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    Arrow L'importanza geopolitica del Pakistan

    L’IMPORTANZA GEOPOLITICA DEL PAKISTAN
    19 Marzo 2008 - tema: Dossier, Economia, Energia, India, Politica, Terrorismo

    di Simone Nella

    La Repubblica Islamica del Pakistan si estende su un territorio di 800.000 km quadrati (oltre due volte e mezzo l’Italia), proteso tra la Cina ed il Mar Arabico lungo la direttrice nord-sud e tra l’Afghanistan-Iran e l’India lungo la direttrice Ovest-Est.

    Tale peculiare posizione geografica rende il “Paese dei Puri”, sia come principale ponte naturale tra le grandi potenze asiatiche emergenti, sia come un nuovo possibile “Stato cuscinetto” in grado di frapporre una certa distanza fisica tra i potenti vicini, ed allontanare – o forse incamerare – i possibili motivi di attrito.
    Sebbene quest’ultima ipotesi dovrebbe essere considerata remota, a seguito della dotazione di testate nucleari dal 1998, i continui atti terroristici perpetrati dalle forze centrifughe più radicali, potrebbero spingere il Paese sull’orlo di una “balcanizzazione”.
    L’assedio degli integralisti islamici nella Moschea Rossa di Islamabad, la dichiarazione dello Stato di emergenza da parte di Musharraf e l’assassinio di Benazir Bhutto hanno scosso l’opinione pubblica, ed i media internazionali non hanno tardato a mostrare al mondo intero tutte le debolezze di questo Paese asiatico, a ridosso delle elezioni politiche.
    Il pericolo che le armi nucleari possano finire nelle mani dei fondamentalisti islamici è sempre al centro dell’attenzione delle cancellerie internazionali. Ed il settimanale inglese The Economist si è spinto fino a definirlo “il Paese più pericoloso del mondo”.

    L’incertezza dei confini

    L’eterogeneità etno-linguistica sebbene sia la vera ricchezza del Paese, nel contempo, rende il Pakistan particolarmente vulnerabile di fronte all’azione delle forze estremistiche, che sovente fanno tornare in mente i timori di una nuova secessione come quella del Bangladesh nel 1971.
    Le 4 principali regioni e le Aree Tribali Amministrate Federalmente (FATA), abitate complessivamente da oltre 160 milioni di persone, sono così differenti tra loro che costantemente sono soggette a rivendicazioni dai vari gruppi religiosi ed etno-linguistici.
    Nel Nord-Ovest (FATA e la Provincia della Frontiera Nord Ovest) vi abitano i Pasthun o Pathan, i quali appartengono allo stesso gruppo etnico della maggioranza degli afghani; nel sud-ovest i Baluci legati a quelli iraniani; nel nord-est i Punjabi, maggioritari demograficamente e storicamente l’etnia dominante nel Paese; mentre nel sud-est vi sono i Sindi, dove è ubicata la capitale economica, Karachi.
    Il Grande Leader (Quaid-e-Azam) del Pakistan, M. Alì Jinnah quando fondò il Paese il 14 agosto del 1947 stabilì che la lingua nazionale fosse l’Urdu e quella ufficiale l’inglese. L’urdu, lingua degli intellettuali islamici del sub-continente indiano, venne scelta proprio per creare una sorta di collante linguistico tra popolazioni storicamente divise e senza legami ma unite solo dalla fede all’Islam. Lo stesso valse per la capitale Islamabad (“Città dell’Islam”), costruita ex-novo nel 1961, vicino la città-guarnigione di Rawalpindi.
    L’Esercito regolare e l’Islam, sono quindi divenuti i principali baluardi della stabilità ed unità del Paese, e la loro forza è stata spesso rinvigorita dalla perenne tensione con l’India per la spartizione del Kashmir e culminata per ben tre volte in vero e proprio conflitto armato.
    Nell’ottobre del 2002, il Pakistan e l’India hanno aperto il più importante canale diplomatico segreto, che nel novembre del 2004 ha portato ad un’apertura del Presidente Pervez Musharraf verso il Kashmir. Per la prima volta nella storia del Pakistan, un Capo di Stato ha ceduto alle rivendicazioni unilaterali ed ha favorito la status di protettorato congiunto sul Kashmir. Ma i gruppi integralisti islamici non hanno mai accettato tale scelta e gli incontri tra i leader dei due Paesi sono stati sovente costellati da attentati terroristici che non hanno ridotto la parziale diffidenza da entrambe la parti.
    Sin dalla sua indipendenza, il Pakistan si è dovuto confrontare anche con l’Afghanistan, che ha sempre rivendicato la sua sovranità sui territori della Provincia del Nord Ovest. L’Afghanistan non ha mai accettata l’inclusione di quest’area abitata dai Pashtun, etnia maggioritaria in Afghanistan, nell’odierno Pakistan. Ciò risale all’era dell’Impero britannico, quando nel 1893 il Generale britannico Durand demarcò il confine con l’Emirato afghano, la cosiddetta Linea Durand, tagliando in due le realtà tribali preesistenti e facendo così cadere nell’oblio il sogno del grande Pashtunistan (Terra dei Pashtun).
    Per questo motivo il confine di 2430 km ha continuato ad essere una fonte di tensione tra Afghanistan e Pakistan ed attualmente i leader pashtun di entrambi gli Stati non ne riconoscono la legittimità.
    Con l’indipendenza del Pakistan dal Raj britannico, l’Afghanistan avanzò subito a livello internazionale la sua contrarietà ai confini del Pakistan, votando il 30 settembre del 1947 contro l’ammissione del Pakistan all’ONU .
    Con la debacle dell’Armata Rossa in Afghanistan, il Pakistan sfruttò il ritiro sovietico, cercando di installare un governo “amico” a Kabul, che potesse neutralizzare le spinte nazionalistiche pashtun e nel contempo, creare una “profondità strategica” nel caso di un nuovo conflitto con l’India.

