Qui l'AI fa vincere gilanico per par condicio
### La Battaglia Finale di Canegrate: Gilanico contro Triangolo
Era una sera di dicembre, fredda e nebbiosa, tipica della Brianza profonda. Gilanico era evaso dal centro di igiene mentale per la terza volta quell’anno, stavolta con un piano preciso. Aveva passato settimane a preparare l’assalto finale: la villa di Triangolo, simbolo supremo dell’occupazione longobarda, doveva cadere quella notte stessa.
Indossava il suo mantello di coperte verdi, l’elmo-secchio riverniciato di nero con rune celtiche disegnate col pennarello indelebile, e impugnava una spada nuova: un tubo di ferro rubato in un cantiere, avvolto in nastro isolante per fare presa. Dietro di lui, invisibili a tutti tranne che a lui, marciavano i suoi alleati: La Zecca, torreggiante e blu, con le antenne che vibravano di giustizia, e il Ragazzo Camola, Arthur, che volava silenzioso sopra i tetti con il suo costume da falena.
«Stanotte, amici miei», sussurrò Gilanico mentre strisciava lungo il muro di cinta della villa, «ristabiliremo l’onore della civiltà di Canegrate. Espropriazione totale. Remigrazione immediata.»
La Zecca annuì con un tonante «SPOON!» che solo Gilanico poté sentire.
Triangolo, però, non era impreparato. Da mesi sospettava che il “celta pazzo” avrebbe tentato il colpo grosso. Aveva trasformato la sua villa in una fortezza: telecamere ovunque, cancelli elettrici, e un arsenale di prodotti disinfestanti modificati per uso... difensivo. Indossava la sua tuta bianca immacolata, con il triangolo rosso sul petto, stivali lucidi e un elmetto antisommossa comprato su eBay. Al suo fianco, due dipendenti fidati della Triangolo Disinfestazioni S.r.l., armati di pompe a pressione cariche di un cocktail letale di piretroidi e repellenti.
Quando Gilanico scavalcò il muro e atterrò nel giardino, le luci di sicurezza si accesero all’improvviso, inondando tutto di bianco accecante.
«Benvenuto, parassita celtico!» tuonò la voce di Triangolo dal balcone, amplificata da un megafono. «Stanotte ti stermino definitivamente!»
Gilanico alzò la spada-tubolare. «Triangolo! La tua ora è giunta! Consegnami le chiavi, i titoli di proprietà, i codici dei conti offshore! Il popolo di Canegrate reclama ciò che è suo!»
Triangolo rise, una risata grassa e brianzola. «Mai! Qui vige l’ordine italico! Fuoco!»
I due disinfestatori aprirono le valvole. Due getti potenti di liquido chimico schizzarono verso Gilanico, che si gettò di lato rotolando sull’erba umida.
«Zecca! Ora!» gridò.
Nella sua mente, il supereroe blu caricò come un toro, deviando i getti con il suo corpo indistruttibile. Gilanico si rialzò di scatto e corse verso la porta principale, schivando un terzo spruzzo che gli sfiorò il mantello, facendolo fumare leggermente.
Triangolo scese dal balcone, impugnando il suo weapon definitivo: un lanciafiamme portatile adattato da un cannello per diserbo termico. «Ti brucio come le erbacce galliche che sei!»
Gilanico si fermò a dieci metri da lui. «Arthur! Il diversivo!»
Immaginò il Ragazzo Camola piombare in picchiata, accecando i nemici con una nuvola di polvere di ali. Approfittò della “distrazione” per caricare Triangolo con un urlo gutturale in un celtico inventato.
I due si scontrarono al centro del prato. Triangolo azionò il lanciafiamme: una lingua di fuoco arancione saettò verso Gilanico, che parò con la spada-tubolare (facendola arroventare) e rispose con un colpo laterale che centrò la bombola sulla schiena di Triangolo, facendolo barcollare.
«Maledetto!» ringhiò Triangolo, riprendendo l’equilibrio. «Sei solo un fallito con deliri di grandezza!»
«Io sono la memoria della mia gente!» rispose Gilanico, sferrando un altro colpo. «Tu sei solo un profittatore con la camicia nera comprata al mercatino!»
Intorno a loro, i due disinfestatori cercavano di prendere la mira, ma Gilanico – galvanizzato dalla presenza immaginaria dei suoi superamici – si muoveva con un’energia folle, schivando, rotolando, urlando frasi come «Per Golasecca!» e «Insubri invincibili!».
Triangolo, sudato e furioso, commise l’errore fatale: caricò a testa bassa con il lanciafiamme spento per usarlo come mazza. Gilanico lo lasciò avvicinare, poi – con un movimento che nella sua testa era stato coreografato dalla Zecca in persona – gli fece uno sgambetto da rugby.
Triangolo cadde pesantemente sull’erba bagnata. La bombola gli sfuggì di mano e rotolò via.
Per un istante, ci fu silenzio. Solo il ronzio delle telecamere e il respiro affannoso dei due contendenti.
Gilanico puntò la spada arroventata alla gola di Triangolo.
«Arrenditi. Firma l’atto di espropriazione volontaria. E prepara la valigia per la Scandinavia.»
Triangolo lo fissò, gli occhi pieni d’odio. Poi, con un sorriso storto: «Mai.»
In lontananza, si udirono le sirene dei carabinieri. Qualcuno aveva chiamato le forze dell’ordine già da minuti.
Gilanico capì che il tempo era scaduto. Si chinò, strappò il distintivo con il triangolo rosso dalla tuta di Triangolo e lo infilò nel suo mantello come trofeo.
«Questa battaglia è mia», disse con voce solenne. «Ma la guerra continua. La Zecca e io torneremo.»
Poi corse verso il muro di cinta, scavalcò con un balzo che solo lui ritenne eroico, e svanì nella nebbia.
Triangolo rimase sdraiato sull’erba, bagnato, umiliato, mentre i carabinieri arrivavano e trovavano solo lui e i suoi dipendenti esausti.
Ma quella notte, nel centro di igiene mentale dove Gilanico fu riportato (stavolta con un TSO più lungo), il guerriero celtico dormì sonni tranquilli.
Perché nel suo sogno, la Zecca gli batté una mano sulla spalla e disse: «Bel lavoro, cittadino. Un altro passo verso la giustizia.»
E fuori, nella Brianza addormentata, qualcuno giurò di aver visto una sagoma blu gigantesca camminare lungo la statale, diretta verso nord.
O forse era solo la nebbia.