Articolo FREE di Blondet del Giugno 2009
Bertolaso for premier, invece di Draghi
Maurizio Blondet 15 Novembre 2010
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Text sizeL’uomo che dovrebbe essere in galera per tradimento è oggi alla massima poltrona di Bankitalia. E da lì critica pubblicamente le misure dell’attuale dirigenza. Draghi sta preparando così la sua nomina a capo governo «tecnico» post-berlusconiano. E i media sono tutti ai suoi piedi, mentre Berlusconi strafà, esagera, straparla.
(Articolo profetico di giugno 2009)
Tutta la cosiddetta sinistra fa il tifo per Draghi. Più precisamente, tutta la sinistra fa il tifo per i giornali inglesi che raccomandano Draghi al posto di Berlusconi. Spettacolo italiano ricorrente, e ridicolmente triste: la fazione chiama il nemico esterno perchè la liberi dall’avversario interno.
La sinistra (cosiddetta) sente che il Salame è indebolito, che s’è impigliato nelle sue scemenze; ma non ha alcuna speranza di succedergli in modo regolare, col voto. Così, spera che siano gli inglesi a fare il lavoro per lei, le massoneria, i poteri forti transnazionali.
E’ già accaduto, come sappiamo. Nel 1992, il 2 giugno, Mario Draghi, allora funzionario del Tesoro, salì sul Britannia, il panfilo della regina strapieno di banchieri della City, che si presentò al largo di Civitavecchia: era stato dato l’ordine delle privatizzazioni, e la finanza britannica voleva mettere le mani sui gioielli industriali dell’IRI. Per brevità, diamo la parola al gruppo Larouche, che rivelò quell’incontro segreto:
«Draghi tenne un discorso in quella riunione, in cui disse esplicitamente che il principale ostacolo ad una ‘riforma’ del sistema finanziario in Italia era rappresentato dal sistema politico. Guarda caso, dopo la crociera sul Britannia partì l’attacco speculativo contro la lira e l’uragano di Mani Pulite che proprio quel sistema politico abbatté. Negli anni successivi, Draghi fu il regista di tutte le privatizzazioni, che hanno trasformato il panorama economico italiano in modo molto simile a quello pre-1936, con un fitto intreccio tra banche e imprese monopoliste in mano a vecchie e nuove famiglie oligarchiche» (1).
L’attacco speculativo contro la lira fu scatenato da Georges Soros; ma la sua scommessa sul ribasso della nostra moneta fu aiutato da Moody’s, l’agenzia di rating americana, che poco prima aveva declassato il debito pubblico italiano. Guarda caso. E quarda caso, al governo c’era allora Amato (non eletto da nessuno, un «tecnico» come sempre) e a Bankitalia, il venerato Ciampi.
Deliberatamente, Ciampi dilapidò l'equivalente di 20.000 miliardi di lire delle casse italiane per una «difesa» della lira che sapeva di non poter vincere. Georges Soros, che agiva sui derivati, insieme a Goldman Sachs e alle altre finanziarie di Wall Street, rischiò solo 3 milioni di dollari. I giornali inglesi sottolinearono la gravità della crisi economica italiana; alla fine dell’operazione, Soros, che aveva venduto lire senza averle, potè riacquistarle con uno sconto del 28%, prima che scadessero i contratti. Si calcola che ne abbia ricavato un profitto del 560% sulla somma investita.
Amato accelerò le privatizzazioni, secondo i giornali inglesi ormai «necessarie», dopo la svalutazione della lira, per ridurre il deficit pubblico.
«Ciò che Amato non ha mai detto - scrisse il Gruppo LaRouche - è che la svalutazione della lira nei confronti del dollaro ha dato agli avventurieri della Goldman Sachs e delle altre finanziarie di Wall Street un grande ‘vantaggio’. Calcolato in dollari, l’acquisto delle imprese da privatizzare è diventato, per gli acquirenti americani, circa il 30% meno costoso» (2).
Non stupisce che Giuliano David Amato sia stato risparmiato dalla tempesta giudiziaria che travolse Craxi, di cui era braccio destro.
