Su Cellino: "Ho raggiunto l'accordo in pochi minuti. E' competente e desideroso di aiutarmi". Sui rossoblù: "Matri può essere più forte se impara a muoversi in sintonia con i compagni d'attacco. Cossu è completo, mi assomiglia. Anche nel non saper fare gol". Intervista di IVAN PAONE



Roberto Donadoni sfoglia l'album dei ricordi e scopre di avere un bel po' di anni (di calcio) sulle spalle. Non può essere altrimenti se adesso allena il figlio di un suo ex compagno di squadra all'Atalanta, Eugenio Perico, papà di Gabriele, terzino destro del Cagliari. «Avevo perso di vista Eugenio da un po' di anni, ma l'altro giorno, in aeroporto a Milano, dopo la vittoria di Brescia, Gabriele era al telefono con lui e me lo ha passato per un saluto».

Siamo agli inizi della sua carriera.

«L'Atalanta è stata la mia prima casa, calcisticamente parlando. E pensare che, quando avevo sedici anni, mi volevano dare via, al Ponte San Pietro, in Promozione. Non perché non fossi bravo, ma perché ero gracile. Mio fratello maggiore, Giorgio, più grande di me di quattro anni, e che mi seguiva nei primi passi da calciatore, si impose: «Se non lo volete più, mi restituite il cartellino e Roberto va a giocare dove dico io». L'Atalanta decise di tenermi, chissà come sarebbe andata a finire in caso contrario».

Avrebbe vinto ugualmente campionati e coppe?

«Chissà. Anche se penso che chi lavora seriamente e ha le doti, prima o poi arriva. Magari perde un anno ma alla fine i conti tornano».

Era già bravo da ragazzino?

«A dodici anni mi facevano giocare con quelli di sedici a un patto: non dovevo segnare. Perché dribblavo tutti e entravo in porta con il pallone. Allora, ero costretto a passare la palla, il problema è che questa abitudine mi è rimasta anche da professionista. Quindi, gol pochini».

Dopo l'Atalanta, il Milan. Berlusconi vinse l'asta con la Juventus.

«Ma fu determinante la mia volontà, perché da sempre avevo simpatie rossonere. Feci un salto nel buio perché in quegli anni la Juventus dominava».

Il Milan esplose subito dopo.

«Gli inizi non furono facili. Il primo anno, era il 1987, con Liedholm in panchina, la squadra stentava. Il Barone venne sostituito da Capello a fine campionato e vincemmo lo spareggio con la Sampdoria per andare in Coppa Uefa».

L'anno successivo arrivò Sacchi, lo consideraste un pazzo?

«No, ma ci impressionò per la sua carica, direi quasi il furore, la voglia di arrivare a certi livelli».

In principio fu il caos.

«Fummo eliminati dalla Coppa Uefa dall'Espanyol e, probabilmente, Sacchi si giocò la panchina a Verona».

Il Milan vinse dominando, Bagnoli, a fine gara, commentò: “Ho appena visto la squadra che vincerà lo scudetto”. Lo presero per visionario.

«Ma ci azzeccò, da grande intenditore di calcio. Non ci fermammo più».

Baresi, Maldini, il suo grande amico Tassotti, Gullit, Van Basten. Li sente ancora?

«Con Tassotti ho aperto un piccolo ristorante, su vicino a Milano. Con Gullit ho parlato da poco, con Van Basten ho fatto una settimana di vacanza la scorsa estate. Subito dopo, si è dovuto operare alla solita caviglia che lo ha costretto a smettere anzitempo».

È stato grandissimo, ma anche Gullit lo era.

«Aveva una tale potenza fisica che avrebbe potuto giocare dappertutto. La prima volta che lo vidi, fu in un torneo a Barcellona, giocava da libero! Poi fu ala destra, centravanti, seconda punta e chi più ne ha...».

Facile azzeccare l'acquisto.

«Sa chi fu il primo a mettergli gli occhi addosso? Nedo Sonetti, quando allenava l'Atalanta. Mi disse: “Sai che è bravo quel Gullit, dico al presidente di prenderlo”. Non lo conosceva nessuno, allora».

