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    Predefinito L'Italia ha finalmente il suo Impero

    Ufficiali! Sottufficiali! Gregari di tutte le Forze Armate dello Stato, in Africa e in Italia ! Camicie nere della rivoluzione ! Italiani e italiane in patria e nel mondo ! Ascoltate !
    Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete e che furono acclamate dal Gran Consiglio del fascismo, un grande evento si compie: viene suggellato il destino dell'Etiopia, oggi, 9 maggio, quattordicesimo anno dell'era fascista.
    Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente e la vittoria africana resta nella storia della patria, integra e pura, come i legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano. L'Italia ha finalmente il suo impero. Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane. Impero di pace, perché 1'Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell'Etiopia.
    Questo è nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino.
    Ecco la legge, o italiani, che chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro come un immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro:
    l. - I territori e le genti che appartenevano all'impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d'Italia.
    2. - Il titolo di imperatore d'Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal re d'Italia.
    Ufficiali! Sottufficiali! Gregari di tutte le forze Armate dello Stato, in Africa e in Italia! Camicie nere! Italiani e italiane!
    Il popolo italiano ha creato col suo sangue 1'impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.
    In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell'impero sui colli fatali di Roma.
    Ne sarete voi degni?
    Questo grido è come un giuramento sacro, che vi impegna dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte!
    Camicie nere! Legionari! Saluto al re!


    Mussolini, 9 maggio 1936
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #2
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    Predefinito Re: L'Italia ha finalmente il suo Impero

    Una grande benedizione a tutta questa Esposizione che tante preziose cose accoglie ed insegna: le conceda il buon Dio che ne ha così visibilmente benedetto la preparazione e ne ha fatto cadere gli inizii in così insperatamente propizio clima generale e locale, lontano e vicino, fino alla quasi esatta coincidenza colla letizia trionfale di tutto un grande e buon popolo per una pace che vuol essere, e d’essere confida, valido coefficiente e preludio di quella vera pace europea e mondiale, della quale l’Esposizione stessa vuol essere ed è un chiaro simbolo, un saggio reale, uno strumento efficace, una fervida e fiduciosa invocazione che in tante lingue vuol dire a tutti, a Dio e agli uomini, al Cielo ed alla terra: Pace, pace, pace.

    Pio XI, Inaugurazione esposizione mondiale della stampa cattolica di Roma, 12 maggio 1936
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  4. #4
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    Predefinito Re: L'Italia ha finalmente il suo Impero









    Ultima modifica di Giò; 23-06-12 alle 14:33
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  5. #5
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    Predefinito Re: L'Italia ha finalmente il suo Impero

    "Era una novità per l'Africa Orientale vedere uomini bianchi svolgere con tanto impegno un semplice lavoro manuale: il presagio di un nuovo tipo di conquista. Per i sudditi di altri imperi lo spettacolo era quanto meno sorprendente...L'idea di conquistare un paese per andarci a lavorare; di considerare un Impero come un luogo in cui portare cose non da cui portarne via, un territorio che deve essere fertilizzato, coltivato, abbellito, e non denudato e spopolato; di faticare come schiavi, invece di starsene in ozio come padroni...Ma è proprio questo il principio dell'occupazione italiana" (Evelyn Waugh, "Waugh in Abissinia", ed. Sellerio, Palermo 1992, edizione originaria del 1936, citata in "La conversione religiosa di Benito Mussolini" di don Ennio Innocenti).
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Contro le ingiuste accuse al DVX di essere un guerrafondaio:

    «Volle Mussolini deliberatamente la guerra per la guerra? Non si può affermare. Mussolini conveniva che i nostri rapporti con l'Etiopia dovevano essere definitivamente chiariti, ma avrebbe preferito risolverli attraverso una via pacifica. Quando accadde l'incidente di Ual-Ual egli non pensava alla guerra, tanto è vero che fece richieste di riparazioni accettabilissime, che il Negus Neghesti, consigliato dal Ministro d'Inghilterra ad Addis Abeba, rifiutò di accettare. Fu allora che la questione, portata su un piano europeo a Ginevra, impegnò il prestigio dell'Italia non più in una banale questione coloniale, e fu allora che si incominciò a prospettare l'ipotesi della guerra. Ma io posso affermare in tutta verità che, anche quando i nostri preparativi militari erano iniziati, il Capo del Governo sarebbe stato proclive ad una soluzione pacifica della vertenza la quale, ormai, non poteva però più riguardare l'incidente di Ual-Ual, ma tutto l'insieme dei rapporti italo-abissini. Quando il gen. De Bono partì il 7 gennaio 1935 per prendere possesso della carica di Alto Commissario in Africa Orientale, le ultime direttive del Duce furono di prepararsi alacremente alla guerra, ma a me soggiunse: "Perché soltanto vedendoci decisi ad andare fino in fondo si indurranno a lasciarsi risolvere la questione con onore e senza guerra"».

