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  1. #1
    ex unalei
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    Predefinito Caro Roberto Saviano ..

    Caro Roberto Saviano,

    hai infelicemente citato Leonardo Sciascia, lunedì sera, ricordando il suo sterminato articolo «professionisti dell'antimafia» pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987.

    E' il classico articolo che tutti citano ma che nessuno ha letto, anche perché era noiosissimo e per nove decimi parlava del rapporto tra mafia e fascismo.

    Il celeberrimo titolo, oltretutto, non lo fece neppure Sciascia, mentre il finale fu perfetto quanto ambiguo negli esempi che proponeva:
    se da una parte additava il professionista antimafia per eccellenza, Leoluca Orlando, il riferimento a «Paolo Emanuele Borsellino» fu una sciocchezza che però Sciascia fece in tempo a riconoscere.

    Rita Borsellino e un libro di Matteo Collura hanno a raccontato che lo scrittore e il giudice si si chiarirono e che in definitiva «non vi fu alcuno scontro», come testimoniò lo stesso Borsellino.

    Quella che nessuno ricorda è la violenza scagliata contro Sciascia dopo quell'articolo:
    parlo di quel «Coordinamento antimafia» che esortò a «collocare Sciascia fuori dalla società civile» e gli diede del «quaquaraquà» e del complice di Vito Ciancimino.

    Durissimi furono anche Eugenio Scalfari, Marcelle Padovani e Giampaolo Pansa, mentre a difenderlo furono Rossana Rossanda, i Radicali (che lo candidarono) e lo stesso Corriere, allora diretto da Piero Ostellino.


    Tanto per chiarire.


    Per il resto, caro Roberto, il tuo racconto sulla macchina del fango che non risparmiò Giovanni Falcone, lunedì sera, era infarcito di omissioni: nel senso, proprio, di nomi che non hai fatto o hai preferito non fare.

    Per farli hai avuto a disposizione una clamorosa mezz'ora televisiva, quindi è stata una scelta deliberata.

    E a me spiace, sia perché sono uno dei pochi che ti difende - da queste parti - sia perché in questo modo si accredita chi dice che il tuo punto debole sia un certo paraculismo: non una tendenza vera e propria all'intruppamento nella sinistra politically correct - quella no - ma quantomeno una propensione a non fartela nemica.

    Dalle parti di certi sancta sanctorum, diciamo così, il passo ogni tanto ti si fa felpato.


    Tu hai parlato subito dell'Addaura, cioè un primo e sottovalutato attentato a Falcone: era il 20 luglio 1989 e il magistrato si trovava nella sua casa al mare, presa in affitto, in compagnia dei colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman, impegnati in un'inchiesta sul narcotraffico che tu hai definito «riciclaggio».

    Hai detto che «tutti, a destra e sinistra» fecero capire che Falcone quella bomba poteva essersela messa da solo.
    Ma non è preciso.

    Gerardo Chiaromonte, comunista, defunto presidente dell’Antimafia, persona perbene e tu sai perché, scrisse che «i seguaci di Leoluca Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».

    In prima fila c'era quella sinistra lì, oltre a il Giornale di Montanelli (dove ai tempi scriveva l'incolpevole Marco Travaglio) e altri personaggi menzionati da una sentenza della Cassazione: tra questi i giudici Domenico Sica, il defunto magistrato Francesco Misiani e il colonnello dei carabinieri Mario Mori, futuro capo del Sisde: chi più e chi meno, misero tutti in dubbio un attentato che in troppi cercarono di derubricare a semplice avvertimento.


    Già, perché un processo per i fatti dell'Addaura, appunto, c'è già stato, anche se nessuno lo nomina mai:

    il 19 ottobre 2004 la Cassazione ha confermato condanne a 26 anni per Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia;
    9 anni e 4 mesi per Francesco Onorato e 2 anni e mezzo per Giovanni Battista Ferrante.


