Secondogenito di Amedeo I, Re di Spagna, capostipite del ramo Savoia-Aosta, Vittorio Emanuele è meno famoso rispetto al primogenito Emanuele Filiberto, Duca delle Puglie, comandante dell'invitta III Armata ed eroe del Carso ed al terzogenito Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi ed esploratore del Polo.
Ma nel 1897 il nostro gentiluomo salvò l'onore d'Italia. Capitò infatti in seguito alla drammatica sconfitta di Adua, dove 120.000 etiopi batterono 16.000 italiani, che il Principe francese Henri Philippe Marie d'Orléans, un avventuriero e viaggiatore d'Africa di stanza in Etiopia, incominciò a scrivere articoli ingiuriosi, ingenerosi e denigratori del fante italiano indirizzati a Le Figaro, in cui sbeffeggiava apertamente il valore dei soldati italiani e degli ufficiali caduti prigionieri, con quell'albagia, arroganza e aria sprezzante tipica della sorella latina quando parla degli Italiani, secondo quella "animadversion que l'Italie suscite chez les Francais", francesi che tanto avevano fatto per sabotare le nostre imprese coloniali. La cosa ebbe vasta eco in Italia e in Europa e finì in una vertenza cavalleresca con cui il Conte di Torino sfidò a duello il Principe Henri.
Inizialmente si profilò uno scambio di 4 palle di pistola e nel caso di un nulla di fatto un assalto alla spada, che sarebbe avvenuto con guanto d'armi. Interdetta la camicia di seta (i francesi opposero il problema della possibilità per un colpo di scivolare su tale materiale, nonostante tale opinione incontrasse la perplessità degli italiani) e libero l'uso di qualsiasi altra camicia inamidata o meno.
Alla fine ci si accordò sull'uso della spada quale arma del duello, dato che gli italiani ritenevano i duelli alla pistola degni di mariti traditi, non di principi di sangue reale.
Il combattimento iniziò poco dopo le 5 di mattina del 15 agosto e durò 25 minuti divisi in 5 riprese alternativamente dirette dal conte Leontieff ed il conte Avogadro.
Al primo scambio, l'Orléans viene sfiorato alla parte destra del petto da un rapido affondo; senza neppure attendere il parere dei medici, i testimoni determinano la prosecuzione dello scontro.
Il secondo scambio si interrompe per un corpo a corpo nel quale i contendenti arrivano a cozzare le cocce delle spade l'una sull'altra.
Alla terza ripresa il conte di Torino viene leggermente ferito al dorso della mano destra. I testimoni francesi chiedono la fine dello scontro in maniera insistente (una ferita a testa; così da dividere responsabilità e onore). Ma il principe sabaudo si oppone fermamente a tale visione e pretende di continuare.
La quarta ripresa viene interrotta per lo spezzarsi della lama della spada di Enrico d'Orléans dopo un corpo a corpo.
La quinta ripresa vede infine il principe francese cadere, subito dopo l'ennesimo tentativo di corpo a corpo, sotto un rapido e micidiale parata e risposta del conte di Torino, il quale va a conficcare la propria arma nella parte destra dell'addome avversario. I medici di entrambe le parti giudicano la ferita sufficientemente grave da porre in stato di manifesta inferiorità "Monseigneur" tanto da far chiedere ad entrambe i secondi francesi il termine dell'incontro.
Mentre riceveva le prime cure, Enrico volle mettersi seduto a tutti i costi e, rivolgendosi a Vittorio Emanuele, lo chiamò a sé chiedendogli "permettez-moi Monseigneur de vous serrer la main?". Vittorio Emanuele gliela strinse con misurato garbo e fierezza.
Entrambe le parti tornarono quindi a Parigi, città nella quale il principe Enrico resterà infermo alcune settimane a causa della ferita e dalla quale il conte di Torino ripartì il giorno stesso per l'Italia, salendo sul treno in partenza da Parigi alle 2 del pomeriggio.
L'accoglienza per il principe sabaudo a Torino sarà trionfale. Sua Maestà Re Umberto I lo accoglie dicendo: "Voglio essere il primo a felicitarti con tutto il cuore dell'esempio da te dato e del successo riportato".
Giosuè Carducci: "Mi permetta V.A.R. di salutare commosso e plaudente il valoroso campione dell'esercito e vindice del nome italiano, ora e sempre".
Il sig. Nicolini, padre di un caduto ad Adua: "Ringraziando S.A. a nome del figlio caduto ad Adua".





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