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    Predefinito Wikileaks: Jessica alias di un prelato vaticano

    Wikileaks: Jessica alias di un prelato vaticano

    Tra i documenti segreti resi pubblici dello staff di Wikileaks anche quelli riguardanti "Jessica" nome in codice di un prelato vaticano che frequentava negli anni '80 l'amministrazione USA e l'ambiente omosessuale.

    Dopo i giudizi poco edificanti su Berlusconi e i documenti riguardanti la guerra in Iraq ecco che iniziano le indiscrezioni sulla Chiesa Vaticana.

    E' comparso il nome in codice "Jessica" che apparteneva ad un prelato molto importante nell'ambiente diplomatico USA negli anni '80. Questo nome gli è stato affibiato negli ambienti omosessuali che era solito frequentare. Quando quest'alta carica è tornata in Italia avrebbe ricoperto ruoli di particolare rilievo nella curia vaticana sino al suo pensionamento.

    Per ora sono indiscrezioni di poco peso, ma in previsione di possibili scandali, il Vaticano mette le mani avanti e fa sapere attraverso l'Osservatore Romano che qualsiasi notizia dovesse diffondersi non metterebbe comunque in crisi i buoni rapporti tra gli Stati e le diplomazie mondiali.

    Ma la loro forza di fronte alla prove di Wikileaks sarà così salda come vogliono far credere?
    Ultima modifica di ConteMax; 08-12-10 alle 15:13

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Wikileaks: Jessica alias di un prelato vaticano

    http://www.unita.it/news/italia/9839...va_il_vaticano

    La cricca degli appalti puntava il Vaticano


    di c.fus.tutti gli articoli dell'autore

    C'’è una lettera agli atti della procura di Perugia che sta guidando le indagini degli investigatori e sta togliendo il sonno a tanti, troppi, alti funzionari e ministri della Repubblica. È un “anonimo” di una dozzina di pagine arrivato nei primi giorni di marzo alla procura di Firenze – il primo ufficio inquirente che ha indagato sul comitato d’affari, ancora presunto, della cricca – e poi subito girato per competenza ai colleghi perugini. Decisivi riscontri all’anonimo sono già arrivati dall’autista tuttofare di Angelo Balducci, il tunisino Laid Ben Fathi Hidri, testimone chiave dell’inchiesta sul sistema gelatinoso. La lettera spiega e disegna uno schema assai chiaro di «come funziona la piovra degli appalti».

    Nella prima casella si parla di Balducci, «pupillo del Vaticano/colui che non viene mai cambiato qualunque governo ci sia/non riuscirete a condannarlo». Nella seconda casella c’è «l’autista Fati, uomo di fiducia di Angelo Balducci» indicato con il ruolo di «centro di smistamento». Poi basta seguire le freccette. In alto portano «alla figlia di Lunardi, prendeva lei le tangenti al posto del padre, il ministro dei Lavori Pubblici (leggi Infrastrutture) Lunardi Pietro». Tornando alla casella «Centro di smistamento (Hidri)» le freccette conducono verso «Diego-impresa/cognato di Balducci socio al centro sportivo sulla Salaria» e da qui, in sequenza, verso «un’impresa addetta ai restauri di politici e prelati» e poi a nove «imprese prestanome».

    È uno schema sibillino che diventa però ogni giorno più riscontrato. «Vi ricordate l’agenzia immobiliare e il mio amico tunisino?» scrive l’anonimo. «Balducci – prosegue – lo prese come suo autista e poi come uomo di fiducia coltivandolo giorno dopo giorno per realizzare il suo progetto. Con i soldi delle tangenti per anni ha comprato ville in Tunisia e precisamente a Cartagine intestandole al tunisino Fati per due-tre anni per poi rivenderle e riprendere denaro pulito. Questo denaro una volta rientrato in Italia è stato investito al km 15 della Salaria dove c’è un Centro sportivo (il Salaria sport villane, ndr del costo preventivato di circa venti milioni di euro. Inoltre Balducci e Diego (Anemone, ndr posseggono vari appartamenti miliardari nel centro di Parigi, Milano e Roma. Un impero miliardario».