    La Suprema Corte, in 89 pagine, ha pure detto che i servizi segreti non c'entrano niente perché la responsabilità fu di Cosa Nostra, e, come era accaduto in primo e secondo grado, la sentenza ha ricostruito l'attentato nei particolari:
    lo chiamano «l'infame linciaggio», però adesso quella sentenza andrebbe dimenticata dopo l'annuncio di una nuova e fumosissima inchiesta della Procura di Caltanissetta, subito cavalcata da Repubblica e da Annozero. «Perché», è giunta a chiedersi Repubblica, «le indagini sull'attentato al giudice sono partite con vent'anni di ritardo?».

    In realtà partirono puntualissime.


    Ma dicevamo della macchina del fango: tu, poi, hai parlato del «corvo» che scriveva lettere anonime per danneggiare Falcone, una dinamica che con la macchina del fango in effetti ebbe molto a che fare.


    Ma la stessa macchina, e tu non l'hai detto, colpì anche più gravemente il magistrato Alberto Di Pisa che fu accusato ingiustamente di essere il corvo:
    e proprio Giuseppe D'Avanzo, un altro che parla sempre di fango e dintorni, scrisse che
    «Di Pisa è soltanto un uomo frollato dalla lunga attesa di un pubblico riconoscimento, di popolarità e potere, un piccolo uomo sbriciolato dall'invidia e dalla gelosia, precipitato nel gorgo di un risentito rancore».

    Perché non ricordarlo?

    Alberto Di Pisa è stato assolto da ogni accusa: ma la macchina del fango, per lui, non si è fermata mai.


    Marco Travaglio, ancora nel marzo 2009, definiva Di Pisa nemico acerrimo di Falcone» e tutto perché aveva soffiato il posto di procuratore capo a Marsala - su decisione del Csm - battendo Alfredo Morvillo, amico di Giancarlo Caselli e dello stesso Travaglio.

    La macchina del fango, già:
    hai ricordato quando Falcone accettò l’invito del Guardasigilli Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, quando cioè la gragnuola delle accuse si fece ancora più infame.

    Il pool di Falcone e Borsellino era stato praticamente cancellato e le istruttorie antimafia erano tornate all'età della pietra.

    Hai fatto vedere un filmato di una serata di Samarcanda (in abbinata col Maurizio Costanzo Show) ma non hai citato o mostrato la puntata di Samarcanda del 24 maggio 1990, quella in cui Leoluca Orlando disse che Falcone aveva una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li teneva chiusi nei cassetti, anzi, in otto scatole chiuse in un armadio.

    L'accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali l'avvocato Alfredo Galasso. personaggio che tu hai fatto vedere nel filmato, come no, senza neppure spiegare chi era: lo hai soltanto definito «perbene».

    Ma allora lo erano tutti, perbene.


    La sinistra in sostanza accusava Falcone di connivenze pericolose solo perché aveva fiutato alcune calunnie del pentito Pellegriti ai danni di Salvo Lima e Giulio Andreotti: l'11 settembre Falcone 1991 dovette addirittura discolparsi davanti al Csm dopo un esposto di Orlando, sodale di Galasso: ma erano persone perbene, giusto?

    Hai detto che qualcuno definì Falcone «guitto televisivo»: era un giornalista di Repubblica, e allora perché non nominarlo?


    Ecco la frase precisa, Roberto:

    «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi».

    Sempre nel filmato con l'avvocato Galasso, poi, Falcone si spingeva a dirsi favorevole alla responsabilità civile dei giudici, eresia per cui oggi qualche deficiente gli attribuirebbe direttamente qualche vicinanza alla P2.

    E qui capisco che tu abbia preferito trasvolare.

    E così hai fatto con tutti gli articoli dell'Unità contro Falcone, titoli come
    «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché», scritto dal membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso;


    parlo della stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato
    «Falcone preferì insabbiare tutto».


    Hai citato le parole dolorose di Ilda Boccassini, e hai fatto bene, ma ne hai menzionato solo una parte.

    C'erano anche queste:


    [B]«Avete fatto morire Giovanni Falcone, lo avete fatto morire con la vostra indifferenza... a Palermo non poteva più lavorare, per questo ha scelto la strada del ministero... Lui non voleva essere lasciato solo ed essere...