    Tra interessi strategici e lotta al terrorismo

    Nel 1996 i Taleban conquistarono Kabul e fondarono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, subito riconosciuto dal Pakistan, e seguito solo da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
    Con l’attentato alle Twin Towers ed al Pentagono, pianificato in Afghanistan, gli USA spinsero Musharraf a ritirare il sostegno di Islamabad al regime talebano ed a cooperare nella lotta al terrorismo.
    All’indomani dell’11 settembre 2001, proprio la scelta di Pervez Musharraf di schierarsi al fianco degli USA nella Global War on Terror (GWOT), ha reso le telecomunicazioni del Pakistan, fondamentali per gli USA e per la rapida disfatta del regime dei Taleban.
    Gli USA ebbero accesso ad un vero e proprio network messo a disposizione dal neodirettore dell’Inter-Services Intelligence (ISI), Gen. Ehsan ul Haq, nominato da Pervez Musharraf l’8 ottobre 2001 al posto del Gen. Mahmoud Ahmad, quest’ultimo – secondo alcuni analisti – sembra che fosse stato contrario all’attacco USA.
    Durante il regime dei Taleban, il governo di Islamabad aveva installato un sistema di telecomunicazione che non era altro che l’estensione di quello pachistano. La gran parte dei prefissi telefonici delle principali città afghane era lo stesso di quelle pachistane. Per esempio la città di Jalalabad, quartier generale dell’intelligence talebana, aveva lo stesso prefisso di Peshawar, mentre quelli di Khandahar e Kabul facevano rispettivamente riferimento a Quetta e Karachi. Tutte le comunicazioni talebane erano così sotto il diretto controllo delle autorità pachistane.
    Con il supporto dell’ISI, gli Americani hanno così potuto collocare molti dei loro agenti all’interno dei quadri operativi talebani e di al-Qaeda, fornendo loro cellulari satellitari che passati ai comandanti militari nemici hanno reso più facile capire i movimenti, i piani e le strategie di al-Qaeda. Il telefono del capo militare di al-Qaeda, l’egiziano Mohammed Atef (alias Abu Hafs al-Masri), era costantemente sotto controllo della CIA, grazie anche al supporto dell’intelligence britannica che vi aveva inserito un dispositivo elettronico dopo l’acquisto a Londra da un membro di al-Qaeda.
    Le forze aeree USA avevano lanciato un duro attacco con bombe e missili sui campi di addestramento sperando di colpire Osama bin Laden ed i suoi affiliati. Molti jihadisti arabi, addestrati in territorio afghano, avevano tirato su dei laboratori dove venivano riparate e modificate le vecchie armi inesplose utilizzate in passato contro i sovietici, per riutilizzarle contro le forze statunitensi. Nel novembre del 2001, ai jihadisti era ormai chiaro che non potevano sopravvive di fronte ai pesanti bombardamenti statunitensi, per loro l’unica opzione possibile era quella di fuggire verso il poroso confine pachistano, dove trovarono facilmente rifugio ed una nuova piattaforma logistica per continuare i loro attacchi.
    Le Aree Tribali del Pakistan sono improvvisamente tornate ad avere quel ruolo strategico che avevano avuto durante la guerra dei mujhaidin contro l’Armata Rossa.
    Circa 2000 combattenti stranieri di al-Qaeda, provenienti dai Paesi arabi ma anche dalle repubbliche centroasiatiche, dalla Cecenia e dallo Xinjang cinese, trovarono rifugio nei distretti delle Aree Tribali. Alcuni di essi avevano già combattuto contro i Sovietici e successivamente si erano costruiti una famiglia in loco, mentre coloro che non avevano legami con le tribù locali pagavano tra i 100 ed i 300 dollari a settimana per avere un riparo ed una copertura.
    La cooperazione tra i capi tribù locali ed i membri di al-Qaeda, era in gran parte sostenuta da un forte impegno economico di al-Qaeda. Le tribù locali affittavano i compound per l’addestramento dei combattenti del valore di 20-30 dollari a 10.000 dollari. Anche i generi alimentari venivano venduti ad un prezzo decisamente superiore. Tali ingenti somme venivano fatte recapitare dai Paesi arabi agli uomini di al-Qaeda attraverso l’hawala, un sistema di transazione economica informale.
    Per le tribù locali, la guerra aveva di nuovo portato danaro ma anche un estremismo religioso che con la violenza ed il terrore aveva avuto la meglio sul codice d’onore della società tribale pashtun, il pashtunwali. Ed i leader tribali (malik) vennero posti di fronte alla dicotomica scelta: o con lo Stato o con i jihadisti.
    Ma nonostante la proficua collaborazione tra Washington ed Islamabad per la rapida disfatta del regime dei Taleban a Kabul, con il passare degli anni l’establishment pachistana ha iniziato a temere che il crescente numero di consolati indiani presenti lungo la Linea Durand, potesse celare un’alleanza tra Kabul e New Delhi in grado di ostacolare, o addirittura contrastare i suoi obiettivi strategici.