Dicono che Sacchi annullasse le individualità. È vero?

«Storie. Basava il suo lavoro sul collettivo ma una volta arrivati al dunque, le individualità le voleva vedere eccome».

La sua carriera da allenatore, invece, è stata scandita dalla maledizione dei rigori. Può ricordare la dannata sequenza?

«E chi se la dimentica? Con l'Under 21, nell'86, ho perso la finale dell'Europeo contro la Spagna. C'era anche Matteoli. Ai Mondiali del '90 ci ha fatto fuori l'Argentina in semifinale, negli Europei del '96 Zola sbagliò il rigore della vittoria che ci avrebbe consentito di andare avanti. Devo continuare»?

Certo, adesso viene il bello, o il brutto, faccia lei.

«Ai Mondiali in Usa persi il Mondiale con il Brasile e agli Europei del 2008 la panchina della Nazionale».

Sconfitta ai rigori contro la Spagna che poi vinse gli Europei e i Mondiali. Eppure, la federazione decise di esonerarla e riaffidare la panchina a Lippi. L'ha digerita?

«Si va avanti, il calcio è anche questo».

Diplomatico.

«Non mi va di sbraitare».

Allora, mi permetto di dire che non si getta a mare un progetto tecnico iniziato da poco a causa di una partita persa ai rigori contro la squadra più forte del mondo degli ultimi tre anni.

«Io mi permetto di concordare e di sottolineare che quel progetto tecnico, con l'inserimento di tanti giovani, da Aquilani a Cassano, è stato sostituito da nessun progetto tecnico, come hanno dimostrato i Mondiali in Sudafrica».

Se non ricordo male, la Nazionale le è anche costata un naso rotto.

«E già. Amichevole Italia-Galles, di loro, nove su undici si presentarono in campo ubriachi. A un certo punto, Riccardo Ferri diede una “stecca” memorabile a Hughes, il quale sputò due denti nella mano, li consegnò al massaggiatore in panchina e continuò a giocare».

Neanche una protesta?

«Nemmeno una parola, ma nell'azione successiva, restituì la cortesia a Ferri che fu costretto a uscire dal campo».

A lei che accadde?

«Un gallese, non ricordo chi, mi falciò da dietro e, non contento, mi passeggiò sulla testa. Risultato: otto punti in testa e naso fratturato».

Lei ha avuto pochi infortuni ma tutti al viso.

«Stella Rossa Belgrado-Milan di Coppa dei Campioni, nell'88, la famosa partita interrotta per la nebbia. Non giocai il recupero perché uno slavo pensò bene di fratturarmi la mandibola».

Belli o brutti, comunque ricordi. Qualcuno dei suoi giocatori le chiede talvolta di raccontarli.

«Talvolta. Loro non li conoscono e questo dà il senso del tempo che passa».

Sonetti, Liedholm, Sacchi, Capello, quale allenatore ha influito di più su di lei?

«Quelli delle giovanili, quelli sconosciuti, che lavorano nell'ombra e sono fondamentali per la crescita di un calciatore. Sono loro ad avermi formato».

Veniamo al Cagliari. Ha trovato Cellino uguale all'idea che si era fatto leggendo i giornali e guardando la tv?

«Guardi, io posso dire solo una cosa: ho trovato una persona competente che mi ha messo al corrente con estrema chiarezza della situazione del Cagliari. È stato prezioso per il mio lavoro».

E Matri come lo ha trovato?

«Fortissimo e può migliorare».

Come? Essendo più freddo davanti alla porta?

«No, deve essere più bravo a muoversi in sintonia con i compagni. Grande è chi sa giocare con tutti, ecco perché due centravanti, se sono bravi, possono giocare insieme. Basta saper fare i movimenti giusti».

Cossu?

«Tecnica, intuito, capacità di saltare l'uomo, partecipazione costante al gioco, sia in fase di possesso che di non possesso. Mi rivedo in lui, anche nello scarso fiuto del gol» (ride di gusto).

