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    Predefinito USA e Islam: Alexandre del Valle

    Islamisme-Etats-Unis, une alliance contre l'Europe

    "Il vero volto del fondamentalismo islamico"

    (o la strana alleanza tra l'islamismo e i servizi segreti americani)


    di Alexandre del Valle


    Riassunto del saggio e presentazione dell'autore
    Fin dagli anni 30, gli Stati-Uniti appoggiano il regime fondamentalista wahabita d'Arabia saudita, « epicentro del terremoto islamico nel mondo », riprendendo e seguendo la diplomazia della « leva confessionnale » dell'impero britannico. Nell'ambito della Guerra Fredda e della lotta contro « l'impero del Male » sovieto-comunista, e sopratutto a partire dalla guerra in Afghanistan, i servizi segreti americani hanno armato ed addestrato la maggior parte dei movimenti islamisti (o cosiddetti « integralisti » musulmani) nel mondo, dai fondamentalisti siriani e egiziani (Fratelli musulmani, Gamaà, etc), al FIS e al GIA algerini, ed anche, fino al 1995, il Hamas palestinese. Più paradossalmente ancora, Washington ha indirettamente favorito l'ascesa al potere di Khomeyni in Iran, provocando la caduta dello Scià, e poi venduto armi ai Mullah durante la guerra Iran-Irak (Iran Gate). In un passato molto più recente, gli Stati Uniti hanno incoraggiato, fino al 1997, gli ultra-anti-occidentali Talibani di Kabul, in collaborazione con i servizi pakistani e sauditi. Appoggiati negli anni 80 dalla CIA, i cosiddetti « Afghani » (ex-volontari della Jihad anti-sovietica) hanno esteso dappertutto la nuova rivoluzione islamica internazionale. Ora, la base mondiale più violenta e sovversiva del terrorismo islamico non è più l'Iran dei Mollah, ma il « polo » sunnita Pakistan-Afghanistan finanziato e sostenuto dall'Arabia Saudita e messo in piedi da Washington, la cui responsabilità nella crescita della piaga islamico-terrorista nel mondo e in Occidente (sopratutto in Europa) è schiacciante.

    Questa strana strategia americana pro-islamista, anche detta della « cintura verde », oggi appare particolarmente paradossale, soprattutto dopo gli attentati antiamericani del World Trade Center nel 1993, di Nairobi e dar Es-Salam in agosto 1998, o ancora quello contro l'incrociatore americano ad Aden nell'ottobre 2000.

    Oggi, l'America considera l'organizzazione internazionale terrorista di Bin Laden, e i fondamentalisti islamisti in generale, come il Nuovo Nemico. Ma in verità, la cinica alleanza tra lo Zio Sam e la scimitarra islamica non è stata ancora realmente rotta da Washington. In verità, proprio la guerra del Golfo - ed il conseguente terribile embargo di dieci anni contro il popolo iracheno - e la presenza di soldati americani « infedeli » in terra santa islamica « vietata » (haram) d'Arabia Saudita, hanno provocato l'ira degli ex-alleati fondamentalisti degli Americani contro Washington e l'Occidente in generale. Nei fatti, la guerra del Golfo consacrò la morte del nazionalismo arabo più laico e diede il via all'Islamismo radicale, come si osserva ora in Cecenia, Daghestan, Kashmir, Pakistan, Sudan, Algeria, Balcani, e nella maggior parte dei paesi musulmani, prime vittime dell'integralismo islamico. L'ex-alleato incontrollabile degli Americani sembra essere scappato di mano al suo antico-prottetore per diventare il Nemico assoluto. Ma le cose sono in realtà molto più complesse e la responsabilità americana nell'ascesa del pericolo fondamentalista sunnita continua a produrre effetti pericolosi nel mondo intero. Non per caso fu Bin Laden stesso (miliardario saudita ex-comandante della « Legione islamica » anti-russa in Afghanistan, sotto controllo della CIA), attuale capo del « Fronte Internazionale Islamico », ad appiccare il fuoco terrorista islamo-separatista in Cina (Xin Jang), in India (Kashmir), in Bosnia ed anche in Kosovo, dove il Pentagono accettò la presenza, nella direzione dell'UCK (addestrata ed armata dai servizi tedeschi, turchi, croati e sopratutto americani, nonchè da agenzie « private » americane di « consiglio militare » vicine al Pentagono come la MPRI o Duncop) e di stretti collaboratori del terrorista Bin Laden, come Ahmad Zawahiri.

    Nei fatti, la strategia americana pro-fondamentalista, parzialmente ancora valida nel Golfo, nel Caucaso e nei Balcani, anche se molto criticata da alcuni strateghi americani come Henri Kissinger o Samuel Huntington, è fondata su quattro principali obiettivi a medio e lungo termine :

    - impedire la rinascita dell'ex nemico russo-sovietico tramite la « cintura verde » turco-islamista, favorendo l'indipendenza dei paesi musulmani dell'ex Unione sovietica per fare perdere a Mosca il controllo delle riserve e delle vie del petrolio e del gas ;

    - conservare a qualsiasi prezzo buoni rapporti con l'Islam, che possiede 75% delle risorse di petrolio nel mondo, e che rappresenta più di un miliardo di fedeli sempre più anti-occidentali, ma, allo stesso tempo, consumatori di prodotti e tecnologie americane senza essere concorrenti...