    Due mesi fa ero a Palermo in un’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati.
    Non dimenticherò quel giorno.
    Le parole più gentili erano queste:
    Falcone si è venduto al potere politico...

    L’ultima ingiustizia l’ha subita proprio da voi di Milano...

    Mi telefonò quel giorno, e mi disse “che tristezza, non si fidano del direttore degli Affari Penali”».
    [/B]


    Certo, Roberto, non potevi citare tutto e tutti, lo so.

    La tv è maledetta, il tempo è sempre poco: e pensa che tu ne hai avuto come nessuno.

    Il problema è che altri nomi, altri personaggi, altre testate, altri presunti e più recenti macchinatori del fango, tu li hai invece pronunciati o fatti intuire con furba chiarezza.

    Un filo troppa, secondo me.

    Filippo Facci

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    Lo schifo di questa sinistra e di questa magistratura e' servito !

    Servito anche lo schifo di quel losco figuro che e' Leoluca Orlando che attualmente milita nelle fila dell'IDV dell'altrettanto losco figuro tale Di Pietro !

    P.S. : Dovesse servire il bagno e' in fondo a dx ..
    Sono l'unica persona al mondo che vorrei conoscere a fondo

  2. #2
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    Predefinito Rif: Caro Roberto Saviano ..

    Citazione Originariamente Scritto da miluna Visualizza Messaggio
    Caro Roberto Saviano,

    hai infelicemente citato Leonardo Sciascia, lunedì sera, ricordando il suo sterminato articolo «professionisti dell'antimafia» pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987.

    E' il classico articolo che tutti citano ma che nessuno ha letto, anche perché era noiosissimo e per nove decimi parlava del rapporto tra mafia e fascismo.

    Il celeberrimo titolo, oltretutto, non lo fece neppure Sciascia, mentre il finale fu perfetto quanto ambiguo negli esempi che proponeva:
    se da una parte additava il professionista antimafia per eccellenza, Leoluca Orlando, il riferimento a «Paolo Emanuele Borsellino» fu una sciocchezza che però Sciascia fece in tempo a riconoscere.

    Rita Borsellino e un libro di Matteo Collura hanno a raccontato che lo scrittore e il giudice si si chiarirono e che in definitiva «non vi fu alcuno scontro», come testimoniò lo stesso Borsellino.

    Quella che nessuno ricorda è la violenza scagliata contro Sciascia dopo quell'articolo:
    parlo di quel «Coordinamento antimafia» che esortò a «collocare Sciascia fuori dalla società civile» e gli diede del «quaquaraquà» e del complice di Vito Ciancimino.

    Durissimi furono anche Eugenio Scalfari, Marcelle Padovani e Giampaolo Pansa, mentre a difenderlo furono Rossana Rossanda, i Radicali (che lo candidarono) e lo stesso Corriere, allora diretto da Piero Ostellino.


    Tanto per chiarire.


    Per il resto, caro Roberto, il tuo racconto sulla macchina del fango che non risparmiò Giovanni Falcone, lunedì sera, era infarcito di omissioni: nel senso, proprio, di nomi che non hai fatto o hai preferito non fare.

    Per farli hai avuto a disposizione una clamorosa mezz'ora televisiva, quindi è stata una scelta deliberata.

    E a me spiace, sia perché sono uno dei pochi che ti difende - da queste parti - sia perché in questo modo si accredita chi dice che il tuo punto debole sia un certo paraculismo: non una tendenza vera e propria all'intruppamento nella sinistra politically correct - quella no - ma quantomeno una propensione a non fartela nemica.

    Dalle parti di certi sancta sanctorum, diciamo così, il passo ogni tanto ti si fa felpato.


    Tu hai parlato subito dell'Addaura, cioè un primo e sottovalutato attentato a Falcone: era il 20 luglio 1989 e il magistrato si trovava nella sua casa al mare, presa in affitto, in compagnia dei colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman, impegnati in un'inchiesta sul narcotraffico che tu hai definito «riciclaggio».

    Hai detto che «tutti, a destra e sinistra» fecero capire che Falcone quella bomba poteva essersela messa da solo.
    Ma non è preciso.

