Debito pubblico: il peccato originale
mercoledì, 10 dicembre 2008 alle 07

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Per comprendere l’evoluzione del debito pubblico in Italia dobbiamo partire da lontano, dalla conclusione di quell’incredibile e forse irripetibile boom economico. Per passare poi agli anni della svalutazione, dell’inflazione e poi dell’inesorabile crescita del debito pubblico.
Nel 1950 il nostro era un Paese molto piu’ povero rispetto alla Francia e alla Germania. Un operaio italiano guadagnava un sesto rispetto ad un operaio tedesco e la meta’ di uno francese, due italiani su cento possedevano una macchina, mentre in Germania quattro tedeschi su cento e in Francia sei francesi su cento. Insomma, eravamo molto piu’ poveri, ma il contesto internazionale e la nostra fame di crescita costituivano gli ingredienti adatti per quanto ci stava per accadere.
La competitivita’ italiana
Dopo la seconda guerra mondiale infatti l’economia globale aveva cominciato a crescere rapidamente, trainata dalla locomotiva americana, il basso costo del petrolio (tra i 2 e i 3 dollari al barile) permetteva un basso costo dell’energia. Il basso costo dell’energia, sommato alla particolarita’ italiana dei bassi salari, ci dava un vantaggio competitivo, eravamo i cinesi d’Europa. In questo modo il nostro Pil comincio’ a crescere piu’ velocemente degli altri, la crescita del Pil italiano supero’ quella del Pil della Francia e della Germania sei volte negli anni ’50 e cinque volte negli anni ’60. Una situazione favorevole che permise all’Italia tra il 1950 e il 1973 di triplicare i redditi degli italiani e di sviluppare il settore industriale e gli investimenti.
Nel 1973 avevamo ormai quasi raggiunto gli altri Paesi, il 30 per cento degli italiani possedevano una macchina, quasi quanto in Francia e Germania. Non avevamo i loro redditi, ma ci eravamo avvicinati a una velocita’ impensabile. Ed era tutta l’Italia ad essere cresciuta, anzi, al Sud la crescita era ancora piu’ rapida che al Nord. Si pensi che mentre nel 1948 il reddito medio di un abitante del Sud Italia era pari al 47 per cento di quello di un abitante del Nord Italia, questa percentuale nel 1975 era del 60 per cento. Differenziale ridotto soprattutto grazie all’emigrazione verso le fabbriche del Nord dei padri di famiglia del Sud, che riuscivano a mandare alle proprie famiglie gran parte del loro stipendio.
Fine della competitivita’
Ma la competitivita’ dovuta ai bassi salari, non e’ eterna, in Italia duro’ vent’anni, il ricco contesto europeo nel quale si trovava l’Italia non permise di prolungare oltre questa situazione. Cominciarono alla fine degli anni ’60 e agli inizi degli anni ’70 le rivendicazioni salariali e gli scioperi. In questo modo tra il 1968 e il 1973 il livello dei salari degli operai raddoppio’. Il secondo fattore produttivo che incremento’ il suo costo fu l’energia. Il 6 Ottobre del 1973 Egitto e Siria attaccarono Israele, il 17 Ottobre la guerra volge al termine, con la vittoria di Israele, con un colpo di coda i Paese produttori di petrolio (Opec) decidono di ridurre (e in alcuni casi bloccare) le esportazioni di petrolio verso i Paesi occidentali. Il prezzo del petrolio al barile passa in breve tempo da 3 dollari a 12 dollari, rapportato ai giorni nostri (tassi di cambio del 2007) significa un incremento da 10 a 40 dollari.
Svaniscono cosi’ i vantaggi dell’Italia, raddoppiando i salari e quadruplicando il prezzo del petrolio. L’Italia a questo punto ha due strade da percorrere, operare una pesante riforma strutturale, cercando una nuova strada per la crescita, cercando di trovare la sua competitivita’ in altri fattori ad esempio, puntando alla soluzione dei suoi problemi. Oppure non affrontare il problema. Ovviamente sceglie la seconda strada, piu’ facile nel breve periodo, ma che si dimostrera’ disastrosa nel medio-lungo periodo.
L’inizio della fine
Se le imprese non possono piu’ affrontare costi di energia e lavoro cosi’ alti, arriva l’intervento pubblico a salvare chi strilla di piu’, o chi porta piu’ voti. Che siano essi pensionati, operai, piccole imprese o abitanti del Sud. Interventi che finiscono per pesare sul bilancio dello Stato. Ad aggravare il tutto vi era una classe dirigente formata da un partito di maggioranza relativa (Dc) che di volta in volta non potendo governare da sola si alleava con socialisti e socialdemocratici. In piu’ Dc e Psi erano grossi partiti formati da fazioni interne e correnti piu’ o meno forti, che pero’ minavano la stabilita’ delle maggioranze, riducendo di molto la vita media dei governi. Quindi una politica debole, che per reggersi doveva accontentare tutti e non scontentare nessuno. Rimandando all’infinito quelle riforme necessarie ma impopolari.
Nella politica dell’aiuto statale, della spesa alta, nacque nel 1970 lo Statuto dei lavoratori e nel 1975 la scala mobile venne estesa a tutti i lavoratori. In questo modo i lavoratori vedevano i loro salari crescere in base all’inflazione dell’anno precedente, facendo pero’ cosi’ aumentare l’inflazione di quell’anno e cosi’ via in una spirale prezzi salari che fece crescere l’inflazione in Italia a due cifre. In piu’ nel 1971 gli Stati Uniti dichiararono conclusi gli accordi di Bretton Woods del 1944 sui tassi di cambio.
