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Discussione: Piero Ciampi

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    Piero Ciampi



    Le canzoni, il vino, le fughe, gli amori. Dall’oscura gavetta come primo e unico chansonnier italiano a Parigi, ai capolavori degli anni 70 che reinventeranno la nostra musica d’autore. Piero Ciampi è un'eccezione assoluta. Una porta che si spalanca sui mondi più oscuri e (im)possibili della patria canzone. Una vita a precipizio: fuori dalle logiche e dagli schemi. E una musica che le somiglia: eccentrica e avveniristica, spiazzante e inimitabile precorritrice della scena alternativa italiana. La guerra di Piero non finisce mai: perché "non si combatte con le armi ma col cuore"



    Piero Ciampi, ogni notte, collezionava donne di cui poche ore dopo a stento ricordava il nome, solo due ne ha amate veramente e le ha perse entrambe, per colpa sua e per sempre. Piero Ciampi cominciava a bere di primo mattino, per schiarirsi le idee, innaffiandole e mescolandole in piccole poesie fino a che il sonno non concedeva una tregua ai suoi cattivi pensieri. Piero Ciampi si dà con tutto se stesso alle persone che incontra oppure le prende a pugni. Qualsiasi cosa pur di abbattere a colpi di scure la foresta d’indifferenza che lo circonda. Piero Ciampi è amico degli scaricatori, degli stradini, dei disoccupati come e più di quanto può esserlo di intellettuali come Moravia, Bene o Schifano. Piero Ciampi si fa pagare cinquecentomila lire (degli anni Settanta!) per cantare mezza canzone e mandare affanculo il pubblico. Piero Ciampi è odiato dai colleghi, dai discografici, dalle radio e dalle televisioni. Piero Ciampi sputa in faccia al successo ogni volta che può e, scommetteteci pure, gode come un pazzo a mandare tutto in vacca. L’unica formalità a cui tiene, a questo mondo, è che lo si chiami poeta e tanto briga che riesce a farsi stampare, a chiare lettere, questa bestemmia dell’industria culturale perfino sul suo passaporto lercio e spiegazzato, alla voce “professione”.

    Piero Ciampi è una porta che si spalanca sui mondi più oscuri e (im)possibili della patria canzone. Su uno scenario così apparentemente lugubre e sconsolato che qualcuno s’è subito affrettato a richiuderla, quella porta, o, al massimo, a istituzionalizzarla con una targa, un premio, com’era già successo per Tenco. Diffidate delle rivalutazioni. È Corto Maltese che s’avventura nel suo ultimo viaggio, quello “al confine della notte”. È uno sguardo lucido, scanzonato, commosso e consapevole sul cupio dissolvi. Una sfida già persa in partenza, eppure raccolta contro ogni logica, una sconfitta a cui si va incontro con il sorriso sulle labbra, come William Holden ne “Il Mucchio Selvaggio”. Perché quello che conta non è tanto la vittoria ma l’azione, come in Hemingway. Avere o non avere è la stessa cosa. L’importante è buttare giù tutto in una sorsata e risvegliarsi chissà dove all’alba dell’indomani. La sua vita è un’opera d’arte misteriosa e travagliata quanto l’arte che l'ha ispirato per tutta una vita. La musica è solo un pretesto. L’importante è vivere. A modo suo, sempre e comunque. Piero Ciampi è un avanzo di “bohéme”, ha sbagliato secolo. Un anarchico di Bianciardi. Un clochard, un capocomico senza compagnia, il demone che si nasconde sul fondo dell’ennesima bottiglia. È la mina vagante che fa saltare in aria lo iato apparente che c’è fra mercato e ideologia. Fra Sanremo e la canzone d’autore. E dovremmo essergliene tutti grati. Cosa c’entra lui con la musica italiana? No, semmai cosa c’entra la musica italiana con uno come lui.

    Sul porto di Livorno

    Piero CiampiPiero Ciampi nasce a Livorno il 28 settembre del 1934, nel quartiere Pontino. Un porto d’occidente che dà sul lontano Atlantico. Una roccaforte marinara solcata da “fossi”, scali e “cantine”. Una casbah fragrante di afrori salmastri e miraggi di terre lontane (“Io non ho lasciato il mio cuore/ A San Francisco/ Io ho lasciato il mio cuore/ Sul porto di Livorno/ Le luci si accendevano sul mare/ Era un giorno strano:/ Mi rifiutai di credere che fossero lampare” scriverà molti anni più tardi).
    Il padre di Piero è un commerciante di pellame (“di pelle”, quindi, non “di perle” come vuole una diceria più volte ripresa dai giornali) che ha avuto due mogli e tre figli e sopravviverà a tutti e tre.
    Livorno rimarrà sempre il porto franco della sua anima da zingaro. Una città di repentini addii e fugaci ricongiungimenti. Una tana che Piero dovrà abbandonare una prima volta già nel 1943 dopo il primo tragico bombardamento di Livorno che devastò completamente la zona del porto, causando quasi seimila vittime e costringendo la sua famiglia a riparare nelle campagne pisane. Maggiorenne Piero s’iscriverà alla facoltà d’ingegneria dell’Università di Pisa. Ma non dura molto: qualche esame e se ne torna a Livorno, c’è la musica nel suo futuro.

    Con i fratelli mette su un trio dove ha modo di collaudare il suo particolarissimo stile di canto - più simile a quello dei mattatori d’oltralpe (un po’ Yves Montand, un po’ Boris Vian) che ai “tenori” nostrani - aspro e arcigno, a tratti quasi altezzoso ma capace di sospiri melodici dolcissimi - e di fare un po’ di gavetta nei localini da ballo. Per guadagnarsi da vivere vende olio in un deposito all’interno del porto. Poi viene richiamato per il servizio militare, fa il Car a Pesaro dove conosce, fra gli altri, Gianfranco Reverberi e dove il suo arrivo passerà tutt’altro che inosservato, rivelando in modo già plateale tutti gli elementi distintivi di una personalità vulcanica: beve “come un’irlandese”, “non gli fa paura niente tanto meno un prepotente”, tanto che cerca deliberatamente la rissa coi “nonni” ed è, per usare un eufemismo, insofferente alla disciplina soldatesca, declama, nell’ilarità della camerata, stravaganti poesie inventate lì per lì e scrive toccanti lettere d’amore con cui farà innamorare la figlia del suo comandante; nelle libere uscite va in giro a suonare per locali, un po’ dove capita.
    Congedatosi, verso la metà degli anni 50 suona per un po’ il contrabbasso (il suo strumento, prima del pianoforte) nelle orchestrine della Versilia, ma quella musica non la "sente", non è la sua, non gli piace e la cornice sgargiante del fetale “boom” vacanziero - dei padroncini con le loro amichette, dei figli di papà sulle automobili sportive, dei “poveri ma belli” definiti “volgarmente pornografici” o “turbatori di coscienze” dal Santo Padre in persona - gli è, se possibile, ancora più indigesta e soffocante.