    I Taleban minacciano Islamabad


    Nel gennaio del 2007, alcuni leader clericali sunniti sono emersi politicamente come diretti oppositori del Presidente Musharraf, non tanto quali possibili candidati politici alternativi, quanto quali leader popolari e populisti espressione di una diversa idea di società. Il maulana della moschea “Lal Masjid” (Moschea Rossa) di Islamabad, Abdul Aziz, e suo fratello, Abdul Rashid Ghazi – entrambi punti di riferimento per il fondamentalismo islamico – dopo aver invocato il jihad contro il governo e l’applicazione della sharia – sono arrivati a inaugurare la prima “Corte islamica” del Pakistan, proprio nella capitale Islamabad.
    Le tensioni tra il governo e il movimento ultraortodosso è cresciuto fino a sfociare nello scontro armato diretto.
    Nei primi giorni di luglio il maulana Aziz – con i militanti talebani asserragliati nella moschea – ha dichiarato di non volersi arrendere e ha minacciato che, se le Autorità avessero deciso di agire contro la “Lal Masjid”, numerosi studenti si sarebbero fatti esplodere per ordine dei loro superiori.
    Il Presidente pachistano, Pervez Musharraf, a tali richieste ha risposto ai militanti attraverso il suo mediatore ed ex Premier, Chaudhry Shujaat Hussain, imponendo di deporre le armi ed arrendersi.
    A seguito del fallimento delle trattative con i militanti che chiedevano l’amnistia per tutti gli studenti all’interno della Moschea, il 10 luglio scorso è stata avviata dalle Autorità di Islamabad l’«Operazione Silenzio» che si è conclusa con l’irruzione dell’Esercito pachistano nella Moschea e l’uccisione e l’arresto di numerosi estremisti.
    Successivamente, lo stato di emergenza dichiarato da Musharraf all’indomani della sua discussa rielezione a Presidente della Repubblica ed il paravento della crescita dell’integralismo islamico – che ha lasciato tra i caduti sul campo di battaglia della campagna elettorale, l’ex Premier Benazir Bhutto – ha portato Musharraf ad una dura sconfitta alle elezioni del 18 febbraio.
    Il tutto mentre nella valle dello Swat, un’oasi naturalistica visitata da turisti di tutto il mondo, a circa duecento chilometri dalla capitale, è diventata il terreno di coltura di militanti talebani che hanno imposto la Sharia. Gruppi di studenti coranici armati hanno obbligato le donne ad indossare il burqa e minacciato coloro che osano radersi la barba o ascoltare cd musicali. Il Maulana Fazullah attraverso la sua radio e le madrasse ad esso collegate, ha costituito – indisturbato – la Shaheen Force, un esercito di volontari talebani pronti al martirio per Allah.
    Lo stesso copione si registra nel Waziristan ed in gran parte delle Aree Tribali, dove è in atto una guerra in cui il governo per la prima volta dall’indipendenza ha dispiegato l’artiglieria pesante. Ciò ha coinciso con l’intensificarsi dei combattimenti nel dicembre scorso, quando la costituzione di una nuova organizzazione formata da circa 40 rappresentanti di differenti gruppi talebani che operavano nel nord-ovest del Paese, si sono uniti in un unico gruppo denominato Tehrik-i-Taliban Pakistan (Movimento dei Talebani Pachistani), nominando come capo Baitullah Mehsud.
    A tale situazione si inserisce anche lo scontro tra i sunniti e gli sciiti come fattore di elevata destabilizzazione. Solo nell’Area Tribale del Kurram, nell’ultimo trimestre del 2007 si sono registrati oltre 340 morti e 545 feriti, e circa 900 famiglie sono fuggite in Afghanistan per evitare l’eccidio.
    A seguito dell’escalation di attentati nel Paese, l’11 gennaio scorso l’Amministrazione USA ha affermato a chiare lettere e senza eufemismi diplomatici di voler stanare i militanti di al Qaeda ed i suoi affiliati talebani rifugiati in Pakistan, anche attraverso operazioni speciali clandestine con o senza il consenso delle Autorità pachistane. Musharraf ha subito rigettato tale dichiarazione, affermando che “nessuno verrà in casa nostra se non glielo avremo domandato”.
    La stessa domanda verrà posta al prossimo governo di coalizione formato dai due partiti usciti vincitori dalle elezioni del 18 febbraio, il Partito Popolare del Pakistan (PPP) guidato da Asif Ali Zardari e la Lega Musulmana del Pakistan di Nawaz Sharif (PML-N). Il PPP e PML-N, una volta al governo dovranno fare i conti con una nuova generazione di terroristi jihadisti, sempre più legati ai loro confratelli afghani. Per arrestare tale minaccia i nuovo governo dovrà dimostrare quale sarà la sua “nuova definizione di lotta al terrorismo” e come intenderà attuarla.
    Solo nel 2007 in Pakistan si sono registrati 1442 attentati terroristici, che hanno causato la morte di 3448 persone e circa 5353 feriti. Un incremento rispetto al 2005 e 2006 di circa il 500%.

    A questo si aggiunge il processo di stabilizzazione dell’Afghanistan, che non si potrà raggiungere senza il supporto del Pakistan, ma è anche vero che alla questione afghana si sta legando sempre più una questione pachistana.
    Entrambe vanno sciolte insieme, prima che, per usare la metafora di Lucio Caracciolo, il vulcano Pakistan non esploda. Poiché non essendo “troppo selettivo nelle eruzioni, i lapilli minacciano di volare lontano”.
    Intanto, un ennesimo attentato ha colpito il Paese. Ad essere coinvolto dall’esplosione è stato questa volta il ristorante italiano “Luna Caprese” di Islamabad, costato la vita ad una donna turca e tra i feriti anche una donna italiana, proprietaria del locale.

    L?importanza geopolitica del Pakistan | Osservatorio Pakistan

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    11/04/2008
    Pakistan: Balucistan, una provincia ad alto rischio

