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  1. #1
    Super Troll
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    Predefinito Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    Biscottone per Silvio

    Gianni Letta: prospettiva stretta. Napolitano: troppe incognite. Fini incontra Pier Ferdinando Casini. Oggi vede Bossi. Ecco lo scenario del papocchio tecnico.


    Stanno cucinando il Biscottone per Silvio. Per ora i cuochi sono alla fase d’impasto, ma i tempi di lievitazione si sono accorciati e presto vedremo se gli chef ai fornelli del Palazzo riusciranno a sfornare il dolce e farlo mangiare al capo del governo quasi uscente. I maligni dicono che ci sarà dentro il veleno, la dose letale per far fuori l’uomo che da sedici anni ha in mano il metronomo della politica italiana, Berlusconi. Non so quanto sarà potente l’intruglio, so però che serve qualcosa capace di stordire il premier, metterlo in condizione di non galoppare nelle praterie elettorali. Appiedare il Cavaliere è la condizione necessaria per andare avanti con il piano di regime change, con l’idea di cambio totale della guida non solo dell’esecutivo, ma dell’intero sistema politico italiano così come l’abbiamo conosciuto. La diplomazia è al lavoro da mesi, ma la via ribaltonista scelta da Gianfranco Fini negli ultimi giorni ha accelerato le operazioni. Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav? Ho qualche dubbio. Non essendo possibile mettere Berlusconi nelle patrie galere (sogno di tutti i suoi avversari) si dovranno accontentare (o illudere) di tenerlo imbrigliato il tanto che basta, ma l’idea di sbarazzarsi di lui e del berlusconismo come fenomeno sociale è semplicemente un desiderio infantile. É da questo fatto ineludibile, da questo incubo che muovono le loro mosse i protagonisti di questo finale di partita.


    Vediamoli nel dettaglio uno a uno, cercando di leggerne non solo i prossimi passi, ma anche la psicologia e le paure che emergono dai loro discorsi più o meno ufficiali.
    Gianfranco Fini. Eccolo, è l’uomo che si sta incaricando di vestire i panni del regicida, colui che tradisce e pugnala alla schiena il Cavaliere di Arcore. Dopo sedici anni (ma se contiamo l’endorsement di Berlusconi quando Gianfranco si candidò a sindaco di Roma gli anni sono diciassette) ha deciso che è giunto il momento di comandare il plotone d’esecuzione. Nella duplice veste di Presidente della Camera e leader di Futuro e Libertà Fini tenta il colpaccio della vita (e morte) di una stagione politica.

    Gianfranco è giunto all’estrema decisione senza averci pensato in fondo poi tanto. Le pietre sono rotolate a valle e lui in cuor suo gode tantissimo di questa situazione. È entrato in una fase parossistica il cui ritornello è «Silvio deve cadere», tutto il resto per lui è noia. Ad horas i suoi ministri lasceranno (con il magone e molta preoccupazione per l’indennità perduta) la poltrona, poi ci sarà un salto nel buio dell’iperspazio politico. Fini ha in mente un piano di salvataggio per se stesso e i suoi fedelissimi che ha due vie possibili: convincere Berlusconi ad allargare il suo governo e consegnarsi al boa constrictor di Futuro e Libertà-Udc, oppure convincere Napolitano sulla bontà di un governo tecnico e trascorrere qualche mese ancora al riparo, il tanto che serve per organizzarsi a elezioni anticipate ma non troppo. Ieri ha visto il suo potenziale complice nell’operazione, Pier Ferdinando Casini, ha parlato con Letta, saggiato la visione del Quirinale. Chi dice che è disperato si sbaglia, Fini è in una fase psicologica in cui non prova quel senso di smarrimento, sa che anche nella Terza Repubblica avrà un ruolo, il problema è solo arrivarci nel miglior modo possibile, senza farsi troppo male e con le batterie cariche. Ci riuscirà? Al di là dei proclami umbri, il suo partito non esiste, è un’accozzaglia di belle e brutte speranze che deve fare i conti con la categoria politica del «tradimento» e un elettorato di destra che non ha alcuna intenzione di votarlo. I sondaggi migliori lo danno al 7 per cento, quelli più realisti in una banda che oscilla tra il 3 e il 5 per cento. Troppo poco per contare da solo. Ecco perché ha bisogno di alleati. Non può andare al voto anticipato subito, non può sbarellare totalmente a sinistra. Deve giocarsi la carta della manovra di Palazzo.