    È il 1957. A quei tempi per uno come lui, la meta predestinata è una e una sola: Parigi, via Genova, un viaggio di fortuna, senza una lira in tasca e il naufragio nella città dei pittori, dell’esistenzialismo e degli chansonnier. Un altro livornese dopo Modigliani. Piero frequenta Céline e beve alla sua salute, va vedere Brassens e ne rimane folgorato, per un po’ campa di sotterfugi, digiuni ed espedienti, poi ha l’idea che potrebbe cambiargli la vita (anche se alla fin fine, come vedremo poi, non sarà cosi): cantare le poesie che scalfisce ubriaco sui tovagliolini da cocktail nei locali semideserti e malfamati che hanno la ventura di ospitarlo. È bravo, ma è già un caso a parte. Fa cose che nel nostro paese sono ancora virtualmente sconosciute. Assomiglia a un cantautore allora di moda, Felix Léclerc. Ma è italiano. Così comincia a farsi un nome (e, se è per questo, anche un cognome): “Piero L’Italianò”. Tronco e apostrofato, come piace ai cugini. Si beve tutto.
    Nel 1959 il ritorno il Italia, di nuovo a Livorno, di nuovo senza soldi, tale e quale a com’era partito. Ma qualcosa sta cambiando. È il 1960, un malessere diffuso serpeggia per il Belpaese, Tambroni è al governo con l’appoggio esterno del Movimento Sociale e Scelba, a Reggio Emilia, spara a zero sui lavoratori (vorremmo tanto che fosse una metafora ma, purtroppo per il nostro paese, non lo è). Una nuova generazione di musicisti si affaccia sulla scena: sono i primi cantautori. Dalla scuola francese a quella genovese. La strada di Piero s’incrocia un’altra volta con quella di Reverberi, deus ex machina della scena ligure, che ora lavora a Milano per la Ricordi, il fulcro discografico della giovane musica “colta” (che all’epoca vuol dire soprattutto Bindi e Paoli o, al massimo, gli ancor defilati Tenco ed Endrigo), come produttore e arrangiatore.

    Autunno a Milano

    È uno strano tipo di cantautore quello che sbarca nella città dei due Manzoni durante i primi mesi del 60. Un marziano a Milano. Piero Ciampi non si smentisce: troppo “italiano” per i francesi, troppo “francese” per gli italiani. Troppo acerbo per fissare uno standard e troppo se stesso per sfondare .Viene messo sotto contratto da Guido Crepax, l’etichetta è la Bluebell di Antonio Casetta per la quale incide i 45 giri di prammatica a nome Piero Litaliano. Naturalizzato, senz’apostrofo e senz’accento.
    Le correzioni prosodiche racchiudono, in parte, il senso di questa sua prima esperienza con l’industria musicale: imbrigliato nel pop-jazz orchestrale della premiata ditta meneghina, sembra un Vian o un Becaud costretto, suo malgrado, a cantare da Modugno. L’esordio, tuttavia, è folgorante. Una cometa che brucia in fretta e passa una volta sola, mentre tutti gli occhi sono rivolti altrove. Lato A: “Comphiteor”, scioccante intro parlata che prelude ai capolavori del Ciampi maturo, segue una poco convinta interpretazione nella maniera del cantautore dell’ “Uomo In Frak”, scandita da surreali coretti infantili stile Reverberi (un marchio di fabbrica: si pensi solo al “Girotondo” di De Andrè in “Tutti Morimmo A Stento”). Ma quello che più colpisce è il testo, qualcosa d’inaudito nel panorama “amore/cuore” del decennio precedente: Ciampi scrive un microdramma in zero atti, l’autoritratto orale di un perdente autolesionista poco pentito di esserlo (“che una volta in una rissa, mi sono arreso a un nano (…) e giuro ogni mattina di fare grandi cose/ ma quando vien la sera che ho fatto? Niente/ che gioco sui cavalli il soldo che mi resta/ e tengo nelle tasche sogni strani”), svelando il lato oscuro della normalità piccolo-borghese (“Mia madre, quando parla di me, dice che sono un buon figlio/ i miei fratelli mi chiamano il loro buon fratello/ i miei amici poi, dicono che sono un loro buon amico, ma loro non sanno…”) con inflessioni tragicomiche degne d’un Cecco Angiolieri.
    Il lato B, al confronto, scolora impietosamente sotto il peso degli anni: “La Grotta Dell’Amore”, fantasia idilliaca ramata da lampi di follia, fra il jazz confidenziale di Marino Marini e lo shouting mediterraneo di Modugno.

    Nel 1961 segue la doppietta “L’Ultima Volta Che La Vidi”/ “Quando Si Leva Il Vento”: ancora notevole la prima, con la sua epica popolaresca alla Rustichelli, i crescendo orchestrali, i toccanti cori femminili in sottofondo, citazioni, forse involontarie, di Camus (“in questa vita sono uno straniero”) e versi capolavoro come “io non posso più andare/ tra i sorrisi della gente/ né chiedere alle cose un posto in mezzo a loro”; più manierata la seconda, italo-pop orchestrale cinquantesco e venato di jazz.
    L’anno dopo pubblica ancora un pezzo marginale e derivativo, “Alè Alè”, tentativo di rincorrere lo swing cabarettistico di Buscaglione, e uno clamorosamente in anticipo sui tempi, “Non Siamo Tutti Eroi”, enfasi reverberiana-morriconiana, anti-epos post-bellico adombrato in pennellate fiabesche che anticipano “40 Soldati e 40 Sorelle”, la guerra vista dalla parte delle vittime innocenti che alla fine si somigliano tutte e per questo, come in Pavese, “ce ne chiedono ragione”.

    Nel frattempo è passato alla Cgd, sempre con Crepax, che nel 1963 pubblica il suo esordio a 33 giri. Piero Litaliano (per lo più una raccolta di singoli) è un disco di discreta fattura, che aderisce piattamente agli standard pop dei primi anni Sessanta e, pur non possedendo la limpida maestria d’un Paoli, la virtuosistica ricchezza compositiva d’un Bindi, né l’animo noir e l’acutezza polemica d’un Tenco, per questo genere di canzoni, mette in mostra un pugno d’ illuminazioni che lo elevano ben al di sopra della mischia canzonettistica.

    Fra echi di Paoli (nel canovaccio melodico di “Fino All’Ultimo Minuto” che è praticamente quello di “Senza Fine” e nell’orchestrale “Il Tuo Ricordo”, sostenuta da una ritmica impalpabile) e di Tenco (l’amara “Non So Più Niente” con i pattern alternati di fiati e violini e la danubiana “Qualcuno Tornerà”), episodi confidenziali come “Autunno A Milano” (pochi dettagli autobiografici e rivelatori, buttati là quasi sbadatamente, a dare forza ai luoghi comuni della lirica amorosa), “Ho Lasciato A Casa Il Tuo Sorriso” e “Quando Il Giorno Tornerà” (la strofa “sussurrata” alla Henri Salvador e l’inciso decisamente italico), prendono forma gli ultimi gioielli firmati “Litaliano” e i primi carati del Ciampi più autentico: la melanconia ironica e contagiosa di “Fra Cent’Anni”; “La Polvere Si Alza”, con gli archi lugubri e incrinati come in un deguello morriconiano e Piero decisamente più a suo agio nel recital che nel bel canto dilagante del ritornello; “Confesso”, quasi un remake, poco più politicamente corretto, di “Comphiteor” - un vigliacco che si finge eroe come il Bardamu di Céline, la tragedia del commediante, un clown sull’orlo d’una crisi di nervi - sviscerato su un brillante tema jazz da big band che sembra uscito dai film di James Bond; e, dulcis in fundo, “Non Chiedermi Più”, finalmente degna d’un Brel, dove già mette a punto quello stile scapigliato, colloquiale, teatrale e debordante che verrà nel dialogo/invettiva fra lui e un’amante complicata e recalcitrante (“sono anni che vai avanti con quella tua testa piena d’incomprensione”).