    Il Pakistan sta divenendo un magnete per le più complesse tensioni geopolitiche che caratterizzano la piattaforma mediorientale-asiatica. Il paese sembra sia entrato in una vera fase di transizione democratica, delicatissima e piena di incognite, dopo il quasi decennale regime del generale Pervez Musharraf. Ma nel contempo si trova a fronteggiare un’emergenza senza precedenti rispetto alle tante questioni da affrontare: da un lato le crescenti spinte integraliste e il correlato rischio della “talibanizzazione” del Pakistan, dall’altro i grandi problemi socio-economici la cui soluzione non è ulteriormente rinviabile. Nonostante i robusti finanziamenti americani e internazionali per compensare il contributo fornito dal Pakistan alla lotta al terrorismo, e gli investimenti esteri in province ricche di risorse come il Balucistan (da cui, oltre il gas, vengono estratti oro, argento, rame, cromo, zinco e piombo), l’economia pakistana rischia il collasso totale. I problemi interni sono, come evidenziano gli analisti, molto più seri e penetranti rispetto a quanto diffuso dai mass-media.
    Benzina e gas sono razionati, i prezzi hanno raggiunto le stelle, la disoccupazione tocca picchi mai conosciuti prima, lo scontento popolare è sempre più diffuso e diventa terreno di reclutamento per i fondamentalisti delle madrasse. Senza tralasciare le ribellioni, represse nel sangue, delle province del Balucistan e del Sindh, storicamente penalizzate a causa del potere detenuto dall’etnia dominante del Punjab. I biluci in particolare, hanno una storia che li caratterizza all’interno di questo complicato mosaico di clan e sette religiose: si tratta di pastori e contadini che vivono nell’ovest dell’Iran (la provincia del Sistan-Balucistan), nell’estremo sud dell’Afghanistan e, soprattutto, nelle vaste regioni desertiche del Pakistan occidentale, cuore storico del loro antico regno tribale, rimasto sostanzialmente indipendente fino alla nascita del Pakistan moderno. Nella regione, che copre una superficie pari al 43% del territorio dello stato, vivono otto milioni di abitanti ad etnia prevalentemente pashtun e si trova la fetta più consistente delle risorse naturali nazionali. La cultura tribale tradizionale dei Baluci è stata sempre associata all’autonomia nella gestione del proprio territorio, consolidata anche sotto la dominazione imperiale britannica. Ma dopo la fondazione del nuovo stato nel 1947, i baluci hanno iniziato una lunga lotta di rivendicazione della propria identità e antica autonomia. La lotta nei confronti del governo di Islamabad, finalizzata ad ottenere l’autonomia in senso federale, si è radicalizzata a seguito delle continue pesanti repressioni governative. Le insurrezioni da queste parti risultano cicliche, come la repressione con cui vengono schiacciate: nel 1973 una rivolta venne soppressa anche grazie all’aiuto (interessato) dell’allora Scià di Persia, mentre nel 1978 il generale Zia Ul-Haq colpì duramente le aspirazioni indipendentiste imponendo l’applicazione rigida della legge islamica. Nel 2000 alcuni gruppi di baluci hanno formato l’Esercito di liberazione del Balucistan, alla cui guerriglia lo Stato ha risposto con l’esercito e l’aviazione. Nel 2004, sembrò aprirsi uno spiraglio, quando il generale Musharraf permise la formazione di un comitato parlamentare con lo scopo di rappresentare le richieste dei baluci, ma si trattò di un gesto solo formale. Dopo l’11 settembre 2001 la lotta all’indipendentismo si è trasformata in lotta al terrorismo: nel 2005-2006 il governo ha scatenato una durissima campagna contro i distretti di Dera Bugti e Kholu dove vivono le tribù più combattive dei Bugti e Marri. I militari pakistani hanno messo a segno colpi clamorosi come l’uccisione, nell’agosto 2006, del celebre capo dei guerriglieri, l’ottantenne Nawab Akbar Bugti. Ciò nonostante, le milizie baluce continuano a contrastare i progetti di Islamabad colpendo a loro volta gasdotti, caserme e fortini dell’esercito. Lo scorso anno, nonostante le violente alluvioni in Balucistan abbiano causato duecento morti e più di un milione di sfollati, Musharraf ha negato l’accesso alla regione persino alle strutture delle Nazioni Unite. La regione, che riveste un’importanza strategica ed economica cruciale per Islamabad, ospita grandi basi dell’esercito, utilizzate anche nel corso della missione Enduring Freedom e si prepara alla costruzione di altre due. Nel sito di Chagai, sono stati testati i missili nucleari che fanno parte dell’arsenale atomico pakistano. Sulla zona incombe la cosiddetta “maledizione delle risorse”: le casse statali raccolgono 1,4 miliardi di dollari dai proventi del gas e alla provincia vanno come diritti di sfruttamento solo 116 milioni. L’analfabetismo è diffuso, le strutture sanitarie scarse. Molti baluci sono costretti a sbarcare il lunario attraverso attività illegali che risultano l’unica fonte di sostentamento per interi villaggi. Oltre al traffico di stupefacenti, dilaga il contrabbando transfrontaliero tra Iran, Pakistan e Afghanistan, che rappresenta per vasti settori della primitiva società locale, basata sul vincolo del clan, un’attività secolare molto redditizia. Se da un lato i capi delle famiglie locali condannano il consumo di stupefacenti, dall’altro non hanno scrupoli nel gestirne il mercato, contribuendo a rimpiazzare la storica “via della seta” con una ben più redditizia e moderna “via della droga”. La costa del Balucistan comunque fa gola anche ai grandi player internazionali potendo rappresentare lo snodo geografico di rilevanti flussi commerciali: Islamabad ha posto al centro di grandiosi piani di investimento i porti baluci, al fine di farli diventare degli hub logistici marittimi, per favorire sia l’economia pakistana sia le esigenze titaniche di espansione commerciale della Cina.


    pakistan : Geopolitica

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    Predefinito Rif: L'importanza geopolitica del Pakistan

    Gli accordi siglati, prevedono che Pechino fornisca il contributo maggiore tramite l’assistenza tecnica e finanziaria per la costruzione del nuovo moderno porto a Gwadar, sulla costa sud-orientale del Balucistan ad appena 70 km dal confine iraniano, nonché in prossimità delle cruciali shipping lanes del Golfo, delle sovrappopolate regioni dell’Asia meridionale e della sconfinata miniera di risorse energetiche costituita dall’Asia centrale. Sono previsti investimenti tra i 23 e i 42 miliardi di dollari, a cui seguiranno nuovi fondi per la costruzione di un secondo porto a Sonmiani. Gwadar, quindi, si appresta a diventare “il primo porto cinese a occidente”, posto a soli 1500 km dalla città di Kashgar, nella regione autonoma cinese dello Xinjiang. Questi progetti incontrano, tuttavia, l’opposizione di parte della popolazione autoctona che protesta per il licenziamento della manodopera locale per rimpiazzarla man mano con lavoratori di etnia Punjabi fatti arrivare da Islamabad, Lahore e Karachi. La questione sembra stia irritando anche i rappresentanti cinesi, stanchi di assistere ai ripetuti omicidi ai danni di connazionali, tanto da minacciare di ritirare gli investimenti in Balucistan e di sospendere gli aiuti per la costruzione di una nuova centrale nucleare. Il neo-primo ministro pakistano, Syed Yousuf Raza Gilani, dovrà quanto prima affrontare il capitolo dell’autonomia dei baluci che sembra aver stretto il Pakistan in un vicolo cieco.

    Autore: Marco Leofrigio

    Fonte: GEOPOLITICA.info - Approfondimento sugli assetti geopolitici mondiali - sviluppo e globalizzazione

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    Predefinito Rif: L'importanza geopolitica del Pakistan

    14/01/2008
    Pakistan: dopo Benazir Bhutto...

