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  1. #1
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    Predefinito Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    ### Le Cronache di Gilanico, il Celta Perduto

    In una piccola cittadina della Brianza, tra capannoni industriali e villette a schiera, viveva un uomo di nome Gilanico. Non era il suo vero nome, ovviamente: all’anagrafe risultava Gilberto Nicora, quarantadue anni, disoccupato cronico e ospite fisso del centro di igiene mentale locale. Ma per lui, Gilberto era solo una maschera imposta dai conquistatori. Lui era Gilanico, guerriero della tribù dei Celti Cisalpini, discendente diretto della gloriosa civiltà di Canegrate, nato millenni fa sulle rive del fiume Olona e misteriosamente proiettato in quest’epoca barbara.

    Gilanico passava le giornate avvolto in un mantello fatto di vecchie coperte verdi, con una spada di legno intagliata da lui stesso e un elmo ricavato da un secchio dell’immondizia rovesciato. Parlava poco con i “romani moderni”, come chiamava i suoi vicini, ma quando lo faceva era per annunciare la sua missione sacra: i discendenti dei Longobardi – che per lui erano tutti gli italiani del Nord con cognomi che finivano in -ardi, -berto o -lombardi – dovevano essere espropriati di ogni bene mobile e immobile, caricati su carri (o pullman, se proprio non c’erano carri) e rimandati in Scandinavia, da dove erano venuti a profanare la terra sacra dei Celti.

    «Prima gli togliamo le ville, le fabbriche, i SUV tedeschi», spiegava con voce solenne ai passanti terrorizzati, «poi li rimettiamo sulla via del Nord. È giustizia storica.»

    Per realizzare questo sogno titanico, Gilanico aveva bisogno di alleati potenti. E chi meglio del suo eroe supremo: La Zecca! Non una zecca qualunque, ma The Tick, il supereroe blu indistruttibile, paladino della giustizia con il costume a antenne. Gilanico lo chiamava familiarmente “Zecca” e passava ore a invocarlo, gridando verso il cielo: «Zecca! Vieni in mio aiuto con il tuo fedele ragazzo camola, Arthur! Insieme ristabiliremo l’ordine celtico!»

    Immaginava già la scena: Zecca che abbatteva i cancelli delle ville longobarde con un pugno, Arthur in costume da falena che volava di tetto in tetto a confiscare atti notarili. Sarebbe stato epico.

    Ma ogni eroe ha un arcinemico. Quello di Gilanico si chiamava Triangolo.

    Triangolo – al secolo Geom. Angelo Triangolo, titolare della ditta “Triangolo Disinfestazioni S.r.l.” di Desio – era un uomo basso, tarchiato, sempre in tuta bianca con il logo della sua azienda: un grande triangolo rosso con una croce uncinata stilizzata che lui giurava essere “solo un simbolo antico di protezione contro i parassiti”. Ricchissimo grazie a contratti con condomini e capannoni, Triangolo collezionava cimeli della RSI, guidava una Jeep nera con adesivi “Me ne frego” e odiava profondamente Gilanico.

    Per Triangolo, quel matto con il secchio in testa era l’incarnazione di tutto ciò che minacciava l’ordine: un pericoloso sovversivo che voleva espropriare la brava gente laboriosa (cioè lui e i suoi amici). Così, ogni volta che Gilanico cominciava a marciare per le strade con il suo cartello “REMIGRAZIONE LONGOBARDA ORA!”, Triangolo compariva con il suo furgone bianco, spruzzando disinfettante nell’aria e urlando al megafono: «Torna nel tuo centro di salute mentale, celta da strapazzo! Qui comanda la civiltà italica!»

    Una mattina di novembre, Gilanico decise che era arrivato il momento dell’azione decisiva. Si piazzò davanti alla villa di Triangolo – una mostruosità neopalladiana con colonne e leoni in cemento – e iniziò a urlare i suoi proclami.

    «Triangolo! Discendente di Alboino il profanatore! Consegnami le chiavi della tua dimora illegittima! La terra di Canegrate reclama giustizia!»

    Triangolo uscì sul balcone in camicia nera d’ordinanza, con una bomboletta di insetticida in mano.

