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Discussione: Si apra la crisi!

  1. #1
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    Predefinito Si apra la crisi!

    O lasciamo il governo.

    Il ricatto di Fini arriva dopo estenuanti trattative interne nel Fli e dopo un frenetico giro di consultazioni con Casini.
    «Berlusconi apra la crisi o lasciamo il governo».
    Una manovra a tenaglia per pensionare il Cavaliere e contenere Bossi ma senza passare dal voto.
    Il tutto con la tacita - e non potrebbe essere altrimenti - benedizione del Colle.
    Parola d’ordine: scongiurare le elezioni.

    Respingere il ricorso alle urne farebbe comodo a tutti:
    a Fini perché, checché ne dica lo stesso leader del Fli nel catino di Bastia Umbra, la macchina del partito non è ancora pronta.
    Ha acceso i motori ma ci sono da registrare bielle e pistoni: cosa che avverrà a Milano in gennaio.
    I sondaggi, poi, gli dicono ancora male e con questa legge elettorale i futuristi rischierebbero di prosciugarsi alla Camera e addirittura di sparire al Senato.

    Altro dilemma: in caso di elezioni con chi andare? L’anima più intransigente e spavalda del suo neonato movimento sarebbe pronta anche a superare gli steccati storico-cultural-ideologici e occhieggiare a un terzo polo.
    Ma a quella più identitaria e ancorata alla destra verrebbe l’orticaria a sentir parlare di accordi con altre forze tradizionalmente lontane.

    Prima dell’offerta finiana di ieri, su questo si sono scontrati falchi e colombe del Fli.
    Due posizioni lontane tra chi ha fretta di pensionare Berlusconi, costi quel che costi, anche stringendo patti col diavolo.
    E chi continua a vedersi e sentirsi destra, lontano dalle sirene centriste e sinistrorse e del «facciamo come in Sicilia».
    Niente elezioni, quindi, soprattutto con questa legge elettorale.
    Ecco perché, astutamente, Fini ha inserito in quella che dovrebbe essere la «nuova agenda e il nuovo programma di governo» proprio una «nuova legge elettorale per cancellare quella in vigore che è una vergogna».

    Le motivazioni non sono affatto nobili ma opportunistiche.
    Due le ragioni: la prima è che con il modello in vigore per il Fli sarebbe la fine; la seconda è che, qualora Berlusconi non cedesse al ricatto e si aprisse la crisi, Fini potrebbe anche appoggiare un governo minestrone col compito di cambiare il Porcellum.

    Sulla carta il governo pastrocchio nascerebbe solo con questo intento.
    Ma poi si vedrà.
    Una strada, questa, piena di insidie: i compagni di viaggio hanno ognuno un’idea diversa su quale legge elettorale sia la migliore.
    L’altolà alle urne è la parola d’ordine anche di Casini che, qualora la situazione precipitasse, potrebbe perdere altri pezzi della sua Udc.
    Già ha subito la scissione dei siciliani di Saverio Romano a fine settembre e tra le sue fila continua a serpeggiare il malumore.
    Alcuni centristi sarebbero infatti stufi della politica dei due forni e, non potendosi vedere a braccetto di Bersani, sarebbero tentati di andare in soccorso al Cavaliere.
    Ecco, quindi, che la proposta finiana di allargare maggioranza ma soprattutto governo all’Udc toglierebbe non poche castagne dal fuoco a Casini.

    E poi il Colle:
    spettatore muto, come impone il galateo istituzionale, ma non certo disinteressato.
    Anche il Quirinale non farebbe i salti di gioia nel risolvere la crisi sciogliendo le Camere. Agli occhi di Napolitano si darebbe un’ulteriore immagine di instabilità; si esporrebbe il Paese al rischio di una speculazione finanziaria in periodo di crisi economica; si accentuerebbe un inevitabile clima da rissa in campagna elettorale.
    Quindi ben venga un Berlusconi bis, allargato pure ai centristi, capace di scongiurare l’altra opzione in campo: quella di un governo tecnico retto da forze che hanno perso le elezioni.
    Una scelta, questa, che seppur formalmente e costituzionalmente legittima lo esporrebbe al rischio di apparire come colui che benedice un ribaltone.
    Alla stregua del peggior Scalfaro.

    Francesco Cramer pg.2 de ilgiornale.it del 8 11 2010

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Si apra la crisi!

    Due ore di veleni per rimpiangere Moro e Berlinguer.