    Pier Ferdinando Casini. Ha dalla sua una posizione chiara assunta due anni fa: sta all’opposizione di Berlusconi, non ha accettato nessuna offerta del Cav in passato e imbarcarsi oggi in un’operazione di regime non è per lui il massimo. Ha bisogno di una crisi conclamata del governo uscente per poter partecipare a un’altra avventura. Il suo partito ha perso alcuni pezzi della scacchiera che pesano, soprattutto in quella Sicilia che nelle scorse elezioni politiche gli ha consentito di eleggere i suoi tre senatori. Con Fini non condivide un bel niente, tranne il fatto che vuole la sparizione del Cavaliere. Sul resto, buio fitto. Un programma politico scritto da Fini e Casini avrebbe seri problemi psichiatrici, sarebbe una personalità sdoppiata: il laicista Gianfranco con il cattolicissimo Pier. Fini era per staccare la spina a Eluana Englaro, Casini per la volontà di Nostro Signore. Il capo di Fli è guardato con sospetto dal Vaticano (basta leggere Avvenire per capirlo), quello dell’Udc resta una pedina della politica terrena della Santa Sede. Entrambi cavalcano la battaglia moralista contro il Supercavaliere erotico, ma entrambi sono divorziati. Dopo l’odio per Berlusconi hanno in comune il cambio dei pannolini della prole. È una suprema alleanza dei passeggini che con queste premesse può giusto varare un governo tecnico, una transizione, poi essendo due galletti nel pollaio torneranno a prendersi a colpi di beccuccio e artiglietto.

    Umberto Bossi. Nei panni del mediatore non lo avevamo ancora visto adoprarsi e l’unica cosa media visibile in questi mesi del nostro Umbertone è stato il suo fierissimo dito medio alzato di fronte all’intero mondo. Bontà sua, ha deciso di provarci e tutti noi trepidiamo in attesa di novità roboanti. È il politico più furbo e intelligente della baracca politica, uno che male che vada domina tutto il Nord mentre gli altri si leccano le ferite. Un governo tecnico per lui è un regalo colossale, una manna padana: mesi di campagna elettorale con il dito alzato, il rutto incorporato, lo slogan popolano e una capacità di dragare voti impareggiabile. Fini e i suoi sodali hanno appena smontato in Parlamento l’accordo con la Libia sui respingimenti degli immigrati, vallo a spiegare a quelli delle valli che votano Lega. Eppure Bossi ha il dovere di provarci, per lui c’è una missione da concludere: il varo del federalismo prima che tutto il resto vada a carte quarantotto. Messi a posto i decreti per dare autonomia al Nord, si potrà andare alle urne e il Carroccio avrà un bottino di guerra ricco quel tanto che serve per porre le premesse di un’Italia a doppia velocità e doppio Stato: da una parte il Nord che guarda alla Baviera, dall’altra il Sudistan di Fini e del partito della spesa galoppante. Il suo tentativo diplomatico è generoso, se va a segno, la legislatura continua come prima e più di prima nel segno della Lega, se va male, appena uscito dalla stanza di Fini tirerà fuori lo spadone di Alberto da Giussano e vedremo rotolare le teste sognanti di mezzo Parlamento.