    «Gilanico, sei l’ennesimo parassita sociale! Ti disinfesto io, personalmente!»

    E iniziò a spruzzare dal secondo piano.

    Gilanico alzò la spada di legno. «Zecca! Arthur! Ora! Venite in mio soccorso!»

    Per un momento, il vento portò via le urla, e Gilanico chiuse gli occhi. Li riaprì convinto di vedere una sagoma blu gigantesca atterrare nel giardino. Sentì persino la voce tonante: «SPOON! Non temere, cittadino celtico! La giustizia è qui!»

    Ma era solo un’allucinazione particolarmente vivida.

    Triangolo, invece, chiamò i carabinieri.

    Quando arrivarono, trovarono Gilanico che duellava contro un cespuglio, convinto fosse il ragazzo camola trasformato in nemico da Triangolo. Triangolo, dal balcone, applaudiva.

    I carabinieri conoscevano entrambi. Presero Gilanico con delicatezza, gli tolsero la spada di legno e lo accompagnarono al centro di salute mentale per il solito TSO.

    Triangolo scese in strada, soddisfatto. «Un parassita in meno», borbottò.

    Ma mentre il furgone della polizia si allontanava, Gilanico si voltò verso di lui dal finestrino e gridò con voce calma e solenne:

    «Questa non è finita, Triangolo. La Zecca veglia su di me. Un giorno tornerò con tutto l’esercito di Canegrate. E tu sarai il primo a salire sul carro verso il Nord.»

    Triangolo rise. Ma quella notte, nel silenzio della sua villa troppo grande, sentì un lieve ticchettio sulle antenne paraboliche del tetto.

    Forse era solo il vento.

    O forse era davvero una zecca.

    Una zecca molto, molto grande.


    @Triangolo nero @NULLA @Nordreich75

    Qui l'angolo delle avventure generate dall'AI

    Non so come abbia fatto ma ha inventato elementi coerenti con le poche indicazioni che ho dato
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  2. #2
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Gori Visualizza Messaggio
    Noi abbiamo la colpa del trollaggio, è innegabile

    Citazione Originariamente Scritto da Triangolo nero Visualizza Messaggio
    sono lesbica fin nel midollo.
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  3. #3
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    Qui l'AI fa vincere gilanico per par condicio



    ### La Battaglia Finale di Canegrate: Gilanico contro Triangolo

    Era una sera di dicembre, fredda e nebbiosa, tipica della Brianza profonda. Gilanico era evaso dal centro di igiene mentale per la terza volta quell’anno, stavolta con un piano preciso. Aveva passato settimane a preparare l’assalto finale: la villa di Triangolo, simbolo supremo dell’occupazione longobarda, doveva cadere quella notte stessa.

    Indossava il suo mantello di coperte verdi, l’elmo-secchio riverniciato di nero con rune celtiche disegnate col pennarello indelebile, e impugnava una spada nuova: un tubo di ferro rubato in un cantiere, avvolto in nastro isolante per fare presa. Dietro di lui, invisibili a tutti tranne che a lui, marciavano i suoi alleati: La Zecca, torreggiante e blu, con le antenne che vibravano di giustizia, e il Ragazzo Camola, Arthur, che volava silenzioso sopra i tetti con il suo costume da falena.

    «Stanotte, amici miei», sussurrò Gilanico mentre strisciava lungo il muro di cinta della villa, «ristabiliremo l’onore della civiltà di Canegrate. Espropriazione totale. Remigrazione immediata.»

    La Zecca annuì con un tonante «SPOON!» che solo Gilanico poté sentire.

    Triangolo, però, non era impreparato. Da mesi sospettava che il “celta pazzo” avrebbe tentato il colpo grosso. Aveva trasformato la sua villa in una fortezza: telecamere ovunque, cancelli elettrici, e un arsenale di prodotti disinfestanti modificati per uso... difensivo. Indossava la sua tuta bianca immacolata, con il triangolo rosso sul petto, stivali lucidi e un elmetto antisommossa comprato su eBay. Al suo fianco, due dipendenti fidati della Triangolo Disinfestazioni S.r.l., armati di pompe a pressione cariche di un cocktail letale di piretroidi e repellenti.

