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  1. #1
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    Predefinito Parliamo seriamente di Vendola: la politica industriale

    La settimana scorsa mi sono divertito a fare una traduzione satirica dell'intervista che Nichi Vendola ha recentemente rilasciato al Sole 24 Ore. L'intento era quello di fare una sghignazzata alle spalle dell'ennesimo discorso pomposo, fatto con il solito linguaggio teso ad offuscare ed in cui i politici italiani eccellono; Vendola non era certo il primo a cader vittima di questo tipo di satira e posso garantire che non sarà l'ultimo.

    Molti lettori hanno però sollevato nei commenti varie domande che credo meritino una risposta più dettagliata e seria. A mio avviso infatti, e al di là degli scherzi, l'intervista di Vendola segnala una drammatica arretratezza in termini di pensiero economico. Questa arretratezza appartiene non solo a Vendola ma ad aree abbastanza vaste del centrosinistra e si sposa a una notevole confusione su temi economici tra i simpatizzanti e gli elettori di sinistra. Ho pensato quindi che fosse il caso di cercare di fare un po' di chiarezza, spiegando in modo più dettagliato le ragioni del mio disappunto.

    Non ho, a dir la verità, molto materiale su cui basare la mia analisi del pensiero economico di Vendola. Oltre all'intervista che mi sono divertito a tradurre, mi baso anche su un'altra intervista rilasciata sempre al Sole 24 Ore lo scorso agosto. Come materiale è un po' scarno, ma io credo che alcune idee risultino abbastanza chiare. Quelle mi appresto a discutere, sperando di non aver troppo travisato.

    In questo post mi concentrerò sulle idee di Vendola riguardanti la politica industriale e il problema della crescita della produttività. Nel prossimo considererò il pensiero vendoliano su concorrenza e mercato.

    Vendola si rende conto, come non può che fare qualunque persona minimamente onesta che guardi all'evoluzione dell'economia italiana, che l'Italia ha un drammatico problema di crescita del reddito e della produttività dei fattori, anche se lui magari usa un linguaggio diverso. Quali sono le cause e qual è la soluzione proposta?

    Spero di non far troppa violenza al pensiero di Vendola se dico che le risposte che appaiono dai suoi interventi sono: 1) la produttività è bassa perché le imprese non investono e non innovano; 2) la soluzione è un attivo intervento dello stato che dovrebbe o investire direttamente o finanziare le imprese nei settori specifici che, ad avviso dei politici, sono più utili alla crescita della produttività.

    Nell'intervista di agosto, significativamente titolata ''All'Italia serve una politica industriale'', Vendola afferma:

    Una politica industriale intanto bisogna avercela. Per Berlusconi è opzionale. Pare che la faccia spontaneamente il mercato. E in questa insostenibile leggerezza della politica l'Italia vive un vero e proprio processo di deindustrializzazione che è una tragedia civile e sociale. Non esiste un luogo in cui si discute di quali siano gli apparati industriali considerati strategici e come di conseguenza agire affinché essi possano radicarsi e rinforzarsi qui in Italia, di come possano internazionalizzarsi senza emigrare alla ricerca della manodopera al più basso costo, di come possano competere usando la chiave magica che apre la porta dei mercati globali: la qualità delle produzioni, il contenuto di innovazione dei prodotti.

    Mi sembra un passaggio abbastanza rappresentativo della filosofia politica ed economica di Vendola. E, anche se breve, è un passaggio pieno di errori e di confusione. Tanto per cominciare, non è assolutamente vero che il governo Berlusconi non abbia una politica industriale. Ce l'ha, purtroppo. Vendola ha mai sentito parlare di Alitalia? Di ''incentivi'', ossia sussidi all'acquisto delle cose che il governo ha deciso la gente deve comprare subito, tipo motorini e motori fuoribordo? Altro che lasciar fare al mercato. Ma di questo parleremo più approfonditamente nel secondo post.

    Passiamo all'affermazione secondo cui la deindustrializzazione è di per sé ''una tragedia civile e sociale''. E' un'idea vecchia e anche assai diffusa, ma questo non la rende meno sbagliata. Giusto per avere idea, invito Vendola a leggere questo rapporto dell'OCSE sulla crescita nel settore dei servizi. In verità basta la prima frase:

    The service sector now accounts for over 70% of total employment and value added in OECD economies. It also accounts for almost all employment growth in the OECD area.

