Thule ha sottoposto a scansione il testo di una conferenza inclusa nel libro Scritti e discorsi di battaglia, J.A. Primo de Rivera (Settimo Sigillo)
IL PROBLEMA DELLA LIBERTA
Di fronte allo sdegnoso: «Libertà? A che scopo?» di Lenin, noi cominciamo ad affermare la libertà dell’individuo col riconoscere l’individuo. Noi, tacciati di difendere un panteismo statale, cominciamo con l’accettare la realtà dell’individuo libero, portatore di valori eterni.
Però si afferma una cosa decisamente, solo quando essa è in pericolo di scomparire. Affermiamo la libertà perché è possibile che un giorno o l’altro venga soppressa. E in qual stato di cose questo concetto di libertà corre il rischio di venir deprezzato?
Per l’uomo primitivo non esisteva idea o concetto di libertà. Viveva in questa libertà, che era naturale alla sua vita, senza apprezzarla né formularla. L’uomo della età primitiva era libero in piena libertà, senza sapere in che consistesse. Non lo sapeva perché non vi era nulla che potesse coercirlo: esisteva lui e null’altro. Occorse il sorgere di un’entità che ponesse un freno ai suoi impulsi, perché si potesse render conto di questa libertà atta a manifestare le sue tendenze. Fino a che non appare un insieme di norme capaci di restringere i movimenti spontanei della natura, non si delinea il problema della libertà; in breve esso non si profila sino a che non vi è lo Stato.
Lo Stato può essere considerato una realtà sociologica conoscibile col metodo delle scienze dell’ «essere», delle scienze naturali, e come complesso di norme, al quale è applicabile il metodo delle scienze del «dover essere», delle scienze normative. Sotto il primo aspetto, la lotta fra l’individuo e lo stato non presentava interesse giuridico, si riduceva ad una investigazione di causalità indifferente per il problema del « dover essere ». La lotta giuridicamente e politicamente interessante è quella che si forma fra il complesso di norme che integrano l’ordine giuridico statale e l’individuo che di fronte alle norme stesse, vuole affermarsi vitalmente, vuole, in termini banali, fare quello che più gli fa comodo.
DESTRA E SINISTRA
Questa lotta ha raggruppato le tendenze politiche intorno a due costanti che potremo chiamare «destra» e «sinistra».
Sotto a queste espressioni esteriori è nascosto qualche cosa di profondo. Le essenze di questi atteggiamenti «destra» e «sinistra» potrebbero essere riassunti così: le destre sono quelle che considerano che il fine generale dello Stato giustifica qualsiasi sacrificio individuale e deve subordinare qualsiasi interesse personale a quello collettivo; all’opposto le sinistre pongono come prima affermazione quello dell’individuo, e tutto è soggetto ad esso; il suo interesse è supremo, e nulla che attenti ad esso è considerato lecito.
Dunque, secondo tale definizione, sarebbe di destra tutto il comunismo? Perché il comunismo subordina tutto all’interesse statale: in nessun paese esiste meno libertà che in Russia: in nessuno luogo vi è una più soffocante coercizione dello stato sull’individuo. Si sa tuttavia che l’obiettivo finale del comunismo è un’organizzazione senza stato, né classi, un’anarchia e una uguaglianza perfetta. Così hanno detto i capi comunisti: dopo una dura tappa di rigore dittatoriale, approssimativamente il collettivismo anarchico.
Nelle epoche confuse, come quelle in cui viviamo, si cancellano i profili di queste due costanti. E avviene così che gli arciconservatori si sentano sinistroidi e cioè individualisti, sino a che si tratta di difendere i loro interessi. Tanto le «destre» che le «sinistre» si frammischiano, contraddicono a se stesse, perché hanno voltato le spalle allo spirito fondamentale della loro costante.
LA SOVRANITÀ
Ma è falso il punto di vista che pone l’individuo in opposizione allo stato e considera antagoniste le sovranità di entrambi. Questo concetto della «sovranità» è costato molto sangue al mondo e continuerà a costarne. Perché questa «sovranità» è il principio che legittima qualsiasi azione, null’altro che per appartenere a qualsiasi essere umano. Naturalmente, di fronte al diritto del sovrano di fare quello che vuole, si solleverà quello dell’individuo che reclama di far lui quello che vuole. La lite è così insolubile.
