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    Predefinito Per il Papa contro la crisi dobbiamo tornare all'agricoltura



    Calearo, Ratzinger e l'economia comunitaria di sussistenza

    di Massimo Fini


    Sfoglio una copia del “Corriere”, quella di lunedì 15 novembre le cui pagine, oltretutto, dovrebbero essere compresse da quelle dedicate tradizionalmente allo sport. Le prime undici sono occupate interamente dalla politica, se così la si può chiamare: “Il ribaltone per favore no”; “Al voto solo per la Camera”; “Milano, le primarie a Pisapia”; “La mossa di Berlusconi ‘Il voto, solo per la Camera’”; “L’ultima mediazione, crisi pilotata e nuovi ministri’; “Quirinale in trincea sui poteri”; “I costituzionalisti: improbabile”; “No dai finiani”; “Battaglia al Senato, ma vincono i sì”; “Bossi, un ‘bis’ è possibile”; “Alfano è incredulo. La Carfagna? Tormentata”; “Il terzo polo incalza il premier”; “Vieni via con me: Bersani e Fini ci saranno”; “I partiti non bastano”; “Da Milano ‘schiaffo’ al Pd”; “La sfida è al centro”; “Torna l’effetto Vendola”; “Moratti, arriva l’investitura del premier”. Ma davvero c’è qualcuno che ancora crede che agli italiani, a meno che non si tratti di “addetti ai lavori” o valvassini in attesa di favori e prebende da questo o quel partito, interessino queste cose? Il 40% degli astenuti (contando bianche e nulle) dell’ultima tornata amministrativa non ci hanno detto nulla? La prima notizia è a pagina dodici ed è, ironia della sorte, una dichiarazione di Benedetto XVI intitolata pudicamente, tanto per mascherar le cose, “La lezione ecologista del Papa”.

    Ma Benedetto XVI parla di tutt’altro. Dice: “Mi pare il momento per un richiamo a rivalutare l’agricoltura, come risorsa indispensabile per il futuro… il processo di industrializzazione ha talvolta messo in ombra il settore agricolo… rieducarsi tutti a un consumo più saggio, a stili di vita più sobri”. Si tratta di un attacco radicale all’attuale “modello di sviluppo economico globale” e non tanto per salvare la ghirba dell’inquinamento ma i valori più profondi dell’essere umano totalmente marginalizzato nel regno dell’economia, dello sviluppo, della crescita, del Pil. Del resto quando era ancora cardinale, Ratzinger lo aveva scritto paro paro in un documento: “Il Progresso non ha partorito l’uomo migliore, una società migliore, e comincia a essere una minaccia per il genere umano”.

    Ma nessuno se lo era filato, come non ce lo si fila oggi preferendo chiedersi con chi è andato a cena Calearo. Eh sì, care suorine progressiste del Fatto, se si vuole restituire una dimensione umana, comunitaria, ecologica, alla nostra vita, se si vuole restituire una dimensione umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico ed esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato “il modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre, a ritmi sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “We”, “sviluppo sostenibile” che tengano , il solo modo è tornare a un’“economia di sussistenza”, vale a dire, sia pur in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale. Son cose che vado scrivendo da almeno un quarto di secolo (“La Ragione aveva Torto?”, 1985) e classificate, quando si vuol essere gentili, come “provocazioni intelligenti”, ma che peraltro costituiscono il nocciolo di alcune correnti filosofiche americane, il bioregionalismo e il neocomunitarismo, minoritarie certo ma a cui nessuno, negli Stati Uniti, nega dignità di pensiero (e lo stesso in Francia con Baudrillard, con Virilio, con De Benoist) come invece avviene da noi dove questa questione cruciale viene accolta con sorrisetti di compatimento. Si preferisce parlare di Calearo. Potrei dire fatti vostri. Se non steste segando il ramo dell’albero su cui anch’io sono seduto.