    Il cantante di domani

    Piero Ciampi“Il cantante di domani lo lanceranno come un detersivo, l'industria della canzone si aggiorna. [...] Ormai si creano i successi prefabbricati. Questo giovanotto si chiama Piero Litaliano e il suo nome, fra qualche mese, sarà sulla bocca di tutti: sono già pronti i dischi, i manifesti e gli slogan pubblicitari. [...] Fra sei mesi, un anno al massimo, Piero Litaliano sarà popolare come Mina. [...] è il cantante nuovo costruito scientificamente per il 1962.”.
    Invece nisba. Nonostante gli sproloqui della “Domenica del Corriere” non si cava un ragno dal buco. Niente più niente uguale a niente. Piero è il cantante di un domani così lontano che per trovare un suo album in vendita al negozio sottocasa bisognerà aspettare il 1990. Ironia della sorte.

    A Milano ha chiuso, torna a Livorno dove incontra un tale di nome Gaetano Pulvirenti, ex-dipendente della Rca, che gli propone di mettersi dietro una scrivania a scrivere motivetti radiofonici e a dirigere la sua piccola etichetta discografica, la Ariel. Fra i due, una volta tanto, non è Piero il più folle. Produce un paio di 45 giri per Giorgia Moll, una divetta dei “caroselli”, poi mentre la popolare Milly rifà la sua “Autunno A Milano” (1964), compone un motivo intitolato “Ho Bisogno Di Vederti”, così spudorato nell’accomodare il modello di “Tous le Garçons et Le Fille” ai casti cliché della melodia italiana che sarebbe quasi geniale. Il brano, interpretato da Gigliola Cinquetti, arriverà quarto al Festival di Sanremo del 1965. Ma i riscontri commerciali sono sconfortanti, tanto che dopo poco la Ariel chiude i battenti.
    Lui ci riprova (con la Sibilla, stavolta) e punta tutto su una cantante di nome Lucia Rango per la quale scrive, arrangia e produce (insieme a Elvio Monti) un album pomposamente intitolato “Lucia Rango Show”, basato su nuovi brani e su fiacche riprese dal disco di Piero Litaliano. Ma state pur certi che, come lo scommettitore incallito della sua “Il Giocatore”, avrà ben presto di che pentirsene.

    È il 1967 e la vita di Piero è già un odissea “transalcolica” senza ritorno: avvistato nei posti più improbabili dall’Irlanda, alla Svezia, alla Spagna, perfino in Giappone, neanche fosse l’Olandese Volante, ha appena bruciato un matrimonio (con un’irlandese di nome Moira che gli ha dato un figlio nel 1963 e se n’è andata poco dopo) e un altro ne manderà in fumo di lì a breve (con Gabriella, romana, l’altra delle “due donne (…) belle, bionde, alte snelle” che “(…) per lui non esistono più”, citata in “Ha Tutte Le Carte In Regola”). Per sua (e nostra) fortuna i Settanta sono ormai alle porte. È la decade da cui non uscirà vivo, il momento di massimo fulgore, la volta temporale che circonfonde tutti i suoi capolavori.

    Ha tutte le carte in regola

    Due sono i personaggi fondamentali in questa discesa/ascesa negli assurdi e geniali precipizi della propria creatività. Il primo è Gino Paoli, amico di Piero da lunga data (nel 1962 era stato il primo a incidere un suo pezzo, “Le Cose Dell’Amore”, e nel 1980, dopo la sua morte, gli dedicherà un intero album di tributo intitolato, neanche a dirlo, “Ha Tutte Le Carte In Regola"), che lo ripesca non si sa dove e lo porta di peso negli uffici della Rca presentandolo come una sorta di gallina dalle uova d’oro (“Ha tutte le carte in regola!”, avrà spergiurato) e garantendo per lui dall’alto della sua forza contrattuale.
    Morale della favola: Piero intasca l’anticipo della casa discografica, lo spende tutto ancor prima d’incidere un solo pezzo e torna chiederne dell’altro. Finisce che la multinazionale depenna il suo contratto scaricandolo a una sussidiaria, la Amico (fondata qualche anno prima da Don Backy, Detto Mariano e altri fuoriusciti del Clan di Celentano).
    Ed è una fortuna, la classica fortuna degli ubriachi, quella che ti fa reggere in piedi, barcollando a destra e a manca, in barba alle leggi della gravità: perché è qui che inizia la sua collaborazione con Gianni Marchetti di cui Piero Ciampi (1971) sarà il primo, superbo frutto. Al pari di Ciampi, Marchetti è un mezzo genio fino ad allora incompreso, autore di colonne sonore di pregio per film improponibili (fin dai titoli) come “I vigliacchi non pregano”, “Diario segreto di una minorenne” o “Muori lentamente… te la godi di più”. Il loro incontro darà vita a uno dei più fenomenali sodalizi fra un autore e un compositore che la storia musicale italiana ricordi, sul livello di un Mogol/Battisti, un Roversi/Dalla o un De André/Piovani, solo per rimanere a quegli anni.

    Con Marchetti, Piero è finalmente libero di essere se stesso, di esprimere quell’individualismo straripante, quel lirismo senza rete, quell’epopea dell’emarginazione, quel cabaret d’ordinaria follia che è la cifra stessa della sua scrittura poetica e della sua estroversione vocale. Quello di Ciampi è uno stile prettamente orale, dialogico, teatrale, volatile (non per nulla, due delle espressioni che più frequentemente ricorrono nelle sue canzoni sono “Tu” e “No”, ovvero l’accettazione dell’altro e la sua negazione, la ricerca di una conciliazione fra un bisogno d’amore, d’empatia, di comprensione e l’istinto folle che lo spinge a divincolarsi dal branco per abbaiare solitario alla luna): un modo di scrivere, di cantare e di porgere le parole volto ad abbattere il muro della rappresentazione che divide il mondo dell’autore da quello dell’ascoltatore ma, al contempo, alieno da mutue identificazioni populiste, da “io sono uno di voi, voi parlate con la mia voce”, perché è fieramente escluso che lui possa essere qualcuno di diverso da se stesso, da quello che è sempre stato.
    Marchetti, con il suo stile legato al jazz, alla musica mediterranea e al folklore italico, con la sua abilità nel confezionare un commento ironico o drammatico attorno a una determinata scena (come nelle colonne sonore), improvvisa attorno al pianoforte (spesso affiatato ad archi e chitarre acustiche) abiti di misura estesa e mutevole che si adattano perfettamente, di volta in volta, al corpo delle canzoni, talora semplici e rammendati, talora fastosi ed eleganti. La maggior parte delle composizioni, peraltro, rinunciano al ritornello nel formato classico, in favore di un refrain strumentale ripetuto e distintivo, libertà ancor oggi straniante in un contesto pop italiano.