    Quando Gilanico scavalcò il muro e atterrò nel giardino, le luci di sicurezza si accesero all’improvviso, inondando tutto di bianco accecante.

    «Benvenuto, parassita celtico!» tuonò la voce di Triangolo dal balcone, amplificata da un megafono. «Stanotte ti stermino definitivamente!»

    Gilanico alzò la spada-tubolare. «Triangolo! La tua ora è giunta! Consegnami le chiavi, i titoli di proprietà, i codici dei conti offshore! Il popolo di Canegrate reclama ciò che è suo!»

    Triangolo rise, una risata grassa e brianzola. «Mai! Qui vige l’ordine italico! Fuoco!»

    I due disinfestatori aprirono le valvole. Due getti potenti di liquido chimico schizzarono verso Gilanico, che si gettò di lato rotolando sull’erba umida.

    «Zecca! Ora!» gridò.

    Nella sua mente, il supereroe blu caricò come un toro, deviando i getti con il suo corpo indistruttibile. Gilanico si rialzò di scatto e corse verso la porta principale, schivando un terzo spruzzo che gli sfiorò il mantello, facendolo fumare leggermente.

    Triangolo scese dal balcone, impugnando il suo weapon definitivo: un lanciafiamme portatile adattato da un cannello per diserbo termico. «Ti brucio come le erbacce galliche che sei!»

    Gilanico si fermò a dieci metri da lui. «Arthur! Il diversivo!»

    Immaginò il Ragazzo Camola piombare in picchiata, accecando i nemici con una nuvola di polvere di ali. Approfittò della “distrazione” per caricare Triangolo con un urlo gutturale in un celtico inventato.

    I due si scontrarono al centro del prato. Triangolo azionò il lanciafiamme: una lingua di fuoco arancione saettò verso Gilanico, che parò con la spada-tubolare (facendola arroventare) e rispose con un colpo laterale che centrò la bombola sulla schiena di Triangolo, facendolo barcollare.

    «Maledetto!» ringhiò Triangolo, riprendendo l’equilibrio. «Sei solo un fallito con deliri di grandezza!»

    «Io sono la memoria della mia gente!» rispose Gilanico, sferrando un altro colpo. «Tu sei solo un profittatore con la camicia nera comprata al mercatino!»

    Intorno a loro, i due disinfestatori cercavano di prendere la mira, ma Gilanico – galvanizzato dalla presenza immaginaria dei suoi superamici – si muoveva con un’energia folle, schivando, rotolando, urlando frasi come «Per Golasecca!» e «Insubri invincibili!».

    Triangolo, sudato e furioso, commise l’errore fatale: caricò a testa bassa con il lanciafiamme spento per usarlo come mazza. Gilanico lo lasciò avvicinare, poi – con un movimento che nella sua testa era stato coreografato dalla Zecca in persona – gli fece uno sgambetto da rugby.

    Triangolo cadde pesantemente sull’erba bagnata. La bombola gli sfuggì di mano e rotolò via.

    Per un istante, ci fu silenzio. Solo il ronzio delle telecamere e il respiro affannoso dei due contendenti.

    Gilanico puntò la spada arroventata alla gola di Triangolo.

    «Arrenditi. Firma l’atto di espropriazione volontaria. E prepara la valigia per la Scandinavia.»

    Triangolo lo fissò, gli occhi pieni d’odio. Poi, con un sorriso storto: «Mai.»

    In lontananza, si udirono le sirene dei carabinieri. Qualcuno aveva chiamato le forze dell’ordine già da minuti.

    Gilanico capì che il tempo era scaduto. Si chinò, strappò il distintivo con il triangolo rosso dalla tuta di Triangolo e lo infilò nel suo mantello come trofeo.

    «Questa battaglia è mia», disse con voce solenne. «Ma la guerra continua. La Zecca e io torneremo.»

    Poi corse verso il muro di cinta, scavalcò con un balzo che solo lui ritenne eroico, e svanì nella nebbia.

    Triangolo rimase sdraiato sull’erba, bagnato, umiliato, mentre i carabinieri arrivavano e trovavano solo lui e i suoi dipendenti esausti.

