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    Predefinito Israele come l'Italia : invaso dagli allogeni . E' al vaglio una legge sui respingime

    Har Zion street numero tre. È
    uno degli indirizzi della diaspora
    eritrea a Tel Aviv. Uno
    stabile su tre piani, occupato
    da un centinaio di rifugiati
    del Corno d'Africa. I materassi
    sono dappertutto. Sui
    pianerottoli delle scale, lungo
    i corridoi. Beyené apre la porta di una camera
    di quattro metri per quattro, ci dormono in tredici.
    Alle undici del mattino la televisione è accesa
    e alcuni sono ancora a letto. Beyené è eritreo. È a
    Tel Aviv da 25 giorni. È entrato
    dall'Egitto. Dal Sudan era partito
    con la moglie. Ma lei è ancora
    detenuta a Ketziot, il campo
    di detenzione israeliano nel deserto
    del Sinai. Beyené è solo
    uno dei circa 10.000 richiedenti
    asilo entrati in Israele negli ultimi
    anni. È cominciato tutto nel 2006 con circa
    1.200 ingressi dal Sinai, sei volte i 200 dell'anno
    precedente. E poi i 5.500 arrivi nel 2007 e i 2.000
    del primo trimestre del 2008. Sono soprattutto
    sudanesi e eritrei. E non è un caso.
    Il 30 dicembre 2005, al Cairo, 4.000 agenti
    egiziani in tenuta antisommossa assalivano i duemila
    profughi sudanesi che da tre mesi presidiavano
    il parco «Mustafa Mahmoud» del quartiere
    residenziale di Mohandesin, a poche centinaia di
    metri dagli uffici dell’Alto Commissariato delle
    Nazioni Unite per i rifugiati, chiedendo di essere
    accolti in un Paese terzo. Alla fine degli scontri si
    contarono 26 morti, tra cui 7 donne e 2 bambini.
    Il clima di repressione in Egitto, l'impossibilità di
    tornare in patria, nel Darfur come nel Sud Sudan,
    hanno aperto una breccia nella barriera di
    filo spinato che separa l'Egitto e Israele. E ai convogli
    dei sudanesi sono seguiti quelli dei rifugiati
    eritrei. Gli stessi che nel 2006 rappresentavano la
    prima nazionalità tra i rifugiati che sbarcavano a
    Lampedusa, oggi alla morte in mare e alle torture
    nelle carceri libiche, preferiscono
    lo Stato Ebraico.
    Beyené viveva a Khartoum
    da due anni. Con la moglie hanno
    pagato 800 dollari a testa
    per il viaggio verso Assuan, in
    Egitto. Un viaggio relativamente
    semplice, dice, meno duro
    della traversata del deserto verso Kufrah, in Libia.
    Da Assuan al Cairo sono arrivati in treno. Alla
    stazione li aspettava un connection man. Altri
    700 dollari a testa e nel giro di pochi giorni sono
    partiti alla volta della frontiera. Un pezzo di strada
    nei camion. E poi a piedi, di notte, in pieno
    deserto, finché le guide, egiziane, hanno tagliato
    con delle cesoie la barriera alta un metro di filo
    spinato e gli hanno detto di aspettare le pattuglie
    dell'esercito dall'altro lato. Una volta intercettati
    sono stati portati al campo di Ketziot. È una tendopoli
    con 1.200 posti, inaugurata nel luglio
    2007 nel cortile di un carcere alle porte di Gaza
    utilizzato per la detenzione amministrativa dei
    prigionieri politici palestinesi. La moglie di
    Beyené è ancora là. Lui l'hanno rilasciato con un
    documento temporaneo di «conditional release
    ». Nel frattempo si può lavorare, ma soltanto
    nella città cui è stato assegnato. A metà luglio il
    permesso temporaneo scade. Dovrebbero rinnovarlo,
    ma niente è sicuro. Intanto la domanda
    d'asilo pende presso l'Unhcr, che però non ha abbastanza
    personale per far fronte alle interviste,
    e si concentra piuttosto nelle richieste di rilascio
    dei migranti detenuti a Ketziot e nella ricerca di
    regolarizzazioni collettive,comeil permesso temporaneo
    di un anno recentemente rilasciato a
    600 sudanesi del Darfur e il permesso di lavoro di
    sei mesi dato a circa 2.000 eritrei. I rifugiati riconosciuti
    dall'Acnur e dal governo
    israeliano sono solo 86.
    Intanto il parlamento israeliano
    ha approvato in prima lettura
    la modifica della legge anti
    infiltrazione: riaccompagnamento
    immediato alla frontiera
    e 5 anni di carcere per il reato
    di immigrazione clandestina, 7 per i cittadini
    degli Stati nemici: Iran, Afghanistan, Libano, Libia,
    Sudan, Iraq, Pakistan, Yemen e Palestina. La
    proposta di legge torna adesso in commissione e
    dovrà essere rivotata. Intanto però, sui banchi
    del Parlamento non c'è nessuna proposta di legge
    sull'asilo. I motivi sono tanti. La questione politica
    dei rifugiati palestinesi e più in generale dei
    rifugiati degli Stati nemici di Israele sopra elencati,
    il possibile arrivo di parte dei due milioni di
    rifugiati iraqeni residenti in Siria e Giordania e la
    questione ideologica dello Stato ebraico. A Tel
    Aviv chiunque lo dice: «We are not supposed to
    be an immigration State, but a Jew State». Non
    siamo uno Stato di immigrazione ma uno Stato
    ebraico. Ad essere i benvenuti sono soltanto i circa
    180.000 lavoratori stranieri impiegati nel Paese
    - nepalesi, cinesi, thailandesi, indiani o filippini
    – ma soltanto perché mantenuti con un permesso
    di soggiorno temporaneo e senza possibilità
    di ricongiungimento familiare. E mentre alla
    Knesset si discute, dall’altro lato del filo spinato si
    continua a sparare. Nel 2008 la polizia di frontiera
    egiziana ha ucciso a colpi di
    pistola almeno 25 emigranti
    africani lungo la frontiera con
    Israele, secondoAmnesty International.
    Molte delle vittime
    erano cittadini eritrei. Come i
    due giovani feriti a morte il 17
    settembre del 2007: Isequ Meles,
    di 24 anni e Yemane Eyasu, di 30. Entrambi
    avevano la carta blu dell’Alto commissariato per i
    rifugiati delle Nazioni Unite (Acnur), che aveva
    riconosciuto loro l’asilo politico.
    A un anno e mezzo di distanza dall’omicidio,
    incontro due dei loro amici. Si chiamano M.
    e I. e mi chiedono di parlare sotto anonimato.
    Ceniamo insieme in un ristorante libanese di
    Mohandesin, al Cairo. I. è stato arrestato nel maggio
    del 2008. Si trovava a Isma’iliyah, era diretto
    in Israele. Lo presero nel più stupido dei modi
    Mentre stava passeggiando, da solo, per strada.
    Li tenevano in celle di otto metri per cinque, in
    60 persone. Per terra. Pigiati uno sull’altro. Per
    tutti e 60 c’era a disposizione un solo bagno.
    Stavano rinchiusi tutto il giorno, senza poter vedere
    nemmeno la luce del sole.
    C’erano eritrei, sudanesi, ma anche ivoriani,
    nigeriani e camerunesi, perché la rotta ormai
    è praticata anche dai costieri. La maggior
    parte dei detenuti erano stati arrestati mentre
    attraversavano il Sinai. C’erano anche alcuni
    eritrei che venivano direttamente dalla Libia.
    Alla morte in mare e alle retate della polizia di
    Gheddafi avevano preferito lo Stato ebraico.
    Damangiare gli davano pane, formaggio e tahina,
    una salsa di sesamo. I. ricorda l’odore pungente
    di quei giorni. Molti soffrivano di dissenteria.
    Altri avevano brutte dermatiti e scabbia.
    E poi ricorda le umiliazioni, gli insulti e le violenze
    gratuite della polizia, come quella volta
    quando furono picchiati dopo l’inutile sciopero
    della fame di due giorni. I. venne rilasciato dopo
    24 giorni di carcere. Lo salvò un documento
    rilasciato dalle Nazioni unite. Gli altri invece
    furono tutti rimpatriati. Molti erano disertori
    dell’esercito eritreo. Di loro non si hanno più notizie