    - creare Stati musulmani e pro-turchi nei Balcani, focolai di tensione e d'instabilità, per esasperare gli « scontri di civiltà », non solamente tra Islam e Ortodossia ma sopratutto tra Europa occidentale ed Europa post-Bizantino-ortodossa. In tal modo, a causa dello stesso problema islamico, si puo' giustificare l'allargamento della Nato, buttare (« roll back ») la Russia fuori dall'Europa (« Nuovo Containment »), e tagliare l'Europa in due, grazie ad una « Nuova Cortina di Ferro e di Sangue », ed al risveglio dello scontro di civiltà tra Ortodossi e « Occidentali ».

    - controbilanciare (e farsi « perdonare »), con questa strategia islamica, la politica pro-israeliana di Washington, dando all'Islam nuove basi in Europa, e lasciando perdere poco a poco i nazionalisti israeliani (accordi di Oslo),

    - impedire la costruzione di un'Europa forte ed indipendente favorendo l'entrata della Turchia in Europa, l'infeudazione di quest'ultima alla Nato, e trasformandola (escludendone Russi e Serbi) in un protettorato americano, una « testa di ponte geostrategica dell'America » (Z. Brzezinski), una « zona morbida » (Gallois), ma prima di tutto un luogo di consumo dei prodotti americani.


    Nell' ex-yougoslavia, la strategia pro-islamica e pro-albanese dei servizi americani, inaugurata in Bosnia e accentuata durante la « guerra del Kosovo », in funzione anti-serba e anti-ortodossa, porto' al sorprendente appoggio americano e occidentale ai Mujahidin bosniaci venuti dall'Afghanistan o da tutto il mondo arabo, e agli ultra-nazionalisti dell'UCK che realizzarono, nel « Kosovo indipendente » una purificazione etnica contro i non-Albanesi.

    Ma anche adesso che gli Stati Uniti e l'Unione europea sembrano avere deciso di abandonnare gli ex-alleati dell'UCK (chiamati ieri « combattenti della libertà » e oggi « terroristi »), per appoggiare i regimi democratici della nuova Serbia di Kustuniça e della fragile Macedonia, l'idra del separatismo e la « questione albanese » continuano a destabilizzare i Balcani.

    Come si è visto in Arabia Saudita, in Pakistan, in Afghanistan, in Cecenia, in Asia centrale, e adesso nei Balcani, la strategia americana di « neo-containment » fondata sulla promozione dei focolai di tensione islamo-nazionalisti anti-russi e anti-ortodossi, è stata una scelta geostrategica molto pericolosa, sempre più difficile da controllare, e, dobbiamo dirlo, suicida a lunga scadenza per l'Occidente. Adesso che il fuoco del fondamentalismo e del separatismo è acceso dappertutto, è quasi impossibile fermarlo. Finora, il rischio è stato sottostimato, ma rapprensenta di sicuro una gravissima minnaccia per la pace mondiale.

    Di fronte alle nuove minnacce rappresentate dal fanatismo religioso anti-occidentale e dalle guerriglie separatiste - e le terribili reazioni previdibili contro esse - che emergono in tutto il mondo (« sindrome del Kosovo »), dalla Cecenia all'Afghanistan, passando per i Balcani, i Filippini, l'Africa o l'Indonesia, gli Stati Uniti, l'Europa occidentale e la Russia dovrebbero capire che la Guerra Fredda è ormai finita e che l'interesse commune di queste diverse componenti della civiltà « euro-occidentale » è di collaborare assieme per promuovere la loro sicurezza e la democrazia.

    Inoltre, rinunciare a una Nuova Guerra fredda contro la Russia, che l'Amministrazione repubblicana Bush jr sembra di volere fare resuscitare, e promuovere i legami tra l'Occidente e l'ex-Blocco sovietico, sarebbero le vie più sicure per avvantaggiare la democratizzazione e l'occidentalizzazione del mondo « post-bizantino », invece di continuare ad utilizzare la « cintura verde » turco-islamica per ridurlo.

    Alexandre del Valle, ricercatore all' Istituto Internazionale di Studi Strategici (Parigi-Ginevra), specialista di politica internazionale e pboblemi strategici, scrive in parecchie riviste francesi di geopolitica (Hérodote ; Stratégique, Limes), o di attualità politica (Le Figaro, Figaro Magazine, Spectacle du Monde, Panoramiques, etc).

    E l'autore di un saggio prefato dal General Pierre Marie Gallois, iniziatore della « force de frappe » atomica francese e consigliere del Generale De Gaulle : « Islamisme-Etats-Unis, une alliance contre l'Europe » (L'Age d'Homme, 1997).

    Questo libro ha conosciuto un grande successo in Francia, ed è stato tradotto in paracchie lingue : inglese, russo (con la prefazione di Evgueni Primakov), serbo-croato, portoghese e, adesso, in italiano, sotto il titolo : « Il vero volto del fondamentalismo islamico, o la strana alleanza tra l'islamismo e i servizi secreti americani »).

    Nella prefazione del libro « I prigionieri del Jihad (Guerini, 1998), l'ambasciatore Sergio Romano parla di un « libro interessante e controverso (...). Alexandre del Valle sostiene che gli Stati Uniti si servono dell'islam per una politica sostanzialmente ostile all'Europa. (...). Cio' che è accaduto dall'inizio degli anni Novanta conferma queste impressioni. (...). E una tesi discutibile (...), ma dimostra a contrario che ‘ci sono più cose nel cielo e nella terra' di quante non ne sospetti il filisofo Samuel Huntington » (pp XXII-XXIII).

    In Italia, il libro di Del Valle é anche stato citato nella Stampa, nel Giornale eppure nella rivista di geopolitica Limes.