    Ma quella notte, nel centro di igiene mentale dove Gilanico fu riportato (stavolta con un TSO più lungo), il guerriero celtico dormì sonni tranquilli.

    Perché nel suo sogno, la Zecca gli batté una mano sulla spalla e disse: «Bel lavoro, cittadino. Un altro passo verso la giustizia.»

    E fuori, nella Brianza addormentata, qualcuno giurò di aver visto una sagoma blu gigantesca camminare lungo la statale, diretta verso nord.

    O forse era solo la nebbia.
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  4. #4
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Gori Visualizza Messaggio
    ### Le Cronache di Gilanico, il Celta Perduto

    In una piccola cittadina della Brianza, tra capannoni industriali e villette a schiera, viveva un uomo di nome Gilanico. Non era il suo vero nome, ovviamente: all’anagrafe risultava Gilberto Nicora, quarantadue anni, disoccupato cronico e ospite fisso del centro di igiene mentale locale. Ma per lui, Gilberto era solo una maschera imposta dai conquistatori. Lui era Gilanico, guerriero della tribù dei Celti Cisalpini, discendente diretto della gloriosa civiltà di Canegrate, nato millenni fa sulle rive del fiume Olona e misteriosamente proiettato in quest’epoca barbara.

    Gilanico passava le giornate avvolto in un mantello fatto di vecchie coperte verdi, con una spada di legno intagliata da lui stesso e un elmo ricavato da un secchio dell’immondizia rovesciato. Parlava poco con i “romani moderni”, come chiamava i suoi vicini, ma quando lo faceva era per annunciare la sua missione sacra: i discendenti dei Longobardi – che per lui erano tutti gli italiani del Nord con cognomi che finivano in -ardi, -berto o -lombardi – dovevano essere espropriati di ogni bene mobile e immobile, caricati su carri (o pullman, se proprio non c’erano carri) e rimandati in Scandinavia, da dove erano venuti a profanare la terra sacra dei Celti.

    «Prima gli togliamo le ville, le fabbriche, i SUV tedeschi», spiegava con voce solenne ai passanti terrorizzati, «poi li rimettiamo sulla via del Nord. È giustizia storica.»

    Per realizzare questo sogno titanico, Gilanico aveva bisogno di alleati potenti. E chi meglio del suo eroe supremo: La Zecca! Non una zecca qualunque, ma The Tick, il supereroe blu indistruttibile, paladino della giustizia con il costume a antenne. Gilanico lo chiamava familiarmente “Zecca” e passava ore a invocarlo, gridando verso il cielo: «Zecca! Vieni in mio aiuto con il tuo fedele ragazzo camola, Arthur! Insieme ristabiliremo l’ordine celtico!»

    Immaginava già la scena: Zecca che abbatteva i cancelli delle ville longobarde con un pugno, Arthur in costume da falena che volava di tetto in tetto a confiscare atti notarili. Sarebbe stato epico.

    Ma ogni eroe ha un arcinemico. Quello di Gilanico si chiamava Triangolo.

    Triangolo – al secolo Geom. Angelo Triangolo, titolare della ditta “Triangolo Disinfestazioni S.r.l.” di Desio – era un uomo basso, tarchiato, sempre in tuta bianca con il logo della sua azienda: un grande triangolo rosso con una croce uncinata stilizzata che lui giurava essere “solo un simbolo antico di protezione contro i parassiti”. Ricchissimo grazie a contratti con condomini e capannoni, Triangolo collezionava cimeli della RSI, guidava una Jeep nera con adesivi “Me ne frego” e odiava profondamente Gilanico.

    Per Triangolo, quel matto con il secchio in testa era l’incarnazione di tutto ciò che minacciava l’ordine: un pericoloso sovversivo che voleva espropriare la brava gente laboriosa (cioè lui e i suoi amici). Così, ogni volta che Gilanico cominciava a marciare per le strade con il suo cartello “REMIGRAZIONE LONGOBARDA ORA!”, Triangolo compariva con il suo furgone bianco, spruzzando disinfettante nell’aria e urlando al megafono: «Torna nel tuo centro di salute mentale, celta da strapazzo! Qui comanda la civiltà italica!»

