La padania 12-12-2010
Presentato a Milano il saggio di Luca Ricolfi
Il Sacco del Nord che quantifica in 50 miliardi
il costo dello squilibrio territoriale
Una spoliazione insostenibile
GIOVANNI POLLI
MILÀN - «Cinquanta miliardi di euro. C’è uno squilibrio
territoriale tra Nord e Sud pari a questa cifra. Il Nord,
inteso con i parametri dell’Istat, quindi incluse la Liguria
e l’Emilia Romagna, è in credito verso il resto del Paese
per circa cinquanta miliardi di euro. Una cifra pari
a tre manovre finanziarie».
Una cifra pesante come un bel pezzo dell’intero arco alpino,
che il professor Luca Ricolfi ha girato e ben rigirato tra le parole
perché si comprendesse bene, ieri a Milano in una sala Sforzesca
del Castello Sforzesco che ha accolto molta gente costretta
a restare in piedi perché la platea era tutta esaurita.
L’occasione è stata la presentazione del suo libro Il sacco del Nord,
Saggio sulla giustizia territoriale, un testo che sta facendo discutere
Tantissimo e stracciare le vesti alla politica romana. Imperniato
com’è intorno a quel mantra, “cinquanta miliardi di euro”, il volume
di Ricolfi non fa sconti a nessuno. Non certo ad una classe politica
pavida e timorosa che il Federalismo possa «minare l’unità del Paese»,
ma nemmeno ad un Federalismo fiscale come delineato dai decreti
attuativi che, per il professor Ricolfi, è blando ed incapace di risolvere
completamente i problemi dell’enorme squilibrio che risulta dalla sua
ricerca.
Ad introdurre l’incontro, il capogruppo al Consiglio comunale
di Milano del Carroccio, Matteo Salvini,
che non ha potuto fare a meno di notare come l’iniziativa si sia
trasformata in una scommessa vinta: «Temevamo - ha detto Salvini
- che presentare un libro il sabato pomeriggio a Milano, poco dopo
il ponte di Sant’Ambrogio, non avrebbe mobilitato nessuno.
E invece sono arrivate cinquecento-seicento persone.
Significa che c’è davvero voglia di parlare di certi argomenti».
La parola è subito passata al giornalista di Radio 24 Oscar Giannino
che ha introdotto l’intervento di Ricolfi ponendogli tre osservazioni
«paradossali». «Ricolfi e il sottoscritto - ha detto il moderatore –
siamo tra coloro a quali appartengono a una minoranza assoluta:
quella di chi non è preoccupato perché i decreti attuativi
del Federalismo fiscale metterebbero a seria minaccia
l'unità del Paese ma, avendoli letti, siamo preoccupati
al contrario perché riteniamo che non ci basterebbe.
Vorremmo un pò di più, qualcosa di più deciso
ed energico».
Giannino ha poi ricordato che «la politica continua
a fare cose che non piacciono per niente. In questa
settimana è cominciata, nella regione Sicilia,
la regolarizzazione di oltre 28 mila dipendenti
a tempo determinato...
Se questo è l'andazzo - ha proseguito il giornalista
- come si concilia la matematica etica del Federalismo
fiscale con la matematica e la mancaza di etica della
politica che in molti parte d’Italia va nella direzione
opposta?»
«Cinquanta miliardi di euro di squilibrio territoriale
- ha allora attaccato Ricolfi – significano tre manovre
finanziarie. Ma questa cifra significa anche un'altra cosa:
se potessimo rientrare di questi 50 miliardi, potremmo
subito introdurre le due aliquote Irpef promesse dal Governo
due anni fa, aboliremmo completamente l'Irap e l'Ires.
Si potrebbe fare impresa e produzione e lavorare
senza pagare imposte sulle attività produttive», fatto
che porterebbe subito «alla crescita auspicata dal
governatore Draghi».
Dopo aver analizzato la composizione di questo
squilibrio, il professore ha ricordato però che «il risultato
più scioccante di questo lavoro è la natura del divario
tra nord e sud. Il divario di produttività calcolato è
del 55 per cento, cioè a fronte di 100 di produzione
a Nord, a Sud si produce per 55.
Non esiste però, per fortuna del Mezzogiorno,
un divario di tenore di vita: il nostro è 100, il loro,
rapportato al Nord, varia da un 85 a un 114...
Ovviamente i conti non tornano».
Dal momento che i decreti attuativi del federalismo
fiscale non sono giudicati in grado di «restituire
al Nord una frazione non trascurabile del 50 md
che gli mancano, allora sì che arriverà una rottura
dell’unità nazionale», ma «dal Nord, che non sarà
disposto più a tirare la carretta».
Infine, sul piano internazionale, per Ricolfi «la politica
si muove come se la situazione non fosse grave come è»,
senza «consapevolezza sulla gravità del debito pubblico
dei paesi dell’Ocse». Dalla quale si uscirà solo «con molti
default e con un periodo di anarchia finanziaria
piuttosto marcata».
A fare la parte del bastian contrario nel dibattito
è stato poi chiamato il deputato Udc Pierluigi
Mantini, che ha sostenuto le sue tesi politiche
avverse al Federalismo in una sala che ha ascoltato
più che altro per dovere di educazione.
Il segretario nazionale della Lega Lombarda Giancarlo
Giorgetti ha invece difeso le ragioni dell’impegno
del Carroccio e del Governo per il Federalismo
fiscale.
«A Roma - ha ricordato – interessa come si procacciano
i voti e come si procurano i voti in parlamento per continuare
a tirare a campare. La nostra riforma è un tentativo di risposta
alle grandi sfide che il contesto internazionale ci pone.
Sicuramente, se c’è una strada per venire fuori da questa
situazione è quella del Federalismo, e che sia serio
ed innovativo».
Giorgetti ammette la difficoltà di far passare il concetto
nei palazzi romani e di riuscire a «mettere insieme
dei numeri che facciano una maggioranza in Parlamento
per approvare i decreti. Si può condividere totalmente
la ragion pura del libro di Ricolfi, ma la “ragion pratica”
è quella di mettere insieme i voti in parlamento per
far passare la riforme».
Ricordando, naturalmente, che «il Federalismo
non sarebbe stato da fare oggi né ieri ma 150 anni fa».
«La palude romana, interessatissima da tutte le altre cose,
non riesce a percepire la sfida che arriva dai pericoli
internazionali» e dal fatto che «le Regioni spogliate
non sono più in grado di mantenere le altre», ha detto
ancora Giorgetti.
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