    [Traduzione: il settore dei servizi ora comprende il 70% dell'occupazione e del valore aggiunto nelle economie OCSE. E' anche responsabile per la quasi totalità della crescita dell'occupazione nell'area OCSE]

    Questo significa come minimo che la deindustrializzazione non è necessariamente una tragedia. Si può vivere bene anche quando il settore industriale si riduce, e diventare ossessionati (come fanno tanti, non solo Vendola) sull'occupazione industriale, e ancor più sull'occupazione nelle grandi imprese, non è affatto una buona idea. Ma andiamo avanti.

    E' ovvio che l'industria resta una componente molto importante di qualunque economia sviluppata. Ammettiamo pure che ci sia qualcosa di sbagliato in ciò che succede nell'industria italiana. Cosa ha in mente Vendola, e cosa propone? La mancata crescita della produttività è conseguenza di scelte che vengono compiute sia livello di impresa sia a livello di amministrazione pubblica.

    In entrambe le interviste Vendola non discute cosa fare per aumentare la produttività del settore pubblico. Parlare di produttività nel settore pubblico richiede coraggio e capacità di analisi. Richiede, ad esempio, prendere di petto la questione dell'eccesso di dipendenti pubblici rispetto ai servizi erogati, fenomeno particolarmente acuto nelle regioni meridionali. Richiede anche di pensare in modo serio a come misurare qualità e quantità dei servizi prodotti nel settore pubblico (ciò che Brunetta non ha mai voluto e saputo fare), nonché a schemi di incentivo per promuovere l'eccellenza nell'amministrazione pubblica. Vendola, che io sappia, non ha detto nulla al riguardo. Nell'intervista di ottobre afferma

    E con la produttività. Perché qui è più bassa che ovunque?
    Perché sono asini quelli che non hanno investito in innovazione. Non si poteva pensare che Cina e India avrebbero continuato a produrre mutande e calzini. Lo sa che il gioco più importante dei bambini indiani sono le olimpiadi di matematica?

    Ora, a parte che i miei amici indiani mi raccontano storie un po' diverse su quel che succede in India, qua siamo alle petizioni di principio completamente vuote. Non si capisce bene chi siano questi asini; io avevo interpretato che fossero gli industriali, ma alcuni commentatori hanno detto che probabilmente si riferiva alle scelte pubbliche. Ora, se gli asini che non hanno ''investito in innovazione'' sono i politici, bisogna spiegare un po' meglio cosa si vuol fare. Mi auguro Vendola non chieda semplicemente di pompare più soldi nel settore pubblico. Se sono invece gli imprenditori, consiglierei di andarci piano prima di dar dell'asino a chi rischia i suoi soldi, ma su questo diremo di più tra breve. Lasciamo pure in sospeso il giudizio su questo punto e passiamo invece a qualcosa su cui lui ha parlato esplicitamente, ossia la scarsa innovazione a livello di impresa.

    Non conosco sufficientemente i dettagli statistici per dire quanto importante sia stato il ruolo delle imprese nella mancata crescita della produttività, ma assumiamo pure che il fenomeno sia sufficientemente importante da richiedere attenzione. La domanda da porsi allora è: perché le imprese non investono e non innovano? Per rispondere a questa domanda si possono seguire due approcci generali.

    Il primo è l'approccio che viene seguito dalla maggior parte degli economisti. Si parte dall'ipotesi che le decisioni delle imprese vengano prese da persone pensanti e che, pur con qualche problema di gestione che si presenta nelle grandi imprese in cui il management è separato dalla proprietà, tali persone cerchino di sfruttare le opportunità di profitto rispondendo agli incentivi esistenti. Pertanto, se si ritiene che le imprese investano e innovino poco, la domanda da porsi è: quali incentivi presenti nel sistema economico italiano fanno sì che le imprese scelgano di rifuggire dagli investimenti più rischiosi (perché l'innovazione è rischiosa), preferendo invece il ''business as usual''?