    Una mattina di novembre, Gilanico decise che era arrivato il momento dell’azione decisiva. Si piazzò davanti alla villa di Triangolo – una mostruosità neopalladiana con colonne e leoni in cemento – e iniziò a urlare i suoi proclami.

    «Triangolo! Discendente di Alboino il profanatore! Consegnami le chiavi della tua dimora illegittima! La terra di Canegrate reclama giustizia!»

    Triangolo uscì sul balcone in camicia nera d’ordinanza, con una bomboletta di insetticida in mano.

    «Gilanico, sei l’ennesimo parassita sociale! Ti disinfesto io, personalmente!»

    E iniziò a spruzzare dal secondo piano.

    Gilanico alzò la spada di legno. «Zecca! Arthur! Ora! Venite in mio soccorso!»

    Per un momento, il vento portò via le urla, e Gilanico chiuse gli occhi. Li riaprì convinto di vedere una sagoma blu gigantesca atterrare nel giardino. Sentì persino la voce tonante: «SPOON! Non temere, cittadino celtico! La giustizia è qui!»

    Ma era solo un’allucinazione particolarmente vivida.

    Triangolo, invece, chiamò i carabinieri.

    Quando arrivarono, trovarono Gilanico che duellava contro un cespuglio, convinto fosse il ragazzo camola trasformato in nemico da Triangolo. Triangolo, dal balcone, applaudiva.

    I carabinieri conoscevano entrambi. Presero Gilanico con delicatezza, gli tolsero la spada di legno e lo accompagnarono al centro di salute mentale per il solito TSO.

    Triangolo scese in strada, soddisfatto. «Un parassita in meno», borbottò.

    Ma mentre il furgone della polizia si allontanava, Gilanico si voltò verso di lui dal finestrino e gridò con voce calma e solenne:

    «Questa non è finita, Triangolo. La Zecca veglia su di me. Un giorno tornerò con tutto l’esercito di Canegrate. E tu sarai il primo a salire sul carro verso il Nord.»

    Triangolo rise. Ma quella notte, nel silenzio della sua villa troppo grande, sentì un lieve ticchettio sulle antenne paraboliche del tetto.

    Forse era solo il vento.

    O forse era davvero una zecca.

    Una zecca molto, molto grande.


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    Esigo una seconda parte!
    It's rows upon rows of kings, whores and pawns, and the storm is rolling
    The vengeful and the bitter reach out for their fix
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  5. #5
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    Ah eccola...
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  6. #6
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    Citazione Originariamente Scritto da Nordreich75 Visualizza Messaggio
    Ah eccola...
    Era lo scontro finale che l'AI ha proposto nei suggerimenti
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  7. #7
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    Triangolo, però, non era impreparato. Da mesi sospettava che il “celta pazzo” avrebbe tentato il colpo grosso.

    Magnfico...


    Ma non può finire qui ci vuole la terza parte...meglio del filmone Kick Ass.
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  8. #8
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    "Gilanico – galvanizzato dalla presenza immaginaria dei suoi superamici – si muoveva con un’energia folle"

    È un'immagine convincente
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  9. #9
    iperbannatiSSimo
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Gori Visualizza Messaggio
    ### Le Cronache di Gilanico, il Celta Perduto

    In una piccola cittadina della Brianza, tra capannoni industriali e villette a schiera, viveva un uomo di nome Gilanico. Non era il suo vero nome, ovviamente: all’anagrafe risultava Gilberto Nicora, quarantadue anni, disoccupato cronico e ospite fisso del centro di igiene mentale locale. Ma per lui, Gilberto era solo una maschera imposta dai conquistatori. Lui era Gilanico, guerriero della tribù dei Celti Cisalpini, discendente diretto della gloriosa civiltà di Canegrate, nato millenni fa sulle rive del fiume Olona e misteriosamente proiettato in quest’epoca barbara.