Qual è la sua sfida nel Cagliari?

«Coinvolgere tutti, far capire ai giocatori che c'è bisogno di ciascuno di loro, nessuno escluso».

Per raggiungere quale traguardo?

«Mi sembra poco rispettoso nei confronti dei tifosi fare promesse. Che senso ha parlare di Europa League o di cose del genere? Cerchiamo di migliorare il gioco, di crescere e i risultati arriveranno. Noi abbiamo il dovere della serietà».

Quanto è durata la trattativa con Cellino?

«Buon giorno, come va, vorrebbe venire a Cagliari, sì, ci vediamo domani. Ed eccomi qua».

Con quale spirito è arrivato?

«Con un grande entusiasmo, con la voglia di fare bene e di far crescere una squadra che ha valori importanti».

Due partite, due vittorie. Meglio di così.

«Sul piano dei risultati, niente da dire. Però, quei minuti finali con il Lecce...»

Che cosa è accaduto?

«Pensavamo di aver chiuso il discorso, ho provato a inserire Acquafresca e Lazzari per dare sprint alla squadra e tenerla viva. Invece, abbiamo preso gol, ci siamo disuniti. Vedevamo il traguardo e temevamo di non raggiungerlo. La classica paura di vincere. Smetti di giocare e pensi al tempo che scorre, speri che il cronometro dell'arbitro vada più in fretta, in pratica ti consegni all'avversario, che non ha più niente da perdere e si getta in avanti alla disperata».

C'è stato, però, un problema tattico. Quando il Lecce ha iniziato a lanciare la palla in avanti sulla punta centrale, il Cagliari non è riuscito a opporsi validamente.

«È vero, la squadra non è stata capace di “leggere” la mutata situazione tattica e di prendere le adeguate contromisure. Avremmo dovuto avere la stessa lucidità del primo tempo. Dovremo lavorare su questo».

Si è preso un bello spavento.

«Credo che se la partita fosse durata altri cinque minuti, il Lecce avrebbe pareggiato. Dobbiamo migliorare: intanto, chi entra deve dare di più, perché ormai i cambi non si fanno per perdere qualche minuto ma per dare una svolta alla gara. Sono, quindi, importantissimi. Inoltre, dobbiamo sempre sapere che cosa fare, anche quando l'avversario cambia atteggiamento. Cose che arriveranno con il tempo».

Scusi l'ardire, ma perché la descrivono come una persona triste?

«Guardi, io non mi permetto di giudicare qualcuno vedendolo alla tv. Le persone bisogna conoscerle, a me piace chiacchierare, stare con la gente, uscire con i miei amici».

Forse lei è penalizzato perché è una persona educata.

«Questo è possibile. A me non va di stare addosso al quarto uomo, di buttare per terra la giacca e di fare gesti verso la tribuna o a uso esclusivo delle telecamere a bordo campo».

Ha fatto il ritratto di Mourinho.

«Il portoghese è agli antipodi da me, ma ci vuole abilità anche per fare quello che fa lui. Dopo Barcellona-Real Madrid 5-0 è stato grande: in sala stampa, con un plotone di esecuzione, composto da centinaia di giornalisti, schierato, è stato chiaro, onesto, diretto. Ha fatto una grande gestione di un dopo partita che più difficile non si può immaginare».

Grande comunicatore, ne sa qualcosa Benitez, finito sulla graticola perché non vince con una squadra a pezzi dopo trionfi, Mondiali e infortuni in serie.

«Discutere Benitez, per me, è follia. Ma in Italia contano i risultati, la cultura è questa. Bisognerebbe avere la forza di analizzare le prestazioni e la situazione nel suo complesso».

Nausea di un mondo del calcio così schizofrenico?

«Una sola volta: la sera di Italia-Serbia a Genova. Sono andato via da Marassi prima della sospensione. Tanto, che partita sarebbe mai stata»?

Roberto Donadoni, l'anti Mou - Sport - L'Unione Sarda