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La complicità delle procure di Mani Pulite nell’operazione-svendita è comprovata. Il 12 maggio del 1993, su ordine di Antonio Di Pietro, viene arrestato Franco Nobili, il galantuomo succeduto a Prodi alla testa dell’IRI. Di Pietro lo tiene in galera due mesi e mezzo senza levare alcuna accusa, e facendo un solo interrogatorio (Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, restò in carcere preventivo quatro mesi: vi pose fine, lui o qualcun altro, con un sacchetto di plastica che lo asfissiò a San Vittore).
Il perchè dell’arresto di Nobili si è capito molto dopo. Poichè era obbligato a «privatizzare», Nobili aveva dato a Merrill Lynch l’incarico di valutare il Credito Italiano (Credit), banca pubblica, per la vendita. Durante la sua detenzione, qualcuno tolse l’incarico a Merrill Lynch e lo affidò a Goldman Sachs. Secondo Merrill Lynch, Credit si poteva collocare a 8-9 mila miliardi di lire; per Goldman Sachs valeva solo 2.700 miliardi, e a tanto fu venduta. Persino L’Espresso di Debenedetti e Scalfari, che era in combutta, scrisse: «E’ dunque un regalo quello che l’IRI sta facendo al mercato? Dal punto di vista patrimoniale è così». D’altra parte, aggiungeva a mo’ di scusa, «l’IRI sta vendendo la banca a risparmiatori, che devono guardare ai redditi, nelle banche spesso modesti». Modesti, i profitti delle banche (3).
Tutto questo, omicidi e «suicidi» compresi (4), avvenne sotto gli occhi vigilanti di Ciampi, di Amato e di Draghi. Draghi poi passò a Goldman Sachs (Prodi c’era già) in attesa di più alto seggio. L’uomo che dovrebbe essere in galera per tradimento è oggi alla massima poltrona di Bankitalia. E da lì critica publicamente le misure del governo, di Tremonti in particolare: dovete fare di più, la crisi peggiora...
In un Paese normale, anche l’opposizione gli intimerebbe di tacere: non è eletto, non ha responsabilità, al massimo può fornire al governo indicazioni in via riservata. Ma ovviamente, Draghi sta preparando così la sua nomina a capo del governo «tecnico» post-berlusconiano. E i media sono tutti ai suoi piedi.
Berlusconi, che sente la minaccia, reagisce come gli consiglia il suo disturbo istrionico: strafà. Si è precipitato a Corfù al vertice NATO-Russia, riunione non al suo livello istituzionale (non c’erano capi di governo, solo ministri) e si è prodotto in sceneggiate incredibili. Ai giornalisti, sull’aereo, «Una sera vi invito ad una delle mie feste (a villa Certosa) così vedete la qualità degli interventi artistici». Si è vantato di aver risolto lui la crisi russo-georgiana: «Il buon Sarkozy, mio avvocato di tanti anni fa, andò a Mosca a mediare sul conflitto, mentre io ero al telefono col mio amico Putin per ricomporre le cose». Sempre più euforico e baldanzoso, a Corfù ha detto ai ministri riuniti di avere telefonato a Medvedev, «il quale mi ha pregato di rappresentare la volontà della Federazione Russa di riprendere la collaborazione con l’Occidente e la NATO». Insomma, di fronte agli europei e americani, ha voluto fare la figura del fiduciario del Cremlino. Essendo presente tra l’altro il ministro degli Esteri russo Lavrov, probabilmente ammutolito di tanto scavalcamento.
Più si sente insidiato, più il Salame strafà, esagera, straparla, si mette da solo alla berlina. Conta di rafforzarsi con maggiori dosi della sua superficialità grossolana e della sua improntitudine improvvisatrice, a cui precisamente deve il suo discredito. Nello stesso tempo, lui e i suoi yes-men parlano di complotto internazionale contro di lui, perchè lui sarebbe pericoloso, troppo amico di Putin, troppo bravo...