    Gilanico passava le giornate avvolto in un mantello fatto di vecchie coperte verdi, con una spada di legno intagliata da lui stesso e un elmo ricavato da un secchio dell’immondizia rovesciato. Parlava poco con i “romani moderni”, come chiamava i suoi vicini, ma quando lo faceva era per annunciare la sua missione sacra: i discendenti dei Longobardi – che per lui erano tutti gli italiani del Nord con cognomi che finivano in -ardi, -berto o -lombardi – dovevano essere espropriati di ogni bene mobile e immobile, caricati su carri (o pullman, se proprio non c’erano carri) e rimandati in Scandinavia, da dove erano venuti a profanare la terra sacra dei Celti.

    «Prima gli togliamo le ville, le fabbriche, i SUV tedeschi», spiegava con voce solenne ai passanti terrorizzati, «poi li rimettiamo sulla via del Nord. È giustizia storica.»

    Per realizzare questo sogno titanico, Gilanico aveva bisogno di alleati potenti. E chi meglio del suo eroe supremo: La Zecca! Non una zecca qualunque, ma The Tick, il supereroe blu indistruttibile, paladino della giustizia con il costume a antenne. Gilanico lo chiamava familiarmente “Zecca” e passava ore a invocarlo, gridando verso il cielo: «Zecca! Vieni in mio aiuto con il tuo fedele ragazzo camola, Arthur! Insieme ristabiliremo l’ordine celtico!»

    Immaginava già la scena: Zecca che abbatteva i cancelli delle ville longobarde con un pugno, Arthur in costume da falena che volava di tetto in tetto a confiscare atti notarili. Sarebbe stato epico.

    Ma ogni eroe ha un arcinemico. Quello di Gilanico si chiamava Triangolo.

    Triangolo – al secolo Geom. Angelo Triangolo, titolare della ditta “Triangolo Disinfestazioni S.r.l.” di Desio – era un uomo basso, tarchiato, sempre in tuta bianca con il logo della sua azienda: un grande triangolo rosso con una croce uncinata stilizzata che lui giurava essere “solo un simbolo antico di protezione contro i parassiti”. Ricchissimo grazie a contratti con condomini e capannoni, Triangolo collezionava cimeli della RSI, guidava una Jeep nera con adesivi “Me ne frego” e odiava profondamente Gilanico.

    Per Triangolo, quel matto con il secchio in testa era l’incarnazione di tutto ciò che minacciava l’ordine: un pericoloso sovversivo che voleva espropriare la brava gente laboriosa (cioè lui e i suoi amici). Così, ogni volta che Gilanico cominciava a marciare per le strade con il suo cartello “REMIGRAZIONE LONGOBARDA ORA!”, Triangolo compariva con il suo furgone bianco, spruzzando disinfettante nell’aria e urlando al megafono: «Torna nel tuo centro di salute mentale, celta da strapazzo! Qui comanda la civiltà italica!»

    Una mattina di novembre, Gilanico decise che era arrivato il momento dell’azione decisiva. Si piazzò davanti alla villa di Triangolo – una mostruosità neopalladiana con colonne e leoni in cemento – e iniziò a urlare i suoi proclami.

    «Triangolo! Discendente di Alboino il profanatore! Consegnami le chiavi della tua dimora illegittima! La terra di Canegrate reclama giustizia!»

    Triangolo uscì sul balcone in camicia nera d’ordinanza, con una bomboletta di insetticida in mano.

    «Gilanico, sei l’ennesimo parassita sociale! Ti disinfesto io, personalmente!»

    E iniziò a spruzzare dal secondo piano.

    Gilanico alzò la spada di legno. «Zecca! Arthur! Ora! Venite in mio soccorso!»

    Per un momento, il vento portò via le urla, e Gilanico chiuse gli occhi. Li riaprì convinto di vedere una sagoma blu gigantesca atterrare nel giardino. Sentì persino la voce tonante: «SPOON! Non temere, cittadino celtico! La giustizia è qui!»

    Ma era solo un’allucinazione particolarmente vivida.

    Triangolo, invece, chiamò i carabinieri.

    Quando arrivarono, trovarono Gilanico che duellava contro un cespuglio, convinto fosse il ragazzo camola trasformato in nemico da Triangolo. Triangolo, dal balcone, applaudiva.