Su questo principio si basa l’assolutismo. Questo sistema apparve nel Rinascimento e vantò migliori politici che filosofi. Questi ricorsero al diritto romano, e confermando sopra il «dominio» privato il potere politico, dettero a quest’ultimo un « carattere » patrimoniale. Il principe diventa «padrone» del suo trono, e così quello che a lui piaccia ha forza di legge, null’altro perché emana da lui: «quod principi placuit legis habet vigorem». Diciamo fra parentesi, che questa tesi del principe, questo diritto divino dei re, non è mai stata dottrina della chiesa, come i suoi avversari hanno creduto d’affermare.
Era tuttavia naturale che di fronte al diritto divino dei re si proclamasse il diritto divino del popolo. Colui che diede forma espressiva a questa tesi basilare della democrazia fu Rousseau nel Contratto Sociale. Secondo lui il potere procedeva dal popolo e le decisioni della volontà popolare si consideravano giustificate, per quanto ingiuste fossero. Al «quod principi placuit legis vigorem habet», subentra la affermazione di Jurieu: «Il popolo non ha bisogno di aver ragione per convalidare i suoi atti». L’individuo esce dalla tirannia di un governante per cadere sotto la tirannia delle assemblee.
SOVRANITÀ E DESTINO
Lo stato si fortifica nella sua sovranità, l’individuo nella sua, ambedue lottano per il diritto di fare ciò che loro venga in mente. La lite non ha soluzione. Però vi è in questa lotta una via d’uscita giusta e feconda qualora si ponga su base differente. Questo antagonismo distruttore scompare se si concepisce il problema dell’individuo di fronte allo stato, non come una competizione di potere e diritti, ma come un complemento della finalità di un destino. La patria è un’unità di destino nell’universale, e l’individuo è latore di una missione particolare nell’armonia dello stato. Non avvengono urti di nessun genere: lo stato non può tradire il suo compito, né l’individuo può desistere dal collaborare col suo, nell’ordine perfetto della vita della sua nazione.
L’anarchismo è insostenibile, perché consistendo l’affermazione assoluta dell’individuo nel postularne la bontà o convenienza, già si fa riferimento a un certo ordine di cose onde stabilire la nozione del buono e del conveniente, che è appunto quello che si negava. L’anarchismo è come il silenzio, se si parla lo si nega.
L’idea del destino che giustifica l’esistenza di una costruzione (Stato o sistema), fiorì nell’epoca più alta di cui abbia goduto l’Europa: il secolo XIII, il secolo di San Tommaso: Nacque nella mente dei monaci. I quali fronteggiarono il potere dei re, negandolo qualora non fosse stato giustificato dal compimento di un gran fine: il bene dei sudditi.
Accettata questa definizione dell’essere — latore d’una missione, unità esecutrice d’un destino — fiorisce il nobile, grande e robusto concetto del «servire». Se «si esiste» come esecutori d’un compito, la personalità, l’unità, la libertà si affermano precisamente «col servire» nell’armonia totale. Si apre un’era di fecondità infinita tesa verso l’armonia e l’unità degli esseri. Nessuno si sente deluso, disperso, in contrasto fra quello che è in realtà, e quello che rappresenta nella vita pubblica. L’individuo interviene, quindi, nello Stato, come esecutore di una funzione e non per mezzo dei partiti politici, non come rappresentante di una falsa sovranità, ma con l’avere una professione, una famiglia, con l’appartenere ad un municipio. L’uomo è, così, non solo un laborioso operatore, ma anche depositario del potere.
I sindacati sono confraternite professionali, comunità di lavoratori, ma sono altresì organi verticali che si integrano nello Stato. Nell’assolvere quotidianamente alla propria attività particolare per quanto umile sia, ognuno ha la sicurezza di essere un organo vivo e imprescindibile nel corpo della patria. Si libera così lo stato da mille attribuzioni che ora svolge senza necessità. Gli si riservano soltanto quelle della sua missione innanzi al mondo e alla storia. Lo stato, sintesi di tanta feconda attività, tiene a cuore il suo destino universale. E poiché il capo è colui al quale sono affidati i compiti più alti, è lui stesso che più di ogni altro deve «servire». Coordinatore dei molteplici destini dei singoli, nocchiero della rotta della gran nave della Patria, è il primo servitore, essendo, come colui che incarna la più alta magistratura della terra, «servo dei servi di Dio».
(Conferenza pronunciata al corso di preparazione politica organizzato dalla F.E. delle J.O.N.S. il 28 marzo 1935).
Stato, individuo e libertà


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