    Eccentrico rispetto agli standard cantautoriali del periodo e concepito in assoluta autonomia espressiva, Piero Ciampi è un'opera senza punti deboli, uno dei massimi traguardi tagliati dalla nostra musica popolare. Il disco contiene buona parte dei classici del suo repertorio a cominciare da “Il Vino”, forse il brano più noto, nel cui caravanserraglio lirico e musicale (passo sghembo e ubriaco, aria popolare, arrangiamento orchestrale, vocalità espressionista e plateale) c’è già tutto un personaggio come Capossela, “È Natale il 24”, un madrigale struggente e picaresco con le chitarre in evidenza (oltre ai legni e agli archi) che sembra l’autobiografico, tragicomico, sbandato e surreale crocevia di “Cronache di poveri amanti” e “Amici Miei” (“Io vado/ quando sono abbandonato vado in cerca di una donna/ senza danni sento/ quelle volte che non pago che rimane pure amore/ per un’ ora”), lo spasmodico intercalare che scongiura l’addio d’un amante in “Tu No” (“se non so farti felice anche se continuo a bere, tu no, tu mi devi star vicina, perché ormai io sono fuori, tu no”), come un fantasma costretto a rivivere la scena della sua morte fino alla più straziante ammissione d’impotenza (“io non so che cosa fare, non capisco questa vita”) o la sperduta e malinconica elegia di “Livorno”, col piano jazzato, il ritornello orchestrale, gli arpeggi di chitarra e i rintocchi di vibrafono.

    E il resto non è da meno: “Ma Che Buffa Che Sei”, suspence pianistica alla francese (Aznavour), ricami mediterranei di chitarra, un finale a passo di carica quasi da prog acustico, ma soprattutto un “parlar d’amore” - rude e sfrontato e nello stesso tempo dolce e affranto - come nessuno mai prima di lui (“quel pugno che ti detti/ è un gesto che non mi perdono/ ma il naso ora è diverso/ l’ho fatto io e non dio/ ma che amore che sei/ ma che cara che sei/ quei ragazzi laggiù sembrano noi”); gli scorci milanesi e i randagi amori di mezz’età - vicoli infami che puzzano di piscio, odore di vino e di sigaro sulla soglia delle osterie, stanze buie e letti disfatti - di “Sobborghi” (vertiginosa armonia tzigana, tamburi percossi a mano e un break recitato che vale più di mille parole “e poi, perché dici amarmi?/ per andare avanti?/ dove?/ No”); le infamie e le miserie coniugali di “L’Amore è Tutto Qui” (clavicembalo, basso punteggiato, spazzole, archi e chitarre nel refrain) in cui si mescolano tenerezza, rimpianto e senso della fine (“non sono morto e tu lo sai/ se ti procuro tanti guai/ perdonami”); l’allegoria umanistica ( memorie d’infanzia e della Resistenza trasfigurate in echi fiabeschi) e l’arrangiamento tropicale di “40 Soldati 40 Sorelle”; il night jazz orchestrale dal sapore americano di “Barbara Non C’è”, così languida, raffinata e retrò.
    Completano l’opera due episodi più farseschi (ma solo apparentemente: il riso, in realtà, è l’altra faccia del disprezzo antiborghese e dello spleen): la scenetta da avanspettacolo de “Il Merlo”, sorta di recital boulevardien all’amatriciana e lo sketch compulsivo sul gioco d’azzardo che si conclude sempre allo stesso modo (“Merda!”) in “Il Giocatore” (con intermezzi da danza popolare per archi, legni, chitarra acustica e stille d’elettrica).

    Te lo faccio vedere chi sono io

    Piero CiampiNonostante un “secondo esordio” che per vitalità poetica e musicale ha pochi eguali nella storia della canzone italiana, gli sforzi di Ciampi e Marchetti passano pressoché inosservati. La Rca combina una partecipazione al “Disco per l’estate” con “L’amore è tutto qui” che si conclude in modo rinunciatario all’ultimo, posto. “Tu No” fa perdere la testa ad Aznavour in persona che lo invita a “Senza Rete”; Ciampi ci va ma poi s’impunta, non vuole cantare; finisce con Paolo Villaggio che lo spinge sul palco tirandolo per la giacca, nel vero senso della parola. L’album viene insignito del “Premio della Critica”, ma nessuno si premura di promuoverlo come si deve, lui per primo, troppo preso da quel viaggio senza ritorno dove la notte ormai non si distingue dalla luce del giorno. Ciampi non sa stare al mondo, non riesce a mettere le cose in prospettiva, a dar loro il giusto valore: la sua musica e la sua libertà sono le uniche cose che lo interessano.

    Ma ha risorse creative insospettabili e rabbia da vendere: nel 1973 bissa il colpo con un’opera che è la degna prosecuzione del nuovo corso inaugurato dall’album omonimo. Scritto, composto e suonato in stretta collaborazione con l’ormai inseparabile Marchetti e un cantautore calabrese di nome Pino Pavone, Io e Te Abbiamo Perso La Bussola (Amico, 1973) si distacca ancora più del precedente dal concetto di canzone d’autore in voga negli anni Settanta: zingaro sempre più infelice, Ciampi vaga fra panorami sonori dilatati, cupi, amalgamati in una colonna sonora che calza alla perfezione con la sua anarchica commedia all’italiana, seguendo un filo conduttore incentrato su vicende personali (l’abbandono da parte della sua seconda moglie, le pratiche legali, la custodia dei figli), sui temi della separazione, del distacco, della solitudine (in anni in cui il divorzio è ancora un tema scottante, oltre che una conquista recente).
    Se i capolavori “Ha Tutte Le Carte In Regola”, forse il suo epitaffio umano e artistico, e “Io e Te, Maria”, superbo soliloquio in forma di serenata (chitarra, archi, flauto, cori) spartita in continue ripartenze, cambi di tempo e di armonia, e il cabaret esistenziale di “Te Lo Faccio Vedere Chi Sono Io” (sorta di satira dell’amore borghese in forma dialogica) rimandano ancora al primo capitolo, brani come “Il Lavoro” (espansa e narrativa, la disoccupazione come metafora di una vita ai margini del benessere e della stabilità emotiva: piano jazzistico, merlatura orchestrale, basso sottocutaneo), “Mia Moglie” (apice del suo cantar recitando su un soundscape teatrale e orchestrale), “In Un Palazzo Di Giustizia” e “Bambino Mio” (jazz lounge con accompagnamento galeotto, avvolgente e spiraliforme) rappresentano efficacemente il nuovo livello drammaturgico a cui è assurta l’arte di Ciampi.

    Nello stesso anno esce Ho Scoperto Che Esisto Anch’io straordinario tributo di una delle interpreti più geniali e borderline della canzone italiana, Nada Malanima, che con quella sua voce potentissima, rustica, abrasiva, bizzosa riprende alcuni Ciampi d’annata, “Confiteor” e “L’Amore è Tutto Qui”, oltre a una serie fulminante di inediti tutti composti dal cantautore livornese insieme a Marchetti (che cura anche l’arrangiamento e l’orchestrazione) e Pino Pavone: “Sul Porto Di Livorno” (take poetico e descrittivo di una potenza audiovisiva allucinante), “La Passeggiata”, “Chi è Che Dorme Insieme A Me”(coraggiosa e disinibita affermazione di promiscuità sessuale), “Sovrapposizioni” (sublime affresco gitano-circense in stile Rota/Fellini), “I Due Cavallini” (un classico di Piero: il gioco dei cavalli come metafora dell’amore), “Esisto Anch’io” (virtuosistico e semi-improvvisato collage lirico-vocale a tratti degno d’una Mina). Misconosciuta ed inestimabile gemma del pop italiano. Stupefacente e informale (auto)ritratto della condizione femminile, dell’emancipazione sentimentale e sessuale, all’inizio di quello che sarà, per antonomasia, il decennio di maggior avanzamento dei diritti della donna.