    Islamisme-Etats-Unis, une alliance contre l'Europe (Italien) - Blog d'Alexandre del Valle


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 07-10-09 alle 13:58

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    Predefinito Rif: USA e Islam: Alexandre del Valle



    Alexandre del Valle, saggista, geopolitologo e islamologo della Sorbona, amico e collaboratore di Oriana Fallaci, è autore di numerose opere encomiabili sull’islamismo come Islamisme-États-Unis, une alliance contre l’Europe, Guerre contro l’Europa e Il totalitarismo islamista all’assalto delle democrazie. Convinto oppositore dell’ingresso della Turchia in Europa sostiene la necessità di una alleanza dell’Europa occidentale con la Russia di Putin per fermare l’avanzata islamica.

    L’America e l’Europa, pur condividendo gli stessi valori, hanno “caratteri” diversi e di conseguenza applicano spesso politiche molto differenti. Il professore Alexandre Del Valle parla pacatamente ma con passione. Vive in Francia anche se è piuttosto legato all’Italia e alla Sicilia in particolare, terra d’origine del padre.

    Le sue posizioni contrarie all’entrata della Turchia in Europa hanno influenzato le idee del partito (UMP) di Nicola Sarkozy. Abbiamo incontrato Del Valle nel corso di una sua breve visita a Milano. Tra le altre cose, si è parlato anche della conversione di Magdi Allam, di islam e di Kosovo.