    La staffilata arriva dopo un’ora e mezzo di comizio estenuante, a tratti noioso: «Berlusconi dimettiti - urla Fini e il catino di Bastia Umbra scatta in piedi in un tripudio di battimani - il presidente del Consiglio deve salire al Colle, dichiarare che la crisi è aperta di fatto e avviare una fase in cui si ridiscuta l’agenda, il programma, e verificare la natura della coalizione».
    È il trappolone detto chiaro e tondo.
    «Se al contrario non ci sarà questo colpo d’ala, se prevarranno i cattivi consiglieri, i nostri rappresentanti nel governo non resteranno un minuto di più».

    Poco prima arriva pure l’apertura all’Udc: «Quando Berlusconi dice di voler fare un appello ai moderati italiani dice una cosa importante. Ma è impensabile che l’Udc arrivi gaudente e dica “adesso votiamo insieme al governo”.
    Sarebbe una logica mercantile che punta a sostituire una forza moderata con un’altra».
    Di fatto, un «no» assoluto a un Casini in sostituzione di Fini.
    Benvenuto, invece, a un Casini anti Bossi.

    La Lega, infatti, è il bersaglio principale del presidente della Camera.
    Il quale, tuttavia, attacca anche Tremonti, il governo, il Cavaliere, gli ex colonnelli, il Pdl e il berlusconismo.
    Sul capitolo immigrazione, va all’assalto Fini, «non c’è in Europa un movimento politico come il Pdl che sui diritti civili è così arretrato culturalmente perché a rimorchio della peggior cultura leghista».
    E ancora: «S’è sottovalutato l’egoismo strisciante della Lega cui non interessa nulla di ciò che accade dal Po in giù».
    E il Pdl, al Nord: «È la pallida copia sbiadita del Carroccio».
    Neppure il ministro degli Interni Maroni viene salvato dai suoi j’accuse:
    «Da lui qualche buon risultato ma è soprattutto merito dell’azione di polizia e carabinieri».

    Pollice verso anche per il ministro Tremonti che «usa i fondi Fas come fossero dei bancomat a cui ricorre quando la Lega glielo chiede».
    Ma soprattutto: «Al di là del merito di aver contenuto la spesa, gli contestiamo i tagli lineari: la migliore modalità per non scegliere dove tagliare e dove investire».
    Neppure il lavoro della Gelmini va bene: «La sua riforma è giusta. Ma senza soldi era meglio non farla. E i soldi non ci sono».

    Male tutto il governo, insomma, perché «galleggia e ha perso il polso del Paese. Tampona le emergenze e basta».
    Mentre l’Italia «non è il Paese dei balocchi che Berlusconi dipinge come ha fatto nell’ultima direzione del Pdl».
    Esecutivo patacca, insomma, «governo del fare. Sì, fare finta che tutto vada bene», graffia Fini.
    Al Cavaliere non fa sconti su nulla, anche se non arriva a citare espressamente Ruby: «Che dolore leggere del crollo della Domus dei gladiatori a Pompei e quell’altra notizia della scorsa settimana: danno all’estero un’immagine della nostra Italia che non è certo quella che gli italiani si meritano».

    Cita persino il Papa, Gianfranco, quando afferma che «la spazzatura non è solo nelle strade ma nelle anime e nelle coscienze».
    Ed ecco quindi sventolare la (sua) bandiera della legalità che a pensare all’affaire Montecarlo e alle pressioni sul funzionario Rai per favorire i suoi familiari suona quasi beffardo:
    «La legalità non è solo il pacchetto sicurezza ma un abito mentale, il senso del dovere, il rispetto delle istituzioni, il senso dello Stato».
    Ecco perché, assicura Fini, «noi del Fli non saremo una zattera della Medusa che accoglie tutti.
    Non raccoglieremo naufraghi e straccioni. Porte aperte a tutti esclusi affaristi e carrieristi».

    Difficile, con un discorso così, andare avanti insieme.
    Tant’è vero che i 5 punti di Berlusconi sono liquidati così:
    «Il patto offerto da Berlusconi non può essere un compitino che gli scolaretti devono approvare a pena di lesa maestà».
    Il Parlamento, ai suoi occhi, è troppo berlusconizzato:
    «Ho un rimpianto del rigore, dello stile, del comportamento di Moro, Berlinguer, Almirante e La Malfa».
    Un inno alla Prima Repubblica e ai suoi riti.
    Imparati bene nell’offerta politica finale di Fini: un nuovo governo dove i fillini, nati nel palazzo, possano contare di più.

    di FCr inviato speciale ad Bastia Umbra

    su ilgiornale.it 8 11 2010 pg.2

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Rif: Si apra la crisi!

    Berlusconi non cede: mi voti contro in Aula!