    Andare, camminare, lavorare…

    Sempre più marginale ed emarginato, nel 1974 Ciampi si concede il lusso di buttare nel cesso l’ultima occasione per svoltare: Ornella Vanoni, impressionata dalle sue performance, chiede a Marchetti di produrle un disco con il meglio del repertorio di Piero; ma Ciampi non si trova (a volte, misteriosamente, riusciva a far perdere le sue tracce), Marchetti si dispera, prende tempo, batte tutte le piste che potrebbero portarlo a lui, niente. Ecce Homo: il progetto sfuma. Nel 1975 esce su Rca Andare, Camminare, Lavorare e Altri Discorsi, una summa (parziale) di brani significativi estratti dai lavori precedenti più due inediti, anch’essi all’altezza della situazione: "Andare, Camminare, Lavorare", sorta di galoppante funky-cabaret sul “principio di prestazione”, per citare Marcuse, una satira surreale e scioperata sull’italietta dei referendum, dell’austerity e degli anni di piombo e “Cristo Fra I Chitarristi”, brano frugale, solo chitarra e voce alla Brassens, una parabola che assimila beffardamente il calvario di un musicista fallito a quello del Redentore.
    Ad oggi è forse il suo disco più conosciuto.

    A pochi mesi di distanza viene pubblicata, in un doppio 33 giri, quella che sarà, di fatto, la sua ultima fatica discografica: Piero Ciampi Dentro e Fuori. Un commiato notevole sebbene, dal punto di vista musicale, un po’ più ripetitivo e sottotono rispetto al passato recente, particolarmente ispirato nei testi, forse mai così fluenti e narrativi, come se presagisse di avere tante, troppe cose da dire (a costo di essere verboso) e poco tempo per farsi ascoltare. La sua previsione, una volta tanto, si rivelerà esatta. “Canto Di Una Suora”, con i suoi accenti western (armonica, chitarra, archi) e la sua figurazione di una religiosità al contempo laica, monastica e libertaria, “Sul Porto Di Livorno” (già presente sul disco di Nada), “Raptus”, musicalmente uno dei pezzi migliori mai orchestrati da Marchetti: una sorta di murder ballad maremmana con la strofa di languido jazz stile colonna sonora “Erotika ’70” (o qualcosa del genere) e ispirati cambi di funk-rock da “poliziottesco”, e “Cara”, con la bella fuga di mellotron del tema strumentale, sono di gran lunga i pezzi più pregiati di un artigianato dalla qualità media comunque elevata.
    Per il resto si segnalano il decadentismo anni Sessanta di “L’Incontro” e “Disse, Non Dio, Decido Io”, la bossa-jazz di “Uffa Che Noia” (“la vita è una classe in cui la noia è maestra”, avrebbe convenuto Celine), gli inusitati squarci di rock provinciale anni 70 in “Va” (memorabile questo passaggio: “Io tra milioni di sguardi che s’inseguono in terra/ ho scelto proprio il tuo/ ed ora tra miliardi di vite/ mi divido con te”), la spietata autoanalisi di “L’Assenza è Un Assedio”: “Una vita a precipizio/ l’esistenza senza un senso/ la discesa senza ritorno/ poi la salita viene crudele”, il divertissement swing e i cori alla Trio Lescano di un pezzo in cui Ciampi si confronta finalmente con la maschera del perdente per eccellenza: “Don Chisciotte”.

    Fino all’ultimo minuto

    Dopo questa prova, il commediante più tragico che abbia mai calcato la scena italiana sfilerà progressivamente dietro le fioche luci della ribalta, verso la notte che lo attende.
    Degli ultimi anni della sua vita, mentre un po’ stentatamente s’alimenta un flebile riscontro di culto e di stima, si ricordano soprattutto alcuni episodi mondani, a un tempo sublimi e folkloristici, come la rissa a Roma col “Califfo” (che, imperdonabile, pare lo avesse invitato nel suo night-club dimenticandosi però di offrirgli da bere), i concerti lasciati a metà (o appena iniziati, come quello “delle cinquecentomila lire”), la partecipazione, malfermo sul palco e in evidente stato di ebbrezza, al Tenco del 1976, dove un diverbio con il pubblico spazientito sfuma, a fine canzone, negli applausi e nella reciproca commozione.
    Morte a credito: Piero Ciampi si spegne a Roma il 19 gennaio del 1980, non di cirrosi, come aveva accuratamente predisposto, ma di cancro, e il medico che lo assisterà “fino all’ultimo minuto” è, ironia della sorte, anche lui un cantautore: Mimmo Locasciulli.

    A tal proposito, l’evento postumo più significativo è la pubblicazione (in triplo 33 giri o doppio cd) nel 1990 dell’edizione Rca intitolata L’Album di Piero Ciampi (o semplicemente “Piero Ciampi”), una raccolta che, oltre ad un impeccabile sunto della carriera del geniale livornese, mette a disposizione la prelibatezza di sei inediti che faranno la gioia sia degli iniziati che dei neofiti.
    Canzoni che, se possibile, svelano un lato ancora più folle e affascinante del cantautore: “Adius” parte come una variazione sul tema de “L’Assenza è Un Assedio” per poi deragliare in un carnasciale bandistico e liberatorio (“Ma Vaffanculo! Sono quarant’anni che ti amo, ma vaffanculo!”, ovviamente improponibile all’epoca); ancor più ardite, avveniristiche ed eccentriche rispetto a qualsiasi genere o stile battezzato nel belpaese suonano però “Non C’è Più L’America” (slam poetry pieno di versi memorabili e di citazioni letterarie), “Hitler In Galera” (puro teatro dell’assurdo sugli ultimi, immaginari giorni del dittatore austriaco) e “Dario di Livorno” (la storia vera di un ragazzo arrestato per un banale scherzo e rinchiuso in manicomio, raccontata in uno stomp-blues), sghembe e aliene, tra il freak-folk acido e iridescente degli anni 60, lo stornello ubriaco e il lo-fi ante-litteram.

    La guerra di Piero non finisce mai: perché “non si combatte con le armi ma col cuore”. Anche dall’altrove.


    Piero Ciampi - biografia, recensioni, discografia, foto :: Onda Rock

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    Grande Pietro!

    Ultima modifica di Avamposto; 15-08-10 alle 04:00
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

  8. #8
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    "Te lo faccio vedere chi sono io!"

