Rallenta la corsa dei fallimenti



MILANO
Rallenta la corsa delle imprese coinvolte in procedure fallimentari, anche se a pagare il prezzo più alto sono la provincia di Ancona e del Nord est. Rispetto al picco raggiunto a cavallo tra il 2009 e il 2010 soffrono meno le aziende del manifatturiero, delle costruzioni e quelle commerciali.
Nel terzo trimestre dell'anno le nuove procedure fallimentari sono crollate a poco più di 2.500 casi (per il 70% società di capitale) dalle 3.300/3.600 dei tre trimestri precedenti, picco dell'ultimo quadriennio. Nella top ten delle aziende svetta la provincia di Ancona con un indice fallimenti/imprese dello 0,93 per mille, seguita da Pordenone (0,91) e Gorizia (0,90); e dopo Teramo (0,83), altre due province venete: Treviso (0,81) e Vicenza (0,77). Volendo semplificare, si potrebbe dire che la crisi corre lungo la via Adriatica, fino a coinvolgere il Veneto.
É, dunque, crisi aperta per il modello adriatico d'impresa? «Non direi – osserva Giuseppe Casali, presidente di Confindustria Ancona – certo la crisi si fa sentire nel Marchigiano come nelle altre aree a larga base industriale, ma non metterei in discussione il nostro modello. Peraltro delle procedure fallimentari aperte nell'anno soltanto il 20% fa capo al sistema confindustriale. E qui, indubbiamente, può aver influito un patrimonio insufficiente delle aziende e una selezione eccessiva del credito bancario».
Per Confindustria Ancona un altro 20% delle imprese in procedura fallimentare si riferisce ad aziende artigiane, probabilmente le più deboli che, sotto l'urto della recessione, non hanno retto. Alcuni osservatori però sottolineano che la crisi dell'elettrodomestico è stato un colpo durissimo per l'economia marchigiana, anche se multinazionali, come Indesit, Elica, Best, Faber, Ariston Thermo Group, hanno ristrutturato e sono ripartite. É invece finita, prima, in default la Antonio Merloni Elettrodomestici e, poi, in Legge Marzano: la crisi ha coinvolto decine di piccole aziende dell'indotto.
Non molto diverso il caso delle imprese del Nord est. «La crisi è stata violenta – interviene Alessandro Vardanega, presidente di Unindustria Treviso – e ci sono aziende che non ce l'hanno fatta. L'anno scorso sono state in 200 le imprese finite in procedura fallimentare ma su 92mila partite iva: insomma perdiamo qualche pezzo per strada ma il sistema imprese è ben saldo». Quest'anno, dai dati Unioncamere, i casi di procedure fallimentari non aumentano, anzi sembrano ridursi leggermente. Vardanega però aggiunge che i fallimenti «non devono legggersi assolutamente come un elemento indotto dalla debolezza delle piccole imprese e del modello di sviluppo. Anche se è importante che le piccole imprese stringano delle partnership, quando non sono possibile le aggregazioni, per creare economie di scala, per esempio, nelle reti commerciali o nella ricerca». Esattamente il lavoro che Unindustria Treviso sta compiendo per mezzo del Consorzio Unint, «uno strumento associativo - conclude Vardanega – che in un solo biennio ha siglato una cinquantina di progetti comuni che hanno coinvolto 200 imprese. Mediamente per ogni partnership sono state coinvolte quattro imprese».


Tornando ai dati sulle procedure fallimentari, emerge che Milano è la provincia con il numero assoluto più elevato: 213 ma su 362mila partite iva. Questi dati la collocano al diciottesimo posto, davanti a Napoli (110 procedure su 264mila partite iva) e Roma (174 su 440mila), più o meno a metà classifica. In coda le "virtuose" Sondrio e Grosseto con nessuna procedura fallimentare attivata; una o due procedure invece per Benevento, Brindisi, e Isernia.
A livello merceologico, su 9.400 imprese in procedura fallimentare a settembre 2010, il 30% è attribuibile al manifatturiero, il 20% al commercio e il 15% alle costruzioni.
«Pur rallentando – osserva Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere – l'andamento dei fallimenti ci dice che gli effetti della crisi non si sono ancora esauriti e che continueremo a scontarli ancora per molti mesi. Il compito delle istituzioni in questa fase è di sostenere chi rischia in prima persona. Per questo bisogna mantenere alto l'impegno a semplificare le norme per lo svolgimento delle attività d'impresa e a non far mancare il credito indispensabile per garantire investimenti e occupazione».
Peraltro un numero elevato di fallimenti si traduce in ulteriori sofferenze anche per le imprese creditrici che, mediamente, ottengono solo frazioni dei propri crediti e a distanza di anni: mediamente in Italia le procedure fallimentari durano 9,5 anni. Con punte di eccellenza di 5 anni per il tribunale di Trento e circa sette anni per quello di Milano. E per il futuro prossimo? «Sono ottimista – conclude Casali – anche se la ripresa e lenta. Meglio le imprese innovative. Purtroppo l'industria degli elettrodomestici soffre la stasi dell'edilizia ma la domotica può essere una un'opportunità per le nostre imprese».


Fonte: Rallenta la corsa dei fallimenti - Il Sole 24 ORE