    Dunque, professor Del Valle, America e Europa sono dei separati in casa?
    - Gli americani, molto più della vecchia Europa piena di sensi di colpa, sono attaccati alle radici classiche e giudeo-cristiane della cultura occidentale. Le amano, le celebrano. Se vuole anche attraverso forme assai banali come i film peplum. Gli Stati Uniti sono apertamente cristiani, giurano sulla Bibbia. L’Europa si rifiuta di farlo. Gli americani magari sbagliano, ma hanno il coraggio di prendere posizione, di fare anche se fanno male. L’Europa si comporta esattamente al contrario: è intelligente ma non osa fare niente. Insomma, l’America non sa però fa, l’Europa non fa però sa. L’ideale, per me, sarebbe un esatto mix fra le due posizioni.
    Si può spiegare meglio?
    - Prendiamo ad esempio il rapporto fra Europa e Russia. Gli europei pensano di dover scegliere fra l’America e la Russia, trasformando la loro politica in una caricatura: o cadono nel pro-russismo e nel terzomondismo antiamericano, oppure diventano occidentalisti duri e puri, che per loro significa essere anti russi e anti serbi. E’ una visione limitata, priva di prospettiva.
    Come dovrebbe comportarsi l’Europa?
    - Penso che la vera grande trappola sia il neocontainment anti russo e anti serbo. In base a questo semplicistico schema, per l’europeo di destra e liberista la guerra fredda non è mai finita. Un atteggiamento che sbocca nell’appoggio incondizionato alle rivoluzioni democratiche in Ucraina, in Azerbaigian o in Georgia. Che mette in difficoltà Mosca perché le aliena i suoi storici vicini. Come se non esistesse un altro paradigma. Ma, come dicevo, si tratta di una trappola mortale, utile solo all’islam e alla Turchia, che smania per entrare nella Ue. E forse vi entrerà, perché gli atlantisti ne hanno bisogno per indebolire l’Europa. Fare entrare nell’Unione tutti i paesi della Nato non farà altro che aumentare la reazione ultranzaionalista e antioccidentale dei russi.
    Come se ne esce allora professore?
    - Tra essere antiamericani e schierarsi di conseguenza con i nemici della democrazia o occidentalisti in funzione antirussa, antislava e pro Turchia, esiste una “Terza via”: il panoccidentalismo. Bisognerebbe insomma mescolare la sapienza, la prosperità dell’Unione europea con la determinazione e l’assenza di colpa dei russi. L’Occidente non è solo puro atlantismo ma, come diceva il grande filosofo Levinas, anche una combinazione delle radici giudeocristiane con quelle greco romane. Se siamo d’accordo di dovere molto ai romani, ai greci o all’umanesimo dobbiamo allora includere nel nostro “Occidente ideale” anche la Russia. Perché pure a Mosca esiste la separazione fra il potere religioso e quello politico. E’ in Russia che si è affermata “la Terza Roma”. E lì che l’impero romano è proseguito attraverso la cultura greco-bizantina. L’Occidente è l’unico luogo al mondo dove sia stata attuata una vera separazione fra potere religioso e politico. Senza che l’uno abbia messo a tacere l’altro. Insomma, la Russia odierna non è un nemico perché appartiene cristianamente, culturalmente alla nostra civiltà. Lo stesso non si può dire, per molti motivi, per la Turchia..
    Eppure alcuni americani, penso a Huntington o a Brezinski, continuano a “pensare” i russi come orientali.
    - E’ vero, ma è potuto accadere perché un autore influente come Spengler ha dato una definizione di Occidente assai limitata. Cioè come quella parte di mondo appartenente prima all’impero romano, poi a quello romano-germanico e infine all’Impero austro ungarico.
    L’Europa è molto più di questo?
    - Certo. Perché anche Bisanzio era Europa. Se alcuni intellettuali la collocano ad “oriente” è per via della storica rivalità tra il Papa e il mondo bizantino. Ma si tratta di una sciocchezza basata su schemi inconsci, che sono da ostacolo alla formazione di una vera identità europea. A mio modo di vedere la guerra fredda non fu l’origine della rivalità fra due mondi, ma il pretesto per aumentare l’odio fra ovest e est.. Ad est non esiste più il comunismo ma, nonostante tutto, continua l’avversione verso la nuova Bisanzio. Cioè verso russi e serbi.
    A questo proposito voglio ricordare un recente dibattito televisivo in Francia dove lei è stato attaccato per la sua posizione filo-serba e per avere definito il Kosovo una nazione governata dalla mafia albanese. Vuole chiarire questa sua posizione?
    -Le dirò di più. La mafia siciliana è composta di angeli se confrontata con quella albanese, che raffina ed esporta l’80% dell’eroina spacciata in occidente. Gli albanesi hanno accumulato un potere enorme, tanto da gestire 500.000 prostitute in tutta Europa. Mi duole dirlo per la mia simpatia verso gli Stati Uniti, ma gli stessi candidati presidenziali americani hanno fatto convegni pubblici davanti ai rappresentanti dell’Uck. Questi terroristi sono stati trasformati in “forze di liberazione, poiché serviva utilizzarli in funzione anti russa e per estendere la Nato ai Balcani. Lo ha spiegato molto bene un uomo di grande cautela come Xavier Raufer nel suo libro “La Mafia albanaise”. Raufer non è uno qualunque: dirige l’istituto di criminologia di Parigi, lavora con l’Interpol e da lui si formano i futuri agenti dei servizi francesi.
    Lei ha pubblicato con molto successo “Il totalitarismo islamico all’assalto delle democrazie”. So che ha in preparazione un nuovo libro. Quando uscirà e di cosa parla?
    - Penso possa uscire verso la fine dell’anno e si chiamerà “Rossi, Verdi, Bruni”. Un titolo che identifica l’alleanza antioccidentale tra comunisti, islamismo radicale e nostalgici dell’Asse. Quanto a questi ultimi non mi riferisco ovviamente a Le Pen o alla destra sociale, ma a personaggi come Claudio Mutti. Sembrano, tutti questi, mondi assai distanti fra loro. Eppure sono uniti dal terzomondismo e dall’antisemitismo. L’antisemitismo antioccidentale, antiamericano e antiliberale unisce infatti anche i rossi delle Br, dell’Action Directe , della Raf, del gruppo Carlos (che adesso si è convertito all’Islam e appoggia Al Qaeda). Rossi, verdi e bruni hanno lo stesso nemico: il liberalismo giudeocristiano. Non è un caso che la nuova destra pagana di Alain De Benoist si schieri sempre per l’immigrazione islamica, a favore di Cuba, con la Libia, con la Siria, con l’Iran. Lui odia profondamente le radici cristiane e giudaiche dell’Europa. Preferisce appoggiare gli immigrati musulmani pur di combattere il nemico verso cui riversa tutto il proprio odio: l’ebreo. La destra pagana odia l’ebraismo, il giudaismo e di conseguenza il cristianesimo, che interpreta come un ebraismo universalista. Delle radici storiche dell’Europa gli eredi di Guenon, di Evola salvano solo la cultura classica greco-romana. E badi bene, che considero Evola un pensatore comunque interessante. Ma molto pericoloso se maneggiato incautamente.