    PIERO CIAMPI - MUSICA E POESIA IN UNO SPAZIO NICHILISTA

    di Dagoberto Husayn Bellucci






    “Una regina come te in questa casa?
    Ma che succede? Ma siamo tutti pazzi?
    Ma io adesso sai che cosa faccio?
    Che ore sono? Le 11?
    Io fra... guarda... fra 5 ore sono qua,
    e c'è una casa con 14 stanze,
    te lo faccio vedere chi sono io!E che sono quei cenci che hai addosso? Ma che...
    Ma fammi capire... ma se... ma io...
    ma come? tu sei la... sei la mia!
    E stiamo in questa stamberga con quei cenci addosso!
    Ma io adesso esco, sai che cosa faccio?
    Ma io ti porto una pelliccia di leone con l'innesto di una tigre!
    Te lo faccio vedere chi sono io!Senti, tanto però c'è un problema...
    Siccome devo uscire me le puoi dare 1.000 lire per il tassì,
    di modo che arrivo più in fretta a risolvere
    questo problema volgare che abbiamo?
    Te lo faccio vedere chi sono io!

    Lascia fare a me...
    lascia fare a me...
    lascia fare a me perchè ti devi fidare!

    Ma che cosa ti avevo detto? Una casa?
    Ma io sai che cosa faccio?
    Io ti compro un sottomarino!
    Perchè se qui davanti a casa nostra quelli c'hanno la barca
    e rompono le scatole, io ti compro un sottomarino.
    Così, sai, li fai ridere tutti questi, hai capito!?Intanto facciamo una cosa, che fra 5 ore sono qua:
    tu metti la pentola sul fuoco,
    ci facciamo un bel piatto di spaghetti al burro
    mentre aspettiamo il traslocco.
    Poi ci ficchiamo a letto e te lo faccio vedere chi sono io!
    Ti sganghero!
    Te lo faccio vedere chi sono io!.....”





    ( Piero Ciampi – “Te lo faccio vedere chi sono io” )





    “Ha tutte le carte in regola per essere un artista

    Non gli fa paura niente tantomeno un prepotente

    Preferisce stare solo

    anche se gli costa caro,

    non fa alcuna differenza

    tra un anno ed una notte

    tra un bacio ed un addio”


    (Piero Ciampi – “Ha tutte le carte in regola”)


    "Non bisogna produrre capolavori, bisogna essere capolavori."

    (Carmelo Bene - Aforismi)


    Piero Ciampi, poeta, cantautore o – per esser piu’ precisi – musicista o ancora e piu' semplicemente un genio incompreso della musica italiana.

    Uno di quei geni che solo altri geni possono arrivare a capire perche’ ,per dirla con Carmelo Bene, "per capire un poeta, un artista, a meno che questo non sia soltanto un attore, ci vuole un altro poeta e ci vuole un altro artista" e Ciampi era questo e molto di piu’.

    Le sue canzoni, il suo vino, i suoi amori difficili (…”ha amato tanto due donne/ erano alte,bionde, belle/ ma per lui non esistono piu’…” canta in “Miserere”…il suo miserere…quello di “chi non ha piu’ illusioni”…) che spesso finivano dentro a qualche aula giudiziaria “in un palazzo di giustizia” come cantera’ in uno dei suoi tanti, intramontabili ma anche inafferrabili capolavori…

    Inafferrabili per una canzone all’italiana melodico-romantica ancorata ad una tradizione musicale che per decenni e’ rimasta rigidamente incollata al “mito Sanremo”….

    I cantautori, piu’ o meno impegnati, che solcavano le scene musicali italiani di quell periodo non avevano niente a che spartire con Ciampi…la politica, l'impegno dei Settanta, la contestazione no...proprio con un Ciampi non avevano niente da dirsi.

    Anche perche' Ciampi era gia' un contestatore di suo: contestava la vita, il sistema, l'ipocrisia dei ruffiani, il mondo dei "potenti", gli intellettuali.

    Era un irriducibile nemico del sistema nel quale si era trovato, per caso o per gioco per vizio o virtu', a "fequentare": ma odiava i discografici e i critici musicali. Detestava gli intellettuali e tutto quanto puzzasse di "autorita'".

    Ciampi, in fondo, bastian contrario e ribelle lo era sul serio: lo era per carattere, per indole, per quel suo modo di fare labronico, toscano e irriverente che lo portava ad essere, in fondo, un uomo solo contro tutto e contro tutti.... Irriducibilmente in guerra a fare a cazzotti col mondo intero.

    Un uomo solo: a meta’ strada tra Tenco e De Andre’, con il destino tragico impresso nell’anima del primo e la poetica del secondo mischiate ad una verve ironica e tutta livornese che esprimeva anche nei suoi versi, nelle sue poesie indimenticabili per chi sa afferrare l’attimo…

    Piero Ciampi da Livorno: questo e non altro. Nostro cugino per rami patrilineari e non solo: come lo definira’ - in un articolo che e’ diventato leggenda - il Grande Guascone di Popoli alias Maurizio Lattanzio “il poeta del nulla”.

    Il nulla di un nichilismo vissuto a capofitto, subito piu’ che affrontato con quell’inquietudine dello spirito che Ciampi riusci’ a trasformare in musicalita’ difficili ma assolutamente uniche ed in una poetica superiore laddove canto’ l’amore o, per essere piu’ chiari, in quei gioielli di scrittura emotivamente devastante ed in versi accidiosamente sostenuti da una voce straordinaria e che hanno un valore ineguagliabile.

    Ha scritto di lui Simone Coacci: “. Piero Ciampi è un'eccezione assoluta. Una porta che si spalanca sui mondi più oscuri e (im)possibili della patria canzone. Una vita a precipizio: fuori dalle logiche e dagli schemi. E una musica che le somiglia: eccentrica e avveniristica, spiazzante e inimitabile precorritrice della scena alternativa italiana. La guerra di Piero non finisce mai: perché "non si combatte con le armi ma col cuore" (1)

    Vero, assolutamente tutto vero: e se da un lato la vita e’ un “combate” (…lo ripetiamo da sempre…) lo e’ senza ‘ma’ e senza ‘se’ perche’ – per dirla con Robert Brasillach scrittore e fascista francese – “in guerra ed in amore tutto e’ permesso” e se la “guerra” privata di Piero Ciampi e’ stata combattuta contro le multinazionali discografiche che non ne capivano il pensiero e non ne apprezzavano la melodia (…da riascoltare “Il Merlo”….”sono disteso su un letto e qualcosa/tu merlo cantami una canzone/ da portare al mio editore/ perche’ sono senza una lira”) e contro il criticume intellettualoide che da sempre ruota e si pavoneggia attorno allo “star-sistem” della musica italiana e, in generale, mondiale e’ altresi’ reale e corrisponde a verita’ che Ciampi si rifugiava nel “suo” privato fatto di amori impossibili e difficili, di rapporti sempre sospesi sul filo di un rasoio e di incomprensioni reciproche con amici e colleghi.

    Lui, uno dei primissimi chansonnier italiani ‘rifugiatosi’ a Parigi agli inizi degli anni Sessanta dove lo ricorderanno scrivere sui tavoli dei bistrot le sue primissime canzoni, scarabocchiate su qualche tovagliolo di carta e incise e pubblicate con il nome di “Piero Litaliano” e dove frequentava alcuni dei principali “maledetti” d’oltralpe tra i quali non poteva mancare “l’antisemitissimo” Louis Ferdinand Celine.

