“Travaglio… dovrà pagare altri 50.000 euro. (…) La verità prima o poi arriva. Il tempo è galantuomo”. Era il 16 novembre 2018 e Matteo Renzi, su Facebook, festeggiava la causa vinta da papà Tiziano contro il direttore del Fatto Marco Travaglio. Però poi il tempo è stato galantuomo, ma non come intendeva l’ex premier. E il 22 gennaio scorso è arrivata una sentenza che chiude il caso, condannando Renzi sr. a restituire i soldi incassati precedentemente. Altra brutta notizia, dato che solo pochi giorni fa proprio l’ex premier è stato condannato a restituire al nostro quotidiano, comprese le spese legali, 225 mila euro. Ora tocca al padre: dovrà restituire a Travaglio 76.295 euro oltre 12.459 euro di spese di giudizio. Il babbo aveva querelato il direttore per la frase pronunciata il 9 marzo 2017 a Otto e mezzo (La7): “… se il padre del capo del governo si mette in affari o si interessa di affari che riguardano aziende controllate dal governo…”. In primo grado Travaglio, non avendo ricevuto la notifica, è rimasto contumace e, senza aver potuto depositare atti per difendersi, è stato condannato al risarcimento di 50 mila euro. Sentenza confermata in Corte di Appello di Firenze. Travaglio ha proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha rinviato per una nuova valutazione alla Corte di Appello. Che alla fine ha dato ragione al direttore del Fatto. Per i giudici, “appare palese come l’obiettivo della critica fosse Matteo Renzi, e non il padre (…) Certamente il giornalista ben poteva esprimere la sua opinione, avente ad oggetto un personaggio pubblico (ex presidente del Consiglio). Se anche, poi, si volesse sostenere che la critica coinvolgeva anche Tiziano Renzi il risultato non muterebbe, posto che” era impegnato nella vita politica essendo stato segretario del Pd di Rignano sull’Arno. Inoltre, rilevano i giudici, Tiziano Renzi in quel momento era indagato nell’inchiesta Consip (è stato assolto in primo grado). “Poiché è vero che all’epoca dei fatti Tiziano Renzi era iscritto nel registro degli indagati – scrive la Cassazione – e che l’ipotesi investigativa (…) era che avesse preso parte a un traffico illecito di influenze (…) si deve ritenere che il dato fattuale da cui Travaglio muoveva, nell’esternare la sua critica, avesse all’epoca dei fatti un pieno riscontro”. La libertà di manifestazione di pensiero, ricordano i giudici, “diventa strumentale anche al controllo sul potere politico da parte dei cittadini e assume la funzione di contribuire alla formazione della pubblica opinione”. Concetto, per la politica, difficile da digerire.




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