    Gianni Letta. È il mediatore eterno, la felpata presenza istituzionale, il cervello fino nella stanza dei bottoni. Ieri ha avvisato tutti i naviganti del globo terracqueo: «La prospettiva del governo è stretta». Affiorate dalle sue labbra quelle parole significano una sola cosa: siamo a un passo dal botto finale o dalla salvezza in extremis. Un suo governo tecnico sarebbe la garanzia migliore per il Cav, ma il nostro dovrebbe poi fronteggiare il fuoco incrociato dei magistrati e del giornale-partito di Repubblica. Giorgio Napolitano. Ieri ha detto: «Ci sono troppe incognite. Bisogna fare i conti con i problemi concreti». Ecco, il presidente della Repubblica è un Terzinternaziolista, un uomo della Realpolitik. Non vuole pasticci, chiede che venga approvata la finanziaria, sa benissimo che non si può fare un governo con Bossi, Berlusconi e Tremonti all’opposizione e soprattutto non ha nessuna intenzione di candidarsi all’Oscar (Luigi Scalfaro) del ribaltone.

    Silvio Berlusconi. Il Bunga Bunga nei sondaggi per ora gli fa un baffo, l’asse Pdl-Lega continua ad essere il favorito nella corsa elettorale. Lui lo sa e gioca a fare il gatto con il topo. Non si dimette, aspetta Fini, l’uomo con il cerino in mano. Il Biscottone è in cottura, ma con queste premesse rischia di uscire dal forno di Palazzo bruciacchiato. Vedremo presto chi in Parlamento ha il coraggio di mangiarlo.


    Mario Sechi

    11/11/2010

    Il Tempo - Politica - Biscottone per Silvio
    Ultima modifica di acquazzurra; 11-11-10 alle 13:19

  2. #2
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    beh, certo che ce la faranno, da quando Silvio ha astutamente cacciato Fini dal PDL per rendere felici i traditori Gasparri e Larussa, i nostri eroi hanno la maggioranza.

    Si sta discutendo solo sul come e sul quando

    Il massimo della goduria sarebbe che Silvio presentasse da solo le dimissioni, come nel 94, pero' dopo aver approvato la finanziaria cosi' poi quando fallisce il Paese è colpa sua.

    L'ultima ipotesi sul tappeto è quella di sfiduciare i ministri uno alla volta. Si parte con Bondi e Calderoli.



    Pompei: Donadi, Si' Mozione Sfiducia Bondi Ma Prima Si Voti Su Calderoli - Yahoo! Notizie
    Ultima modifica di brunik; 11-11-10 alle 13:22
    Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell'Europa siamo noi

  3. #3
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    beh, certo che ce la faranno, da quando Silvio ha astutamente cacciato Fini dal PDL per rendere felici i traditori Gasparri e Larussa, i nostri eroi hanno la maggioranza.

    Si sta discutendo solo sul come e sul quando

    Il massimo della goduria sarebbe che Silvio presentasse da solo le dimissioni, come nel 94, pero' dopo aver approvato la finanziaria cosi' poi quando fallisce il Paese è colpa sua.

    L'ultima ipotesi sul tappeto è quella di sfiduciare i ministri uno alla volta. Si parte con Bondi e Calderoli.



    Pompei: Donadi, Si' Mozione Sfiducia Bondi Ma Prima Si Voti Su Calderoli - Yahoo! Notizie

    a turno ( quei due o tre che sanno parlare ) quelli dell'IDV chiedono dimissioni ...sfiducia ...referendum ....

    Oggi e' il turno dell'adone raffigurato qui sotto .

    Chiamare un bravo softwerista per aggiornare i loro software non sarebbe fare un'opera di bene sia a loro che a noi che dobbiamo sorbirci , tramite estimatori dei suddetti , tutte le originalita' che, giornalmente , geni di tal fatta donano al mondo intero ? :sofico:


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    Con quella faccia un pò così..

    quell'espressione un pò così...
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    scusa, eh, perchè Silvio non chiedeva mai le dimissioni di Prodi, che tra l'altro aveva una maggioranza di ben 70 deputati?
    Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell'Europa siamo noi

  5. #5
    ex unalei
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    Le Istituzioni da difendere

    Scritto da Piero Ostellino

    Le orchestre di bordo suonano tutte, incessantemente, le stesse canzoni:

    «Escort», «Noemi», «Ruby».

    Fra i passeggeri, c’è chi balla senza sosta, assordato dalla musica; ma il numero di quelli che restano seduti, e non desiderano altro che il viaggio finisca, aumenta.