    Piero Ciampi che “ogni notte, collezionava donne di cui poche ore dopo a stento ricordava il nome”. Lui che “cominciava a bere di primo mattino, per schiarirsi le idee, innaffiandole e mescolandole in piccole poesie fino a che il sonno non concedeva una tregua ai suoi cattivi pensieri” cosi’ lo ricorda Coacci nel suo articolo (“La Guerra di Piero”).

    Ciampi viene percepito dalla grande musica come un “perdente”: non lo sara’ mai fino in fondo perche’ – da buon giocatore e scommettitore (…”centomila su barbablu”…canta ne “Il giocatore” una delle sue tante, diremmo quasi tutte, canzoni autobiografiche….la sua vita messa sul vinile….percorsi dell’anima e della carne…..spirito e sangue...questo il Ciampi maledetto che esce fuori da quella forse anche troppo stereotipata biografia non scritta ma consegnata su un disco alla storia…a quei suoi “fans” mai avuti da vivo e troppo distanti e lontani da morto…).

    Ciampi, come sostiene giustamente Simone Coacci “si dà con tutto se stesso alle persone che incontra oppure le prende a pugni. Qualsiasi cosa pur di abbattere a colpi di scure la foresta d’indifferenza che lo circonda. Piero Ciampi è amico degli scaricatori, degli stradini, dei disoccupati come e più di quanto può esserlo di intellettuali come Moravia, Bene o Schifano” intellettuali che detesta e che sbeffeggia nei suoi disci (…”vaffanculo tu, gli intellettuali ed i pirati” canta in “Adeus” la sua piu’ dissacrante canzone….trentasetta “vaffa….” ripetuti in un’epoca di censura musicale rigidissima….un testo superlative….di un uomo al di fuori, al di la’ ed oltre ogni regola….).

    E’ quello che ricorda anche Gianni Marchetti nel suo libro, uscito pochi mesi fa, e dedicato a “Il mio Piero Ciampi”: “La mattina – scrive – come al solito lo passavo a prendere per andare alla RCA. Talvolta con il senso di colpa dei bambini che marinano la scuola, passavamo la mattinata in un bar del Bel Sito dove per ore ci scambiavamo idee tentanto di tradurle in progetti. Strane queste mattinate per Piero che amava la Roma notturna, che amava quel vagabondare che lo portava a incontri inaspettati, a consumare i marciapiedi girovagando sotto le stelle come un gatto randagio. Facendo soliloqui sollecitava con le parole il suo pensiero sotto le stelle come un gatto randagio”. (2)

    Gia’ un randagio mai “addomesticato” nostro cugino….Un po’ ci ‘somiglia’ anzi….ci somiglia eccome …perche’ – parafrasando il compianto Augusto Daolio (…altro grande della musica leggera italiana…) “i gatti piu’ belli/ sono i gatti randagi/ non hanno doveri/ non hanno padroni…(…) siamo un po’ tutti dei gatti randagi/ ce ne andiamo/ coi sogni in spalla/ siamo un po’ tutti dei buoni da niente/ siamo un po’ tutti dei tira a campare…”.

    E difatti noi “tiriamo a campare” a quarant’anni suonati…come nemmeno lo sappiamo o, piu’ prosaicamente, nemmeno vogliamo saperlo…

    Tiremm innanz….incontri e scontri come Dio vorra’ o come ci riservera’ il destino. Niente regole e tutto alla rinfusa….una vita un po’ ruffiana, un po’ cazzara, un po’ bohemienne, un po’ guascona e tanto tanto alla “helter skelter”…comunque sia – piaccia o dispiaccia ai piu’ e al di la’ ed oltre l’approvazione o disapprovazione altrui – una vita vissuta. La nostra e quella di Piero Ciampi…. (sia detto per inciso…fossimo una ‘femmina’ non ci innamoreremmo mai di “gente come noi”…e invece c’e’ sempre qualcuna in ‘coda’…e ‘scodinzolano’ pure ….).



    Scrive Marchetti di Ciampi: “Era un uomo che andava per la sua strada senza svendersi. Era sempre il piu’ bello, il piu’ alto, il piu’ intelligente, come diceva lui stesso in una forma di narcisismo infantile giustificato, per altro, dalla scelta rigorosa di una liberta’ estrema. Ognuno di noi sa che nella sua realta’ lo attendono rinunce e compromessi…la famiglia, il denaro, le piccolo comodita’. Piero no, rispettava la sua identita’ a tutti i costi. Aveva per questo perso tutto, ma non “Piero”…Era sempre senza denaro che per lui era veramente “un giornale di ieri”. …” (3) …si…non c’e’ niente da ‘dire’ …ci somigliava …parecchio!

    Perche’ in fondo Ciampi era un romantico ed un altruista: amava se stesso perche’ intendeva difendere la sua liberta’ (…”il mio metro quadro e’ sacro” amava ripetere…) e perche’ sapeva che forse proprio questo bisogno di liberta’ lo avevano reso cio’ che era….

    “Piero – ricorda ancora Marchetti – era sempre alla ricerca di denaro (…toh…eccone un “altro”…ndr). Ne avrebbe avuto bisogno, ma gli dava comunque poca importanza. Appena ne era in possesso, infatti, lo spargeva al vento. A questo proposito mi ricordo un episodio significativo. Erano parecchi giorni che,insistentemente e con il mio aiuto, Piero cercava di ottenere un anticipo royalties dalla RCA con il consueto benestare di Ennio Melis che era sempre indulgente nei suoi confronti. Finalmente, dopo diversi giorni di attesa, riusci’ ad avere alcune centinaia di mila lire. Con questo “tesoro” in tasca – una parte la consegno’ a me che in questi casi fungevo da deposito bancario e l’altra la tenne per se’ – raggiungemmo come di consutero Piazza del Popolo. Era una serata di pioggia e la piazza sembrava grande il doppio per quanto era deserta. In via dell’Oca entrammo nel baretto di Elio, nel quale ci si ritrovava la sera fra amici. In un angolo, al solito tavolino, sedeva la solita ragazza. Una moretta con i capelli a caschetto tutti bagnati, intirizzita nel suo pulloverino giallo. Sostava li’ ogni sera, scambiando qualche battuta con i soliti avventori, cercando fra loro qualcuno con cui accompagnarsi. Piero che la conosceva di vista con atteggiamento protettivo la invito’ al nostro tavolo. Con un gesto senza preavviso mise la mano in tasca e, pres oil mazzetto scomposto di banconote, glielo infilo’ velocemente nella borsetta, tutto! “Riposati, stasera puoi dormire da sola!”, Per fortuna non si era ricordato del “deposito bancario”! Vista la sorpresa e raggiante reazione, la invitammo anche a cenare con noi nel vicino ristorantino di via Margutta. Finalmente fra amici sorrise, rilassata e sembrava con quell vision sul quale la pioggia aveva alleggerito il trucco da vamp, quella che in fondo era…una ragazza dalle speranze deluse! Per lungo tempo ho visto quella ragazza, all’apparire di Piero in via dell’Oca uscire di corsa dal baretto, qualsiasi fosse il suo compagno del momento, corrergli incontro e stringerlo in un abbraccio silenzioso. Il baretto di Elio ora non c’e’ piu’ come non c’e’ piu’ il “salotto” di Via del Popolo”. (4)

    Altre storie di altri tempi…piu’ vive, piu’ vere e piu’ reali…di una realta’ nella quale un Ciampi stava benissimo e nella quale si trovava indiscutibilmente a suo agio. Eppure anche per un Ciampi, per uno come lui, lui che le donne le “sgangherava” (…somiglianze notevoli diremmo…e senza falsa modestia…siamo assolutamente al di la’ ed oltre l’ipocrita modestia dominante la societa’ contemporanea…) ci sono state donne che hanno realmente ‘contato’ (…ce ne sono…e ce n’e’ una in particolare che per Noi contera’ sempre….) quelle, per dirla alla Maurizio Lattanzio, “femmine maxime”….come una giovane attrice dagli occhi d’oro che frequentava Pasolini e Carmelo Bene (amicissimo di Piero con il quale sovente si ‘abbeverava e con il quale finiva sempre in indicibili polemiche e spesso in liti furibonde) e che cosi’ ricorda il suo incontro con Piero Ciampi.