    A. Lessona, Memorie (1963), p. 171

    "Che Mussolini pensasse da tempo che l'Italia fascista, per tutta una serie di motivi, di prestigio, di potenza, economici e demografici, dovesse espandersi in Africa è fuori discussione [...] Ugualmente fuori discussione è che egli localizzasse questa espansione soprattutto in Etiopia. Né questa preferenza può certo meravigliare. L'Etiopia era infatti l'unico paese africano praticamente disponibile, non sottomesso cioé in qualche modo ad altre potenze coloniali; su di esso, per di più, l'Italia vantava [...] dei diritti di vecchia data che, almeno formalmente, sia l'Inghilterra sia la Francia le riconoscevano; geograficamente, poi, l'Etiopia era certo il paese più adatto ad una espansione italiana, tanto sui tempi brevi quanto su quelli lunghi: sui primi data la presenza a nord e a sud di essa delle vecchie colonie della Eritrea e della Somalia, che potevano servire come basi di penetrazione politica, economica e militare; sui secondi per una eventuale saldatura con la Libia attraverso il Sudan. E, infine, c'era [...] tutta una serie di motivi storici e psicologici ai quali, per un verso, Mussolini e il Fascismo erano particolarmente sensibili e che, per un altro verso, potevano essere fatti giuocare da essi per mobilitare emotivamente gli italiani e dar loro una "coscienza coloniale" certo più facilmente che per qualsiasi altra terra africana. Detto questo, va per altro anche detto che per un decennio Mussolini non fece nulla per tradurre in atto questi suoi propositi di espansione, né sul terreno politico né su quello economico. Lo stesso accordo con l'Inghilterra del dicembre '25 più che da Mussolini fu voluto da Londra nel quadro di un proprio complesso giuoco di interessi. In questo periodo palazzo Chigi perseguì sostanzialmente una politica di amicizia verso l'Etiopia e se a volte nell'atteggiamento italiano si nota qualche sbandamento, ciò va riferito essenzialmente ad una certa diversità di vedute tra il ministero degli Esteri e quello delle Colonie. Né questa valutazione complessiva può essere messa in dubbio sulla base delle istruzioni impartite da Mussolini al ministro delle Colonie Lanza di Scalea il 10 luglio '25: Prepararci militarmente e diplomaticamente ad approfittare di un eventuale sfasciamento dell'Impero etiopico...Nell'attesa, lavorare in silenzio - sia dove sia possibile in collaborazione agli inglesi e cloroformizzare il mondo ufficiale abissino.
    Queste istruzioni, infatti, non solo rientravano nella piena normalità della politica coloniale del tempo, ma vanno giudicate sulla base dei preparativi fatti per approfittare dell'eventualità alla quale si riferivano.
    E questi preparativi furono praticamente inesistenti. Basti pensare che fino al '31 le forze italiane in Eritrea e in Somalia furono scarsissime (alla fine del '31 tra coloniali ed indigeni non arrivavano ad ottomila uomini), le vie di comunicazione del tutto rudimentali e che attorno al '30 gli stanziamenti militari per l'Eritrea furono addirittura ridotti. Sino al '32 è impossibile trovare tracce tangibili di un effettivo interesse di Mussolini per l'Etiopia. Persino a livello del dibattito politico-pubblicistico e della propaganda interna, nulla sino a quest'epoca autorizza a pensare ad una consapevole azione volta a preparare gli animi, a "creare una coscienza, una volontà coloniale" e a mettere all'ordine del giorno il problema dell'espansione in Etiopia. Le prese di posizione su questi