    Il comandante gira fra i tavoli, corteggiando le signore; gli altri ufficiali canticchiano le parole delle canzoni, non curandosi della rotta.

    La nave procede sempre più lenta.

    Inesorabilmente, si avvicina all’iceberg. Fra poco ci sarà l’urto e la nave affonderà.

    Si fa qualche illusione chi, nel mondo della politica e dei media, pensa che il crepuscolo di Berlusconi, le divisioni nel Popolo della libertà, le ambizioni di Fini di dar vita a una nuova rappresentanza della borghesia produttiva, la prospettiva di alternanza di governo, si concreteranno, in un modo o nell'altro, secondo le diverse aspettative;
    si chiuderà, con la «fase di transizione», la crisi del sistema politico e tutto si aggiusterà.

    O con un governo di transizione, o con nuove elezioni, o con la prosecuzione della legislatura fino al suo termine naturale.

    No. La crisi del sistema politico è la sindrome di una crisi istituzionale analoga a quella che pose termine alla Quarta repubblica francese.

    Manca la causa scatenante (l'Algeria), manca l'uomo che vi mise rimedio (de Gaulle).


    La Lega già dice che, di fronte alla nascita di un governo di transizione, scenderebbero in piazza milioni di cittadini.

    Non è uno slogan.

    È la previsione di un accadimento possibile.

    L'esplosione della «questione settentrionale», la protesta dell'Italia produttiva contro il parassitismo regionale e corporativo, il concretarsi della crescente inquietudine, prodromo della secessione, del Nord.


    Nuove elezioni lascerebbero le cose come stanno, perché, da colmare, è la carenza di «una certa idea dell'Italia» di tutta la classe dirigente, non il vuoto di decisione politica e la pur legittima esigenza di alternativa di governo.
    La prosecuzione della legislatura altro non sarebbe, per le stesse ragioni, che il protrarsi dell'agonia.

    Lo spettro della crisi istituzionale - che metterebbe in pericolo l'architettura democratica - già aleggia.

    Minaccia di concretarsi se, in Parlamento e nei media, non si incomincerà, da subito, a pensare al Paese, e ai suoi problemi.

    Non si tratta (solo) di chiudere la parodia di quella guerra di liberazione che è il conflitto fra «usurpatori» berlusconiani e «resistenti» antiberlusconiani;

    e che della crisi della politica è l'effetto, non la causa.


    Ma di affrontare - da destra e da sinistra - il problema delle riforme, ancorché ciascuno con i mezzi che gli sono propri, che producano la necessaria modernizzazione dello Stato e una maggiore autonomia della società civile.
    Chiedere al mondo della politica, e a quello intellettuale, di farsene carico non è né moralismo, né fuga nell'utopia.

    La moralizzazione della sfera pubblica non è affare dei carabinieri - che già si occupano di quella privata - ma della politica.

    L'utopia di cui si sente la necessità sono l'empirismo e il pragmatismo politici.

    Pensare al Paese, e ai suoi problemi, non è più (e solo) un imperativo morale.

    È diventata una condizione di sopravvivenza civile.

    ***

    Grazie GianElisabetto ...grazie ..ce ne ricorderemo ...
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    Citazione Originariamente Scritto da acquazzurra Visualizza Messaggio
    [COLOR="RoyalBlue"]Biscottone per Silvio

    .....Mario Sechi

    11/11/2010

    ]
    sechi sempre brillantissimo ...

    sentirlo a onnibus ( quando lo invitano) e'sempre molto interessante
    vulgus vult decipi

  7. #7
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    scusa, eh, perchè Silvio non chiedeva mai le dimissioni di Prodi, che tra l'altro aveva una maggioranza di ben 70 deputati?
    scrivilo a bersani .. forse si decidera' a sfiduciare silvio ....
    .......prima o poi


    naturalmente IN PARLAMENTO..... mica vorrete violare la " sacra costituzione " ...iaociao:
    vulgus vult decipi

  8. #8
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    Citazione Originariamente Scritto da larth Visualizza Messaggio
    sechi sempre brillantissimo ...

    sentirlo a onnibus ( quando lo invitano) e'sempre molto interessante
    assolutamente d'accordo .
    E' preparatissimo e nessuno reisce a fregarlo in quanto a preparazione e fiuto politico .
    Sono l'unica persona al mondo che vorrei conoscere a fondo

  9. #9
    Super Troll
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    Citazione Originariamente Scritto da larth Visualizza Messaggio
    sechi sempre brillantissimo ...

    sentirlo a onnibus ( quando lo invitano) e'sempre molto interessante
    Vero.
    Mi piace tantissimo.
    Acuto ed imparziale osservatore.

