La politica contemporanea ha subìto una trasformazione che l'ha condotta verso uno stato di alienazione. Questo problema non riguarda solo le idee o i programmi. Concerne il modo stesso dei politici di interpretare il loro ruolo. Sempre più spesso chi governa sembra farlo come se stesse ancora — e continuamente — in campagna elettorale.
Non è soltanto una questione di comunicazione o di utilizzo dei social network; è qualcosa di più profondo: una forma di alienazione dal ruolo istituzionale.
Il politico non agisce più come decisore pubblico, ma come interprete, alla costante ricerca di un consenso da mantenere. Ogni scelta viene filtrata non tanto attraverso la sua efficacia, quanto attraverso il suo impatto immediato sull’elettorato di riferimento, usando i sondaggi come elemento di verifica da un lato e dall'altro come leva di incremento del consenso.
In questo scenario i temi, più sono divisivi, maggiormente diventano centrali nella campagna comunicativa.
Facendo degli esempi: immigrazione, fine vita, interruzione volontaria di gravidanza e più in generale tutto quello che riguarda la parità di diritti, sono questioni complesse che richiederebbero equilibrio, competenza e capacità di mediazione. Invece vengono spesso trasformate in strumenti di mobilitazione identitaria. Non più, quindi, problemi da risolvere che riguardano la gente nel mondo reale, quanto bandiere da sventolare; veri e propri catalizzatori di consenso.
Il meccanismo è noto e di una semplicità quasi disarmante. Da un lato, si costruisce un nemico (spesso simbolico o idealizzato) attorno al quale far convergere l'attenzione. Dall’altro, si semplifica il dibattito fino a renderlo binario: favorevoli o contrari, dentro o fuori, con noi o contro di noi. In questa dinamica, lo spazio per una politica che lavori sulle soluzioni si riduce progressivamente, fin quasi a scomparire.
Il quadro ancora più complesso contribuisce la presenza strisciante di evidenti conflitti di interesse, su cui nessuno ha mai avuto la reale volontà di intervenire. Questi sono talvolta espliciti, talvolta più sottili. Legami economici, pressioni di gruppi organizzati, equilibri interni ai partiti; tutti elementi che possono orientare le scelte politiche ben oltre la dimensione dichiarata del bene pubblico. Il risultato è una percezione crescente di distanza tra ciò che viene comunicato e ciò che viene effettivamente portato a termine.
L’ideologia, in questo scenario, non scompare. Si radicalizza. Diventa uno strumento di posizionamento più che una chiave di lettura della realtà chiara ed inequivocabile.
Alcuni temi vengono irrigiditi fino a trasformarsi in identità non negoziabili; non perché non esistano convinzioni profonde, ma perché la loro rigidità garantisce visibilità, riconoscibilità, appartenenza, azzerando il senso critico a favore di una cieca fede.
I problemi strutturali nel contempo finiscono sullo sfondo di una tela dipinta a tinte forti, ma senza che sia riconoscibile un'immagine programmatica chiara, men che meno soluzioni concrete per problemi contingenti.
Economia, sanità, scuola, infrastrutture, transizione energetica: ambiti che richiedono visione di lungo periodo e capacità tecnica, faticano a trovare spazio in un sistema dominato dall’urgenza comunicativa.
Governare implica complessità, compromesso, tempo e chiarezza di idee e intenti. Comunicare per incrementare il consenso, invece, richiede immediatezza, polarizzazione e la chiarezza diventa un orpello superfluo.
Così la politica ha perso la propria funzione primaria: quella di trasformare il conflitto in decisione. Se ogni questione diventa occasione di scontro permanente, se ogni scelta viene rimandata o piegata alla logica del consenso immediato, il governo si svuota delle sue funzioni e ciò che resta la rappresentazione di sé stesso e di ciò che dovrebbe essere.
“Alienati”, allora, non è un giudizio morale, ma una descrizione di stato. Alienati dal ruolo, dalla funzione, talvolta dalla realtà stessa dei problemi che dovrebbero affrontare. Non perché manchi l’intelligenza o la volontà, ma perché il sistema in cui operano, e che loro stessi hanno creato, premia altro: visibilità, fedeltà identitaria e capacità di presidiare il conflitto.
La domanda che resta è: questa deriva può essere reversibile?
Ci chiediamo se sia ancora possibile ricostruire uno spazio politico in cui la competizione non escluda la responsabilità, e in cui il consenso non sia l’unico metro che influenzi di ogni decisione. Una democrazia può sopportare il conflitto, è parte della sua stessa natura. Più difficile è sostenere a lungo una politica che smette di governare e inizia soltanto a rappresentarsi proprio attraverso questo conflitto.




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