    Un discorso banale, prevedibile e scontato.
    Silvio Berlusconi non s’aspettava niente di più e niente di meno di quello che è andato in scena a Bastia Umbra.
    Tanto che dell’intervento di Gianfranco Fini alla convention di Futuro e libertà segue solo alcuni spezzoni iniziali, dando fin dalla prima mattina per acquisito che il presidente della Camera non farà altro che restituirgli il cerino e cercare di creare le condizioni per una crisi.

    D’altra parte, è il senso dei suoi ragionamenti nelle telefonate pomeridiane tra Arcore e Roma, che altro ci si può aspettare da uno che concorda l’intervento al congresso fondativo del suo partito non solo con Emma Marcegaglia ma anche con Pier Ferdinando Casini?
    Già, perché secondo il Cavaliere quanto è andato in scena a Perugia non è altro che un copione studiato nel dettaglio da chi sta lavorando al dopo Berlusconi, un’operazione complessa e articolata nella quale Fini ha solo un ruolo di «comparsa».

    È quello, nella testa del premier, che si presta a «metterci la faccia».
    Una manovra nella quale giocano un ruolo determinante non solo una parte dei poteri forti ma anche quella magistratura che da oltre un decennio tiene il Cavaliere nel mirino.
    Tanto che il premier è convinto che la svolta vera non sia arrivata ieri ma sia in programma per il 14 dicembre, giorno in cui - come Fini sa bene - la Corte Costituzionale boccerà il legittimo impedimento e riprenderanno i processi a suo carico.

    Un copione già scritto, dunque.
    Tanto che letta di prima mattina l’intervista del presidente della Camera al giornale tedesco Welt am Sonntag Berlusconi dà già indicazioni chiare ai suoi: Fini andrà giù duro, replicate subito.
    E così avviene, fatto salvo per alcuni ministri di peso che decidono piuttosto inaspettatamente di non entrare nella contesa.

    Nell’interminabile gioco del cerino, dunque, ieri l’ex leader di An ha deciso ancora una volta di rimandare la palla nel campo avverso.
    E il Cavaliere pare intenzionato a stare al gioco, almeno per qualche settimana ancora, così da chiudere la finestra temporale nella quale il governo tecnico sarebbe l’unica soluzione ad una crisi (da gennaio è decisamente più gettonato il voto anticipato).

    Detto questo, anche Berlusconi sa bene che la manovra di accerchiamento è decisa e prepotente.
    Che all’operazione partecipa una parte consistente di Confindustria (che è disposta a fare da ponte con Cgil, Cisl e Uil a sostegno di un governo tecnico che sottoscriva un nuovo patto sociale), dalla Marcegaglia a Montezemolo, ma anche forze politiche dell’area del centrodestra come l’Udc.
    L’obiettivo di medio periodo, infatti, sarebbe quello di «sostituire» il governo Berlusconi con un altro esecutivo di centrodestra.
    E ad Arcore non sono passate inosservate le lodi a un ministro che Fini non ha mai gradito come Giulio Tremonti.
    Che, tra le altre cose, vanta un rapporto privilegiato con la Lega.
    Allo stesso modo, il Cavaliere non sottovaluta il silenzio del Quirinale, piuttosto irrituale nel momento in cui ci sono ministri che rimettono il mandato nelle mani del presidente della Camera.
    Un evidente conflitto di competenze.

    Insomma, è vero che Berlusconi non ha alcuna intenzione di seguire il «consiglio» di Fini e salire al Colle per dimettersi.
    Aspetterà, invece, che sia il leader del Fli a ritirare la delegazione governativa e poi - probabilmente - si presenterà alle Camere per un’altra fiducia.
    Perché, riflette il Cavaliere, deve essere lui a votarmi contro in Parlamento e staccare la spina.
    Ma anche il premier sa che il fronte che gli si è schierato contro sta diventando giorno dopo giorno più ampio.
    E che il rischio che una crisi si risolva con un governo ponte piuttosto che con le urne aumenta di ora in ora.

    Adalberto Signore pg.3 de ilgiornale.it 8 11 2010

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Rif: Si apra la crisi!

    Ultima fermata, la prossima sarà il capolinea.

    Le prospettive non le vedo rosee per l'italia e saranno gl'italiani fra un po di mesi, credo già entro l'anno a capire in che casino si sia finiti.

    Berlusconi e bossi da soli non credo che riusciranno a raggiuungere una maggioranza e quindi s'avvieranno a dover fare l'opposizione, che credo sarà durissima.

    L'alleanza antiberlusconiana penso proprio che non riuscirà a governare, se per governare s'intenda qualcosa di diverso di scaldare le poltrone.

    Si riavrà una specie di prodi bis artitini colle idee diverse tenuti assieme soltanto dall'antiberlusconismo.