  10. #10
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    Predefinito Rif: Riusciranno i nostri eroi a far secco il Cav?

    Citazione Originariamente Scritto da miluna Visualizza Messaggio
    ... manca l'uomo che vi mise rimedio (de Gaulle).
    ... I fallimenti in Indocina e in Algeria travolgono la Quarta Repubblica, in particolare la vicenda algerina, gestita in modo maldestro dai governi di coalizione e causa principale della crisi costituzionale del 13 maggio 1958. Il 1º giugno 1958 de Gaulle è nominato presidente del Consiglio, con poteri quasi equivalenti a quelli della prima Costituente.

    Come aveva annunciato, utilizza questo potere per far redigere una nuova Costituzione sulla base delle idee enunciate nel "Discorso di Bayeux". Questa Costituzione mira ad arginare la cosiddetta "dittatura parlamentare" (cioè quell'assetto istituzionale per il quale il potere di veto delle minoranze parlamentari, in un'Assemblea estremamente frazionata e rissosa, finisce per paralizzare le possibilità di azione dell'esecutivo, condanna i governi all'instabilità e genera una politica caotica), prevedendo una notevole concentrazione di poteri nelle mani dell'esecutivo (Presidente della Repubblica e governo da lui nominato) a discapito del Parlamento. Il presidente della Repubblica, in base agli articoli 6 e 7 della Costituzione, è eletto da un collegio di grandi elettori.
    La nuova Costituzione, approvata con il 79,25% di voti favorevoli nella Francia Metropolitana al referendum del 28 settembre, segna il passaggio della Francia alla Quinta Repubblica con i poteri dell'esecutivo fortemente rafforzati.

    Le elezioni dell'Assemblea nazionale del 23 e 30 novembre (rispettivamente, primo e secondo turno elettorale) accordano una larga maggioranza ai partiti gaullisti. Il 21 dicembre de Gaulle è eletto Presidente della Repubblica con oltre il 78% dei voti dei grandi elettori. L'8 gennaio 1959 all'Eliseo avviene il passaggio delle consegne con René Coty, l'ultimo presidente della Quarta Repubblica.

    ... Nel 1962 de Gaulle propone un emendamento agli articoli 6 e 7 della Costituzione per consentire l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, nonostante la forte opposizione di quasi tutte le forze politiche rappresentate all'Assemblea nazionale. Di fronte a ciò, la procedura di riforma costituzionale (che, regolata dall'articolo 89 della Costituzione, richiedeva - e tutt'ora richiede - almeno un'approvazione a maggioranza di entrambe le camere) si rivela irta di ostacoli. Charles de Gaulle decide allora di ricorrere al potere presidenziale - previsto dall'articolo 11 della Costituzione - di indire un referendum popolare su proposta del governo concernente, tra l'altro, un progetto di legge riguardante l'organizzazione dei pubblici poteri. L'Assemblea nazionale, per reazione al "colpo di mano" del presidente, sfiducia il governo di Georges Pompidou (5 ottobre) e de Gaulle decide di indire nuove elezioni. Anche se la forzatura della norma costituzionale è abbastanza evidente (l'articolo 11 si riferisce a leggi ordinarie, mentre le riforme della costituzione richiedono la procedura "rinforzata" di cui all'articolo 89), il 28 ottobre l'emendamento viene approvato dal corpo elettorale, con il 62,25% dei voti. Le successive elezioni politiche del 18 e 25 novembre vedono una notevole affermazione gollista...

    http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_de_Gaulle

 

 
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