problemi non uscirono dal generico e non andarono oltre la tradizionale rivendicazione del "diritto" dell'Italia a vedere rispettati gli impegni presi dai suoi alleati del '15 in materia coloniale e l'altrettanto tradizionale insistenza sulla necessità per l'esuberante manodopera italiana di trovare sbocchi fuori dai confini del regno. Ed anche qui con connotazioni sintomatiche, dato che se, in genere, si insisteva su una serie di discorsi che portavano a sostenere l'esigenza di assicurare all'Italia il possesso di colonie di popolamento, non mancavano tuttavia coloro che ancora prospettavano il discorso coloniale nei termini che esso aveva avuto tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento [...], nei termini cioé di una sistematica colonizzazione di determinate zone dell'America latina o, più di rado, dell'Africa, che non comportava ovviamente un possesso delle zone in questione, ma doveva servire, oltre che di sbocco al lavoro italiano, a sviluppare il commercio estero con esse. I primi segni di un vero interesse di Mussolini per l'Etiopia nel '32 sono collegati chiaramente alle prime avances di Laval e al maturare in Mussolini dell'idea di quella nuova politica che doveva portarlo a farsi promotore del Patto a quattro [...] per Mussolini il problema etiopico se era all'ordine del giorno non era però ancora entrato nella fase matura, della pratica risoluzione. E, infatti, sino al '34 nulla fu fatto che possa essere considerato un ulteriore sulla via della concreta decisione di agire su tempi brevi. Salvo - e questo se è una conferma dell'interesse di Mussolini per l'Etiopia, è anche una conferma dei tempi relativamente lunghi sui quali egli pensava di muoversi - avviare, un po' a tutti i livelli, una campagna politico-propagandistica volta a dare maggiore autorevolezza alla rivendicazioni coloniali italiane, a sensibilizzare l'opinione pubblica italiana ai problemi coloniali e ad orientarne l'attenzione verso l'Etiopia. Per valutare giustamente l'atteggiamento mussoliniano in questo periodo e cogliere il nesso che legava il discorso coloniale ed etiopico alla nuova realtà della situazione internazionale e all'intima logica del Patto a quattro, va per altro tenuto presente il fatto, assai sintomatico, che in questa campagna politico-propagandistica il discorso venne portato avanti a ventaglio, con una problematica cioé aperta ad una serie di possibilità. Infatti esso insisteva sui "diritti" e sulla necessità dell'Italia ad una espansione coloniale e ad una risoluzione dei suoi problemi demografici in Africa, ma non mancava di prospettare - anche nelle sedi più autorevoli, per esempio, in occasione del [...] Convegno Volta sull'Europa - tutta una serie di soluzioni alternative a quella della pura e semplice espansione dell'impero coloniale italiano. Significativa è a questo proposito l'insistenza con la quale in questo periodo si sostenne la necessità di una "intesa europea sul terreno africano" e di un fronte unico della colonizzazione europea in Africa" volti a risolvere la crisi economica del vecchio continente, a contrastare il "pericolo giallo" in Africa e a combattere l'incipiente "rivoluzione coloniale" e la "penetrazione bolscevica" nel continente nero attraverso una collaborazione di tutti i paesi europei sulla base di una più equa "ridistribuzione coloniale" e di una vasta partecipazione allo sfruttamento dell'Africa, che avrebbe potuto contribuire anche ad una distensione tra le grandi potenze".

    R. De Felice (Mussolini il duce - gli anni del consenso)
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  8. #8
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    Predefinito Re: L'Italia ha finalmente il suo Impero


  9. #9
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    Predefinito Re: L'Italia ha finalmente il suo Impero

    Tra gli intellettuali cattolici che si espressero in massa a favore dell'
    impresa africana spicca Amintore Fanfani, che nel dopoguerra divenne leader
    della Democrazia Cristiana, e rivestì più volte la carica di Capo del
    Governo. Fanfani, che era docente di economia all'Università Cattolica di
    Milano (e in tale veste presiedeva le commissioni giudicatrici dei
    Littoriali della cultura), era un acuto critico del sistema
    liberaldemocratico (che, come egli rilevava ironicamente, sceglie i propri
    rappresentanti tramite il "voto indiscriminato di una massa di individui
    eterogenei") e rimase anche in seguito un estimatore del sistema
    corporativo, riguardo al quale scrisse nel febbraio del 1935, sulla rivista
    "Vita e pensiero": "Per quanto riguarda l'eternità o meno del
    corporativismo, bisogna intendersi. Come sistema sociale, attuabile in
    pratica, esso ha valore in quanto esistono particolari condizioni sociali, e
    quindi ha una portata storica. Ma ciò non toglie che abbia un valore
    universale il principio su cui poggia, e cioè che a particolari condizioni
    sociali corrisponde come migliore soluzione la soluzione corporativa, cioè
    l'organizzazione e la collaborazione con meta unitaria delle forze
    nazionali. Ciò è tanto vero che nella storia vediamo i ritorni del principio
    corporativo. In fondo il nostro secolo è il secolo del nostro
    corporativismo, ma il principio fondamentale del corporativismo non ha
    secolo."
    Fanfani sosteneva dottamente che "il fascismo non deprime l'individuo, ma
    richiede, tutela, controlla e dirige la sua responsabile collaborazione al
    raggiungimento di fini comuni"; "tutto ciò significa che nel fascismo è
    negato l'individualismo, non l'individuo, e a questo individuo si lascia la
    gioia, l'onore, la responsabilità di collaborare liberamente al
    raggiungimento della potenza della Nazione italiana."
    Con toni meno neutri e scientifici Fanfani, in un saggio pubblicato pochi
    mesi dopo, intitolato significativamente "Da soli", preso dagli eroici
    furori della conquista etiopica, irridendo il Negus in fuga, sottolineerà
    che "i suoi ex-sudditi salutano romanamente le armi vittoriose e
    liberatrici", ora che "tra le fumanti rovine di Addis Abeba e di Harrar,
    devastate dai predoni, due Marescialli d'Italia gettano i germi dell'ordine
    nuovo", mentre "il Duce annunzia al mondo il ristabilimento della pace e
    fonda il nuovo Impero di Roma" compiendo "dopo quello dell'unità, il più
    grande fatto della storia d'Italia da quattordici secoli a questa parte".
    Furono molti i sacerdoti che si rivolsero all'Ordinario militare e al Capo
    del Governo di partire volontari per prestare i conforti della religione ai
    nostri soldati. Don Enrico Saporiti, ad esempio, così spiegò i motivi della
    propria vocazione africana, in una lettera inviata a Mussolini: "Duce, ve
    l'ho già detto: è il grande amore verso di Voi e la grande causa fascista, è
    l'amore verso quest'Italia da Voi rigenerata, da Voi fatta più potente,
    rispettata e temuta, da Voi e solo da Voi resa assolutamente necessaria
    nella composizione del caotico quadro universale per la vera pace europea, è
    questa duplice fiamma, ripeto, che ognor più procedendo si agita ed
    agitandosi accende, ed accendendosi brucia, e bruciando consuma e divora."
    Don Ettore Civati, nonostante i 46 anni, riuscì a partire per il fronte
    abissino, conquistandosi una croce di guerra al valore per avere dimostrato
    sprezzo del pericolo e nobile senso d'altruismo. Don Civati, che
    raccomandava sempre ai legionari di mantenere "un'illimitata fiducia in Dio,
    nel Duce, nelle nostre forze" rivolgeva spesso animati discorsi ai militi.
    Così viene descritto da un soldato: "Esortò a fuggire il vizio, mettendone a
    nudo tutta la bruttura e facendo conoscere il male da esso apportato allo
    spirito e al corpo, specialmente in queste località africane sia dalle
    femmine, sia dall'alcool. Elevò un inno bellissimo, lirico addirittura, alla
    donna italiana: essa è esempio unico al mondo, continuatrice della matrona
    romana, di amore, di sacrificio e di fedeltà. La fece balenare davanti agli
    occhi degli astanti mentre essa in quello stesso momento, nel Vespero
    domenicale, pregava il Signore per il suo caro lontano e assente. Spronò
    alla disciplina, la quale è ordine e armonia necessaria per bene riuscire e
    per essere continuatori della civiltà Romana e Latina. Rese noti i dettami
    suggeritigli dal Duce per educare e plasmare lo spirito del legionario, nel
    vivo sentimento del dovere. Terminò cantando "Faccetta bianca", e poi tutto
    suggellò con il "Credo del milite", da tutti ascoltato sull'attenti.
    La "Preghiera del milite" si concludeva con questa invocazione:

    Signore!
    Fa della Tua Croce l'insegna che precede il Labaro della mia legione!
    E salva l'Italia nel Duce!
    Ora e sempre, e nell'ora della nostra bella morte,
    E così sia!

    La canzone "Faccetta bianca", scritta da don Civati, era decisamente meno
    marziale:

    Non voglio più cantar Faccetta nera
    Non voglio più sentir bell'Abissina
    Perché la donna bianca è più carina
    E piena d'ogni grazia e qualità!
    Quelle bambine, così graziose
    Hanno il profumo e la freschezza delle rose
    Faccetta nera, per carità,
    Solo la bianca è regina di beltà!

    Le donne inglesi, le zitellone
    A certe regole però fanno eccezione
    Faccetta nera, ti giuro che....
    A quelle donne preferisco ancora te!

    Frà Ginepro da Pompeiana, sempre in prima fila nell'avanzata militare, così
    lodava le virtù guerriere delle truppe italiane: "I soldati della Cosseria
    hanno sfidato e vinto tutta questa somma incalcolabile di difficoltà che in
    altri tempi fermarono i santi. Hanno violato il pauroso mistero di una zona
    inesplorata e incognita, dove il nemico li attendeva in agguato selvaggio,
    in compagnia di scimmie e di stregoni musulmani."
    Il sacerdote torinese don De Amicis, animatore di patriottici riti al campo,
    registrò in una sua lettera la reazione dei combattenti alla notizia della
    caduta di Addis Abeba: "Tutto fu un'improvviso fuoco d'artificio con le
    pistole di segnalazione e con le torce a vento. Tutto fu uno squillare di
    fanfare ed una canzone, ed un nome cadenzato e scandito in modo formidabile:
    "DU-CE". Era un delirio, per quanto lo si sentisse da giorni che la cosa
    doveva accadere in quel modo."
    Il Barnabita Pietro Bianchi, alcuni anni dopo essere tornato dall'Etiopia,
    offrì a Mussolini una copia della sua opera "Con l'Assietta sulle vie dell'
    Africa", con dedica autografa al Duce:

    Al Duce
    Dono di Dio
    a tutti gli italiani
    l'autore con umile devozione
    e fede fascista
    Casale Monferrato
    13.V.XIX E.F.

    Il domenicano Reginaldo Giuliani è la figura di maggior spicco dei sacerdoti
    presenti tra le truppe coloniali. Prossimo alla partenza, disse agli allievi
    della scuola Montelera, con parole profetiche: "Tra qualche giorno io parto
    per l'Africa e voi, giovani, fatemi un solo augurio: che io possa morire tra
    le mie Camicie Nere. Questo è l'augurio più bello che mi possiate fare."
    Il cappellano-centurione del raggruppamento Camicie Nere "28 Ottobre"
    promosse un fervore più consono a un convento che a un accampamento
    militare, convincendo i legionari a disertare le poche occasioni di svago
    per frequentare le sacre funzioni serali. Ricorda di lui l'allora
    giovanissimo Franco Massobrio: "Rimasi scosso, e debbo dire, anche se l'
    espressione può apparire singolare, che padre Giuliani si prese la mia
    anima, conquistandola con il fervore missionario che ne alimentava l'
    eloquenza."
    Il cappellano sottolineava il fatto che le milizie mussoliniane avanzando
    lasciassero sempre dietro di sé "chiesette, cappelle e altari, degni
    monumenti della fede del nuovo e antico popolo italiano, imperituri esempi
    della religiosità dell'esercito italiano" e si compiaceva delle
    manifestazioni di gioia delle popolazioni locali all'arrivo dei legionari:
    "Le fanciulle vestite a colori sgargianti battendo il tamburello andavano
    cantando per le vie di Adi Caieh: "Noi siamo vergini, e la Madonna è
    vergine, e il Tigrè diventerà presto tutto italiano."
    La sua sensibilità d'animo si espresse anche nei confronti di un mulo; l'
    immatura scomparsa venne salutata con espressioni di rammarico nei confronti
    del fedele quadrupede, che lo aveva per mesi scarrozzato per le ambe
    africane in una "corsa frenetica di entusiasmo e di canzoni, intrecciata con
    il quotidiano sacrificio per gli ideali della Patria Fascista e della
    Civiltà."
    La sua morte in battaglia gli meritò la medaglia d'oro al valore, con la
    seguente motivazione: "Durante lungo accanito combattimento in campo aperto
    sostenuto contro forze soverchianti si prodigava nell'assistenza dei feriti
    e nel recupero dei Caduti. Di fronte all'incalzare del nemico alimentava con
    la parola e con l'esempio l'ardore delle Camicie Nere, gridando: "Dobbiamo
    vincere, il Duce vuole così". Chinato su un Caduto, mentre ne assicurava l'
    anima a Dio, veniva gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze
    partecipava ancora con eroico ardimento all'azione per impedire al nemico di
    gettarsi sui moribondi, alto agitando un piccolo Crocifisso di legno. Un
    colpo di scimitarra da barbara mano vibrata troncava la sua serena esistenza
    chiudendo la vita di un Apostolo, dando inizio a quella di un Martire."
    Le virtù eroiche del caduto vennero glorificate dai suoi confratelli nelle
    chiese e nelle piazze di tutta Italia, mentre le filodrammatiche
    parrocchiali dedicarono alla figura di padre Reginaldo rappresentazioni
    edificanti, la più famosa delle quali si intitolava "Il cappellano delle
    Fiamme Nere."
    Il francescano Pietro da Varzi così commemorò l'eroico domenicano nella
    chiesa genovese di Nostra Signora delle Vigne:

    Padre Reginaldo Giuliani!
    Dal lontano Tembien, dalla Tua tomba, fra le gaggie e le euforbie, tra le
    salme dei compagni che animavi colla voce e con l'esempio, tuoi fratelli
    nella gloria e nella morte, Tu levi il capo al mio appello. Le membra
    straziate e non ancora disfatte hanno un sussulto; la Tua gagliarda voce
    risuona ancora in questa chiesa, e nell'animo di questi tuoi uditori di un
    giorno, vincendo l'ombra di tanti morti e l'onda di tanto mare:
    "Padre Reginaldo Giuliani!"
    "Presente!"

    La tomba africana del cappellano, con l'inconfondibile silhoulette a forma
    di fascio e la laconica epigrafe "Centurione Padre Giuliani-1°Gruppo Camicie
    Nere dell'Eritrea" divenne ben presto celebre, riprodotta su riviste e
    cartoline.
    I domenicani torinesi, allestito un sacrario nella cella conventuale di
    Padre Giuliani, vi esposero i cimeli del defunto, e sottrassero
    eccezionalmente il locale alla disciplina della clausura, per appagare le
    esigenze dei devoti. Si verificarono commoventi attestazioni popolari della
    sua santità, relativamente alle grazie patrocinate dal compianto sacerdote.
    Non mancarono alcune apparizioni del domenicano. Tra quanti fruirono delle
    visioni soprannaturali ci fu il prode Duca di Pistoia: "Durante il fervore
    della battaglia gli parve di vedere la luminosa figura del nostro Scomparso,
    che, a guisa di un arcangelo di vittoria, guidava la sua Divisione di
    Camicie Nere al successo, al trionfo."
    La visione del Duca di Pistoia venne dipinta su tela e collocata nel
    sacrario torinese di Giuliani: il domenicano vi è raffigurato in posa
    marziale e con l'elmetto calcato in testa, mentre dal cielo conduce le
    legioni di Camicie Nere alla vittoria, attorniato dai simboli del fascismo.
    In seguito il martirio di Giuliani venne raffigurato in altri quadri e
    affreschi.
    All'eroico cappellano-centurione sono tuttora dedicate alcune scuole (ad
    esempio a Venezia e a Roma) e intitolate strade cittadine (ad esempio a
    Milano, a Padova, a Firenze, a Roma).
    Nel momento decisivo dell'impresa vennero schierate in campo anche le
    Madonne. Il 3 marzo 1936 l'immagine miracolosa della Madonna di Pompei fu
    benedetta dal patriarca titolare di Costantinopoli, trasportata a Napoli con
    una grande processione alla quale parteciparono vedove e madri dei caduti in
    guerra e autorità politiche, ribenedetta dal cardinal Ascalesi, issata a
    bordo di una nave in partenza per l'Abissinia e posta su un altare
    incorniciato di emblemi fascisti. A pochi giorni di distanza seguirono la
    Madonna patrona di Faenza e una statua sant'Antonio da Padova, e poi decine
    e decine di altre statue di Madonne, che però non sempre riuscivano a
    raggiungere tutti gli avamposti. Allora furono gli stessi soldati a
    provvedere alla bisogna, improvvisandosi artisti devoti e estrosi; frà
    Ginepro da Pompeiana magnificò "il gesto del legionario che adopera il
    pugnale vittorioso del furore abissino per raffigurare la Madonnina."
    Quando, nel maggio, le truppe italiane occuparono Addis Abeba, vennero
    cantati, in tutte le chiesa, "Te Deum" di ringraziamento, e molti vescovi
    spiegarono ai fedeli il significato della vittoria per l'avvenire d'Italia.
    Niente di simile si era mai visto, neppure alla fine della prima guerra
    mondiale.
    Particolarmente memorando fu il discorso dell'arcivescovo Elia Dalla Costa
    (il quale, nel 1938, in occasione della visita di Hitler in Italia, tenne