    I carabinieri conoscevano entrambi. Presero Gilanico con delicatezza, gli tolsero la spada di legno e lo accompagnarono al centro di salute mentale per il solito TSO.

    Triangolo scese in strada, soddisfatto. «Un parassita in meno», borbottò.

    Ma mentre il furgone della polizia si allontanava, Gilanico si voltò verso di lui dal finestrino e gridò con voce calma e solenne:

    «Questa non è finita, Triangolo. La Zecca veglia su di me. Un giorno tornerò con tutto l’esercito di Canegrate. E tu sarai il primo a salire sul carro verso il Nord.»

    Triangolo rise. Ma quella notte, nel silenzio della sua villa troppo grande, sentì un lieve ticchettio sulle antenne paraboliche del tetto.

    Forse era solo il vento.

    O forse era davvero una zecca.

    Una zecca molto, molto grande.


    @Triangolo nero @NULLA @Nordreich75

    Qui l'angolo delle avventure generate dall'AI

    Non so come abbia fatto ma ha inventato elementi coerenti con le poche indicazioni che ho dato
    M.E.R.A.V.I.G.L.I.O.S.O.

    Storie di Celti cisalpini e dei loro nemiciStorie di Celti cisalpini e dei loro nemiciStorie di Celti cisalpini e dei loro nemiciStorie di Celti cisalpini e dei loro nemici
    When history comes to you enforced by law, only one thing is certain: IT'S A LIE!
    "Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme." (Charles Bukowsky)

  10. #10
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    Predefinito Re: Storie di Celti cisalpini e dei loro nemici

    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Gori Visualizza Messaggio
    Qui l'AI fa vincere gilanico per par condicio



    ### La Battaglia Finale di Canegrate: Gilanico contro Triangolo

    Era una sera di dicembre, fredda e nebbiosa, tipica della Brianza profonda. Gilanico era evaso dal centro di igiene mentale per la terza volta quell’anno, stavolta con un piano preciso. Aveva passato settimane a preparare l’assalto finale: la villa di Triangolo, simbolo supremo dell’occupazione longobarda, doveva cadere quella notte stessa.

    Indossava il suo mantello di coperte verdi, l’elmo-secchio riverniciato di nero con rune celtiche disegnate col pennarello indelebile, e impugnava una spada nuova: un tubo di ferro rubato in un cantiere, avvolto in nastro isolante per fare presa. Dietro di lui, invisibili a tutti tranne che a lui, marciavano i suoi alleati: La Zecca, torreggiante e blu, con le antenne che vibravano di giustizia, e il Ragazzo Camola, Arthur, che volava silenzioso sopra i tetti con il suo costume da falena.

    «Stanotte, amici miei», sussurrò Gilanico mentre strisciava lungo il muro di cinta della villa, «ristabiliremo l’onore della civiltà di Canegrate. Espropriazione totale. Remigrazione immediata.»

    La Zecca annuì con un tonante «SPOON!» che solo Gilanico poté sentire.

    Triangolo, però, non era impreparato. Da mesi sospettava che il “celta pazzo” avrebbe tentato il colpo grosso. Aveva trasformato la sua villa in una fortezza: telecamere ovunque, cancelli elettrici, e un arsenale di prodotti disinfestanti modificati per uso... difensivo. Indossava la sua tuta bianca immacolata, con il triangolo rosso sul petto, stivali lucidi e un elmetto antisommossa comprato su eBay. Al suo fianco, due dipendenti fidati della Triangolo Disinfestazioni S.r.l., armati di pompe a pressione cariche di un cocktail letale di piretroidi e repellenti.

    Quando Gilanico scavalcò il muro e atterrò nel giardino, le luci di sicurezza si accesero all’improvviso, inondando tutto di bianco accecante.

    «Benvenuto, parassita celtico!» tuonò la voce di Triangolo dal balcone, amplificata da un megafono. «Stanotte ti stermino definitivamente!»

    Gilanico alzò la spada-tubolare. «Triangolo! La tua ora è giunta! Consegnami le chiavi, i titoli di proprietà, i codici dei conti offshore! Il popolo di Canegrate reclama ciò che è suo!»