    Anche lei un tempo fu molto critico con gli Stati Uniti d’America.
    - In effetti, credo di avere scritto uno dei libri più duri contro l’America. Si chiamava “Islamismo, Stati Uniti: un’alleanza contro l’Europa”. Il titolo mi sembra significativo. Non pensa?
    Direi di si.
    - Eppure proprio per questo non accetto che l’antiamericansimo si trasformi in filo-islamismo. Così dal 2001 ho cambiato totalmente strategia, non rinnegando una sola riga di quanto scritto in precedenza. Le mie critiche all’America sono però sempre rivolte a un alleato, a un fratello. Conti regolati in famiglia.. Gli europei condividono con gli americani lo stesso destino. Più aumenta l’odio verso Washington, più esso cresce contro tutto l’occidente. Il fatto è che gli arabi credono solo nella forza. E identificano nei potenti Stati Uniti la massima espressione della cultura occidentale. E l’odio verso gli Stati Uniti è odio riversato contro il cristianesimo e l’ebraismo. Per questo motivo vengono ammazzati i cristiani in Iraq, anche se di sangue arabo. I musulmani li assimilano ai crociati, filo-sionisti e imperialisti.
    Cambiamo argomento. Lei è tenuto in alta considerazione dal presidente francese Nicola Sarkozy, che spesso accoglie i suoi suggerimenti. Se la sente di consigliare qualcosa al centro destra italiano, ora che ha vinto le elezioni?
    - Berlusconi non ha bisogno certo dei miei consigli, ma spero finalmente che anche in Italia non si torni a parlare di concedere il voto agli immigrati, come invece voleva fare la sinistra.
    Perché è contrario al diritto di voto agli immigrati?
    - Guardi, io ho molto rispetto per gli immigrati che lavorano onestamente. In Francia ve ne sono moltissimi. Devono poter godere di tutti i diritti. Tranne quello di voto. Concederglielo, sia pure dopo cinque o dieci che anni di permanenza nelle nostre nazioni, è una sciocchezza. Purtroppo, a causa del retaggio napoleonico, in Francia era abbastanza facile acquisire la cittadinanza e di conseguenza il diritto di voto. Sarkozy all’inizio sembrava piuttosto orientato a riconoscerlo. Ora, per fortuna, ha cambiato idea. L’Italia deve stare attenta. Perché non si può svendere il concetto di patria, di nazione, annacquandolo con un multi-culturalismo irresponsabile. E non mi si opponga l’esempio degli Stati Uniti. Da loro è diverso. L’America è un paese fatto da coloni, giovane, che ha il complesso di colpa per aver sterminato gli indigeni ed è forgiata da valori comuni, dall’ultranazionalismo e dal giuramento sulla Bibbia.
    Lei concederebbe il voto ai figli degli immigrati, nati in Italia o in Francia?
    - Dato che per me conta lo ius soli rispondo di sì. A patto che questi giovani dimostrino di non sputare sulla bandiera e di non rinnegare la nazione, come succede troppo spesso da noi in Francia. In Italia avete uno splendido esempio di integrazione. Mi riferisco alla conversione religiosa di Magdi Allam.
    Che idea se ne è fatta?
    - Il battesimo di Allam è il grande segnale che Benedetto XVI ha inviato al mondo: nei confronti dell’islam la Chiesa non è per nulla sulla difensiva. Anzi: il Papa ha mostrato chiaramente che Roma vuole condurre i musulmani alla religione di Cristo.
    Alcuni commentatori hanno sottolineato come il Papa abbia preso le distanze dalle parole di Magdi Allam, che aveva detto di essersi battezzato perché non riteneva l’islam “una religione buona e moderata”
    - Benedetto XVI è un grande teologo. Ma anche un fine politico. Sa benissimo che la cosa peggiore per un musulmano è tradire la propria religione. Tanto più se si converte al cristianesimo e viene battezzato dal papa. La vicinanza a Magdi, che conosco e sostengo, Ratzinger l’ha data con il suo gesto. Dopo, ha semplicemente preferito non inasprire un confronto già fin troppo duro.
    Nel suo libro “Il totalitarismo islamista, all’assalto delle democrazie” accusa l’islam radicale di razzismo e di preparare una nuova soluzione finale per gli ebrei e i cristiani, che devono pagare per le Crociate, la Colonizzazione, il Sionismo e l’Imperialismo. Lei certamente saprà della ricerca pubblicata proprio di recente dal professor John Esposito e condotta insieme alla Gallup. In sei anni sono state intervistate 50.000 persone, rappresentative di “un miliardo e 300 milioni di islamici”. Nello studio emergerebbe come la maggioranza dei musulmani rigetti la violenza, respinga gli attacchi all’America dell’undici settembre e come i più giovani, invece di aspirare al martirio, rifiuterebbero la teocrazia, ambirebbero a un lavoro sicuro, ai diritti e alla democrazia.
    - Prima di tutto va chiarito che Esposito è un americano convertito all’islam. E’ notoriamente filo-musulmano e la sua cattedra alla Georgetown University è sponsorizzata da una lobby araba. In America le cattedre possono anche essere comperate dalle aziende. O dalle lobby, come in questo caso. Esposito è inoltre legato al Council on American-Islamic Relations (Cair). Basta una piccola ricerca su internet per scoprire che quella organizzazione ha fatto ottenere la green card ad alcuni terroristi di Hamas, così permettendo loro l’ingresso negli Stati Uniti. Anche uno degli ideatori del primo attentato alle Torri Gemelle (1993) ha avuto la green card grazie al Cair.
    Dunque Esposito non è credibile?
    - Non nego che abbia fatto quella ricerca. Anche se per me rappresenta al massimo cento milioni di persone. Non nego neppure che esista un islam moderato. Ma, oggi, è ancora in minoranza e quasi ridotto al silenzio. E aggiungo che i sondaggi possono essere sempre pilotati. Le faccio un esempio: Yusuf al-Qaradawi, l’ispiratore dei kamikaze palestinesi e sostenitore della mutilazione genitale per le donne afferma di non essere d’accordo con gli attentati dell’11 settembre. E sa perché?
    Perché secondo lui è stato organizzato dal Mossad.
    Si tratta di una balla colossale messa in giro dall’Hezbollah e da Hamas. Mi sorprendo sempre come molti politici occidentali, anche italiani, ritengano si possa trattare con gente simile. Su quella fandonia si basa il libro “Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso ”, cui ha collaborato anche Franco Cardini. Sa che le dico? Che l’11 settembre è stata una bella fortuna per i musulmani radicali di tutto il mondo. Prima dell’attentato alle Torri di New York essere radicali coincideva con l’essere terroristi. Oggi significa solo essere d’accordo con l’11 settembre. Dunque per un islamista basta dichiararsi contro l’attentato per essere considerato un moderato e continuare a giustificare qualsiasi altro tipo di violenza.