Ridicolo contrappasso. Dopo aver deriso e demonizzato come complottisti chi osava dubitare della versione ufficiale dell’11 settembre, Il Giornale, Libero, Panorama, Chi (ed Emilio Fede), insomma tutti i servi sciocchi del Salame sono diventati complottisti, segnalano l’attacco di non identificati poteri forti di marca britannica, si aspettano una sorpresa dalla magistratura durante il G-8, sospettano di Tremonti come congiurato.
L’ignoranza di costoro non consente loro di capire che, a livello internazionale, il complotto è permanente. Appena i poteri forti anglo-finanziari ti sentono debole, ti attaccano e si mettono d’accordo con i loro complici interni per farti cadere; e Berlusconi non fa che offrire il fianco.
Gli inglesi, al contrario di noi, hanno la memoria lunga: si ricordano che siamo stati loro nemici. Detestano ancora come nel 1939 anche i tedeschi e i «jap», e se possono li scalciano, e li ridicolizzano. Ma dei tedeschi hanno paura, di noi no. A Corfù, con le sue battute «spiritose», il Salame s’è fatto dei nemici importanti, che gliela faranno pagare. La politica internazionale e le sue insidie sono cose che non s’imparano al compleanno di Noemi da Casoria, nè da Emilio Fede.
C’è forse bisogno di complotto? Il complotto contro Berlusconi è Berlusconi stesso.
Così si avvicina la facile profezia di Cossiga: «Sembra che Mario Draghi, già socio della Goldman & Sachs, nota grande banca d’affari americana, oggi Governatore della Banca d’Italia sia il vero candidato alla presidenza del Consiglio dei ministri di un ‘governo istituzionale’. E così avrà modo di svendere, come ha già fatto quando era direttore generale del Tesoro, quel che resta dell’industria pubblica a qualche cliente della sua antica banca d’affari».
Draghi, funzionario del Tesoro infedele (sul Britannia lavorò contro l’Italia), Berlusconi avrebbe dovuto attaccarlo prima. Avrebbe potuto magari scatenare i suoi giornali contro l’ascesa di personaggi che hanno una poltrona permanente a Goldman Sachs. Oggi è tardi.
Se Berlusconi fosse costretto a dimettersi, magari da gente con la testa sul collo nel suo partito, giustamente allarmata dall’aggravarsi della sua psicopatia, chi mai potrebbe prendere il suo posto e i suoi voti? La sinistra certo no, e lo sa. Napolitano ha detto che non farà un governo «tecnico», come quelli che fece Oscar Luigi Scalfaro. Allora si andrebbe ad elezioni? No, non c’è bisogno di far rischiare i cari ragazzi democratici, i Bersani, i Prodi, i D’Alema e i Franceschini.
Perchè c’è Fini. Il Kippà così istituzionale. Da quando è diventato ragazzo-spazzola del Council on Foreign Relations, non c’è dubbio che è disponibile al nuovo ribaltone. Napolitano non avrà da indire elezioni, darà l’incarico a Kippà. Non è forse del Pdl? Anzi personalità eminente del partito berlusconiano, venerato dalle sinistre?
Ecco: un governo con Fini a premier, che si affretterà a nominare Draghi super-ministro dell’Economia al posto di Tremonti. Sarebbe una nuova fase del saccheggio dei beni italiani (cosa avranno ancora da rubarci?), applaudito da Bersani, Franceschini, Prodi e loro servi.
Contro questa manovra ne vedrei solo un’altra, anche se so che il Salame non la farà: lui ha un «tecnico» da proporre come premier al suo posto. Chi?
Guido Bertolaso. E’, lui sì, un «uomo del fare», contrariamente al Salame, uno che si sbatte, che parla poco e pensa prima di parlare, che va sui disastri anzichè dalla D’Addario. L’Italia è un disastro perenne, deve farsi amministrare dalla Protezione Civile.
Bertolaso for president, invece di Draghi.
Maurizio Blondet
(Pubblicato su EFFEDIEFFE.com il 29 giugno 2009)
Bertolaso for premier, invece di Draghi




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