contingenza degli eventi. Distinzione nelle intenzioni, giacché se il fondamento di queste ultime, dice
Leibniz, è il principio di ragion sufficiente, mentre di quelle il principio di non contraddizione, resta
tuttavia che, in quanto “verità”, alla stessa stregua delle “verità di ragione”, anche le “verità di fatto”
implicano, direbbe Severino, l’identità concreta di soggetto e predicato (Leibniz: veritas est inesse
predicatum subjecto). Sì che da ultimo anche i “fatti” assumono il carattere della necessità. Ora è
vero, per Leibniz, che tale implicazione “di fatto” ha da ultimo, come ragion sufficiente, la libera
volontà di Dio, che dunque avrebbe potuto volere diversamente (qui la radice della “contingenza”) –
sì che Napoleone sarebbe potuto non diventare il dominatore dell’Europa (nessuna contraddizione
avrebbe impedito tale evento) –; ma una volta liberamente deciso ab aeterno da Dio di creare (fra gli
infiniti possibili) quel mondo che proprio questo, in relazione a tutti gli altri necessariamente ad esso
connessi, include (onde la monade “Napoleone”, porta implicata nel proprio grembo una “storia” così
predeterminata), gli eventi non sarebbero potuti andare diversamente – il “libero arbitrio” di
Napoleone trovandosi inscritto senza residui in questa “necessità contingente”, determinata dalla
volontà di salvare la libertà decisionale, quanto meno di Dio (visto che l’uomo, non diversamente da
quel che pensava Spinoza, si illude di scegliere liberamente)187; 4. Dio, inteso come Monade infinita
– Monas monadum –, inclusiva dell’apparire finito delle infinite monadi (riguardanti anche la vita
animale e vegetale e persino la dimensione inorganica) richiama in forma stravolta l’Apparire
concreto e infinito del Tutto del destino (stravolgimento dato, oltre ovviamente dal carattere creativo
di Dio, anche dal suo includere un’infinità di mondi possibili che sarebbero potuti esser creati,
rimanendo invece niente) ; 5 Il Dio di Leibniz è anzi un’infinità di infiniti, giacché, “similmente” al
destino, onde (a dirla in breve) ogni essente, anche il più insignificante, è infinito per l’infinità delle
determinazioni persintattiche che lo costituiscono unitamente alle infinite “tracce” già da sempre
lasciate in esso dalla totalità infinita degli essenti, anche per Leibniz, a suo modo, «ogni porzione di
materia può essere concepita come un giardino pieno di piante o come uno stagno pieno di pesci; ma
ogni ramo di pianta, ogni membro d’animale, ogni goccia dei loro umori è ancora un giardino simile,
un simile stagno»188. (Ove lo spettro della famigerata reductio ad indefinitum – si pensi anche alla
“mappa” di J. Royce –, che renderebbe vano il primo passaggio relazionale, stante che l’infinità degli
altri ne sarebbe la impercorribile condizione d’esistenza, è scongiurata solo ricorrendo allo sguardo
del destino, per cui «la traccia [la presenza, l’”immagine”] di X in Y, in quanto eternamente presente
in Y, non incomincia ad apparire in Y, ma gli appartiene e vi appare eternamente; e pertanto la traccia
di X in Y è insieme, cooriginariamente, già da sempre, la traccia di X nella traccia di X in Y, ossia è
insieme la traccia di X in se stessa (la relazione di X a Y è già da sempre, insieme, cooriginariamente,
la relazione di X a se stessa»189. Laddove la reductio può affacciarsi solo separando e così assumendo
in successione (per conseguenza cadendo nel baratro) ciò che è invece originario.
Ci fermiamo qui."
Da Gustare il destino nel cristianesimo di Fabio Farotti




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