    Del Valle risponde alle domande di Storia e Verità - Blog d'Alexandre del Valle


    carlomartello

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    Turchia nell'Ue, il suicidio dell'Occidente

    Roberto Pich

    da La Padania
    17/12/2004


    La Turchia in Europa? Un errore madornale, uno dei tanti che l'Occidente - e l'Europa in particolare - da un po' di tempo ama buttarsi sulle spalle per giustificarsi davanti alla propria storia e zittire la propria cattiva coscienza. Ne è convinto Alexandre Del Valle, studioso francese di geopolitica e attento osservatore del fenomeno Islam soprattutto negli ultimi anni.

    Professor Del Valle, queste ultime settimane, un po' in tutti i Paesi europei, si è acceso il dibattito sull'ingresso della Turchia nella "famiglia" europea. Lei come giudica un'eventuale futura adesione a pieno titolo di Ankara all'Ue?
    «Sarebbe un fatto gravissimo per più di un motivo: innanzitutto la Turchia non è assolutamente uno Stato europeo, anche se parte dei suoi abitanti lo sono per lontana origine, benché islamizzati e turcizzati, e una parte ancor più piccola del suo territorio lo è dal punto di vista geografico. Ma la Turchia non può assolutamente dirsi uno Stato europeo, né per la storia né per la cultura. Di più, la Turchia è e rimane uno Stato fortemente negazionista, che ancora oggi non accetta le responsabilità dell'Impero Ottomano nel genocidio del popolo armeno. E per finire, rimane un Paese militarista e direi anche fascista, dove i diritti umani sono rispettati solo sulla carta: per non parlare della presenza turca a Cipro, alla quale Ankara non vuole assolutamente rinunciare».

    Un riconoscimento del genocidio armeno per mano turca e una soluzione alla questione cipriota non basterebbero dunque a suo avviso nel rendere accettabile l'ingresso turco in Europa?
    «No, non foss'altro che la Turchia - lo ripeto - non è un Paese europeo. Ha una grande storia, sicuramente una grande civiltà: ma non è europea. In questo non c'è niente di male, semplicemente esiste una diversità che va riconosciuta. Così come va riconosciuta anche la profonda intolleranza della società turca: chi non è maomettano viene tacciato di "infedele", come gli ebrei turchi che vi abitano da secoli, o gli assiro-caldei che abitavano la Turchia prima che nascesse Maometto, ma oggi sono solo gavur, infedeli».

    I sostenitori dell'ingresso della Turchia nella Ue ripetono però che si tratta di un Paese null'affatto radicale, con una forte laicità delle sue istituzioni. È così?
    «Se è pur vero che i militari, i "custodi" in un certo senso della Turchia kemalista e quindi laica, detengono ancora un certo potere, è altrettanto vero che proprio Bruxelles sta spingendo Ankara ad una loro esautorazione dalle leve del comando, con grande soddisfazione dell'attuale governo Erdogan. In sostanza, si dice alla Turchia di mettere da parte i militari, come una delle condizioni per il suo ingresso in Europa, dimenticando allo stesso tempo - o facendo finta di dimenticarsi - che una volta spezzato il potere dell'esercito, addio laicità della Costituzione».

    L'attuale premier Recep Erdogan e il suo governo non sarebbero quindi quegli islamici moderati che vogliono apparire?
    «Assolutamente no. Anzi. Lo stesso Erdogan ha una paura folle dell'esercito che contribuì in passato alla sua carcerazione per istigazione all'odio religioso. Si figuri che il premier ha mandato le sue figlie a studiare negli Stati Uniti...».

    Sembrerebbe invece un bell'esempio di laicità e di "modernismo"...
    «Tutt'altro. Le ha mandate negli Usa perché in Turchia la Costituzione kemalista vieta l'uso del velo e dei simboli religiosi nelle Università, mentre in America hanno la possibilità di indossarlo liberamente».

    Le polemiche dei mesi scorsi sulla proposta di considerare l'adulterio come reato non erano dunque uno scivolone di poche teste calde.
    «Tutt'altro. La loro intenzione, quella di chi è oggi al governo in Turchia, è quella di distruggere pezzo a pezzo l'impalcatura kemalista dello Stato per sostituirvi infine la sharia, la legge coranica».

    E Bruxelles si presta a questo gioco?
    «Come tante volte nella nostra storia, l'Occidente gioca contro se stesso: e il finto europeista Erdogan ringrazia per l'aiuto. Se va vanti così, tra vent'anni lo Stato kemalista sarà distrutto, gli islamici radicali avranno il potere in mano. E l'Occidente dovrà ringraziare se stesso ancora una volta».

    Occidente suicida in quale altre occasioni?
    «Quando aiutò Komehini, quando addestrò i guerriglieri musulmani alla guerra santa contro l'Unione Sovietica: Bin Laden e i talebani sono nati per mano dell'Occidente».

    Eppure, nonostante tutto questo, non sembra esservi una grande ostilità all'idea di una Turchia nella Ue, almeno a livello politico. Come mai?
    «In realtà esiste un fronte anti-turco, a cominciare dalla Lega e dall'Udc in Italia, a buona parte dei partiti austriaci, all'opposizione danese. Ed è anche vero che a Strasburgo, seppur 400 deputati hanno votato a favore dell'apertura dei negoziati con Ankara, 250 hanno invece votato contro».

    Tornando alla questione cipriota: tempo fa la Grecia rifiutò il cosiddetto "piano Annan" per la soluzione della controversia con la Turchia. Oggi Ankara e i suoi supporter si fanno scudo di quella decisione.
    «Il piano Annan era improponibile per i greci che bene hanno fatto a non accettarlo. Si figuri che ai ciprioti greci era vietato perfino ricomprarsi le case dalle quali erano stati cacciati dai soldati turchi. E sa chi l'aveva steso quel piano? Un inglese. Perché non dimentichiamo che dietro la Turchia c'è soprattutto la Gran Bretagna con i suoi interessi strategici e militari nella zona».

    Perché tanti politici europei farebbero carte false pur di vedere la Turchia in Europa?
    «Per servilismo verso gli Stai Uniti, da un lato. E per cattiva coscienza».

    Cioè?
    «A mio parere in questa vicenda, gioca molto la cattiva coscienza europea, i suoi sensi di colpa per il periodo coloniale. E così, invece di risarcire o di scusarsi con i Paesi effettivamente colonizzati, ci si mette la coscienza a posto caldeggiando l'ingresso di un Paese islamico come la Turchia».