    Triangolo rise, una risata grassa e brianzola. «Mai! Qui vige l’ordine italico! Fuoco!»

    I due disinfestatori aprirono le valvole. Due getti potenti di liquido chimico schizzarono verso Gilanico, che si gettò di lato rotolando sull’erba umida.

    «Zecca! Ora!» gridò.

    Nella sua mente, il supereroe blu caricò come un toro, deviando i getti con il suo corpo indistruttibile. Gilanico si rialzò di scatto e corse verso la porta principale, schivando un terzo spruzzo che gli sfiorò il mantello, facendolo fumare leggermente.

    Triangolo scese dal balcone, impugnando il suo weapon definitivo: un lanciafiamme portatile adattato da un cannello per diserbo termico. «Ti brucio come le erbacce galliche che sei!»

    Gilanico si fermò a dieci metri da lui. «Arthur! Il diversivo!»

    Immaginò il Ragazzo Camola piombare in picchiata, accecando i nemici con una nuvola di polvere di ali. Approfittò della “distrazione” per caricare Triangolo con un urlo gutturale in un celtico inventato.

    I due si scontrarono al centro del prato. Triangolo azionò il lanciafiamme: una lingua di fuoco arancione saettò verso Gilanico, che parò con la spada-tubolare (facendola arroventare) e rispose con un colpo laterale che centrò la bombola sulla schiena di Triangolo, facendolo barcollare.

    «Maledetto!» ringhiò Triangolo, riprendendo l’equilibrio. «Sei solo un fallito con deliri di grandezza!»

    «Io sono la memoria della mia gente!» rispose Gilanico, sferrando un altro colpo. «Tu sei solo un profittatore con la camicia nera comprata al mercatino!»

    Intorno a loro, i due disinfestatori cercavano di prendere la mira, ma Gilanico – galvanizzato dalla presenza immaginaria dei suoi superamici – si muoveva con un’energia folle, schivando, rotolando, urlando frasi come «Per Golasecca!» e «Insubri invincibili!».

    Triangolo, sudato e furioso, commise l’errore fatale: caricò a testa bassa con il lanciafiamme spento per usarlo come mazza. Gilanico lo lasciò avvicinare, poi – con un movimento che nella sua testa era stato coreografato dalla Zecca in persona – gli fece uno sgambetto da rugby.

    Triangolo cadde pesantemente sull’erba bagnata. La bombola gli sfuggì di mano e rotolò via.

    Per un istante, ci fu silenzio. Solo il ronzio delle telecamere e il respiro affannoso dei due contendenti.

    Gilanico puntò la spada arroventata alla gola di Triangolo.

    «Arrenditi. Firma l’atto di espropriazione volontaria. E prepara la valigia per la Scandinavia.»

    Triangolo lo fissò, gli occhi pieni d’odio. Poi, con un sorriso storto: «Mai.»

    In lontananza, si udirono le sirene dei carabinieri. Qualcuno aveva chiamato le forze dell’ordine già da minuti.

    Gilanico capì che il tempo era scaduto. Si chinò, strappò il distintivo con il triangolo rosso dalla tuta di Triangolo e lo infilò nel suo mantello come trofeo.

    «Questa battaglia è mia», disse con voce solenne. «Ma la guerra continua. La Zecca e io torneremo.»

    Poi corse verso il muro di cinta, scavalcò con un balzo che solo lui ritenne eroico, e svanì nella nebbia.

    Triangolo rimase sdraiato sull’erba, bagnato, umiliato, mentre i carabinieri arrivavano e trovavano solo lui e i suoi dipendenti esausti.

    Ma quella notte, nel centro di igiene mentale dove Gilanico fu riportato (stavolta con un TSO più lungo), il guerriero celtico dormì sonni tranquilli.

    Perché nel suo sogno, la Zecca gli batté una mano sulla spalla e disse: «Bel lavoro, cittadino. Un altro passo verso la giustizia.»

    E fuori, nella Brianza addormentata, qualcuno giurò di aver visto una sagoma blu gigantesca camminare lungo la statale, diretta verso nord.

    O forse era solo la nebbia.
    Cazzo che spettacolo... ho fatto il tifo per Gilanico il golasecchianio.
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