L’IMPORTANZA GEOPOLITICA DEL PAKISTAN
19 Marzo 2008 - tema: Dossier, Economia, Energia, India, Politica, Terrorismo
di Simone Nella
La Repubblica Islamica del Pakistan si estende su un territorio di 800.000 km quadrati (oltre due volte e mezzo l’Italia), proteso tra la Cina ed il Mar Arabico lungo la direttrice nord-sud e tra l’Afghanistan-Iran e l’India lungo la direttrice Ovest-Est.
Tale peculiare posizione geografica rende il “Paese dei Puri”, sia come principale ponte naturale tra le grandi potenze asiatiche emergenti, sia come un nuovo possibile “Stato cuscinetto” in grado di frapporre una certa distanza fisica tra i potenti vicini, ed allontanare – o forse incamerare – i possibili motivi di attrito.
Sebbene quest’ultima ipotesi dovrebbe essere considerata remota, a seguito della dotazione di testate nucleari dal 1998, i continui atti terroristici perpetrati dalle forze centrifughe più radicali, potrebbero spingere il Paese sull’orlo di una “balcanizzazione”.
L’assedio degli integralisti islamici nella Moschea Rossa di Islamabad, la dichiarazione dello Stato di emergenza da parte di Musharraf e l’assassinio di Benazir Bhutto hanno scosso l’opinione pubblica, ed i media internazionali non hanno tardato a mostrare al mondo intero tutte le debolezze di questo Paese asiatico, a ridosso delle elezioni politiche.
Il pericolo che le armi nucleari possano finire nelle mani dei fondamentalisti islamici è sempre al centro dell’attenzione delle cancellerie internazionali. Ed il settimanale inglese The Economist si è spinto fino a definirlo “il Paese più pericoloso del mondo”.
L’incertezza dei confini
L’eterogeneità etno-linguistica sebbene sia la vera ricchezza del Paese, nel contempo, rende il Pakistan particolarmente vulnerabile di fronte all’azione delle forze estremistiche, che sovente fanno tornare in mente i timori di una nuova secessione come quella del Bangladesh nel 1971.
Le 4 principali regioni e le Aree Tribali Amministrate Federalmente (FATA), abitate complessivamente da oltre 160 milioni di persone, sono così differenti tra loro che costantemente sono soggette a rivendicazioni dai vari gruppi religiosi ed etno-linguistici.
Nel Nord-Ovest (FATA e la Provincia della Frontiera Nord Ovest) vi abitano i Pasthun o Pathan, i quali appartengono allo stesso gruppo etnico della maggioranza degli afghani; nel sud-ovest i Baluci legati a quelli iraniani; nel nord-est i Punjabi, maggioritari demograficamente e storicamente l’etnia dominante nel Paese; mentre nel sud-est vi sono i Sindi, dove è ubicata la capitale economica, Karachi.
Il Grande Leader (Quaid-e-Azam) del Pakistan, M. Alì Jinnah quando fondò il Paese il 14 agosto del 1947 stabilì che la lingua nazionale fosse l’Urdu e quella ufficiale l’inglese. L’urdu, lingua degli intellettuali islamici del sub-continente indiano, venne scelta proprio per creare una sorta di collante linguistico tra popolazioni storicamente divise e senza legami ma unite solo dalla fede all’Islam. Lo stesso valse per la capitale Islamabad (“Città dell’Islam”), costruita ex-novo nel 1961, vicino la città-guarnigione di Rawalpindi.
L’Esercito regolare e l’Islam, sono quindi divenuti i principali baluardi della stabilità ed unità del Paese, e la loro forza è stata spesso rinvigorita dalla perenne tensione con l’India per la spartizione del Kashmir e culminata per ben tre volte in vero e proprio conflitto armato.
Nell’ottobre del 2002, il Pakistan e l’India hanno aperto il più importante canale diplomatico segreto, che nel novembre del 2004 ha portato ad un’apertura del Presidente Pervez Musharraf verso il Kashmir. Per la prima volta nella storia del Pakistan, un Capo di Stato ha ceduto alle rivendicazioni unilaterali ed ha favorito la status di protettorato congiunto sul Kashmir. Ma i gruppi integralisti islamici non hanno mai accettato tale scelta e gli incontri tra i leader dei due Paesi sono stati sovente costellati da attentati terroristici che non hanno ridotto la parziale diffidenza da entrambe la parti.