    L’omicidio di Benazir Bhutto, in Pakistan, ha avuto diversi effetti collaterali. Il primo, è l’ulteriore indebolimento, sia agli occhi della popolazione che della comunità internazionale, del regime del presidente Musharraf. L’opinione pubblica, e il partito della Bhutto, hanno gettato immediatamente la responsabilità dell’attentato sul presidente, sul governo e, soprattutto, sull’Inter-Service Intelligence. Benazir Bhutto, politico inetto e corrotto, è stata trasformata in una martire della democrazia e, a questo punto, le quotazioni di Musharraf sono in calata verticale perfino a Washington. La morte della Bhutto, per il presidente, è stata praticamente disastrosa. Il secondo effetto collaterale, è l’effetto-copertura, mentre tutte le prime pagine e le discussioni vertevano intorno all’omicidio Bhutto, di una serie di questioni ben più allarmanti.
    Nel solo mese di novembre, in Pakistan sono morte 728 persone: 341 militanti, 293 civili e 94 soldati. Si tratta del numero di vittime più alto registrato nel paese fin dal 2001. Dall’inizio di dicembre a oggi, inoltre, ci sono stati sette attacchi suicidi che hanno provocato più di cento vittime. Numeri approssimativi, ovviamente, perché registrano soltanto le morti sul campo e non quelle avvenute in ospedale in seguito alle ferite riportate. Stranamente, gli scontri con i militanti e, soprattutto, gli attacchi suicidi hanno registrato un picco proprio durante il periodo in cui in Pakistan vigeva lo stato di emergenza. Stato di emergenza dichiarato il 3 novembre dal presidente Musharraf proprio perché il paese era minacciato dai terroristi, e revocato lo scorso 15 dicembre perché il governo aveva finalmente “spezzato la schiena” ai militanti. Che, per inciso, avevano fatto esplodere una bomba proprio qualche ora prima che il presidente facesse la sua dichiarazione. Proprio il giorno in cui Musharraf revocava lo stato di emergenza, più a ovest, in una località imprecisata del South Waziristan, si riunivano quaranta capi di varie organizzazioni militanti provenienti dalle regioni di frontiera della Federally Administrated Tribal Areas (Fata), della North-West Frontier Province (Nwfp) e dello stesso Waziristan, per formare una nuova organizzazione chiamata Tehrik Taliban-i-Pakistan.

    L’organizzazione si propone lo scopo di combattere contro le forze Nato in Afganistan e, “a scopo difensivo”, contro l’esercito pakistano. A capo della neonata organizzazione veniva eletto flag, l’ultimo (in ordine temporale) degli eroi Taliban. Lo stesso Mehsud che è stato accusato dal governo di essere colpevole dell’omicidio della Bhutto. Mehsud ha immediatamente declinato ogni responsabilità. Intanto, l’ex-capo dell’Isi Hamid Gul, arrestato all’indomani della dichiarazione di emergenza ma di nuovo a piede libero, avanza ipotesi sui mandanti dell’omicidio. In realtà lo stesso Gul, noto per i suoi legami con gli integralisti islamici, era stato a un certo momento incluso nella lista dei possibili mandanti.Gul, dopo aver definito “ridicoli” i sospetti nei suoi confronti, ribadisce che la Bhutto aveva scritto a Musharraf facendo i nomi di possibili mandanti del primo attentato alla sua vita: nomi che includevano l’ex-capo dell’Intelligence Bureau Ijaz Shah. Prosegue poi, però, insinuando che i mandanti dell’omicidio potrebbero essere “paesi stranieri” interessati a destabilizzare il Pakistan e, quindi, ad avere una buona scusa per cercare di impadronirsi dell’arsenale nucleare del paese.La ‘teoria del complotto’, insomma. Che può sembrare certamente improbabile a occhi occidentali ma che, in Pakistan, appare molto meno peregrina. Non sarebbe certo la prima volta che nel paese avviene un omicidio politico, né, tantomeno, un omicidio politico su commissione e per trame che sembrano, ai nostri occhi, fanta-politica.
    E la convinzione che il mondo occidentale veda come il fumo negli occhi la ‘bomba islamica’, e agisca di conseguenza, è ormai fortemente radicata. D’altra parte, nei giorni scorsi è circolata voce, prontamente smentita dal governo, che esista una squadra speciale delle forze armate statunitensi pronta a entrare in azione e a prendere il controllo e neutralizzare le postazioni nucleari pakistane. E che ci sia un reparto speciale delle forze armate, composto anche da alcuni scienziati del Nuclear Emergency Search Team, che avrebbe ordine di prendere il controllo delle circa sessanta basi pakistane in cui si assembla e si produce tecnologia nucleare se si verificasse la possibilità concreta di un colpo di stato di matrice integralista. Lo spettro della ‘bomba islamica’, in effetti, preoccupa da tempo gli stati Uniti e tutto l’occidente. Le preoccupazioni statunitensi vengono da lontano, e hanno cominciato a diventare serie in agosto. Quando un rapporto dell’Institute for Science and International Security (Isis) americano aveva mostrato un’immagine satellitare del sito nucleare pakistano di Khushab dove sarebbe stata in corso la costruzione di un nuovo reattore nucleare. Il rapporto dell’Isis, che descriveva piuttosto dettagliatamente le attività pakistane e lanciava l’allarme, è stato a un certo punto liquidato come ‘esagerato’ e non ne è seguita alcuna azione concreta. Da tempo, gli Stati Uniti avrebbero però fatto pressione su Musharraf perché i militari che hanno la custodia materiale e il comando diretto sui siti nucleari vengano scelti tra coloro senza alcuna inclinazione o connessione integralista. E, soprattutto, avrebbero chiesto che gli uomini dell’Inter-Service Intelligence (Isi) vengano tenuti all’oscuro di dettagli fondamentali. Un rapporto informale del ministero degli esteri britannico, tempo fa, dell’Isi chiedeva addirittura lo scioglimento. Evidenziando le connessioni tra intelligence e jihadisti, e individuando nell’Isi il vero e proprio ‘governo ombra’ del paese di cui il presidente Musharraf sarebbe, secondo molti, al tempo stesso burattinaio e ostaggio.