    Racconta Anna Mario Chio nell’intervista rilasciata lo scorso aprile a “Musica Leggera” (nr 10 – Aprile 2010) in un dossier-Ciampi interessante e sempre utile per comprender meglio un uomo che ci sarebbe piaciuto conoscere, frequentare e dal quale probabilmente avremmo appreso qualcosa… (…si vede pero’ che “buon sangue non mente” e che fosse la pecora nera della famiglia per quella sua vita bohemienne non puo’ che rallegrarcene….’seguiamo’ le “orme”….o forse siamo gia’ andati ben oltre il nichilismo passivo del poeta del “porto di Livorno”….”ho trovato una nave che salpava/ ed ho chiesto dove andava/ nel porto delle illusioni/ mi disse quell capitano…terra terra/ forse cerco una chimera….” …stiamo andando a ‘memoria’ oramai i testi delle sue canzoni fanno parte della nostra identita’ ….sinergie ‘ontologiche’…..distanze spazio-temporali frantumate….): “Andai a trovare Carmelo Bene, che era un mio amico e stava giocando a dama con Piero: fra loro c’era un rapporto di odio-amore, litigavano, s’incazzavano, si sputavano addosso, si dicevano delle cose terribili, insomma erano due pazzi scatenati. Carmelo me lo ha presentato e lui ha iniziato a corteggiarmi. Da subito. E’ partito in quarta. Poi mi disse che si era follemente inamorato di me appena mi aveva vista. Era un uomo fascinoso, decisamente bello, magro, alto con due occhi Verdi penetranti. Pero’ purtroppo beveva in una maniera pazzesca. (…) Quando aveva bevuto poco era anzi piacevolissimo, perche’ era un grande affabulatore, ti parlava per ore, ti affascinava con certe sue teorie sul naso, sulla fronte. Quando aveva bevuto tanto invece diventava davvero infrequentabile. Io glielo dissi chiaramente. In una lettera che mi scrisse diceva: “mi hai affidato una decisione”. Si riferiva proprio a questo, a quando io gli dissi: “se smetti di bere, se ne puo’ parlare”. E lui mi aveva fatto questa promessa, che ovviamente non ha mai mantenuto.” (5)

    Ma questo fu….parafrasando Luca Carboni …un “amore incredibile”….e impossibile da vivere per la giovane Anna Maria Chio.

    Lui che negli anni settanta si faceva pagare cinquecentomila lire per cantare mezza canzone, mandare affanculo il pubblico voltarsi e andaresene….Lui che era odiato dai colleghi, che litigava con tutti i discografici, che veniva boicottato dalle radio e rifiutava , rifiutato, la televisione. Lui che sputava in faccia al successo ogni volta che gli se ne presentava l’occasione e che pure alla fine riusciva a ridere di se’ e della sua vita bohemienne che, in fondo, era cio’ di piu’ caro e vero di quello che possedeva.

    Lui che della musica italiana e’ stato la pecora nera…. Piero Ciampi cantore del nulla in uno spazio senza tempo: nichilistiche tonalita’ e melodica lontana anni luce che si perde nei meandri della nostra storia musicale…

    Lui capace di scrivere ad Anna Maria Chio una lettera d’amore che e’ un gioiellino di autenticita’, di sentimenti e di vera profonda insindacabile amicizia-affetto: “Roma 19 Agosto 1973 – Cara Anna Maria, ti penso. Mi faccio condurre dal mio angelo guida. Io sono cieco cosi’ come uno squalo. Ma lui non dorme mai, mentre io ho la speranza di sognarti, un giorno. Non scrivo una lettera da anni, esagerare e’ sempre brutto. Ora mi piace scrivere a te. Perche’? Perche’ tu sei nel mio cuore. E cio’ e’ vita. Io non ho paura della vita ma temo minuto per minuto di non essere me stesso. Perche’? Perche’ si. Il fatto e’ che, te l’ho detto un pomeriggio a casa tua, mi hai affidato una decisione. O no? Un bacio a tuo figlio ed a te. Il tuo Piero”

    Non ci sono struggenti parole…non c’e’ sbavatura romantica in eccesso…c’e’ solo la cruda, nuda e vera realta’ di un uomo profondamente sincero…. Il rischio, in amore, e’ esserlo troppo….Noi lo siamo quasi sempre stati…’quasi’….

    E, soprattutto, lo siamo in questo momento…anzi lo siamo da quasi quattro anni….

    Perche’? Perche’ si…. scriverebbe Ciampi…”dev’essere cosi’/ che tutto quel che accade e’ amore…” continueremmo noi parafrasando Cesare Cremonini….

    “Cosa mi aspetto dal domani?/Di sole in faccia no/ma in fondo io ci spero ancora./Che tu ci sia nel mio domani./E se ti incontrerò/spero di sfiorare le tue mani……..”

    Al di la’ e oltre ogni altra considerazione perche’ la “guerra” continua…perche’ non si combatte con le armi, ma col cuore…. E l'assenza ...e' un assedio!

    Un assedio che non lascia scampo.

    Conclusione: Piero Ciampi, il poeta del nulla e non dimenticatevi, parafrasando Carmelo Bene (...uno dei Grandi....dei rarissimi Grandi che hanno solcato i teatri d'Italia...), "Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento.".....

    Perche'...siam fatti cosi'!

    "Non riesco ad avere miti ne' eroi/ io sono un mito per me..." (Tiziano Ferro/Luca Carboni - "Pensieri al tramonto").... Il 'resto' e' sempre piu' una indicibile noia...

    Au revoir!

    DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

    08 AGOSTO 2010

    Note -

    1) Simone Coacci - "La guerra di Piero" - articolo presente in rete sul sito www.ondarock.it;

    2) Gianni Marchetti - "Il mio Piero Ciampi" - (Libro+CD musicale con brani inediti) - "Coniglio Editore" - Aprile 2010;

    3) Gianni Marchetti - ibidem;

    4) Gianni Marchetti - ibidem;

    5) "Spaghetti al burro e sassate alla finestra" conversazione con Anna Maria Chio - a cura di Maurizio Becker - da "Musica Leggera" - Nr. 10 - Aprile 2010
    Ultima modifica di Avamposto; 15-08-10 alle 04:01

  9. #9
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Piero Ciampi


  10. #10
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Piero Ciampi

    Ultima modifica di Avamposto; 20-08-10 alle 03:29

 

 
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