Sin dalla sua indipendenza, il Pakistan si è dovuto confrontare anche con l’Afghanistan, che ha sempre rivendicato la sua sovranità sui territori della Provincia del Nord Ovest. L’Afghanistan non ha mai accettata l’inclusione di quest’area abitata dai Pashtun, etnia maggioritaria in Afghanistan, nell’odierno Pakistan. Ciò risale all’era dell’Impero britannico, quando nel 1893 il Generale britannico Durand demarcò il confine con l’Emirato afghano, la cosiddetta Linea Durand, tagliando in due le realtà tribali preesistenti e facendo così cadere nell’oblio il sogno del grande Pashtunistan (Terra dei Pashtun).
Per questo motivo il confine di 2430 km ha continuato ad essere una fonte di tensione tra Afghanistan e Pakistan ed attualmente i leader pashtun di entrambi gli Stati non ne riconoscono la legittimità.
Con l’indipendenza del Pakistan dal Raj britannico, l’Afghanistan avanzò subito a livello internazionale la sua contrarietà ai confini del Pakistan, votando il 30 settembre del 1947 contro l’ammissione del Pakistan all’ONU .
Con la debacle dell’Armata Rossa in Afghanistan, il Pakistan sfruttò il ritiro sovietico, cercando di installare un governo “amico” a Kabul, che potesse neutralizzare le spinte nazionalistiche pashtun e nel contempo, creare una “profondità strategica” nel caso di un nuovo conflitto con l’India.
Tra interessi strategici e lotta al terrorismo
Nel 1996 i Taleban conquistarono Kabul e fondarono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, subito riconosciuto dal Pakistan, e seguito solo da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Con l’attentato alle Twin Towers ed al Pentagono, pianificato in Afghanistan, gli USA spinsero Musharraf a ritirare il sostegno di Islamabad al regime talebano ed a cooperare nella lotta al terrorismo.
All’indomani dell’11 settembre 2001, proprio la scelta di Pervez Musharraf di schierarsi al fianco degli USA nella Global War on Terror (GWOT), ha reso le telecomunicazioni del Pakistan, fondamentali per gli USA e per la rapida disfatta del regime dei Taleban.
Gli USA ebbero accesso ad un vero e proprio network messo a disposizione dal neodirettore dell’Inter-Services Intelligence (ISI), Gen. Ehsan ul Haq, nominato da Pervez Musharraf l’8 ottobre 2001 al posto del Gen. Mahmoud Ahmad, quest’ultimo – secondo alcuni analisti – sembra che fosse stato contrario all’attacco USA.
Durante il regime dei Taleban, il governo di Islamabad aveva installato un sistema di telecomunicazione che non era altro che l’estensione di quello pachistano. La gran parte dei prefissi telefonici delle principali città afghane era lo stesso di quelle pachistane. Per esempio la città di Jalalabad, quartier generale dell’intelligence talebana, aveva lo stesso prefisso di Peshawar, mentre quelli di Khandahar e Kabul facevano rispettivamente riferimento a Quetta e Karachi. Tutte le comunicazioni talebane erano così sotto il diretto controllo delle autorità pachistane.
Con il supporto dell’ISI, gli Americani hanno così potuto collocare molti dei loro agenti all’interno dei quadri operativi talebani e di al-Qaeda, fornendo loro cellulari satellitari che passati ai comandanti militari nemici hanno reso più facile capire i movimenti, i piani e le strategie di al-Qaeda. Il telefono del capo militare di al-Qaeda, l’egiziano Mohammed Atef (alias Abu Hafs al-Masri), era costantemente sotto controllo della CIA, grazie anche al supporto dell’intelligence britannica che vi aveva inserito un dispositivo elettronico dopo l’acquisto a Londra da un membro di al-Qaeda.