    Purtroppo l'antiberlusconismo non é un programma e il caos porterà il nostro paese a fare concorrenza alla grecia : addio economia ! per dare un contentino alle masse si tirerà il collo alla gallina dalle uova d'oro.

    Il problema non sarà tanto della confindustria che, avvierà il trasporto degli impianti all'estero ma dei lavoratori, buona parte dei quali resterà senza lavoro ed impossibilitati a riscuottere il sussidio di disoccupazione.

    Se non si produce reddito non si può dividere i guadagni,mi pare lapalissiano.

    Il PDL dovrà capire che il bipolarismo non esiste più, bersani ed il PD che lo hanno voluto con veltroni lo sanno da un bel po e cercano alleanze innimaginabili fino a pòochi mesi fa.

    Lo ha capito gianni morandi che a san remo voleva intonare bella ciao e giovinezza; dicevamo che si torna all'antico e che non si può correre più da soli ,da ora si deve usare il tandem non la bici.

    Questo quanto prevedo ma per i dettagli ci sta nebbia con poca visibilità.

    Staremo a vedere cosa sapranno fare i soloni della politica nostrani : rideranno per un poco ma ride bene chi ride ultimo.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Si apra la crisi!

    [...]È vero, ed è la tesi difensiva dei finiani, che né i regolamenti delle Camere né la Costituzione prevedono espliciti strumenti di sfiducia per i presidenti delle due Camere. Ma questa assenza, ed è l’argomento leghista in punta di diritto, «non è sufficiente per rivendicare l’inamovibilità dall’incarico assunto». E infatti i costituzionalisti ammettono eccome quell’eventualità, perché la funzione di «rappresentanza politica» ricoperta dal presidente della Camera non può essere solo formale, ma anche nella «non ingerenza degli equilibri che coinvolgono maggioranza ed opposizione». Uno dei testi presi in esame dalla Lega Nord per «mandare a casa» Fini è Il presidente di assemblea parlamentare, autore Giovanni Ferrara, uno dei più noti costituzionalisti italiani, già professore emerito all'Università «La Sapienza».

    Lì Ferrara scrive che «se è vero che i regolamenti delle due Camere non contengono indici specifici che consentono di inquadrare la responsabilità del presidente (...) è altrettanto vero che non escludono l’uso di alcune procedure allo scopo di individuare atti incompatibili con la carica di presidente di Assemblea». Che genere di atti? Tutti quelli che mettono in dubbio la sua «neutralità rispetto agli interessi politici che si contrappongono nei rapporti tra i vari gruppi». Questo perché «il carattere neutrale delle attività del Presidente - scrive il giurista - comporta che i suoi atti non debbano, né direttamente né indirettamente, provocare alterazione o modificazioni dei rapporti di forza decisionale politica stabiliti tra i vari gruppi parlamentari». E poi il punto decisivo: «Il presidente della Camera, per esercitare le sue funzioni, deve far leva sulla collaborazione e, soprattutto, sulla fiducia di tutti i gruppi presenti nella Camera cui è preposto». Cosa che, nel caso di Fini, non si realizza affatto. In quel caso Ferrara ammette la possibilità che la Camera «possa risolvere il rapporto rappresentativo», attraverso «una pronuncia che suoni sfiducia al presidente stesso, imponendogli le dimissioni».
    È questo a cui pensa la Lega Nord, perché «l’ingresso del presidente della Camera nell’arena politica, con la formazione di un nuovo gruppo parlamentare che fa capo a lui, lede evidentemente l’autonomia del Parlamento», spiega il senatore Franco. La tesi è confortata anche dagli studi di Antonella Sciortino, ordinaria di Diritto costituzionale all’Università di Palermo, che pur evidenziando la carenza in dottrina di evidenze circa la «responsabilità politica» del presidente della Camera, scrive che «questo non significa che qualora il suo operato non dovesse essere più percepito come equidistante tra le parti contendenti, il collegio non avrebbe alcun modo per far sentire il proprio dissenso, o che lo stesso presidente non possa verificare la costanza del rapporto che lo lega all’assemblea, chiedendo alla stessa di pronunciarsi sul suo operato o presentando le dimissioni, quando dovesse percepire insanabili fratture col collegio stesso». E Fini, dicono nella Lega, a questo punto dovrebbe aver percepito le fratture con Pdl e Lega, che volentieri voterebbero la sfiducia al presidente della Camera. Se solo gliela chiedesse.

    Berlusconi-Bossi: il governo va avanti Il Carroccio a Fini: ora deve dimettersi - Interni - ilGiornale.it del 09-11-2010

 

 

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