Copio da fonte
Siena, 9 agosto 1997.
È una sera spessa, umida, che non lascia entrare aria... le vie sono vuote, anche se è agosto e anche se c'è stato il Palio.
Alessandra Vanni, 33 anni, è di turno al centralino dei taxi fino alle nove di sera, poi sale sulla sua macchina: una Fiat Marea bianca. Il taxi Siena 22. L’unica donna tra i tassisti di Siena. Saluta via radio: "Buonanotte a tutti". Poi parte. Fa tre corse: turisti inglesi, militari, studenti. Tutto regolare. Poi si ferma in piazza Matteotti. Due chiacchiere, qualche saluto. Poi resta sola. Sale di nuovo in macchina. Ma questa volta fa una cosa precisa. Inserisce la tariffa 2. La tariffa per le corse extraurbane.
Alle 23 si allontana dalla città. Guida verso nord, direzione Quercegrossa. Lì viene vista girare in tondo, più volte. Sta cercando qualcuno. Forse un secondo passeggero. Forse un luogo preciso. Forse solo un segnale. Poi riparte, imbocca la Chiantigiana, una strada lunga, buia, incastrata tra colline, campi e boschi. Guida fino a Castellina in Chianti. E lì si ferma. Su una sterrata, tra un cimitero e una discarica.
Nessuna luce.
Nessuna casa.
Nessun rumore.
A mezzanotte, dalla radio parte una voce. È la voce di Stefano, il fidanzato. Anche lui tassista. Anche lui in servizio quella notte. Chiama: "Siena 22, mi senti?". Ma Siena 22 non risponde più.
Alle 70 del mattino seguente, un pensionato va a buttare un materasso alla discarica. Nota il taxi. Si avvicina. Dentro c’è Alessandra. Seduta. La testa inclinata. Sembra che dorma. Ma non dorme. È stata strangolata. Con del nastro da pacchi. I polsi legati dietro lo schienale. Un nodo complesso. Il busto eretto. Nessuna colluttazione. Nessuna ferita visibile. Nessuna traccia di resistenza. Solo ordine. Pulizia. Una messa in scena. Una posa.
Il nastro è tirato con precisione. Le braccia fissate alla struttura del sedile. La testa come appoggiata con delicatezza. Il busto tenuto in posizione, come se dovesse essere vista. Trovata così. Composta. Un segnale. Sul sedile posteriore, l’impronta netta di un pacco pesante. Ma il pacco non c’è più. Nessuno sa cosa contenesse. Nessuno l’ha cercato abbastanza. O forse sì, ma senza volerlo trovare.
Pochi giorni dopo arriva in caserma una lettera anonima, scritta in latino.
Quis est dignus aperire librum et solvere signacula eius?
Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?
Una citazione dell’Apocalisse. Troppo perfetta. Troppo letteraria. I giornali ci si buttano sopra: omicidio satanico, ma non è così. La scena è tecnica. Fredda. Professionale.
Si parla del fidanzato, Stefano, ma solo per poco. Perché lui era in turno. Perché lui la chiama per radio.
C’è un altro nome. Steve, somalo, 48 anni. Cliente abituale. Sparisce. Muore anni dopo. Viene riesumato. Il DNA non combacia. Anche lui escluso. Troppo tardi, ma in tutto questo resta un vuoto. Una domanda che non è stata fatta davvero. Cosa trasportava Alessandra? Perché quella corsa? Perché proprio quella notte?
E allora bisogna allargare lo sguardo. Guardare la Toscana del 1997. Non la cartolina, non i cipressi. La Toscana sotto, quella dei sequestri, dei traffici, degli uomini armati che si muovono tra le colline senza fare rumore.
È l’estate del sequestro Soffiantini, un imprenditore bresciano tenuto prigioniero proprio lì, in zona senese, in qualche casa colonica, in qualche annesso dimenticato. La polizia è ovunque, ma non si vede. I carabinieri presidiano, ma in silenzio. C’è tensione. C’è chi ha paura. E c’è chi si muove ai margini, tra servizi deviati, ex militari, ex agenti, gente addestrata che non ha più divise.
È in questo mondo che si incastra l’omicidio di Alessandra Vanni.
Non è una rapina. Non è una follia. È un’operazione. Il corpo composto, il nodo tecnico, il silenzio: tutto dice esecuzione professionale. Gente che sa come immobilizzare. Gente che sa come agire senza lasciare rumore. Gente che manda messaggi attraverso i corpi.
Chi ha ucciso Alessandra non l’ha fatto per rabbia. L’ha fatto per ordine, controllo o paura. L’ha fatto perché lei sapeva troppo, o aveva toccato qualcosa che non doveva. Un passaggio. Un pacco. Un’informazione. Un errore piccolo. Ma sufficiente per essere eliminata.
Chi l’ha uccisa sapeva cosa stava facendo. E sapeva che nessuno avrebbe parlato.
Oggi il caso è chiuso. Nessun colpevole. Nessun movente chiaro. Eppure la memoria di questa morte senza spiegazioni tormenta Siena da generazioni. Resta lì, sospesa, disturbante, Come quella voce che gracchiava in sottofondo:
“Siena 22… mi senti?”
Allora come oggi, nessuno risponde.





0 del mattino seguente, un pensionato va a buttare un materasso alla discarica. Nota il taxi. Si avvicina. Dentro c’è Alessandra. Seduta. La testa inclinata. Sembra che dorma. Ma non dorme. È stata strangolata. Con del nastro da pacchi. I polsi legati dietro lo schienale. Un nodo complesso. Il busto eretto. Nessuna colluttazione. Nessuna ferita visibile. Nessuna traccia di resistenza. Solo ordine. Pulizia. Una messa in scena. Una posa.
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