La padania 5-12-2010
C’è la secessione nel nostro futuro?
Si è fatta strada l’idea di Padania, che ha rafforzato
l’identità dell’Alta Italia. Parallelamente è emersa
quella del Mezzogiorno.
SABINO ACQUAVIVA
Quando abbiamo cominciato a parlare di secessione?
Esiste un uso antico della parola, di quando il Mezzogiorno
rifiutava l’Italia e si ribellava contro l’Unità realizzata dai piemontesi
con fucilazioni, massacri ormai dimenticati,
repressioni, plebisciti truccati, strapotere dei prefetti,
uso obbligatorio del toscano (chiamato italiano)
in regioni in cui era vissuto come una lingua straniera.
Obbligatoria quando (troppo spesso) veniva fucilato
chi, invece di gridare “Viva Vittorio Emanuele”, inneggiava
a Pio IX.
In seguito, il Mezzogiorno ha quasi dimenticato l’uso
della parola secessione in una società nella quale,
secondo quanto sostengono alcuni economisti,
si è speso più o meno un milione di miliardi
per fare “rinascere” il Mezzogiorno.
E tutto questo senza successo.
Gli abitanti di questa Penisola hanno sempre pensato
che si trattasse di due popoli, due culture differenti,
ed una sola lingua.
Ma gli elementi più radicali di questa distinzione
erano trascurati, o comunque non venivano alla luce.
La balia di mio nonno, pugliese come lui e come
mio padre, si faceva il segno della croce quando
sentiva nominare i soldati italiani (o piemontesi,
come lei li definiva), perché - diceva - erano
figli del diavolo.
L’uso della parola ha cominciato, o meglio
ricominciato, a circolare dopo la metà del
secolo passato. La politica della Lega e
di Umberto Bossi la ha trasformata in
un concetto politicamente rilevante, anche
se inizialmente serviva soprattutto a rafforzare
l’identità di alcuni movimenti autonomisti,
secessionisti o indipendentisti del Settentrione.
Tuttavia, alla parola secessione non corrispondeva,
nei primi anni, una presa di coscienza dell’identità
di due Italie differenti, più differenti di Austria e Germania
che, salvo il periodo nazista, pur parlando la stessa lingua,
rimasero politicamente ben distinte.
Ma quando la secessione, in un’Europa
che procede verso l’unità, ha cominciato
a tradursi in un discorso programmatico
abbastanza chiaro e sentito?
A mio parere, quando è diventata un messaggio
politico della Lega Nord e si è associato all’emergere
di due altri concetti: anzitutto quello di Padania,
che ha progressivamente rafforzato l’identità dell’Alta
Italia, in secondo luogo l’emergere di un’identità
del Mezzogiorno veicolata dal farsi strada di movimenti
come Forza Sud e simili, che rievocano, anche se
spesso involontariamente, l’antica esistenza del regno di Napoli.
Il nuovo Sud, con una sua identità, si è consolidato
nel tempo, e trasmissioni come quella recente
di Roberto Saviano e Fabio Fazio rafforzano
un’immagine di attacco contro un Nord ritenuto
economicamente ricco ed egoista che contribuisce
a sottolineare la presenza di due Italie.
Negli ultimi anni queste due identità, della Padania
e del Mezzogiorno, si sono quasi nascostamente
consolidate e rafforzate, insieme all’indebolirsi
dell’identità italiana, parallela al crescere
di quella europea e all’indebolirsi dell’ importanza
della lingua italiana insieme al rafforzarsi dell’inglese
quale lingua federale del continente.
Non possiamo guardare a questi fenomeni
(identità europea, lingua veicolare comune,
indebolimento dell’italiano, riemergere
di antiche lingue regionali, rafforzamento
dell’identità politico culturale del Mezzogiorno
e della Padania) senza tenere presenti alcune
connessioni fra fenomeni diversi.
Si tratta di realtà che possono annunciare
una diversa e quasi rivoluzionaria maniera
di pensare l’Europa, la Padania, la Sicilia
e la Sardegna, il Mezzogiorno, le lingue
e le regioni destinate a gestire lo sviluppo
anche economico del nostro continente,
a consolidare la sua capacità di reggere,
a livello mondiale, il confronto con i colossi
del futuro, a cominciare da Cina e India.
Alla fine di queste riflessioni una domanda:
stiamo forse assistendo ad una lenta ma
consistente e per ora invisibile secessione,
gestita anche dai massmedia?
E qual’è il suo destino?
Forse il nostro futuro è, almeno in parte,
nelle mani delle scelte politiche dei quasi
trenta Paesi che compongono l’Unione
Europea. Ma, per il resto, è anche
nelle nostre mani.
![]()




Rispondi Citando
hefico:
iango:
