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    Predefinito IL COMUNISMO DEL CAPITALE

    IL COMUNISMO DEL CAPITALE


    Il comunismo del capitale
    Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e crisi globale




    il libro
    La crisi non è finita. Dopo la virulenta esplosione dell'ennesima bolla finanziaria, scatenata dai titoli suprime e seguita dagli interventi statali di salvataggio di banche, assicurazioni, istituti finanziari e interi settori industriali, si è passati alla cosiddetta crisi del "debito sovrano", che segna la definitiva entrata dei mercati finanziari nella gestione del debito pubblico. Lo scenario che scorre davanti ai nostri occhi rimanda a una sorta di "comunismo del capitale", in cui lo Stato, assecondando i bisogni dei "soviet finanziari", impone la dittatura del mercato sulla società. Non ci troviamo però di fronte a una svolta improvvisa quanto agli esiti di un ciclo storico in cui le trasformazioni dei processi produttivi, iniziate con la crisi del modello fordista, hanno mutato alla radice le basi della creazione del valore e della ricchezza.
    La finanziarizzazione e le sue crisi cicliche vanno dunque interpretate alla luce delle biopolitiche del lavoro, delle strategie produttive postfordiste in cui, accanto ai saperi e alle competenze cognitive incarnate nei corpi vivi, è la vita stessa che viene messa al lavoro: linguaggio, affetti, emozioni, capacità relazionali e comunicative, concorrono tutti alla creazione del valore.
    I testi raccolti in questo volume analizzano in tempo reale le trasformazioni economiche degli ultimi dieci anni a partire dall'ipotesi che la finanziarizzazione non sia una deviazione parassitaria del capitalismo ma la forma adeguata e perversa del suo nuovo regime di accumulazione. Contro ogni lettura semplicistica o moralista della crisi, gli sconvolgimenti del presente sono letti alla luce dell'inaggirabile nesso, spesso rimosso, che lega l'accumulazione capitalistica alla finanziarizzazione, ossia alla crescente centralità dei mercati borsistici nel capitalismo contemporaneo che, a partire dal crack bancario del 2008, sembra entrato in una fase di lunga stagnazione, di instabilità geopolitica e monetaria, i cui esiti appaiono imprevedibili.

    l'autore
    Christian Marazzi, economista, è professore e responsabile della ricerca sociale alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. È autore di numerosi saggi sulle trasformazioni del modo di produzione postfordista e sui processi di finanziarizzazione, tra i quali: Il posto dei calzini (Casagrande-Bollati Boringhieri 1999), E il denaro va. Esodo e rivoluzione dei mercati finanziari (Bollati Boringhieri, 1998), Capitale e linguaggio. Ciclo e crisi della new economy (DeriveApprodi, 2002) e Finanza bruciata (Casagrande, 2009).



    1) La politica e i suoi derivati

    Il potere alienato dalla folla

    di Toni Negri


    La raccolta di saggi «Il comunismo del capitale» di Christian Marazzi* ripercorre le
    trasformazione del capitalismo contemporaneo dove la finanza è diventata strumento di
    governo dello sviluppo economico. La dismissione del welfare state e la precarietà dei rapporti
    di lavoro risultano, così, due momenti della appropriazione privata del «comune». Il libro
    dell'economista di origine svizzera non si limita, però, a una rassegna dei cambiamenti
    avvenuti, ma si pone l'obiettivo di fornire strumenti per la trasformazione.

    Sono stati scritti in un decennio, questi saggi di Christian Marazzi raccolti nel volume Il
    comunismo del capitale (Ombre corte, pp. 160, euro 23). Hanno il buon sapore che si sentiva
    nel bel volume che ha reso questo economista di origine svizzere abbastanza noto in Europa e
    negli Usa: Il posto dei calzini (pubblicato dalla casa editrice Casagrande nella Svizzera italiana
    e ripreso poi da Bollati Boringhieri). Lì, per la prima volta, il postindustriale era coniugato con la
    sovversione femminista ed il postmoderno trovava non una voce debole o molle per dichiararsi
    (come ci avevano abituato i suoi fondatori) ma mostrava i muscoli della rivoluzione sociale.
    Leggo qui con voi le prime due parti di questo libro: la prima, «Biocapitalismo e
    finanziarizzazione» e la seconda, «Il lavoro nel linguaggio». Parto da una questione posta da
    Marazzi che sembra, a prima vista, bizzarra e mi chiedo con lui: perché i manager sono spesso
    dislessici? Perché - risponde Christian -se la difficoltà di focalizzare e decodificare i fonemi
    sviluppa nei dislessici, in generale, la capacità di vedere o percepire molto rapidamente il
    quadro d'assieme, il contesto nel quale si trovano ad operare i manager trasforma la condizione
    di dislettica nella facoltà di alterare e creare percezioni, organizza un'estrema consapevolezza
    dell'ambiente nel quale sono immersi. Pensiero ed intuito si applicano insieme su scene
    multi-dimensionali e qui esprimono potenza e creatività.

    Quando Marazzi ci racconta queste avventure che capita ai manager di vivere, non lo fa proprio
    per riconoscere loro qualche dono sublime, per definirli come geni romantici - lo fa piuttosto per
    scavare, attraverso quella specifica competenza imprenditoriale, le caratteristiche della
    produzione postindustriale e la dinamica linguistica della nuova economia. Economia digitale e
    sociale, economia immateriale e cooperativa. La tesi è precisa: la nuova economia non conosce
    più quella delega tecnologica che costituiva il perno della divisione del lavoro nell'economia
    industriale (attraverso le macchine gli operai erano massicciamente delegati alla produzione);
    neppure conosce una struttura lineare, liscia e continua. Al contrario: in un ambiente arredato
    da tecnologie multimediali, dove è mobilitata l'attività vitale di tutti gli organi del corpo umano, ivi
    predomina una divisione cognitiva del lavoro e tecnologie discrete tendono a sostituire le
    vecchie tecnologie accumulative dell'industria fordista.

    La potenza del dislessico

    Il dislessico non può che trovarsi bene in questo ambiente. Non solo manager ma anche
    semplice operatore linguistico. La discontinuità dislessica diviene inventiva. Il processo
    industriale non procede più attraverso innovazione (quantitativa, dialettica, schumpeteriana) ma
    attraverso convenzioni sociali nutrite da connessioni di conoscenze e di affetti, da invenzioni
    vere e proprie, che interiorizzano l'intero insieme delle condizioni sociali al processo produttivo.
    «Ciò dipende più dall'immaginazione che dalla logica, più dalla poesia e dall'umore che dalla
    matematica». (Non sarà dislessico anche Marazzi? Ed anche noi non vorremmo esserlo? È
    chiaro che sì.). Tuttavia quel capitalismo che imprigiona il linguaggio e fa di questo la sua
    materia prima, trova in questo anche il suo limite. «Nel capitalismo dislessico la potenza
    creativa dell'agire umano si affranca dalle condizioni poste dalla logica lineare dell'economia di
    mercato. La crisi rivela questo suo interno divenire, l'alternarsi "delirante" tra creatività
    multi-sensoriale e ordine economico disciplinare». È così che avanziamo nella conoscenza del
    capitalismo contemporaneo. Capitalismo di crisi -è evidente: perché esso regola una materia
    vivente, perché pretende di eccitare all'invenzione produttiva dispositivi di soggettività che deve,
    al tempo stesso, controllare. Conseguentemente «l'impresa irresponsabile è la forma del
    comando capitalistico su una cooperazione sociale che, per manifestarsi come attività tesa
    all'innovazione e allo sviluppo economico, tanto dev'essere libera, ma altrettanto dev'essere
    piegata nel rapporto sociale di produzione».

    Ma il capitale non è solo mascalzone (e neppure lo sono semplicemente gli imprenditori). È
    chiaro che nel postindustriale e nei regimi economici dove la valorizzazione è estorta alla forza
    lavoro intellettuale, sociale e cooperante, la legge del valore non funziona più nella stessa
    maniera di prima -poiché la misura della produttività sociale (cioè la funzione di controllo dello
    sviluppo ed eventualmente della crisi) deve esser comunque determinata. La finanziarizzazione
    dei processi economici risponde a questo scopo. Non deve dunque esser vista come una
    perversione speculativa e neppure come una semplice prolungazione delle forme classiche del
    capitale finanziario (alla Hilferding) -questa finanziarizzazione non sta fuori ma dentro la
    produzione sociale.

    La fusione tra salario e reddito

    In conseguenza di questa interiorità, il capitale finanziario rappresenta la fusione dell'insieme
    delle funzioni della moneta: la tradizionale distinzione tra salario diretto e salario socializzato,
    fra salario e reddito è in via di estinzione. Smettiamola di piagnucolare sulla distanza
    dell'economia finanziaria da quella reale! Se la comunicazione, il linguaggio e la cooperazione
    intersoggettiva stanno al centro dei processi di valorizzazione del capitale, questa interiorità è
    divenuta la forza del capitale. Ma è divenuta anche la sorgente di ogni sua crisi - è lì, nella
    contradizione fra linguaggio come bene comune e la sua appropriazione privata. «La new
    economy rivela la crisi di commensurabilità che è stata la chiave del suo stesso successo. (...) I
    mercati finanziari hanno assunto un ruolo che in passato aspettava allo Stato keynesiano,
    quello della creazione della domanda effettiva indispensabile per assicurare la continuità della
    crescita. Lo spostamento del risparmio dal debito pubblico ai mercati borsistici (...) ha dato
    origine alla prima quotazione del general intellect».

    Quando il dominio capitalistico investe la vita e quando la finanziarizzazione si rivela come un
    vero e proprio campo di esercizio del biopotere, quando il capitale si appropria non più
    solamente dei mezzi di produzione ma di una forza lavoro disgregata e delle sue forme di vita,
    che cosa avviene allora? Quale sarà, in queste condizioni, il nuovo comune dei lavoratori? Una
    riappropriazione comune di tutto ciò che è privato? Una democrazia come forma di vita -sociale
    ed economica, linguistica e politica?



    2) Un vademecum per colpire i rentier del comune

    di Carlo Vercellone

    Il comunismo del capitale è uno dei migliori saggi usciti sulla crisi
    globale del capitalismo contemporaneo. Al tempo stesso in modo preciso e
    pedagogico, Marazzi* spiega il lessico e la grammatica della
    finanziarizzazione e, saggio dopo saggio, guida il lettore nella
    ricostruzione dei meccanismi che hanno condotto dallo scoppio della
    bolla della new-economy a quella dei subprime. Ne risulta un'analisi
    acuta del carattere strutturale della crisi e delle tendenze
    deflazionistiche che condannano i paesi dell'Ocse a una lunga fase di
    stagnazione e d'instabilità sociale, geo-politica e monetaria. Nel
    quadro di questa recensione, vorrei insistere su due aspetti
    particolarmente stimolanti della lettura della crisi proposta da
    Marazzi: il suo senso e la sua posta in gioco. Il primo aspetto parte
    dal rovesciamento del presupposto comune alla grande maggioranza delle
    interpretazioni della crisi secondo cui la sua origine si troverebbe
    nella crescita abnorme del potere autonomo della finanza. La finanza,
    insomma, come una forza esogena, avrebbe preso in ostaggio il «buon
    capitale produttivo» dell'epoca fordista e soffocato l'economia reale
    imponendo le sue norme di rendimento e una drastica compressione dei
    salari. Marazzi rifiuta tale visione fondata sull'ipotesi di una
    dicotomia tra economia finanziaria e reale cosiccome di un conflitto tra
    le differenti frazioni del capitale. Per Marazzi è nella metamorfosi che
    la crisi del fordismo e lo sviluppo di una economia fondata sulla
    conoscenza ha indotto nei meccanismi d'estrazione e di realizzazione del
    plusvalore che bisogna cercare le origini del processo di
    finanziarizzazione e le sue caratteristiche completamente inedite: in
    particolare la sua natura né ciclica, né circoscritta ma strutturale,
    pervasiva e consustanziale a una nuova logica dell'accumulazione che
    ingloba l'insieme delle componenti del capitale. Due punti della
    dimostrazione di Marazzi sono a questo proposito essenziali. La finanza
    é ormai plasmata sull'insieme del processo di produzione e di consumo,
    penetrando, come per l'utilizzo della carta di credito, in ogni singolo
    atto della nostra vita quotidiana. Il capitale cosiddetto produttivo,
    lungi dal subirlo, é stato uno degli attori del processo di
    finanziarizzazione in quanto modalità adeguata del controllo e dello
    sfruttamento di un'economia fondata sul ruolo motore del sapere e la sua
    diffusione. L'espropriazione del comune. Nel nuovo capitalismo, la
    finanza non è infatti che la manifestazione principale di una
    moltiplicazione delle forme rentières d'accumulazione, e più
    precisamente, di quanto si può chiamare «il divenire rendita del
    profitto». In altri termini, il capitale tende sempre più a catturare il
    valore a partire dall'esterno del processo di produzione, senza più
    giocare alcun ruolo positivo nell'organizzazione del lavoro e nello
    sviluppo delle forze produttive. Questa evoluzione si manifesta
    attraverso due modalità principali che Marazzi illustra con molteplici
    esempi. Da un lato, è sempre più al di fuori delle frontiere delle
    imprese che il capitale ricerca le conoscenze e le competenze necessarie
    alla propria valorizzazzione, come attesta anche il ricorso massivo alle
    strategie manageriali di «crowdsourcing, ossia di messa a valore della
    folla (crowd) e delle sue forme di vita». Ne consegue un formidabile
    innalzamento del tempo di lavoro non retribuito che contribuisce a
    spiegare il mistero della «crescita dei profitti senza accumulazione di
    capitale» che ha preceduto e in parte determinato la crisi. Dall'altro,
    che si tratti della finanza, dei diritti di proprietà intellettuale o
    ancora della privatizzazione del Welfare, l'estensione della proprietà
    privata e della logica della merce comporta ormai la creazione di una
    scarsità artificiale di risorse e si traduce in un freno al processo di
    circolazione e di produzione di conoscenza. In questo senso, la crisi,
    al di là dei meccanismi congiunturali e strettamente finanziari che
    l'hanno innescata, ha un carattere sistemico. Essa esprime la
    contraddizione strutturale che oppone il nuovo capitalismo, cognitivo e
    finanziarizzato, e le condizioni sociali e istituzionali della
    produzione del comune proprie a un'economia fondata sulla conoscenza. La rendita è insomma il modo di espropriazione del comune. Con questo
    concetto si deve intendere non solo la moltiplicazione dei beni
    informazionali e conoscenza, non rivali, non esclusivi e quindi
    teoricamente disponibili in quantità illimitata. Si deve intendere anche
    e soprattutto l'egemonia tendenziale del lavoro immateriale e cognitivo
    che va di pari passo con una «crescente perdita di importanza strategica
    del capitale fisso e il trasferimento di una serie di funzioni
    produttive-strumentali nel corpo vivo della forza-lavoro». Abbiamo qui,
    come mostra Marazzi, le fondamenta di un nuovo modo di produzione che
    punta al di là del capitale. Esso trova la sua figura emblematica nel
    «modello antropogenetico» dove la produzione di merci a mezzo di merci
    cede il passo a quella della produzione dell'uomo mediante l'uomo
    secondo una logica dominante nei servizi del Welfare (salute,
    educazione, ecc.) e che in gran parte sfugge alla razionalità economica
    del capitale. Su queste basi, un secondo aspetto centrale dell'analisi
    di Marazzi è di invitarci a riflettere sulle condizioni di un processo
    di uscita dalla crisi capace di superare i termini della tradizionale
    alternativa tra Stato e mercato, ossia della scelta tra
    l'assoggettamento alla dittatura delle finanza e la nostalgia socialista
    di uno stato-piano dirigista in cui il pubblico si pone come la
    negazione del comune. La questione che qui si pone può essere formulata
    nei termini seguenti : come pensare, - non abbiamo paura delle parole -
    una pianificazione decentralizzata del comune che salvaguardi al tempo
    stesso le caratteristiche della democrazia radicale propria a
    quest'ultimo? Per abbozzare una risposta a questa domanda, l'analisi di
    Marazzi ci offre alcuni spunti fondamentali: l'incontro tra
    intellettualità di massa e tecnologie digitali apre possibilità inedite
    di coordinazione della produzione e dei bisogni su una scala non solo
    locale ma globale; la risocializzazione della moneta e la sua messa al
    servizio di un piano di rilancio fondato sulle produzioni dell'uomo
    mediante l'uomo e la riappropriazione democratica delle istituzioni del
    Welfare; l'instaurazione di un reddito garantito. Potrei continuare. Ma
    mi fermo qui ricordando il monito con cui Marazzi conclude
    l'introduzione al suo libro: «il primo passo per costruire nuovi
    paradigmi alternativi, nuove forme di governo del comune, è tutto
    soggettivo. Qui non ci sono ricette predefinite, c'è solo la dura
    consapevolezza che qualsiasi futuro dipende da noi».

    il manifesto


    Viva la Comune
    Ultima modifica di Comunardo; 06-11-10 alle 21:41

 

 

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