    Lo schema della cricca che dal 2001 a oggi ha gestito i grandi appalti pubblici in Italia ormai sembra chiaro: grandi opere – Mondiali di nuoto, G8 alla Maddalena, i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia - in cambio di favori e vari tipi di utilità, semplici tangenti ma anche case, posti di lavori, restauri di immobili fino a cose minime come auto, telefoni, prostitute, in qualche caso massaggi e dintorni. Ricostruita, ancora in parte, anche le geografia delle “tasche” che di volta in volta gestivano ed elargivano le tangenti: le società di prestanomi (Medea, Mida e altre decine, tutte già agli atti); i 240 conti correnti dell’architetto Luigi Zampolini, l’uomo che ha dato il nero per acquistare le case di Scajola, dei figli di Balducci, del generale Pittorru; le alchimie societarie del commercialista Gazzani. «Indaghiamo su altri passaggi di denaro sospetti» dicono gli investigatori riferendosi ad operazioni gemelle a quelle di Scajola. Non quindici come trapelato nei giorni scorsi, ma «meno di una decina». Almeno un paio riguardano l’onorevole Pietro Lunardi tra il 2001 e il 2006 ministro delle Infrastrutture. La ditta di Anemone ristruttura la sua casa di campagna a Basilicanova in provincia di Parma («quei lavori poteva farli solo lui» sostiene l’ex ministro). E nel 2004, grazie all’amicizia con Balducci, Lunardi acquista a prezzo vantaggioso da Propaganda fide (che gestisce il patrimonio immobiliare del Vaticano e di cui Balducci è consulente) un palazzo a Roma in via dei Prefetti. Non è finita qua. Il figlio di Lunardi, Giuseppe, riesce a vendere alla società Iniziative speciali srl un immobile zeppo di abusi in via Sant’Agata dei Goti nel rinomato quartiere Monti a Roma. Iniziative speciali è della madre di Rinaldi (commissario per i Mondiali di nuoto): nel 2007 riceve da Anemone quattro bonifici per un totale di 500 mila euro. Perché?

    La lettera anonima va oltre i ministri e porta la cricca dentro il Vaticano. Agli atti ci sono riferimenti ancora non chiari a nomi che sembrano in codice, Angelina e Jessica. È un fatto che Anemone, tramite Balducci, era diventato costruttore di riferimento di Propaganda fide. E che Balducci, tramite monsignor Camaldo fino al ‘97 segretario del cardinal Poletti e oggi prelato d’onore di Sua Santità, avesse un filo diretto e riservato con gli uffici del Pontefice.
    Ultima modifica di ConteMax; 08-12-10 alle 15:16

  3. #3
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    Left (avvenimenti). 07/03/2008

    Storie di orchi con la tonaca

    Intrighi e veleni tra prelati in provincia di Pistoia. Tra accuse di pedofilia e inviti al silenzio. Delitti atroci all’ombra del Vaticano


    di Vincenzo Mulé

    Una discesa agli inferi, senza ritorno. Protagonista Alessandro Pasquinelli, ex sacerdote accusato del crimine più orribile: violenza sessuale su minore. Nella storia c’è un patteggiamento e una pena concordata di tre anni. Ma anchce una perizia grafica che dimostran come il testo del patteggiamento sia successivo all’apposizione della firma. Storia di un ex sacerdote che decide di citare a giudizio il suo ex avvocato, chiedendo anche la revisione del processo. Ripercorrere la vicenda di Pasquinelli significa squarciare il velo d’ipocrisia che copre la realtà dei seminari minori, le connivenze interne alle curie, gli scandali sessuali dentro le mura vaticane. Pasquinelli aveva quasi 19 anni quando entra in seminario. Riceve subito proposte esplicite da un compagno, nel frattempo ordinato sacerdote. Di fronte al suo rifiuto, scopre di come il suo amico fosse stato preda di un gruppetto di seminaristi più anziani. Pasquinelli, ordinato sacerdote, decide di andare a Roma per continuare gli studi. In cerca di una sistemazione, viene indirizzato presso un alto prelato del Vaticano, noto molto più per i suoi vizietti che per i meriti religiosi. Jessica è il nome con il quale nei salotti romani il religioso è conosciuto. Sul suo conto si dice che Wojtyla non l’avesse granché amato, mentre papa Ratzinger gli dimostra stima e affetto. «Fu lo squillo del telefono che mi salvò», ricorda Pasquinelli. Dopo un anno passato a fare il vice parroco, all’allora don Alessandro viene assegnata una parrocchia a Monsummano Terme. Qui, ricorda Pasquinelli, «mi venne in mente di fare una casa famiglia. Il vescovo - spiega il religioso - voleva che la dessi in gestione ad altri e riscuotessi l’affitto». Il sacerdote riesce a ottenere l’aiuto di quattro suore, ma l’esperienza si rivela fallimentare. Questo peggiora i rapporti tra don Alessandro e Giovanni De Vivo, il vescovo di Pescia, in provincia di Pistoia, che non condivide la gestione “collettiva” che il sacerdote aveva dato alla parrocchia. Don Alessandro decide di assumere due donne per un aiuto nella conduzione della casa famiglia: una come coordinatrice e l’altra come vice responsabile. «Fu l’inizio del calvario», ricorda Pasquinelli, che ora è sposato, è padre di un figlio e sua moglie lo sta per rendere papà per la seconda volta.

    Le due donne nutrono verso di lui e la sua vita privata un interesse eccessivo. Avanzano il sospetto che don Alessandro se la intenda con una catechista. Poi gli attribuiscono una relazione omosessuale. Fino all’accusa più terribile: è un pedofilo. Don Alessandro è accusato di aver abusato di un ospite della casa famiglia. Il sacerdote viene invitato a dimettersi. Furono convocate anche le educatrici che smentirono quanto era stato riportato. «Così andai dal vescovo - racconta Alessandro - gli raccontai la situazione e gli dissi che non volevo dimettermi, volevo andare fino in fondo alla faccenda e fare una querela per diffamazione. Inutile dire che mi fu risposto di non fare nulla». In ogni caso, in tutta questa storia una vittima, forse, c’è.