    dossier dell'unità 3 giugno 2009 pag 30-31

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Israele come l'Italia : invaso dagli allogeni . E' al vaglio una legge s

    gli immigrati stanno cercando un'altro modo per venire qua , visto che ormai la Libia è una porta chiusa

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Israele come l'Italia : invaso dagli allogeni . E' al vaglio una legge s

    ostridicolo:

  4. #4
    .
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    Predefinito Riferimento: Israele come l'Italia : invaso dagli allogeni . E' al vaglio una legge s

    Illeggibile.

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Israele come l'Italia : invaso dagli allogeni . E' al vaglio una legge s

    Che Israele abbia gli stessi problemi di tutto il mondo bianco-occidentale è indubbio, in primis l'imminente sommersione demografica islamica, i conflitti razziali (anche tra israeliani, perché la nuova naturalizzazione israeliana vale quanto quella della Francia o degli Stati Uniti) e la geopolitica del Terzo mondo.

    Israele con la crisi farà di tutto per incrementare l'immigrazione ebraica dal resto del mondo, dovrebbe farlo anche l'Italia con gli italiani all'estero.

    Probabilmente però molti israeliani cosmopoliti si troveranno inadeguati e Israele sarà sempre più quella delle colonie dove imperversa l'ideologia neo-sionista.

    Probabilmente se anche in Europa saliranno al governo assi tra la Destra e la Destra Radicale come è avvenuto in Israele, si potrà ampliare la cooperazione per studiare nuove strategie etnopolitiche in comune.


    carlomartello

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: Israele come l'Italia : invaso dagli allogeni . E' al vaglio una legge s

    A Zwirner devi mettere il "centrato" altrimetni non si legge un bèlin :sofico:

 

 

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