Avendo notato la possibilità di un equivoco tra i due concetti, precisamente in questa pagina: domanda, vorrei precisare quale sia la differenza. Partendo da questo preambolo:
Incredibile è come pochissimi riescano a comprendere la possibilità anche solo ipotetica o teorica dell’esistenza di un’alternativa tra sistema economico capitalista nelle forme conosciute di proprietà accentrata e quello di proprietà statale, o di vie di mezzo tra essi. E’ sconvolgente apprendere come pochissimi riescano a concepire la possibilità che un’azienda possa essere posseduta in percentuale uguale da tutte le persone che vi lavorano. Viene da chiedersi su quali basi l’escludano a priori come sembrerebbe ipso facto… E’ veramente una prospettiva così impensabile? Eppure che di esempi di negozi, ristoranti, botteghe artigiane, ditte di servizi, posseduti in società in parti uguali da due, tre, quattro, o più, soci dovrebbero esisterne già… quindi perché a chiunque venga presentata questa prospettiva, strabuzzano gli occhi?
Ed un distinguo anche tra mutualismo proudhoniano e cooperazione:
Il Mutualismo è affine ma differente dalla Cooperazione in senso stretto, anch’essa teoricamente basata su princìpi che escludano il profitto come scopo dell’attività lavorativa. Ma il mutualismo si basa sul precetto che stabilisce la necessità di dover ricevere in cambio della vendita di lavoro o di un prodotto del proprio lavoro, l’esatto ammontare del valore venduto in beni o servizi, che non tiene conto cioè delle leggi di mercato che regolano da sé i valori a seconda del rapporto tra domanda ed offerta. Difatti le aziende cooperative, così come quelle statali, sono in teoria improntate sull’autosufficienza economica ovvero né utili né perdite, ma solo salari ai dipendenti. O almeno in origine era così.
E ancora:
Non si deve confondere “terza via” con il concetto attuale di “terzo settore” ovvero l’economia no-profit. La terza via non è e non vuole essere un’alternativa tra Stato e mercato, ma un sistema totale che prenda il posto sia del primo, del secondo, e del terzo settore. Non in convivenza (“welfare mix”), e che assorba coniugando sia le spinte al profitto che quelle sociali.
Ora venendo al punto:
Le cooperative possono avere una massa di soci illimitata, anche estranei alla vita della cooperativa. Ognuno di essi può essere socio di un numero illimitato di cooperative. Le cooperative possono avere un numero illimitato di dipendenti. Nelle coop insomma la partecipazione è slegata dalla produzione, dalla vita sociale, dallo scopo dell’impresa. Le coop come personalità giuridica in alcuni casi possono possedere quote di altre società. Tutto questo a differenza di un azienda socializzata.
Non è difficile notare la perversione insita in questo, che oscura ogni più nobile proposito sociale di una tal fatta di “cooperazione”: l’istituzione cooperativa sfrutta i dipendenti tal quale una qualunque altra azienda. Ne consegue addirittura il venir meno di uno dei motivi che potrebbe essere di vanto per la cooperazione, quale la risoluzione dello scontro sociale. Invece nelle cooperative lo scontro sindacale raramente si differenzia da tutti gli altri ambiti lavorativi. E non potrebbe essere altrimenti. In esse non mancano gli scontri tra lavoratori sindacalizzati e soci. E questo anche allorquando si introduce nelle legislazioni (quando prima proibita) la figura del socio-lavoratore, definito da Ludovico Festa “sorta di Giano bifronte che, da un lato, detiene la proprietà collettiva con le sue quote azionarie e, dall’altro, è sottoposto allo sfruttamento da parte dell’oligarchia che dirige la cooperativa e che egli stesso ha contribuito ad eleggere”.
Nelle cooperative di produzione e lavoro – su cui, in definitiva, l’analisi teorica si è accentrata – i soci eleggono una tecnostruttura formata da manager che via via hanno assunto anche la configurazione di soci – mentre per lungo tempo (e soprattutto in quelle prettamente legate ai partiti comunisti, paradossalmente!) addirittura agli impiegati era vietato divenirlo in difesa della purezza operaia o contadina o piccolo borghese originaria. Ma tali manager di fatto acquistano il controllo completo della cooperativa. Essa diviene un’impresa di persone gestita nel tempo da un’oligarchia – intesa qui in senso aristotelico e quindi non valoriale – non proprietaria, ma tecnocratica, che si assicura il dominio attraverso il raggiungimento degli obiettivi economici e l’espletamento delle attività sociali che sono proprie della cultura cooperativa.
La base delle coop attuali è quindi fallata dal rifiuto preconcetto dell’utilitarismo.
Solitamente in molti paesi le cooperative sono sottoposte ad una legislazione di sostegno, con regole fiscali favorevoli, senza la quale non riuscirebbero a reggere la concorrenza privata.
Per quanto riguarda poi le cooperative di consumo, si ha il passaggio da una distribuzione in libera iniziativa a una a lavoro salariato: bell’esempio di solidarietà sociale!




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