    E, Dio non voglia, se la Turchia entrerà veramente nella Ue a tutti gli effetti?
    «Avrebbe la maggioranza relativa di deputati a Strasburgo, e allora ci sarebbe da ridere...».

    Ha parlato di servilismo verso gli Usa, e in effetti Washington è uno dei massimi sponsor di Ankara nell'Ue. In un suo libro di qualche anno fa (Guerre contro l'Europa: Bosnia, Kosovo, Cecenia...), all'epoca dell'intervento americano in Kosovo, lei sosteneva l'intenzione degli Stati Uniti di favorire una "dorsale verde" turco-islamica in funzione anti-russa e anti-europea, dall'Albania all'Afghanistan. È ancora di questa idea?
    «È tutt'oggi una mia convinzione che a lunga scadenza l'intento degli Usa sia quello di impedire la rinascita dell'ex nemico russo utilizzando questa "dorsale verde", favorendo l'indipendenza dei paesi musulmani dell'ex Urss per far perdere a Mosca il controllo delle riserve di petrolio e di gas. In più la creazione di Stati islamici nei Balcani servirà a buttare fuori la Russia dall'Europa e creare instabilità nel nostro continente».

    Come giudicherebbe invece un ingresso della Russia nell'Ue?

    «Sono assolutamente favorevole: la Russia è un paese europeo sotto ogni aspetto, nonostante la visione anglosassone - ma anche cattolica - del mondo cristiano ortodosso, considerato "esotico" e "orientaleggiante". Ma la storia della Russia, la sua civiltà e cultura sono lì a dimostrare esattamente il contrario: che la Russia è Europa a tutti gli effetti, a differenza della Turchia. E con la Russia, con il suo esercito e le sue riserve energetiche, l'Europa sarebbe certamente più forte. Certo, si tratterebbe di un avvicinamento a lunga scadenza, almeno fintantoché la Russia vede l'Europa come un club filo-Atlantico».

    Cosa ne pensa dell'appoggio Usa e Ue al separatismo ucraino?
    «Non trovo per nulla giusto da parte degli Usa appoggiare una destra cattolica antisemita come quella ucraina, solo per creare difficoltà alla Russia. Purtroppo l'Europa suicida segue a ruota, con l'eccezione di qualcuno come Berlusconi che mi sembra più equilibrato».

    Qualcuno l'accuserà di anti-americanismo.
    «Sono tutt'altro che anti-Usa. Anzi, nell'Ump, il partito al quale aderisco, sono promotore di una corrente filo-americana e filo-atlantica. Ma essere amici degli Stati Uniti non significa dire sempre "sì" a Washington».

    Ma questa Ue, cos'è? E cosa vuole diventare?
    «L'Europa è un'entità che soffre di servilismo verso gli Usa, e che sta andando verso una deriva imperialista».

    Addirittura?
    «Chi non è in grado di darsi dei confini, come l'Ue, soffre di imperialismo. Se l'Ue è disposta ad accettare la Turchia in nome dell'idea unica del "rispetto dei diritti umani" e della sottoscrizione di qualche trattato, allora ha deciso per un allargamento di tipo imperialista. La Ue con la Turchia non sarebbe più Europa ma Eurasia. E dopo la Turchia, perché non il Marocco, l'Iran o la Tunisia?».

    C'è un eccesso di economicismo dietro a questa deriva?
    «Non direi. Si possono fare ottimi affari, come fa la Svizzera, restandone al di fuori. Ma l'Ue è prostrata dal servilismo verso gli Usa e dal "politicamente corretto"».

    Ma servilismo verso gli Usa e aspirazioni imperialiste non sono in contraddizione?
    «È in effetti un "Impero infantile" (come lo definisce un libro in uscita in Francia) che si fonda sull'idea unica dei "diritti dell'uomo", base astratta di una falsa identità: un pretesto in definitiva per giustificare un allargamento senza fine. La Ue è una sorta di "aspirante impero" frustrato dalla potenza militare dell'omologo impero americano. L'Ue si sta costruendo come vogliono gli Usa e le rare contrapposizioni diplomatiche sono dovute essenzialmente a motivazioni "nazionalistiche" di singoli politici, come il filo-arabismo francese di Chirac».

    Infine, ritiene un errore non aver inserito il richiamo alle radici cristiane nella Costituzione Ue?
    «Senz'altro un errore molto grave, nonostante che più voci di siano levate di contro: come l'Ump in Francia, l'Udc e la Lega in Italia, o lo stesso Berlusconi. Non sarebbe stato un ritorno alla teocrazia, come sostenuto da alcuni in maniera pretestuosa, ma piuttosto il riconoscimento del fatto che tanti valori laici hanno la loro origine proprio nelle radici giudeo-cristiane dell'Europa».

    Sarebbe stato un segnale forte anche verso Ankara?
    «Verso Ankara e verso tutti gli altri paesi islamici che vorrebbero entrare nella Ue. Sarebbe servito a far capire che l'Europa definisce se stessa anche religiosamente, nel senso culturale del termine. Invece oggi Erdogan può dire che l'Europa non è un club cristiano e che anche la Turchia ha il diritto di farne parte».