Le forze aeree USA avevano lanciato un duro attacco con bombe e missili sui campi di addestramento sperando di colpire Osama bin Laden ed i suoi affiliati. Molti jihadisti arabi, addestrati in territorio afghano, avevano tirato su dei laboratori dove venivano riparate e modificate le vecchie armi inesplose utilizzate in passato contro i sovietici, per riutilizzarle contro le forze statunitensi. Nel novembre del 2001, ai jihadisti era ormai chiaro che non potevano sopravvive di fronte ai pesanti bombardamenti statunitensi, per loro l’unica opzione possibile era quella di fuggire verso il poroso confine pachistano, dove trovarono facilmente rifugio ed una nuova piattaforma logistica per continuare i loro attacchi.
Le Aree Tribali del Pakistan sono improvvisamente tornate ad avere quel ruolo strategico che avevano avuto durante la guerra dei mujhaidin contro l’Armata Rossa.
Circa 2000 combattenti stranieri di al-Qaeda, provenienti dai Paesi arabi ma anche dalle repubbliche centroasiatiche, dalla Cecenia e dallo Xinjang cinese, trovarono rifugio nei distretti delle Aree Tribali. Alcuni di essi avevano già combattuto contro i Sovietici e successivamente si erano costruiti una famiglia in loco, mentre coloro che non avevano legami con le tribù locali pagavano tra i 100 ed i 300 dollari a settimana per avere un riparo ed una copertura.
La cooperazione tra i capi tribù locali ed i membri di al-Qaeda, era in gran parte sostenuta da un forte impegno economico di al-Qaeda. Le tribù locali affittavano i compound per l’addestramento dei combattenti del valore di 20-30 dollari a 10.000 dollari. Anche i generi alimentari venivano venduti ad un prezzo decisamente superiore. Tali ingenti somme venivano fatte recapitare dai Paesi arabi agli uomini di al-Qaeda attraverso l’hawala, un sistema di transazione economica informale.
Per le tribù locali, la guerra aveva di nuovo portato danaro ma anche un estremismo religioso che con la violenza ed il terrore aveva avuto la meglio sul codice d’onore della società tribale pashtun, il pashtunwali. Ed i leader tribali (malik) vennero posti di fronte alla dicotomica scelta: o con lo Stato o con i jihadisti.
Ma nonostante la proficua collaborazione tra Washington ed Islamabad per la rapida disfatta del regime dei Taleban a Kabul, con il passare degli anni l’establishment pachistana ha iniziato a temere che il crescente numero di consolati indiani presenti lungo la Linea Durand, potesse celare un’alleanza tra Kabul e New Delhi in grado di ostacolare, o addirittura contrastare i suoi obiettivi strategici.
I Taleban minacciano Islamabad
Nel gennaio del 2007, alcuni leader clericali sunniti sono emersi politicamente come diretti oppositori del Presidente Musharraf, non tanto quali possibili candidati politici alternativi, quanto quali leader popolari e populisti espressione di una diversa idea di società. Il maulana della moschea “Lal Masjid” (Moschea Rossa) di Islamabad, Abdul Aziz, e suo fratello, Abdul Rashid Ghazi – entrambi punti di riferimento per il fondamentalismo islamico – dopo aver invocato il jihad contro il governo e l’applicazione della sharia – sono arrivati a inaugurare la prima “Corte islamica” del Pakistan, proprio nella capitale Islamabad.
Le tensioni tra il governo e il movimento ultraortodosso è cresciuto fino a sfociare nello scontro armato diretto.
Nei primi giorni di luglio il maulana Aziz – con i militanti talebani asserragliati nella moschea – ha dichiarato di non volersi arrendere e ha minacciato che, se le Autorità avessero deciso di agire contro la “Lal Masjid”, numerosi studenti si sarebbero fatti esplodere per ordine dei loro superiori.
Il Presidente pachistano, Pervez Musharraf, a tali richieste ha risposto ai militanti attraverso il suo mediatore ed ex Premier, Chaudhry Shujaat Hussain, imponendo di deporre le armi ed arrendersi.
A seguito del fallimento delle trattative con i militanti che chiedevano l’amnistia per tutti gli studenti all’interno della Moschea, il 10 luglio scorso è stata avviata dalle Autorità di Islamabad l’«Operazione Silenzio» che si è conclusa con l’irruzione dell’Esercito pachistano nella Moschea e l’uccisione e l’arresto di numerosi estremisti.