La competitivita’ ritrovata
Ecco dunque la grandiosa idea, usare la svalutazione della lira come vantaggio competitivo. Svalutando la lira si poteva riconquistare competitivita’ sui costi confronto ai Paesi in cui esportavamo i nostri prodotti. Recuperammo in questo modo competitivita’ e margini di profitto. Ma si tratta di un trucco che dura poco, basta infatti che lo utilizzino anche altri Paesi nostri concorrenti ed ecco svanire il vantaggio. Cosi’ con l’inflazione da una parte e la svalutazione dall’altra l’Italia riusci per qualche anno a continuare la sua crescita truccata accontentando tutti, imprese e lavoratori. Ma c’erano comunque imprese che non ce la facevano, dunque per loro aumentarono gli aiuti statali, con la cassa integrazione guadagni e i prepensionamenti. Anche le piccole imprese (che costituivano il 97 per cento del totale) ricevettero forti aiuti, sotto forma di incentivi. Imprese che avevano vantaggi a restare piccole. In questo periodo, tra la meta’ degli anni ’70 e la prima meta’ degli anni ’90 nacquero e si diffusero anche le pensioni non coperte dai contributi. Che aggravarono ulteriormente la gia’ drammatica situazione del bilancio pubblico (il debito previdenziale viene oggi stimato tra il 120 e il 140 del Pil).
Troppa inflazione
Questo sistema permise di conservare la crescita (anche se in misura molto ridotta rispetto a prima) fino agli inizi degli anni ’80. In questo periodo il petrolio subi’ una nuova impennata e il tasso di inflazione sfioro’ il 20 per cento. Cosi’ prendendo finalmente atto della pericolosita’ dell’inflazione il 14 Febbraio 1984 il Governo Craxi taglio’ la scala mobile di 4 punti percentuali. Inoltre, nel 1981 ci fu anche il divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro, la politica monetaria e il controllo dell’inflazione non erano piu’ facili armi politiche, e la Banca d’Italia non era piu’ costretta a sottoscrivere i titoli del debito pubblico. Da questo momento se il Tesoro voleva finanziarsi tramite l’emissione di titoli pubblici, l’avrebbe dovuto fare a prezzi di mercato.
Debito pubblico
Il fatto che il debito pubblico fosse diventato piu’ costoso non fermo’ pero’ la politica dell’indebitamento e della spesa pubblica. Cosi’ dopo il decennio dell’inflazione (anni ’70) arrivo’ il tempo del debito pubblico (anni ’80), proseguendo anche con le svalutazioni della lira, per non perdere troppa competitivita’.
Negli anni ’90 pero’ avviene un importante mutamento delle condizioni. Da un lato lo scandalo di Mani pulite, dall’altro un debito pubblico al 120 per cento del Pil e la perdita continua di competitivita’ con un Pil che cresce sempre meno. L’Italia e’ vicina alla crisi finanziaria. Alto debito pubblico, spesa incontrollabile, margini ridotti per gli aumenti della tassazione. L’Italia e’ in trappola e gli speculatori ne approfittano. L’Italia e’ dunque costretta a svalutare fino ad uscire dal Sistema monetario europeo nel Settembre del 1992.
In queste condizioni drammatiche, il Governo Amato ridusse il debito pubblico tendenziale di 90 mila miliardi di lire. Una cifra enorme, il 7 per cento del Pil. Nel 1993 Ciampi continuo’ l’opera siglando un accordo di moderazione salariale. Con il Trattato di Maastricht del 1991, con Amato, Ciampi, Dini e Prodi l’Italia inizio’ il difficile cammino verso l’equilibrio del bilancio, con la prospettiva e il desiderio dell’ingresso nell’euro. Il rapporto tra deficit pubblico e Pil scese dal 10 al 3 per cento e la spesa pubblica al netto degli interessi scese dal 43 al 41 per cento del Pil. Dal 1994 al 2001 l’indebitamento delle pubbliche amministrazioni e’ diminuito di quasi 8 punti (da 9,3 a 1,4).
C’e’ ancora tanto da fare
Ma la storia non e’ ancora finita, il nostro debito pubblico e’ ancora troppo elevato, la nostra spesa pubblica puo’ ancora essere ridotta. Per ridurre il debito pubblico occorre infatti una riduzione della spesa, i margini per un incremento della tassazione non esistono, a meno di ulteriori perdite di competitivita’. Ci sono invece ampi margini per un recupero dell’evasione (a patto che non si traduca in un incremento della spesa), in questo senso una riduzione (anche se modesta) della tassazione puo’ essere di grande aiuto. Dunque una riduzione del deficit, con l’obiettivo di ottenere un avanzo. Le altre strade non sono consigliabili (una comporterebbe l’acquisto dei titoli pubblici da parte della banca centrale, il che comporta un aumento dell’inflazione, l’altra e’ quella di non rimborsare i titoli del debito pubblico, tecnica Argentina).
Comunque la vera sfida e’ il Pil, dobbiamo riprendere a crescere quanto o piu’ degli altri, e per farlo dobbiamo capire il nostro ruolo internazionale, occorre investire in tecnologia e conoscenza, creare un capitale umano capace di accogliere le nuove sfide, creare un terreno fertile per accogliere il capitale straniero, eliminare le distorsioni alla concorrenza, togliendo tutti quegli incentivi e sussidi che creano disincentivi allo sviluppo e alla crescita. Eliminare gli enti inutili e controllare e responsabilizzare gli enti pubblici, terreno fertile per aumenti di spesa improduttiva e favori poco trasparenti.
Questa e’ la sfida che dobbiamo affrontare, recuperare quella competitivita’ perduta da tempo, ma recuperarla in una prospettiva di medio-lungo periodo, senza trucchi, con uno sviluppo reale.