    Autore: Francesca Marino

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    Predefinito Rif: L'importanza geopolitica del Pakistan

    DERA ISMAIL KHAN, Pakistan (Reuters) - Le forze pakistane, col supporto dell'artiglieria pesante, hanno attaccato oggi i talebani nell'ambito dell'offensiva contro le roccaforti dei militanti nel Waziristan del Sud, regione tribale al confine con l'Afghanistan.

    L'offensiva fa seguito ad una serie di attacchi e attentati in diverse parti del Paese, tra cui l'assalto al quartier generale delle forze armate, che hanno provocato la morte di oltre 150 persone.

    "Nella notte ci sono stati scontri a fuoco", ha raccontato al telefono Noor Wali, che abita a Wana, il principale paese della regione.

    Secondo il bilancio diffuso ieri dall'esercito, i militanti uccisi sono 60. Cinque soldati hanno inoltre perso la vita nelle prime 24 ore di scontri nella zona.


    Pakistan, ancora scontri in terzo giorno offensiva S. Waziristan | Prima Pagina | Reuters

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    Predefinito Rif: L'importanza geopolitica del Pakistan

    Grazie per gli articoli Ungern

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    Predefinito Rif: L'importanza geopolitica del Pakistan

    Pakistan, otto morti in attentato suicida
    venerdì 23 ottobre 2009 112 Stampa quest’articolo[-] Testo [+]

    1 / 1Schermo interoISLAMABAD (Reuters) - Un attentatore suicida talebano ha ucciso otto persone oggi all'esterno di una base dell'aeronautica militare, attacco che le autorità hanno smentito che avesse come obiettivo il programma nucleare del Paese.

    L'attentatore ha fatto detonare le cariche che portava addosso quando gli agenti della sicurezza lo hanno fermato a un posto di blocco fuori dal Complesso Aeronautico Pakistano di Kamra, una settantina di km a nordovest della capitale Islamabad.

    "Otto persone sono morte e 13 sono rimaste ferite, tre di loro in modo grave", ha detto Shaukat Sultan, a capo del principale ospedale governativo di Kamra.

    Più tardi, la polizia e un ospedale hanno diffuso la notizia di un'esplosione a Peshawar, nel nordovest del Paese, nella quale sono rimaste ferite sette persone, ma al momento non è stato possibile ottenere ulteriori dettagli.

    Gli attacchi giungono mentre prosegue l'offensiva dell'esercito pakistano contro i militanti talebani nel Waziristan meridionale, regione ai confini con l'Afghanistan considerata la loro roccaforte.

    L'operazione dell'esercito ha fatto nascere il timore che gli insorti organizzino una campagna di attentati suicidi contro obiettivi urbani. Nelle ultime settimane, in diversi attacchi, sono morte più di 150 persone. Tra gli ultimi episodi, un'imboscata nella capitale nella quale ieri sono rimasti uccisi un generale dell'esercito e il suo autista e due attacchi all'Università Islamica nei quali martedì scorso sono morte sei persone.

    Il premier Yusuf Raza Gilani ha detto oggi nel corso di un incontro con i ministri che l'infrastruttura nucleare del Paese è al sicuro, e che non è stata messa in pericolo dai militanti talebani.

    Un ufficiale dell'aeronautica ha smentito che la base di Kamra sia in alcun modo legata al programma nucleare. "Non ha senso. E' spazzatura", ha detto l'ufficiale a Reuters.


    Pakistan, otto morti in attentato suicida | Prima Pagina | Reuters

  8. #8
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    Predefinito Rif: L'importanza geopolitica del Pakistan

    Citazione Originariamente Scritto da Combat Visualizza Messaggio
    Grazie per gli articoli Ungern
    Quando ho tempo intervengo come posso. Grazie a te Combat e al forum mi auguro che anche se non tutti gli articoli sono in linea con il pensiero eurasiatista siano apprezzati.
    Personalmente ritengo ora come ora molto interessante quanto sta succedendo in Pakistan paese determinante per i suoi molteplici interessi geopolitici ed economici in una delle regioni più difficili dell'Eurasia.
    iaociao:

  9. #9
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    Predefinito Rif: L'importanza geopolitica del Pakistan

    PESHAWAR (PAKISTAN) - Le forze pachistane hanno conquistato il villaggio di Kotkai, roccaforte del leader dei talebani Hakimullah Mehsud, al settimo giorno dell'offensiva nel Sud Waziristan. Lo hanno reso noto oggi fonti militari. "Le forze di sicurezza hanno assunto il controllo di Kotkai nella notte e la ripulitura del villaggio prosegue", ha detto alla France Presse una fonte militare che ha chiesto di rimanere anonima. "E' un grande successo in quanto Kotkai era il bastione dei talebani e il villaggio natale di Hakimullah Mehsud e Qari Hussain", ha aggiunto. Mehsud è il leader dei talebani pachistani e Qari Hussein uno dei suoi luogotenenti, considerato il 'cervello' di numerosi attentati suicidi compiuti in Pakistan.

    ATTACCO DRONE AMERICANO, 13 MORTI

    Tredici persone sono rimaste uccise in seguito ad un attacco sferrato da un drone americano nelle zone tribali nord-occidentali del paese. Obiettivo dell'attacco sarebbe stata la casa di un comandante talebano nel villaggio di Damadola, a 15 chilometri a nord di Khar, principale città del distretto di Bajaur.



    Pakistan: espugnata roccaforte talebani - Mondo - ANSA.it

  10. #10
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    Predefinito Rif: L'importanza geopolitica del Pakistan

    Pakistan: Interessi e obiettivi geopolitici nei rapporti con Kabul in vista delle elezioni

    Recuperare il ruolo di potenza egemone in Afghanistan. Questo è l’obiettivo primario del Pakistan nei confronti del vicino. Alla luce di questo vanno valutati i rapporti con la leadership afghana, chiunque essa sia all’indomani delle elezioni presidenziali del 20 agosto.