    Calearo, Ratzinger e l'economia comunitaria di sussistenza, Massimo Fini


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 22-11-10 alle 04:19

  2. #2
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    Predefinito Rif: Per il Papa contro la crisi dobbiamo tornare all'agricoltura



    Il Papa, l’agricoltura, gli stili di vita

    La vecchia fatica e il nuovo compito


    di Marina Corradi


    A qualcuno sarà sembrato inattuale il richiamo di Benedetto XVI a una rivalutazione del lavoro nei campi; al ritorno addirittura dei giovani all’impresa agricola. Forse i più vecchi, ascoltando l’Angelus, avranno sussultato: i campi? Ma se noi da giovani dai campi siamo scappati, se siamo emigrati e abbiamo accettato qualsiasi manovalanza, pur di sottrarci a quel giogo. E ora che i nostri figli e nipoti vivono sul web e frequentano master dai complicati nomi in inglese, ora che la ricchezza, quella vera, viaggia sulle Borse di Tokyo e New York, e oscilla e si alza o svanisce quasi più virtuale che reale, adesso la Chiesa ci dice che dobbiamo rivalutare la vecchia fatica della terra?
    Le parole del Papa cadono nel giorno di una ricorrenza, il giorno del Ringraziamento, di cui la grande maggioranza degli italiani ha perso la memoria. Ringraziamento del raccolto – dei granai pieni, del pane. Quanto arcaico sembra, a noi utenti di ipermercati, questo ricordo. Remote reminescenze, sui libri di scuola, di carestie; roba di altri evi, e altri mondi. Un adolescente di Milano o Parigi difficilmente ha mai conosciuto la fame; compra, in magazzini traboccanti di merce, vestiti fatti in Cina o a Taiwan, per pochi euro; e spesso ha già in tasca un Iphone che vale la metà dello stipendio di un operaio. Eppure, anche nell’apparenza di abbondanza delle nostre città sotto Natale qualcosa ci avverte che la china dei consumi del Primo mondo è insostenibile.
    Fumi di discariche e maree nere ci passano davanti come fantasmi nei telegiornali, come il lato oscuro del nostro benessere. Ma, anche, una nuova inimmaginata povertà lambisce noi, nelle fabbriche chiuse per la delocalizzazione, nella disoccupazione dei figli, a mani vuote con tutti i loro master. E cos’è questo freddo vento di stenti che si annuncia, e stringe i cordoni dei sistemi sanitari pubblici verso antiche miserie in un’Europa prossima ventura, in cui saremo in troppi a esser vecchi?
    Ciò che ha detto il Papa all’Angelus non è che un coerente ritorno alla Caritas in Veritate, dove scriveva: «L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune».
    Non basterà produrre, e produrre ancora, cercando aree a più basso costo di manodopera, usando di maestranze disposte a tutto, ignorando scorie e veleni abbandonati. Non basterà vendere, incentivare, consumare. Prima o poi questi stili di vita si mostreranno insostenibili. E non solo in quel remoto mondo di poveri dove brucia «lo scandalo di diseguaglianze clamorose», come disse Paolo VI. La crisi già si è mostrata ai manager della City, si è ripercossa come un’onda su aree industriali occidentali che avevano dimenticato cosa fosse la disoccupazione. Occorre puntare, ripete il Papa, su un nuovo sviluppo sostenibile, su un nuovo equilibrio tra industria, servizi e agricoltura. Occorre reinventarsi l’economia mondiale: oltre la logica del puro profitto. In questo senso Benedetto XVI ha indicato una rivalutazione del lavoro nei campi; come una svolta culturale che sia segno di tempi di risveglio, e della sensibilità a un bene comune. A questa terra di cui viviamo e mangiamo, alla terra donata e abbandonata; alla fatica non virtuale di preparare un raccolto, alla misura profondamente umana di quella attesa.
    "Bene comune"? Anche questa espressione suonerà forse strana a una generazione educata nell’individualismo e nel mito dell’avere. Che cose singolari dice il Papa, penseranno in molti, chini sul pc a compulsare sofisticate tesi di laurea in economia e finanza. Eppure quello della Chiesa, da Paolo VI a Giovanni Paolo II a Benedetto, è uno sguardo non miope, che vede più lontano degli strateghi e semidei di Wall Street. Sguardo tenace, e materno nel ripetere, come nella Gaudium et spes, che il primo capitale da salvaguardare, in verità, è l’uomo.

    Il blog degli amici di Papa Ratzinger [3]: Il Papa, l’agricoltura, gli stili di vita. La vecchia fatica e il nuovo compito (Marina Corradi)


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 21-11-10 alle 23:30

  3. #3
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    Predefinito Rif: Per il Papa contro la crisi dobbiamo tornare all'agricoltura

    Può essere condivisibile. Però il Papa dice anche tante altre cose e per la maggior parte dei casi sono ovvietà.

  4. #4
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Per il Papa contro la crisi dobbiamo tornare all'agricoltura

    Bel messaggio, mi piace, di fronte alla crisi il ritorno alla vita tradizionale contadina, la terra produttrice contro i mercati finanziari.

  5. #5
    .
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    Predefinito Rif: Per il Papa contro la crisi dobbiamo tornare all'agricoltura

    Bravo Papa.

  6. #6
    SMF
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    Predefinito Rif: Per il Papa contro la crisi dobbiamo tornare all'agricoltura

    Una posizione intelligente (a differenza di quelle su burqa, libertà religiosa, ebrei e preservativo).
    Ultima modifica di Giò; 22-11-10 alle 13:44

  7. #7
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    Predefinito Rif: Per il Papa contro la crisi dobbiamo tornare all'agricoltura

    Secondo me il Santo Padre si è messo d'accordo con le Edizioni Ritter e le Edizioni di Ar per sponsorizzare l'uscita de La Nuova Nobiltà del Sangue e del Suolo di Richard Walther Darrè. :sofico:

  8. #8
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Per il Papa contro la crisi dobbiamo tornare all'agricoltura

    Citazione Originariamente Scritto da Midgard Visualizza Messaggio
    Secondo me il Santo Padre si è messo d'accordo con le Edizioni Ritter e le Edizioni di Ar per sponsorizzare l'uscita de La Nuova Nobiltà del Sangue e del Suolo di Richard Walther Darrè. :sofico:


    Ancora oggi, gli scritti politici di colui che volle essere il difensore della dignità dei contadini e della cui grande levatura etica e riconosciuta onestà intellettuale nessuno ha mai potuto dubitare, si presentano quanto mai di pressante attualità, mantengono inalterati quei caratteri di freschezza idealistica e di una formidabile e lucida chiamata alla mobilitazione, stimoli quanto mai necessari per non soccombere impotenti, inesorabilmente schiacciati dalla sterilità di questa società consapevolmente votata al suicidio, del suo “pensiero debole” che desertifi ca le menti e inaridisce i cuori. Il pensiero politico di Walther Darré torna a parlarci di critica alla civilizzazione urbana, industriale e totalmente meccanizzata, distruttrice dell’anima del popolo, di severa critica alla società borghese e della spazzatura etnica che la componeva, dell’ascesa dell’economia capitalistica mondiale che ebbe conseguenze drammatiche su tutto il mondo contadino. Tornano, attraverso i suoi scritti, i richiami alla storica lotta anti-plutocratica che i ceti contadini, da sempre, avevano portato avanti contro le potenti oligarchie dell’usurocrazia bancaria e finanziaria all’insegna dell’indissolubile comunione organica fra la Stirpe, la cultura popolare, il sangue e il suolo, della rivoluzionaria strategia di accerchiamento delle campagne sulle città, della prospettiva di un’economia autarchica volta al benessere del popolo e della Comunità e non al profitto capitalista e di un’agricoltura risanata a livello umano e spirituale, di rinnovati entusiasmi e legami comunitari, di tradizioni tramandate e di concrete e fattive solidarietà cementate dalla consapevolezza di avere radici certe e profonde e quindi un destino di lotta e di vittoria. (Dall’Introduzione.)
    Azione Tradizionale

 

 

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