    Gerardo Chiaromonte, comunista, defunto presidente dell’Antimafia, persona perbene e tu sai perché, scrisse che «i seguaci di Leoluca Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».

    In prima fila c'era quella sinistra lì, oltre a il Giornale di Montanelli (dove ai tempi scriveva l'incolpevole Marco Travaglio) e altri personaggi menzionati da una sentenza della Cassazione: tra questi i giudici Domenico Sica, il defunto magistrato Francesco Misiani e il colonnello dei carabinieri Mario Mori, futuro capo del Sisde: chi più e chi meno, misero tutti in dubbio un attentato che in troppi cercarono di derubricare a semplice avvertimento.


    Già, perché un processo per i fatti dell'Addaura, appunto, c'è già stato, anche se nessuno lo nomina mai:

    il 19 ottobre 2004 la Cassazione ha confermato condanne a 26 anni per Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia;
    9 anni e 4 mesi per Francesco Onorato e 2 anni e mezzo per Giovanni Battista Ferrante.


    La Suprema Corte, in 89 pagine, ha pure detto che i servizi segreti non c'entrano niente perché la responsabilità fu di Cosa Nostra, e, come era accaduto in primo e secondo grado, la sentenza ha ricostruito l'attentato nei particolari:
    lo chiamano «l'infame linciaggio», però adesso quella sentenza andrebbe dimenticata dopo l'annuncio di una nuova e fumosissima inchiesta della Procura di Caltanissetta, subito cavalcata da Repubblica e da Annozero. «Perché», è giunta a chiedersi Repubblica, «le indagini sull'attentato al giudice sono partite con vent'anni di ritardo?».

    In realtà partirono puntualissime.


    Ma dicevamo della macchina del fango: tu, poi, hai parlato del «corvo» che scriveva lettere anonime per danneggiare Falcone, una dinamica che con la macchina del fango in effetti ebbe molto a che fare.


    Ma la stessa macchina, e tu non l'hai detto, colpì anche più gravemente il magistrato Alberto Di Pisa che fu accusato ingiustamente di essere il corvo:
    e proprio Giuseppe D'Avanzo, un altro che parla sempre di fango e dintorni, scrisse che
    «Di Pisa è soltanto un uomo frollato dalla lunga attesa di un pubblico riconoscimento, di popolarità e potere, un piccolo uomo sbriciolato dall'invidia e dalla gelosia, precipitato nel gorgo di un risentito rancore».

    Perché non ricordarlo?

    Alberto Di Pisa è stato assolto da ogni accusa: ma la macchina del fango, per lui, non si è fermata mai.


    Marco Travaglio, ancora nel marzo 2009, definiva Di Pisa nemico acerrimo di Falcone» e tutto perché aveva soffiato il posto di procuratore capo a Marsala - su decisione del Csm - battendo Alfredo Morvillo, amico di Giancarlo Caselli e dello stesso Travaglio.

    La macchina del fango, già:
    hai ricordato quando Falcone accettò l’invito del Guardasigilli Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, quando cioè la gragnuola delle accuse si fece ancora più infame.

    Il pool di Falcone e Borsellino era stato praticamente cancellato e le istruttorie antimafia erano tornate all'età della pietra.

    Hai fatto vedere un filmato di una serata di Samarcanda (in abbinata col Maurizio Costanzo Show) ma non hai citato o mostrato la puntata di Samarcanda del 24 maggio 1990, quella in cui Leoluca Orlando disse che Falcone aveva una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li teneva chiusi nei cassetti, anzi, in otto scatole chiuse in un armadio.

    L'accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali l'avvocato Alfredo Galasso. personaggio che tu hai fatto vedere nel filmato, come no, senza neppure spiegare chi era: lo hai soltanto definito «perbene».

    Ma allora lo erano tutti, perbene.


    La sinistra in sostanza accusava Falcone di connivenze pericolose solo perché aveva fiutato alcune calunnie del pentito Pellegriti ai danni di Salvo Lima e Giulio Andreotti: l'11 settembre Falcone 1991 dovette addirittura discolparsi davanti al Csm dopo un esposto di Orlando, sodale di Galasso: ma erano persone perbene, giusto?