    Alexandre Del Valle - Turchia nell’Ue, il suicidio dell’Occidente


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    Predefinito Rif: USA e Islam: Alexandre del Valle

    “L'islam rivoluzionario e terrorista, nato dalla combinazione della rivoluzione occidentale con la Jihad islamica, non uscirà dalla realtà per molto tempo. Non è un caso che essa sia nata nelle parti del mondo musulmano maggiormente legate all'Occidente, come l'Arabia Saudita. Zbigniew Brzezinski, oggi sostenitore di Obama, assunse Osama per organizzare la lotta islamica, crudele e violenta, contro le truppe sovietiche in Afghanistan. Credo che i russi rappresentassero l'Occidente, anche se comunisti, più delle truppe organizzate dal politologo americano, allora consigliere nazionale per la Difesa sotto la presidenza Carter.”

    Don Gianni Baget Bozzo (L’analisi Dentro l’Islam c’è pure Lenin, Il Giornale, 29/11/2008)


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    Predefinito Rif: USA e Islam: Alexandre del Valle

    Lettere immaginarie / Gianni Baget Bozzo a Silvio Berlusconi

    di Ruggero Guarini
    18 mag 2009 131


    Caro Silvio. – Suppongo che ti piacerebbe che ricominciassi anche da morto a offrirti ogni tanto, come facevo da v ivo, qualche umile osservazione sui problemi che ti trovi ad affrontare. Bene: riprendo subito l’antica consuetudine invitandoti a portare avanti, col tuo solito ottimismo, non soltanto il tuo programma di mediatore tra la Russia e l’Unione europea, ma anche il tuo sogno di una strategia globale e unitaria dell’Occidente cristiano sul fronte della resistenza all’aggressione islamista. Dove per “Occidente cristiano” intendo ovviamente un’entità geopolitica che in una sola figura ideale, accanto agli Stati Uniti e all’Europa, include la stessa Russia.

    So bene che questa figura fa arricciare il naso a non pochi europei sedotti dai pregiudizi del “politically correct”. Molti di loro, infatti, quando si discorre del rapporto fra Europa e Russia, esaltando a dismisura l’aspetto conflittuale del rapporto fra Washington e Mosca, ne deducono che occorra scegliere fra due opposte strategie, ugualmente rozze e schematiche: o sostengono una forma estrema di filorussismo e terzomondismo in chiave ottusamente antiamericana, o professano al contrario una forma altrettanto estrema di occidentalismo duro e puro, in chiave angelicamente antirussa. Ma questa alternativa è una trappola in cui l’Europa non deve cadere. (segue)

    In base a questo schema semplicistico, per l’europeo di destra, liberale e liberista, la guerra fredda non è mai finita. E il suo atteggiamento sbocca, com’è noto, nell’appoggio incondizionato alle rivoluzioni democratiche in Ucraina, in Azerbaigian o in Georgia. Il che mette Mosca in difficoltà perché le aliena le simpatie dei suoi storici vicini. E torna utile soltanto all’islam. E naturalmente alla Turchia. Che smania per entrare nella Ue. E forse vi entrerà, perché gli atlantisti ne hanno bisogno per indebolire l’Europa. Ma far entrare nell’Unione tutti i paesi della Nato non farà altro che aumentare la reazione ultranazionalista e antioccidentale dei russi.

    Tra l’essere antiamericani, e il conseguente schierarsi coi nemici della democrazia, e l’essere occidentalisti in funzione antirussa, antislava e più o meno apertamente filo-islamica, esiste tuttavia quella “terza via” che il mio amico Alexandre Del Valle (uno dei più accorti analisti del problema dei rapporti fra l’Occidente e l’Islam, sul quale ha scritto fra l’altro un saggio strepitoso – “Il totalitarismo islamista all'assalto delle democrazie” – per la cui traduzione italiana scrissi a suo tempo una prefazione entusiasta) suole chiamare “panoccidentalismo”. (segue)

    Che cosa egli intende con questa espressione? Cito le sue parole: “Occorre mescolare la sapienza, la prosperità dell’Unione europea con la determinazione e l’assenza di colpa dei russi. L’Occidente non è solo puro atlantismo ma, come diceva il grande filosofo Levinas, anche una combinazione delle radici giudeocristiane con quelle greco romane. Se siamo d’accordo di dovere molto ai romani, ai greci o all’umanesimo dobbiamo allora includere nel nostro ‘Occidente ideale’ anche la Russia. Perché pure a Mosca esiste la separazione fra il potere religioso e quello politico”.

    Del resto mi sembra evidente, carissimo Silvio, che il grande presupposto della tua attuale strategia filorussa sia appunto l’idea che la Russia, per le sue antiche radici cristiane, romane e greco-bizantine (radici che la lunga, sciagurata parentesi bolscevica non è per fortuna riuscita a distruggere), si presenta oggi come un pezzo essenziale di quella nostra grande, immensa, variopinta patria sovranazionale che chiamiamo appunto “Occidente”. E il cui tratto distintivo è quello di essere l’unico luogo al mondo dove sia stata attuata una vera separazione fra potere religioso e politico, senza che l’uno sia mai riuscito a mettere l’altro a tacere. (segue)

    Insomma, la Russia odierna, nonostante tutti i suoi errori, le sue incertezze e le sue contraddizioni, non può essere considerata un vero nemico dell’Occidente per la semplice ragione che appartiene, cristianamente e culturalmente, cosa che non si può dire per nessun paese o stato islamico, alla nostra stessa civiltà. Non dimenticare mai questa premessa e va’ di buon animo avanti per la tua strada con quell’infallibile fiuto di schietto figlio dell’Occidente che sul suo destino nell’èra del risveglio musulmano ti rende più lucido e lungimirante di tanti suoi dotti e schifiltosi spregiatori interni.

    il VELINO Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale | Leggi l'articolo


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