    A questa domanda ci sono risposte abbastanza standard. Primo, è chiaro che l'innovazione viene ostacolata se il sistema fiscale la rende poco remunerativa; quindi occorre analizzare la struttura e il livello delle tasse sul capitale e sull'impresa e chiedersi se non siano tali da scoraggiare gli investimenti più innovativi. Secondo, è altrettanto chiaro che l'innovazione viene scoraggiata se rigidità e colli di bottiglia impediscono alle imprese di trarre vantaggio dagli investimenti che producono i risultati migliori. Per esempio, occorre chiedersi se la struttura del nostro sistema finanziario sia adeguata, o se invece per qualche ragione (per esempio potere di mercato, influenza della politica, o regolamentazione del settore) le banche italiane non preferiscano evitare gli investimenti rischiosi (perché finanziare l'innovazione è rischioso), indirizzando invece i fondi verso impieghi sicuri o favoriti dai controllori politici. Terzo, se esistono barriere all'entrate in vari settori e industrie che garantiscono una rendita di posizione alle imprese esistenti è probabile che tali imprese preferiscano dedicarsi a raccogliere tali rendite e coltivare buoni rapporti con il il potere politico (per evitare che le barriere all'entrata che stanno all'origine delle rendite spariscano), piuttosto che intraprendere innovazioni rischiose. All'analisi dovrebbero seguire proposte per migliorare la situazione.

    Il secondo è l'approccio che viene seguito da Vendola. Il quale non si chiede quali sono gli incentivi che generano scarsa innovazione ma assume che la scarsa propensione a innovare sia una caratteristica culturale, una specie di tara genetica degli imprenditori italiani. A questa tara deve porre rimedio la politica, creando, usando le sue parole, ''un luogo in cui si discute di quali siano gli apparati industriali considerati strategici e come di conseguenza agire''. Questo significa semplicemente, una volta fatta una robusta opera di potatura di tutti i fronzoli retorici, che alla politica viene assegnato il compito di individuare i settori in cui investire (quelli '''strategici'', ovviamente) e a cui verranno fatte affluire le risorse pubbliche.

    Qui Vendola commette l'errore di illudersi che i politici siano più bravi degli imprenditori a scegliere gli investimenti e le industrie giuste. Questa è una illusione estremamente diffusa e ricorrente tra i politici italiani, di tutti gli schieramenti. Durante questi mesi in cui abbiamo fatto un certo numero di incontri per la promozione del libro, mi è capitato di sentirne diverse versioni. Gli imprenditori italiani sono troppo ignoranti e poco educati. Sono troppo avidi e avversi al rischio. Sono troppo affezionati all'idea della fabbrichetta di famiglia e paurosi di perderne il controllo in caso di crescita. E così via, spiegando che una buona dose di intervento da parte di qualche illuminato che risiede nei palazzi romani migliorerebbe sicuramente le cose. Che dire? Se decenni di partecipazioni statali, interventi straordinari, cattedrali nel deserto e altri simpatici frutti degli ''investimenti strategici'' guidati dalla mano pubblica non sono stati sufficienti a convincere che sia una cattiva idea presumere che i politici sappiano meglio degli altri come investire i soldi (sempre degli altri), dubito che niente possa esserlo.

    Ma allora, si dirà, non c'è proprio nulla che il settore pubblico possa fare? In realtà sì, se si ha l'umiltà di riconoscere che l'intervento pubblico è comunque problematico e che i politici sono persone che (come tutti gli altri) tendono a fare il proprio interesse piuttosto che l'interesse pubblico. Non dico assolutamente niente di nuovo, ripeto solo quello che abbiamo imparato da decenni di teoria economica. L'intervento pubblico può correggere esternalità negative, per esempio penalizzando mediante tasse le attività inquinanti. Può produrre beni pubblici che altrimenti non verrebbero prodotti e che sono utili e necessari, per esempio buone infrastrutture di trasporto o ricerca di base. E così via, c'è un'enorme letteratura teorica ed empirica sui possibili fallimenti del mercato e su come rimediare.

    Ma è un'altra cosa rispetto a quello che Vendola e tanti altri sembrano avere in mente. Che è appunto l'idea che i politici, che usano i soldi degli altri, siano meglio posizionati dei privati, che rischiano soldi propri, per decidere che investimenti fare. Va aggiunto inoltre che accanto alla letteratura sui fallimenti del mercato c'è un'altrettanto vasta letteratura sui fallimenti del governo e di come sia necessario essere molto attenti nel disegno dei meccanismi di intervento. Il potenziale per l'abuso è sempre presente. L'intervento va sempre giustificato con una buona spiegazione teorica di quali sono i fallimenti del mercato che si sta cercando di rimediare e convincenti dati empirici sul fatto che tali fallimenti sono quantitativamente importanti.

    E no, dire che i privati sono arretrati e non capiscono in cosa innovare non è una spiegazione accettabile.

    noiseFromAmeriKa : Parliamo seriamente di Vendola (I). La politica industriale
    Dannato Barone Rosso.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Parliamo seriamente di Vendola: la politica industriale

    molte critiche del giornalista sono giuste, però...però...secondo me c'è anche un fattore culturale(anche, non solo)
    -Ma dai, sarà la bora..
    -Ma non siamo a Trieste!

  3. #3
    Ccà nisciuno è fesso
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    Predefinito Rif: Parliamo seriamente di Vendola: la politica industriale

    Sono d'accordo con Brusco (che non è un barbaro come Boldrin e Bisin dentro NoA).
    Ultima modifica di Paul Z.; 11-11-10 alle 21:34

  4. #4
    Ccà nisciuno è fesso
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    Predefinito Rif: Parliamo seriamente di Vendola: la politica industriale

    Pensiero più elaborato: è vero che il problema dell'innovazione è un problema di incentivi sbagliati (fisco e banche), ma ci sono anche due cose di cui tenere conto:

    - il frazionamento dimensionale delle imprese italiane: le PMI non hanno la scala per i grandi investimenti rischiosi (tra cui in innovazione) e qui c'è poco da intervenire per lo Stato, a meno di non fare una nuova Rivoluzione d'Ottobre. Nella letteratura economica c'è anche una certa evidenza che le imprese piccole siano le più flessibili ad adattarsi a certi cambiamenti del mercato, ma non c'è pieno accordo su questo e comunque non è sufficiente;

    - l'intervento dello Stato è importante nel caso delle cosiddette innovazioni radicali, specie se hanno caratteri di bene pubblico, nel senso in cui questo è definito nell'articolo. Un esempio è costituito da Internet o dall'energia nucleare, innovazioni civili che provengono dall'intervento dello Stato (USA) nell'industria militare. Anche le tecnologie di base dell'informatica nacquero nel comparto militare (i primi transistor). Un esempio attuale è quello delle energie rinnovabili, rispetto a cui Vendola sta facendo sicuramente un buon lavoro in Puglia (troppo in combutta con le aziende della Mercegaglia?! Chissà...).

  5. #5
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    Predefinito Rif: Parliamo seriamente di Vendola: la politica industriale

    La politica industriale, oltre a correggere le disfunzioni, può anche accelerare la crescita attraverso la ristrutturazione settoriale. Non sarebbe uno scandalo se si intervenisse sul tessile-abbligliamento-calzature, per esempio, che negli ultimi anni ha delocalizzato e si è riposizionato sul lusso accessibile ma con scarsa attenzione all'innovazione tecnologica. Tra l'altro è un settore in cui l'Italia si gioca un vantaggio competitivo e un grande numero di addetti.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Parliamo seriamente di Vendola: la politica industriale

    La sinistra italiana ha sempre avuto un rapporto difficile con il libero mercato. L'idea che la concorrenza, la meritocrazia e la competizione possano essere utili strumenti per aiutare la mobilità sociale e per favorire proprio i più svantaggiati non ha mai preso realmente piede (anche se qui e là qualche flebile segnale di speranza si può cogliere). Non solo il libero mercato viene giudicato negativamente sul piano economico. Le posizioni più oscurantiste all'interno della sinistra tendono in aggiunta a caricare la concorrenza di significati morali negativi. La concorrenza è brutta perché stimola gli istinti più belluini dell'uomo: l'individualismo, la brama di possesso materiale, il disprezzo per gli altri e il successo economico come unica bussola di riferimento.

    Vendola ha parlato troppo poco di queste cose per potergli ascrivere con certezza queste convizioni, ma echi di questa posizione si colgono per esempio all'inizio dell'intervista di agosto al Sole 24 Ore:

    «Il dibattito dell'economia – dice – è asfittico e criptato, monopolizzato da tecnocrati, lobbysti e moralisti a libro paga. Un dibattito drammaticamente orfano di quell'etica della responsabilità che per me significa confronti con l'inviolabilità della vita e del vivente e porre un argine alla mercificazione del mondo. Cos'è la crisi? Una calamità naturale o il frutto avvelenato di quel potere soprannazionale della rendita e della speculazione finanziaria che ha umiliato il lavoro e ucciso milioni di imprese?».
    Alla radice di queste posizioni sta spessissimo una radicale ignoranza su due aspetti.

    Da un lato si ignora ciò che la concorrenza veramente è. Si scambia infatti la concorrenza per una specie di condizione primitiva e primordiale, uno ''stato di natura'' in cui le regole sono completamente assenti e l'unica cosa che conta è il risultato indipendentemente da come è raggiunto. Quindi ignorare la legge o piegarla a favore dei propri interessi, la distruzione dei beni comuni e addirittura il furto vero e proprio, vengono considerati come comportamenti che discendono direttamente dalla concorrenza e dal libero mercato. Come nel caso del signor Lamborghini, tanto per dire. Basta una minima conoscenza di teoria economica per sapere che non è così. La concorrenza per funzionare ha bisogno di regole chiare e uguali per tutti, e tali regole devono essere rigorosamente rispettate. Va aggiunto che almeno in Italia, ma non solo, la confusione è abbastanza comprensibile. L'esistenza di potenti personaggi che puntualmente piegano la legge ai propri interessi e poi si dicono a favore di concorrenza e libero mercato non può che generare confusione tra gli osservatori meno preparati. Da Vendola, così come da qualunque politico di rilevo nazionale, però ci aspetta un po' di più.

    Dall'altro si fa continuamente confusione tra analisi economica e proposta etica. Le due cose, piaccia o meno, sono separate. Quando si fa analisi economica si parte da certe ipotesi plausibili (ed empiricamente verificabili) sul comportamento degli agenti economici, e si formulano modelli per cercare di capire, tra le altre cose, l'impatto dei provvedimenti di politica economica. L'economia si è beccata l'epiteto di ''scienza triste'' perché normalmente gli economisti tendono ad assumere che le motivazioni degli agenti economici siano abbastanza egoistiche. La cosa che molti sembrano non capire, o che fanno finta di non capire, è che gli economisti questa ipotesi non la fanno perché ritengono l'egoismo bello e giusto. La fanno perché, nella maggior parte dei casi, l'ipotesi sembra ben funzionare dal punto di vista empirico. I richiami alla ''etica della respondsabilità'' o cose del genere che ogni tanto affiorano appaiono quindi terribilmente fuori posto e generano confusione. Inoltre, per essere un po' brutali, puzzano proprio tanto di demagogia inconcludente e a buon mercato. Non è certo predicando la bontà che si risolvono i problemi di crescita dell'economia italiana.

    A parziale discolpa di Vendola va detto che questo tipo di posizioni reazionarie anti-mercato sono comuni non solo nella sinistra italiana ma anche, e forse ancor più, nella destra. Su questo versante dello schieramento politico il fastidio verso la concorrenza tende a tingersi da un lato di clericalismo oltranzista (la concorrenza e il libero mercato, ci vien detto, sono pericolosi perché minano i valori della tradizione) e dall'altro di toni protezionistici e xenofobi, a livello sia nazionale sia regionale. Abbiamo scritto un libro, che presto uscirà con una nuova post-fazione, per spiegare come Tremonti abbia cercato di impossessarsi, a suo uso e consumo politico, di questo guazzabuglio di idee poco coerenti, per cui non insisteremo ulteriormente su questo. Ma di Vendola e della sinistra parla questo post, per cui torniamo al punto.

    Ora, un paio di interviste sono poche per comprendere appieno la filosofia economia di qualunque persona pubblica, ma a nostro avviso l'oscurantismo e l'arretratezza di Vendola su questa questione appaiono con nitidezza nell'intervista al Sole 24 Ore di ottobre. Tra le altre cose in essa si afferma:

    Noi siamo in una condizione disatrosa a causa di politiche liberiste. Artefice è Giulio Tremonti, con qualche corresponsabilità di Padoa-Schioppa.
    C'è poco da fare, queste sono frasi che lasciano sbigottiti. Cominciamo dalla tesi di Tremonti artefice di politiche liberiste. Ho già ricordato che abbiamo scritto un libro per spiegare come Voltremont c'entri con il libero mercato quanto i cavoli a merenda, per cui non perderò tempo a confutare la tesi di Vendola. Osservo però che l'affermazione di Vendola è estremamente bizzarra. Tremonti stesso si vanta continuamente di essere un dirigista e la stampa che lo ossequia propaga con fervore questo messaggio. Persino Paolo Ferrero lo accredita di essere un non-liberista, che per Ferrero è inteso essere un complimento. Quindi l'affermazione di Vendola appare essere semplicemente la ripetizione meccanica e fuori tempo di vecchissimi stereotipi della sinistra, italiana e no, senza ormai nemmeno il più tenue legame con la realtà. Questo denota una bassissima volontà di recepire nuove idee e di andare al di là dei recinti tradizionali, che invece inizialmente Vendola aveva cercato di proporre come parte di un nuovo approccio alla politica. Francamente, quando si ha un senso della realtà inferiore a quello di Paolo Ferrero vuol dire che si è nei guai.

    Per quanto riguarda i danni del ''paradigma liberista'' ed in che senso le ''politiche liberiste'' abbiano causato la crisi, è difficile fare valutazioni ulteriori senza sapere meglio cosa si intende. Di certo l'uso del termine non augura nulla di buono e di nuovo sembra indicare una certa pigrizia mentale, unita a mancanza di coraggio di uscire dal proprio recinto. Aspettiamo quindi di capire meglio, da Vendola o da chiunque altro vada ripetendo il mantra del ''paradigma liberista'', cosa esattamente significhi e quali siano i rimedi specifici proposti. E speriamo che il rimedio non sia la riproposizione del ''paradigma statalista''.

    Ma passiamo alle questioni concrete. Perché preoccuparsi di queste posizioni, che possono in fondo apparire semplici enunciazioni di principio quando non banali trucchetti demagogici per accattivarsi a buon mercato una fetta dell'elettorato? In fondo fare predicozzi sulla necessità del comportamento morale in economia non aiuta ma nemmeno fa necessariamente danni. I danni, casomai, derivano dalle azioni concrete di politica economica che vengono intraprese, o più frequentemente che non vengono intraprese.

    Da questo punto di vista ciò che preoccupa di più della posizione di Vendola non è la sua novità, la sua radicalità o la sua forza dirompente. Al contrario, è la sua sostanziale continuità con il pensiero unico della classi dirigenti politico-economiche italiane. Si consideri per esempio la seguente risposta tratta dall'intervista di agosto.

    La crisi è ancora in atto, qual è la sua ricetta per uscirne?
    Io penso che per fare ripartire l'economia bisogna uscire dall'angolo della superstizione liberista, in cui si canta il "de profundis" della spesa pubblica e si considera l'abbattimento del debito come una specie di dio pagano a cui sacrificare i poveri, le famiglie, le partite Iva, il welfare, e anche un pezzo di civiltà europea. Penso che oggi occorre sostenere la domanda interna, dare ossigeno ai ceti medio-bassi, aumentare l'area di consumo, sbloccare la spesa degli enti locali ibernata dalle ridicole penalità delle norme sul patto di stabilità. L'Italia affronta sacrifici durissimi senza alcuna prospettiva di crescita e un'intera generazione viene tagliata fuori dalla prospettiva del lavoro e del futuro.
    Lasciamo perdere la prima frase propagandistica che è francamente ridicola. Dio pagano? Civiltà europea in pericolo? Ma figuriamoci. Guardiamo all'abbozzo delle proposte, che sono sostanzialmente di sussidiare il consumo (misura bizzarramente chiamata ''aumentare l'area del consumo''; forse fa a gara con Voltremont su chi inventa più frasi ad effetto per dire cose banali) e aumentare la spesa pubblica locale. Questo può sembrare diverso da ciò che sta facendo Tremonti ma non lo è affatto. Per esempio, appena insediato il nostro si sbracciava affermando la necessità di ''sostegno della domanda'', che poi voleva dire abolire l'ICI. E quanto giunge l'ora, la faccia dura del Tremonti rigorista si trasforma sempre nel sorriso compiacente del distributore di mancette. Basta guardare l'ultimo maxi-emendamento alla legge finanziaria, in cui tra le altre cose si viene incontro esattamente alla richiesta vendoliana di allentare il patto di stabilità per i comuni.