    Giuseppe è il nome di fantasia del bambino presunta vittima. Ospite della casa famiglia assieme al fratellino più piccolo, nella sua abitazione di provenienza Giuseppe sarebbe stato costretto a vivere esperienze sessuali molto più grandi della sua età. In virtù del voto di obbedienza, don Alessandro decide di seguire i dettami del vescovo e accetta di cambiare parrocchia. Viene trasferito a Marginone. Sei mesi dopo, la responsabile e la coordinatrice condussero Giuseppe dal primario di pediatria, Domenici, a Lucca, preoccupate perché camminava a gambe larghe. Le due donne ventilavano il sospetto che fosse stato violentato da Alessandro. Il primario lo visitò e refertò una ragade anale senza specificare che il disturbo si forma nel giro di qualche giorno dalla violenza subita, e in pochi giorni si dovrebbe rimarginare. Per cui anche se ci fosse stata una violenza, non avrebbe potuta essere imputata ad Alessandro, che non vedeva il bambino da almeno sei mesi. Le due donne, tornate alla casa famiglia, avanzano ipotesi e sospetti su don Alessandro. La notizia arriva ai servizi sociali che prendono in mano la situazione, facendo partire una denuncia alla procura. Giuseppe viene inviato da una neuropsichiatra. I particolari raccontati, però, cozzavano con la realtà. Lo stesso fratellino di Giuseppe aveva smentito tutte le accuse. La polizia continua le indagini e ad Alessandro arriva un avviso di garanzia. «Bisogna contenere lo scandalo!», fu questa la prima reazione del vescovo, insensibile alle proteste di don Alessandro. Così le indagini proseguono. Il vescovo comincia ad accarezzare l’idea del patteggiamento. Dietro questo atteggiamento, ci sarebbe l’interesse a tenere i riflettori lontano dalla diocesi toscana. Il vescovo non voleva che si risapesse, per esempio, che aveva preso un seminarista, Mirko Bertolini, buttato fuori da altri conventi e seminari, senza alcuna lettera di presentazione. Le conseguenze non si erano fatte aspettare: trafugamenti di opere d’arte, furti, ruberie, e trecento milioni di lire di refurtiva erano stati trovati in un appartamento a Bologna in cui Mirko abitava con un altro ex-seminarista col quale aveva una relazione. Non voleva che si risapesse, poi, di Enrico Marinoni, un sacerdote che aveva preso dalla diocesi di Fiesole, con alle spalle storie di adescamento di minori. Il vescovo l’aveva fatto anche parroco e nominato responsabile dell’Azione cattolica bambini, alimentando così il suo vizietto. Denunciato, patteggiò due anni e sei mesi. E poi il vescovo non voleva si sapesse di don Francesco, che aveva avuto rapporti omosessuali con un ragazzo con difficoltà psicologiche, che aveva riferito l’episodio al suo terapeuta. Questo prete, in tre giorni, era stato spostato a Roma, in una parrocchia, a fare il viceparroco.

    Don Alessandro, intanto, stava sempre peggio. Non riusciva più a dormire, non riusciva a mangiare. Alla fine di dicembre, pesava cinquantasei chili: un tremore parkinsoniano lo scuoteva continuamente, dovevano perfino vestirlo, imboccarlo, accompagnarlo ovunque. E Alessandro continuava a peggiorare: una perizia fatta dall’università di Pavia dimostra che in quel periodo, a causa della depressione trattata con psicofarmaci, era incapace di intendere e di volere. Ed era stato proprio in quel periodo che il vescovo aveva mandato da lui due parrocchiane, che per aiutarlo lo portarono da un avvocato. L’uomo gli raccontò le meraviglie del patteggiamento e gli presentò un foglio in bianco: «È la delega per me, ora non ho pronto un modulo, per non farla tornare inutilmente le faccio firmare questo». E Alessandro firmò. Quando il sacerdote, tornato lucido, ricostruì le manovre che si erano consumate alle sue spalle andò dal vescovo, si strappò la tonaca, e la buttò contro il suo superiore: «Impiccatici, stronzo!». E se ne andò senza più tornare.

    7 marzo 2008

  4. #4
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    Predefinito Rif: Wikileaks: Jessica alias di un prelato vaticano

    2008 marzo 11

    Non è solo questione di seminari. A Roma viene indirizzato “a un prelato del Vaticano con un ruolo molto importante. Telefonai e mi fu fissato un appuntamento. I miei amici, quando lo seppero, esplosero in risate e battutine: ‘Ah, ma vai da Jessica! Attento! Mettiti la cintura di castità!’. Pensavo che scherzassero, e invece avevano ragione. In Vaticano mi ricevette in uno studio splendido, elegantissimo… Cominciò a lisciarmi le gambe, poi ad accarezzarmi. Io ero gelato. Poi arrivò alla cerniera dei pantaloni. Mi salvò il telefono, come nei film di terza categoria. Lui dovette rispondere e io mi alzai e andai alla porta”.
    (L’Espresso 11 marzo 2008)

 

 

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