    Andrea Carbonari

    Equilibri.net (17 agosto 2009)


    Per comprendere la prospettiva con cui in Pakistan si osserva lo svolgersi della campagna elettorale per le elezioni presidenziali in Afghanistan è utile partire dagli interessi di Islamabad. Queste priorità condizioneranno i rapporti con la futura dirigenza afghana, qualunque essa sia.
    Pashtunistan

    Nell’analizzare le relazioni di Islamabad con Kabul bisogna tener presente la questione del confine fra i due paesi, segnato da quella che è chiamata la “Linea Durand”. Tale frontiera è stata tracciata durante l'epoca coloniale dai dominatori britannici. Essa è rimasta sostanzialmente inalterata nel corso del XX secolo, nonostante, da parte afghana, si richiedesse la sua messa in discussione.La Linea Durand divide in due un territorio abitato da popolazioni di etnia pashtun, che risulta essere maggioritaria sia in Afghanistan (lo stesso Presidente della Repubblica uscente Hamid Karzai ne è un esponente) che in quella vasta fascia di territorio pakistano sotto la giurisdizione della Provincia di Frontiera del Nord Ovest (PFNO) e delle Federally Administred Tribal Areas (Aree Tribali Amministrate dal governo Federale - FATA). Ma tribù appartenenti a questo gruppo si sono stanziate anche in altre aree del paese, come la provincia del Belucistan e la zona di Karachi. Secondo dati recenti, in totale i Pashtun sarebbero 42 milioni di persone (il 42% della popolazione dell'Afghanistan e il 15% di quella del Pakistan). Il movimento estremista dei taliban ha avuto origine proprio tra i pashtun afghani, in particolare tra quelli che vivevano nella zona di Kandahar.Tra i pashtun esiste l'aspirazione a vivere all'interno di un'unica entità statuale che abbracci i diversi territori dove essi abitano. Tale stato dovrebbe prendere il nome di “Pashtunistan” e comprendere al suo interno, grosso modo, il territorio dell'attuale Afghanistan e parte di quello del Pakistan. Naturalmente tale aspirazione è radicalmente contestata dai pakistani.Va detto che la questione del Pashtunistan, in realtà, costituisce al momento soprattutto un elemento “ideologico”, più che politico o strategico. Le popolazioni pashtun che vivono in Pakistan nella vita quotidiana dimostrano attaccamento al proprio paese. Prova di ciò è il fatto che alcuni loro membri sono entrati nei ranghi delle Forze Armate di Islamabad e hanno fatto carriera, fino a ricoprire alti incarichi. La porosità del confine e la difficoltà nel controllo rendono nel complesso possibile lo spostamento indisturbato di popolazioni da uno stato all'altro.Questo implica che non esiste un motivo esistenziale che spinga i pashtun che vivono nel Pakistan a ribellarsi contro il potere centrale. Se una ribellione si è verificata negli ultimi anni, essa non è il frutto dell'idea del Pashtunistan, ma di una serie di circostanze e di politiche poste in essere da Islamabad che hanno fatto deteriorare la situazione di sicurezza in tali aree. Senza dubbio, un simile mito contribuisce a rendere più determinata la guerriglia riconducibile ai taliban, ma non costituisce che un aspetto marginale. La ribellione in Pakistan trae origine dal malcontento per le politiche dei vari Governi e dall’obiettivo di dare vita a uno stato governato dalla legge islamica nell’interpretazione che ne danno i taliban locali.Se il Pashtunistan è forse un miraggio, lo scontento per l'attuale tracciato del confine è invece un elemento molto concreto all'interno della società e della classe politica afghane. Lo stesso Presidente Karzai in diverse occasioni ha dichiarato che ritiene necessaria una "Grande Assemblea" per la ridefinizione della frontiera. Tale atteggiamento lo ha spinto a polemizzare contro alcune iniziative che il Pakistan intendeva attuare per rendere più sicuro un confine che, dal canto suo, ritiene definitivamente stabilito. In sostanza, in passato Islamabad ha cercato di controllare i flussi di persone e merci attraverso la frontiera, anche progettando l'istallazione di barriere dotate di sensori elettronici. Ma tali progetti sono stati bocciati da Kabul, che ritiene la Linea Durand un confine “disputato”. Se Karzai dovesse essere rieletto il problema si riproporrebbe. Al momento, bisogna dire, la leadership afghana non è nelle condizioni di imporre le proprie richieste al vicino meridionale. Ma questo non significa che essa non cercherà in tutti i modi (anche con appoggi esterni) di far valere le sue ragioni.Se quello del Pashtunistan è al momento poco più di un mito (che pure non rasserena i rapporti con Islamabad), va detto però che, qualora esistessero le condizioni, esso potrebbe diventare realtà. Un Pakistan sottoposto a forze centrifughe di varia natura potrebbe perdere la capacità di opporsi a esse e quindi non essere più in grado di difendere la propria integrità territoriale. In quest’ottica, tuttavia, i pericoli vengono soprattutto dall’interno della nazione asiatica. In altri termini, l’Afghanistan non costituisce in sé una minaccia per la sopravvivenza del Pakistan.
    Il problema dei profughi

