
Originariamente Scritto da
The Jackal
https://www.ilpoliticoweb.it/san-sir...-allideologia/
Non sapevo nemmeno non mi interesano le Olimpiadi ma se c'ero avrei fischiato pure io, un appluaso agli italiani che lo hanno fatto anche per me
San Siro, fischi a Israele e Vance: lo sport piegato all’ideologia
7 Feb 2026 - Italia
Fischi e contestazioni alla cerimonia inaugurale di Milano-Cortina: quando lo sport diventa tribunale politico e l’Italia perde il senso della misura.
Durante l’apertura dei Giochi di Milano-Cortina a San Siro, parte del pubblico ha fischiato la delegazione israeliana e il vicepresidente USA JD Vance. Un episodio che solleva interrogativi sul clima ideologico negli eventi sportivi e sulla politicizzazione delle piazze occidentali.
Il boato sbagliato nel tempio dello sport
Ci sono momenti in cui una nazione dovrebbe mostrarsi per ciò che è: matura, ospitale, capace di distinguere tra conflitti geopolitici e rispetto istituzionale. La cerimonia inaugurale dei Giochi di Olimpiadi Invernali di Milano‑Cortina 2026 avrebbe dovuto essere uno di questi momenti.
E invece, dagli spalti di Stadio San Siro, è arrivato un segnale opposto: fischi, contestazioni, cori ostili. Prima contro la delegazione di Israele, poi contro il vicepresidente americano JD Vance, inquadrato sui maxischermi.
Non si è trattato di una protesta politica organizzata, ma di qualcosa di più sottile e inquietante: una reazione istintiva, quasi riflessa, come se una parte dell’opinione pubblica fosse ormai programmata a trasformare ogni palco internazionale in un’arena ideologica.
Quando lo sport smette di unire
Lo sport, soprattutto quello olimpico, nasce con una funzione simbolica precisa: sospendere le tensioni, ricordare che prima delle bandiere vengono gli atleti, prima dei governi vengono le persone.
Fischiare una delegazione non significa colpire un governo. Significa colpire ragazzi e ragazze che hanno passato anni ad allenarsi per rappresentare il proprio Paese. Significa ridurre un momento universale a una rissa da social network.
È la stessa logica da “curva politica” che negli ultimi anni ha contaminato tutto: università, piazze, teatri, festival culturali. Ora anche le Olimpiadi.
L’ideologia come riflesso condizionato
Il punto più grave non è il dissenso – legittimo in democrazia – ma la sua automatizzazione.
Israele? Fischi.
Un esponente americano? Fischi.
Non importa il contesto, non importa il luogo. Conta solo l’etichetta.
È il segno di un clima culturale che ha trasformato parte dell’establishment progressista occidentale in una macchina di reazioni pavloviane: indignazione istantanea, moralismo selettivo, zero profondità.
Curiosamente, la stessa severità non si vede mai contro regimi autoritari, teocrazie o potenze che violano sistematicamente i diritti umani. Lì cala spesso il silenzio. Qui invece si alza il coro.
Un autogol per l’Italia
C’è poi un tema d’immagine nazionale.
L’Italia ospitava il mondo. Doveva mostrarsi elegante, capace di accogliere tutti, al di là delle simpatie politiche. I fischi non hanno danneggiato Israele o Vance: hanno danneggiato noi.
Hanno dato l’idea di un Paese nervoso, diviso, facilmente manipolabile dal vento della propaganda globale.
Un Paese che fatica a separare la cronaca internazionale dal rispetto istituzionale.
E questo, in un evento che dovrebbe celebrare eccellenza, disciplina e unità, è il vero cortocircuito.
Il confine tra protesta e infantilismo collettivo
La democrazia non è urlare sempre. Non è trasformare ogni occasione in una contestazione da stadio.
La democrazia adulta sa quando parlare e quando tacere. Sa distinguere tra la critica politica e la maleducazione civica.
Se non recuperiamo questa misura, finiremo per perdere qualcosa di più grande di una cerimonia: perderemo la capacità di riconoscerci come comunità, anche davanti al mondo.
E a quel punto, non saranno più solo fischi. Sarà il rumore di un Paese che non sa più ascoltare se stesso.