    Hai detto che qualcuno definì Falcone «guitto televisivo»: era un giornalista di Repubblica, e allora perché non nominarlo?


    Ecco la frase precisa, Roberto:

    «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi».

    Sempre nel filmato con l'avvocato Galasso, poi, Falcone si spingeva a dirsi favorevole alla responsabilità civile dei giudici, eresia per cui oggi qualche deficiente gli attribuirebbe direttamente qualche vicinanza alla P2.

    E qui capisco che tu abbia preferito trasvolare.

    E così hai fatto con tutti gli articoli dell'Unità contro Falcone, titoli come
    «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché», scritto dal membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso;


    parlo della stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato
    «Falcone preferì insabbiare tutto».


    Hai citato le parole dolorose di Ilda Boccassini, e hai fatto bene, ma ne hai menzionato solo una parte.

    C'erano anche queste:


    [B]«Avete fatto morire Giovanni Falcone, lo avete fatto morire con la vostra indifferenza... a Palermo non poteva più lavorare, per questo ha scelto la strada del ministero... Lui non voleva essere lasciato solo ed essere...

    Due mesi fa ero a Palermo in un’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati.
    Non dimenticherò quel giorno.
    Le parole più gentili erano queste:
    Falcone si è venduto al potere politico...

    L’ultima ingiustizia l’ha subita proprio da voi di Milano...

    Mi telefonò quel giorno, e mi disse “che tristezza, non si fidano del direttore degli Affari Penali”».
    [/B]


    Certo, Roberto, non potevi citare tutto e tutti, lo so.

    La tv è maledetta, il tempo è sempre poco: e pensa che tu ne hai avuto come nessuno.

    Il problema è che altri nomi, altri personaggi, altre testate, altri presunti e più recenti macchinatori del fango, tu li hai invece pronunciati o fatti intuire con furba chiarezza.

    Un filo troppa, secondo me.

    Filippo Facci

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    Lo schifo di questa sinistra e di questa magistratura e' servito !

    Servito anche lo schifo di quel losco figuro che e' Leoluca Orlando che attualmente milita nelle fila dell'IDV dell'altrettanto losco figuro tale Di Pietro !

    P.S. : Dovesse servire il bagno e' in fondo a dx ..
    Possibile mai che i sinistrati siano ricettacolo di tutti i "cessi " d'Italia ?

    Non se ne lasciano sfuggire uno che sia uno ....repapelle:repapelle:
    Ultima modifica di orpheus; 11-11-10 alle 00:13
    la giustizia dei Robespierre ancora una volta ha collocato il nostro Paese tra il Ruanda ed il Burundi

  3. #3
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    Predefinito Rif: Caro Roberto Saviano ..

    Sciascia, Saviano, Macaluso e l’Antimafia

    Leonardo Sciascia è stato un grande scrittore e un finissimo intellettuale, che ha, sempre, manifestato opinioni, lucide e anti-conformiste, provocando polemiche, a destra come a sinistra.

    di Pietro Mancini





    Ma, rileggendo oggi, 32 anni dopo la tragica fine di Aldo Moro,i discorsi, che l'autore di Racalmuto, allora deputato radicale, pronunciò, quale membro della Commissione parlamentare d' inchiesta sull'uccisione - da parte delle Brigate rosse(non "sedicenti "come le definì Giorgio Bocca !) - del presidente della Dc e della sua scorta, molti di quegli interventi colpiscono e turbano, come severe profezie.

    Di recente, Emanuele Macaluso, ex senatore del Pci e siciliano come Sciascia, ha pubblicato un libro, ripercorrendo i difficili e spesso conflittuali rapporti dello scrittore con il partito di Berlinguer. L'allora leader comunista si spinse a querelare don Leonardo, al culmine della polemica sulle presunte responsabilità di Stati, come la Cecoslovacchia, allora obbedienti a Mosca, nel sequestro di Moro.