    Una volta al governo Vendola, che ha più volte dato prova di pragmatismo, non potrà che prendere atto dei vincoli che sono imposti dalla presenza di un debito pubblico che naviga al momento verso il 120% del PIL. Per questa ragione i tassi sui nostri titoli di stato sono circa 1,5% in più che quelli sui titoli tedeschi. Si tratta di un sacco di soldi, pari grosso modo, se ci si perdona la spannometria, alla manovra tremontiana estiva e che Vendola aveva bollato con scarsissima fantasia di ''macelleria sociale''. Il punto molto semplice è che a passare dall'1,5% (o dal 2%, come durante la scorsa settimana) al 5% non ci vuole molto, come una rapida occhiata agli altri PIIGS dovrebbe rendere chiaro. Basta che il governo lasci andare per un po' i cordoni della borsa, convincendo i mercati che il tempo della responsabilità è già passato. Vendola lo sa, e sa anche che più di tanto le tasse non si possono aumentare. Ne segue che grandi programmi di aumento della spesa pubblica, indipendentemente dal giudizio sulla loro desiderabilità, semplicemente non sono possibili. Per cui tutte le menate sull'allargamento dell'area del consumo e sulla spesa degli enti locali non possono che ridursi, in perfetta continuità con la linea seguita finora, in interventi cosmetici e necessariamente di entità ridotta. In altre parole, cose del tipo ripetizione della detassazione dei premi di produzione e degli ''incentivi'' per motorini e motori fuoribordo, probabilmente con un twist di sinistra. Facile scommettere su ''incentivi verdi'' di un qualche tipo.

    Il pensiero di Vendola, se si smussano un po' certe espressioni ideologiche, è in realtà il pensiero unico della classe dirigente politica italiana. Un pensiero che rifiuta di ammettere che la politica può tanto facilmente creare problemi quanto risolverli, che rifiuta di ammettere che i politici sono uomini come gli altri (soprattutto quelli convinti di essere migliori degli altri!) soggetti alle stesse tentazioni di fare il proprio interesse e agli stessi errori di giudizio. Un pensiero che ha generato l'orrendo intervento su Alitalia del governo di centrodestra e che rischia di generare simili mostruosità in un possibile prossimo governo di centrosinistra. Un pensiero, infine, che è il primo responsabile, per il tipo di politiche che ha generato, della scarsa dinamicità dell'economia e della società italiane.

    Questo, alla fine, è forse l'aspetto più deludente della proposta economica di Vendola. Il meglio che di lui si può dire infatti è che è pragmatico. Che va bene, per carità, indubbiamente meglio pragmatico che pazzo. Ma il pragmatismo va bene per gestire l'esistente. Se vogliamo qualcuno che aggredisca alle radici la crisi italiana, che dia al paese una speranza di ritorno alla crescita, il pragmatismo non basta. In effetti essere pragmatici in un paese come l'Italia rischia addiirittura di essere deleterio, perché conduce rapidamente ad assuefarsi alle pratiche che hanno condotto il paese alla stagnazione. L'Italia in realtà ha bisogno di una rottura e di dirigenti che abbiano l'audacia di percorrere strade non battute.

    Fino ad adesso Vendola non ha dimostrato di aver la stoffa per queste cose. Il fatto che nessun altro lo abbia fatto e che tanti politici, a cominciare da quelli che compongono l'attuale governo, siano peggio di lui è una ben magra consolazione.

    noiseFromAmeriKa : Parliamo seriamente di Vendola (II). Concorrenza e mercato
    Ultima modifica di Morfeo; 19-11-10 alle 20:46
    Dannato Barone Rosso.

  7. #7
    Ccà nisciuno è fesso
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    Predefinito Rif: Parliamo seriamente di Vendola: la politica industriale

    Bravissimo Brusco, ancora una volta ineccepibile.

    Vendola non dovrà mai gestire la politica economica, al massimo controllare ministeri sociali (lavoro, sanità, solidarietà?). Ma svolge una funzione politica importantissima nell'attuale panorama politico del centrosinistra.
    Ultima modifica di Paul Z.; 20-11-10 alle 07:43

 

 

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    Risposte: 37
    Ultimo Messaggio: 15-01-05, 20:11

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