"Uno scandalo che costantemente si ripete non cessa d’essere uno scandalo." (dell'autore al titolo)
N.B.: ultra-cinquantennale e bypartizan.
Il bavaglio al dissenso
Date: 17 dicembre 2025
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È il caso, per esempio, della manovra finanziaria. Difatti anche quest’anno il panettone della legge di bilancio giungerà alla Camera fra Natale e San Silvestro; sicché i nostri deputati dovranno digerirlo senza avere il tempo di scartarlo dalla sua confezione. L’anno scorso toccò al Senato, di lavorare (si fa per dire) con le ore contate: la par condicio degli abusi. Monocameralismo alternato, lo chiamano così. Nel senso che una volta s’esercita la prepotenza su una Camera, la volta dopo su quell’altra. Succede pure con i decreti, che vanno convertiti in legge entro sessanta giorni dal Parlamento. Succede sempre, quando la Costituzione impone una scadenza.
Anche a costo di violare le scadenze altrui, anche a costo d’imporre un bavaglio al capo dello Stato. Lui avrebbe un mese di tempo, per decidere la promulgazione (o il rinvio) degli atti legislativi. Ma come fa, se gli arrivano sulla scrivania all’ultimo minuto? Come può valutarne la legittimità costituzionale, come può rappresentare i propri dubbi al Parlamento chiedendone una nuova deliberazione, se in questi casi il giallo del semaforo si trasforma giocoforza in rosso? Il rinvio presidenziale d’una legge di conversione dei decreti, quando mancano soltanto pochi giorni al termine finale, significa la cancellazione definitiva del decreto, azzerando pure le sue norme utili, insieme a quelle inutili o sbagliate. Il rinvio della legge di bilancio a ridosso del 31 dicembre significa innescare l’esercizio provvisorio del bilancio, con tutti i guai che ne conseguono. È un ricatto, per dirla con parole crude: un prendere o lasciare.
D’altronde il bavaglio si stringe anche sul muso dei parlamentari. Anzi un doppio bavaglio: maxiemendamento e voto di fiducia. Succederà pure stavolta, perché così si tagliano i tempi della discussione, perché così si mettono a tacere le voci di dissenso nell’ambito della stessa maggioranza. Di conseguenza i parlamentari non possono discutere, correggere, emendare i testi licenziati dal governo (l’ultima variazione, per mano del ministro Giorgetti, è del 16 dicembre, e vale 3,5 miliardi). Ma forse non possono nemmeno leggerli, se non dispongono d’un traduttore. Un solo esempio: l’articolo 13, che interviene in modo criptico sulle criptovalute. Dice così: «Le disposizioni di cui al primo periodo si applicano… ai redditi diversi e agli altri proventi di cui alla lettera c-sexies del comma 1 dell’art. 67 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, derivanti da operazioni di detenzione, cessione o impiego di token di moneta elettronica denominati in euro, di cui all’art. 3, par. 1, n. 7, del regolamento Ue 2023/1114».
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(continua in chiaro al link)
Per la moderazione: potreste togliere quella "r" di troppo dal titolo?
Grazie.
@Dario




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