    Come ha, di recente, osservato un altro intellettuale siciliano, oggi editorialista di "Repubblica", il catanese Francesco Merlo, " Macaluso, a 86 anni, preso dalla voglia di ritrovarsi con l'amico, alla fine della storia, quella che si compie nel regno dei cieli, dove il tempo non esiste, deforma, amabilmente, Sciascia, sino a farlo assomigliare a Macaluso, come da ragazzi, quando frequentarono la stessa scuola e poi anche la stessa cellula clandestina del Pci ".

    Ma, poiché lo scrittore di Racalmuto è scomparso nel 1989, non si può, e non si dovrebbe, usare il suo, sempre stimolante, pensiero, trasferendolo nel vivo delle polemiche attuali, in primis quelle sulla giustizia. E spingendosi sino a punzecchiare il defunto e i suoi non pochi estimatori, pubblicando persino qualche elogio dei capi del Cremlino, espressi nei lontani anni 60... Macaluso, invece, ricordando il famoso articolo di Sciascia, pubblicato dal Corriere della Sera il 10 gennaio del 1987, contro "I professionisti dell'antimafia", boccia, 23 anni dopo quella riflessione, il Guardasigilli, Alfano, e altri esponenti politici del Pdl per la grave "colpa" di dichiarare di ispirarsi al garantismo sciasciano.

    E l' ex dirigente del Pci di don Enrico declassa quella fondamentale esternazione del suo vecchio, ma spesso dissenziente, amico a una semplice e benevola rampogna al Pci, sottovalutando le furiose reazioni che provocò: dal figlio del generale Dalla Chiesa ad Eugenio Scalfari, che accusò lo scrittore di "vanità personale", sino agli insulti del comitato anti-mafia di Palermo, che giunse a dargli del "quaquaraquà".

    In realtà, il rimpianto autore de "Il giorno della civetta" si batté, sempre, per la difesa delle regole, bocciando le scorciatoie.

    E, di fronte all'obiezione che l'esperienza di Borsellino, nel campo dei reati contro la mafia era molto elevata, Sciascia rispose che un criterio simile non era stato adottato per Giovanni Falcone, avversato, ferocemente, dalla sinistra, politica e giudiziaria, e al quale, come capo dell'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, era stato preferito Antonino Meli, più anziano, ma con minore competenza.

    E, dunque, ha commesso un errore, non lieve, Roberto Saviano quando, nel suo celebrato programma televisivo anti- Berlusconi, su Rai 3, ha inserito Sciascia tra quanti avrebbero delegittimato i magistrati impegnati contro Cosa nostra.

    Lo scrittore non fu un "compagno che sbaglia", come appare dal racconto postumo di Macaluso, il quale sottovaluta il fatto che Sciascia si allontanò dal Pci, soprattutto perché pensava di combattere, in Parlamento, a fianco dei radicali di Pannella, quelle battaglie, politiche e per i diritti civili, che riteneva di non poter fare più, come simpatizzante comunista.

    Ritenendo Berlinguer, Macaluso e i suoi vecchi compagni, ormai, intenzionati a sacrificare la funzione critica e di aperta contestazione del sistema di potere della " Balena bianca "alla strategia del "compromesso storico" con la DC.

    I morti non vanno utilizzati allo scopo di sollevare polemiche contro gli attori e i comprimari dell'attuale, non esaltante, teatrino politico. Hanno ragione, pertanto, quanti chiedono a Macaluso e a Saviano : "lasciate in pace Sciascia!".

    E' molto più utile, per tutti, sottolineare il valore delle sue analisi, profonde e attuali, e le sue proposte contro la mafia. Innanzitutto quella firmata sul Corriere della Sera, il 26 gennaio del 1987 : "Per combattere la mafia, la democrazia ha tra le mani lo strumento, che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia".

    Ma, "se al simbolo della bilancia si sostituisce quello delle manette - come alcuni fanatici, in cuor loro, desiderano - saremmo perduti, irrimediabilmente, come nemmeno il fascismo c'era riuscito!".

    Sciascia, Saviano, Macaluso e l
    Perchè, ma perchè non capite?
    che io non posso lasciar la mia terra,
    ogni albero conosce il mio tocco,
    ogni frutto è per me come un figlio.

 

 

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