    chiuse le finestre dell'arcivescovado; eppure, prima del Conclave che nel
    1939 portò all'elezione di Pio XII, egli fu indicato dagli ambienti fascisti
    come il nuovo papa ideale....) tenuto in Santa Maria del Fiore, a Firenze:
    "Questa guerra finita, questa pace restituita, sono l'epilogo felice della
    asprissima lotta ingaggiata contro l'Italia non già da un esercito di
    soldati, ma, incredibile a dirsi, da un esercito di Nazioni, contro cui la
    perfetta unione degli italiani, la sapienza dei reggitori, l'abilità dei
    condottieri, l'eroismo dei soldati, la costanza degli operai, ebbero
    sfolgorante vittoria contro difficoltà e ostacoli di terreno, di clima, di
    costumi, che parevano insuperabili, come erano stati per tanti secoli
    insuperabili. Ne sia lodato il Signore perché la coalizione mondiale contro
    la nostra Nazione apparve circondata spesso da un affannoso mistero: i primi
    e più accaniti avversari nostri erano tra coloro a cui è programma la lotta
    contro la Chiesa, contro la fede cattolica, per cui parve spesso che l'
    ostentata protezione all'impero etiopico, protezione che allo stesso impero
    è costato la vita, non fosse che la maschera che celava la guerra a Dio e
    quindi all'Italia, dove non si bruciano palazzi, chiese, conventi, dove ogni
    incrinatura all'unità religiosa è attentato di lesa Nazione, dove nessun
    adito è aperto al comunismo demolitore della proprietà, della famiglia, di
    ogni ordine religioso e civile."
    Anche il papa potè finalmente unirsi al gaudio generale susseguente alla
    vittoria africana, in occasione dell'inaugurazione della Esposizione
    mondiale della stampa cattolica, il 16 maggio 1936: "Una grande benedizione
    a tutta questa esposizione che tante preziose cose accoglie e insegna: la
    conceda il buon Dio che ne ha così visibilmente benedetto la preparazione, e
    ne ha fatto cadere gli inizi in così insperatamente propizio clima generale
    e locale, lontano e vicino, fino alla quasi esatta coincidenza con la
    letizia trionfale di un grande e buon popolo."

    2- Re: Polemiche sul crocifisso - it.cultura.cattolica | Google Groups







    Fra Ginepro da Pompeiana che lo vide per ultimo: “Beato te ardito, che sei morto assolvendo i morenti e con essi sei alle porte del Paradiso”.

    Cardinale Fossati ordinario militare. “La morte in lui ha spezzato una fibra d’acciaio, ma non la vita. Lui che ripeteva - Non sarò mai costretto a scegliere fra chiesa e patria perché nel bene d’una ho sempre trovato il bene dell’altra.- E’ l’amore che si deve invocare in guerra non l’odio. L’odio è il figlio e padre della barbarie. L’amore, invece, sorge dalla civiltà e genera il bene e la pace. Oggi è la madre patria che si imporpora tutta con il sangue dei suoi figli, dei vostri fratelli il sangue che dice l’affetto ardente con cui si è amata e si ama la più bella di tutte le patrie".

    Padre Reginaldo Giuliani



    "I morti che lasciammo a Passo Uarieu
    sono i pilastri del Romano Impero.
    Gronda di sangue il gagliardetto nero
    che contro l’Amba il barbaro inchiodò.
    Sui morti che lasciammo a Passo Uarieu
    la Croce di Giuliani sfolgorò."
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  10. #10
    Bello e dannato
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    Predefinito Re: L'Italia ha finalmente il suo Impero

    L'Impero, per la mia famiglia, fu foriero di sventura.
    In ogni caso posso compiacermi del fatto d'esser nipote di un colonizzatore.
    L'arte di essere P.A.

 

 
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