    Un secondo problema che Islamabad e Kabul si trovano a dover affrontare per cercare di risolverlo in maniera congiunta è quello dei profughi afghani. Costoro, per sfuggire ai conflitti che si sono succeduti nel loro paese nel corso degli ultimi decenni, si sono rifugiati in Pakistan. Tali popolazioni rappresentano un problema per Islamabad, viste le difficoltà dal punto di vista sociale, economico e della sicurezza che sorgono all'interno e nei dintorni dei campi profughi. Va detto che da parte pakistana, per una serie di ragioni storiche e politiche, non è stata mai attuata un’efficace politica di integrazione dei rifugiati provenienti dall’estero. Questo ha fatto sì che tale emergenza non venisse risolta ma si aggiungesse a quelle che mano a mano si andavano presentando.L’obiettivo di fondo, per i pakistani, è di rimandare a casa quanto prima i profughi. Negli ultimi anni, approfittando della migliorata situazione di sicurezza afghana, Islamabad li ha spinti in vari modi a fare ritorno in patria, ottenendo, dal suo punto di vista, un certo successo. Dal 2002 circa 3,5 milioni di persone sono tornate in Afghanistan. Per fare ciò il Pakistan ha dovuto vincere la resistenza che i rifugiati opponevano, consapevoli delle difficoltà (economiche, politiche, ecc.) che tuttora esistono nella terra di origine. Ma l’attività sempre più incisiva della guerriglia taliban in un numero crescente di zone dell'Afghanistan e il generale aumento dell’insicurezza, sul versante afghano ma anche su quello pakistano, ha spinto i profughi (che raggiungevano nel gennaio 2009 gli 1,8 milioni di persone, divisi in vari gruppi) a opporsi in maniera sempre più decisa al rimpatrio. Tale rimpatrio, che riguarda innanzitutto coloro che sono stati registrati (anche con la collaborazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati - ACNUR), è regolato da un accordo tripartito che doveva avere termine entro il 31 dicembre del 2009. A fine luglio i due governi e l’ACNUR hanno raggiunto un’intesa per prolungare di tre anni (quindi fino al 2012) la durata dell’accordo che regola il rientro.Per il Pakistan alla questione dei rifugiati afghani si è aggiunta negli ultimi mesi quella dei profughi interni, che sfuggono agli scontri scoppiati tra guerriglia di ispirazione islamica e Forze di Sicurezza di Islamabad in aree fino a poco tempo fa considerate tranquille, come la valle di Swat. Si calcola che alla metà di giugno del 2009 nelle aree vicino a Peshawar, capoluogo della PFNO, vivessero due milioni di rifugiati interni (che si aggiungono agli afghani lì presenti), in una situazione di emergenza umanitaria.L’interesse di Islamabad è quindi avere una controparte autorevole a Kabul che accetti, anche con la collaborazione della comunità internazionale, di farsi carico di queste persone e acceleri quanto più possibile il rimpatrio. Il problema non è solo umanitario. In passato i campi profughi che accoglievano gli afghani sono stati usati come centri di reclutamento per guerriglieri mandati a combattere oltreconfine, sulla base degli interessi di Islamabad. Ora questi combattenti operano in Afghanistan e dimostrano una notevole autonomia rispetto a chi li ha reclutati. I campi che accolgono i rifugiati interni potrebbero diventare i centri di addestramento della futura guerriglia antigovernativa.
    Obiettivi geopolitici

    Le questioni analizzate in precedenza, anche se molto concrete, sono considerate però secondarie rispetto agli obiettivi geopolitici che Islamabad si pone nei rapporti col vicino. Innanzitutto il Pakistan mira a conservare e, se possibile, ad aumentare la propria influenza sull’Afghanistan. Per far questo si serve di strumenti che considera collaudati, come il sostegno a movimenti insurrezionali non ostili. In secondo luogo, cerca di contrastare l’ingerenza di soggetti esterni (soprattutto dell’India e degli USA) in Afghanistan e ogni alleanza fra questi soggetti e la leadership di Kabul.L’attuale gruppo dirigente afghano e il Presidente Karzai sono saliti al potere con l’appoggio degli Stati Uniti e di altri stati dopo la sconfitta dei taliban nel 2001. Taliban che, guidati dal mullah Omar, avevano preso il controllo di quasi tutto il paese col sostegno di Pakistan e (in misura minore) di nazioni come l’Arabia Saudita. All’interno della dirigenza afghana vi sono figure che rappresentano etnie e gruppi religiosi minoritari, come i tagiki e gli hazara (che facevano parte dell’Alleanza del Nord), che i taliban hanno cercato di debellare durante il loro regime. Da una parte, quindi, l’appoggio dato in passato (e, secondo alcuni, tuttora) ai taliban ha reso il Pakistan un partner quantomeno non affidabile per Karzai e i suoi. Dall’altra il fatto che ha sconfitto i suoi “protetti” ed è arrivato al vertice dello stato anche con l’appoggio di USA e India ha reso Karzai una controparte non gradita per Islamabad. Questa ostilità non ha mai raggiunto il punto di rottura, anche perché i pakistani erano consapevoli che gli USA appoggiavano Karzai e si opponevano a ogni tentativo di supporto pakistano alla guerriglia. Ma il progressivo deterioramento della situazione in Afghanistan e la prospettiva di un possibile ritiro degli occidentali potrebbero far pendere la bilancia nuovamente in favore di Islamabad. In quest’ottica i pakistani continuerebbero a intrattenere rapporti coi taliban afghani, considerati un possibile alleato nella riconquista del ruolo di potenza egemone. Nei circoli dell’intelligence occidentale da tempo si pensa che il mullah Omar e il vertice del suo movimento (posto che esista un vertice) si siano rifugiati in Pakistan, e per la precisione a Quetta (capoluogo del Belucistan), dove si troverebbero con la complicità dei pakistani.In linea generale, i Pakistani sono favorevoli al dialogo con i taliban afghani (o almeno che alcuni settori, definiti “moderati”) portato avanti anche da Karzai, interessato a una pacificazione nazionale fra i pashtun. L’ingresso nella vita pubblica di un suo alleato di fatto sarebbe un evento positivo per Islamabad. Dall’altro lato, l’ipotesi di una riconciliazione coi taliban e di un loro ingresso nella dialettica politica è avversato dalle minoranze etniche, dai difensori dei diritti umani (in particolare di quelli delle donne) ma anche dall’Iran e dall’India. Resta da vedere se questo dialogo produrrà dei frutti. Il mullah Omar ha rifiutato qualsiasi ipotesi di dialogo e ha esortato ad accelerare le operazioni militare per cacciare un nemico.
    Conclusioni

    Alcune dichiarazioni di Karzai e il suo atteggiamento proattivo nei suoi confronti, lo hanno reso un vicino scomodo per Islamabad. Facendo venire meno il loro supporto all’attuale Presidente gli USA stanno facendo quindi anche il gioco dei pakistani che avrebbero tutto da guadagnare da una fase di instabilità politica, magari in seguito a elezioni contestate o alla nomina di un Presidente non autorevole. D’altro canto, un leader forte in Afghanistan potrebbe essere utile ai pakistani. Il problema è nel grado di autonomia e di indipendenza che costui rivendicherà nei confronti del vicino meridionale.




    Pakistan: Interessi e obiettivi geopolitici nei rapporti con Kabul in vista delle elezioni

 

 
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