Successivamente, lo stato di emergenza dichiarato da Musharraf all’indomani della sua discussa rielezione a Presidente della Repubblica ed il paravento della crescita dell’integralismo islamico – che ha lasciato tra i caduti sul campo di battaglia della campagna elettorale, l’ex Premier Benazir Bhutto – ha portato Musharraf ad una dura sconfitta alle elezioni del 18 febbraio.
Il tutto mentre nella valle dello Swat, un’oasi naturalistica visitata da turisti di tutto il mondo, a circa duecento chilometri dalla capitale, è diventata il terreno di coltura di militanti talebani che hanno imposto la Sharia. Gruppi di studenti coranici armati hanno obbligato le donne ad indossare il burqa e minacciato coloro che osano radersi la barba o ascoltare cd musicali. Il Maulana Fazullah attraverso la sua radio e le madrasse ad esso collegate, ha costituito – indisturbato – la Shaheen Force, un esercito di volontari talebani pronti al martirio per Allah.
Lo stesso copione si registra nel Waziristan ed in gran parte delle Aree Tribali, dove è in atto una guerra in cui il governo per la prima volta dall’indipendenza ha dispiegato l’artiglieria pesante. Ciò ha coinciso con l’intensificarsi dei combattimenti nel dicembre scorso, quando la costituzione di una nuova organizzazione formata da circa 40 rappresentanti di differenti gruppi talebani che operavano nel nord-ovest del Paese, si sono uniti in un unico gruppo denominato Tehrik-i-Taliban Pakistan (Movimento dei Talebani Pachistani), nominando come capo Baitullah Mehsud.
A tale situazione si inserisce anche lo scontro tra i sunniti e gli sciiti come fattore di elevata destabilizzazione. Solo nell’Area Tribale del Kurram, nell’ultimo trimestre del 2007 si sono registrati oltre 340 morti e 545 feriti, e circa 900 famiglie sono fuggite in Afghanistan per evitare l’eccidio.
A seguito dell’escalation di attentati nel Paese, l’11 gennaio scorso l’Amministrazione USA ha affermato a chiare lettere e senza eufemismi diplomatici di voler stanare i militanti di al Qaeda ed i suoi affiliati talebani rifugiati in Pakistan, anche attraverso operazioni speciali clandestine con o senza il consenso delle Autorità pachistane. Musharraf ha subito rigettato tale dichiarazione, affermando che “nessuno verrà in casa nostra se non glielo avremo domandato”.
La stessa domanda verrà posta al prossimo governo di coalizione formato dai due partiti usciti vincitori dalle elezioni del 18 febbraio, il Partito Popolare del Pakistan (PPP) guidato da Asif Ali Zardari e la Lega Musulmana del Pakistan di Nawaz Sharif (PML-N). Il PPP e PML-N, una volta al governo dovranno fare i conti con una nuova generazione di terroristi jihadisti, sempre più legati ai loro confratelli afghani. Per arrestare tale minaccia i nuovo governo dovrà dimostrare quale sarà la sua “nuova definizione di lotta al terrorismo” e come intenderà attuarla.
Solo nel 2007 in Pakistan si sono registrati 1442 attentati terroristici, che hanno causato la morte di 3448 persone e circa 5353 feriti. Un incremento rispetto al 2005 e 2006 di circa il 500%.
A questo si aggiunge il processo di stabilizzazione dell’Afghanistan, che non si potrà raggiungere senza il supporto del Pakistan, ma è anche vero che alla questione afghana si sta legando sempre più una questione pachistana.
Entrambe vanno sciolte insieme, prima che, per usare la metafora di Lucio Caracciolo, il vulcano Pakistan non esploda. Poiché non essendo “troppo selettivo nelle eruzioni, i lapilli minacciano di volare lontano”.
Intanto, un ennesimo attentato ha colpito il Paese. Ad essere coinvolto dall’esplosione è stato questa volta il ristorante italiano “Luna Caprese” di Islamabad, costato la vita ad una donna turca e tra i feriti anche una donna italiana, proprietaria del locale.
L?importanza geopolitica del Pakistan | Osservatorio Pakistan




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