Riforma si, riforma no. Uno sguardo critico sulla questione.
Scritto da Silvia Quaranta


Se c’è una cosa certa, è che l’Università italiana ha bisogno di una riforma. Si potrebbe obiettare che viene riformata più o meno ogni due anni, con esiti scarsamente produttivi, ma questo non cambierebbe il punto di partenza. Dando uno sguardo d’insieme, anche con occhio critico, la riforma è basata su principi validi: la trasparenza dei concorsi, la meritocrazia che sappia valere tanto per gli studenti quanto per i docenti, l’eliminazione degli sprechi. C’è da aggiungere che questa riforma, con tutti i suoi pro ed i suoi contro, possiede un punto di forza inattaccabile: laddove l’Università è stata per lungo tempo sfruttata come mezzo per produrre occupazione, per la prima volta, viene pensata, anche se con molti “se” e molti “ma”, come luogo per produrre cultura. In questa direzione va la decisione di dare un taglio al numero di ricercatori, ma, contemporaneamente, di valorizzarli aumentandone lo stipendio, e non è un salto indifferente: da 1300 a 2100 euro al mese. Lo Stesso si può dire dei metodi di ripartizione dei fondi, tesi alla valorizzazione dei docenti migliori e delle Università “virtuose”, ovvero quelle che sapranno gestire le proprie risorse nel modo più proficuo. A Tal proposito vorremmo aggiungere una piccola nota: diffidate da chi sostiene che alcune Università, per mancanza di fondi, non potranno portare a termine il regolare svolgimento dell’anno accademico. Il testo di legge prevede che una quota del Fondo Di Finanziamento Ordinario sia destinato proprio alle Università che presentino una situazione di sottofinanziamento superiore al 5%. È inutile, poi, dilungarsi sui corsi di laurea inutili (hanno conquistato una certa celebrità corsi come “Scienze del fiore e del verde”, “Igiene e benessere del cane e del gatto” o “Lingua, letteratura e cultura della Sardegna”),a cui finalmente verrà dato un taglio, cosa che del resto avverrà anche per le facoltà “fac-simile” (come “Lettere e Filosofia” e “Scienze Umanistiche” presso La Sapienza, tanto per citare un esempio). Un passo avanti si farà anche nei confronti della tanto citata “parentopoli”: le norme introdotte sono buone in linea di principio (anche se, purtroppo, aggirabili nella pratica) perché sanciscono che non possa esserci parentela né tra i candidati e chi bandisce il concorso, né tra i candidati ed il Rettore o il Direttore Generale dell’Università. Merita di essere sottolineato, inoltre, l’attacco lanciato alle baronie universitarie: il docente universitario è l’unico lavoratore dipendente che gode di uno status non riconosciuto ad alcun altro lavoratore. Un professore universitario non è, di fatto, controllato da nessuno: può affidare i suoi compiti più fastidiosi ad un assistente, può non presentarsi a lezione senza doverne rendere conto a nessuno, facendosi sostituire da un assistente o saltando una lezione. Può scegliere di seguire gli studenti o disinteressarsene liberamente. È come se ciò che fa un professore per gli studenti fosse una libera scelta legata molto più all’etica professionale, o alla passione per il proprio lavoro, che ad un obbligo legale. La riforma, invece, impone dettami specifici, atti a regolare l’operato dei docenti in termini di incombenza dovuta, e legalmente regolamentata, all’impiego. Dal punto di vista degli studenti, infine, un aspetto molto positivo della riforma è rappresentato dal “Fondo per il Merito”, che consentirà di erogare maggiori borse di studio agli studenti più meritevoli. Nella Riforma si parla anche di “prestito d’onore”: un prestito fatto dallo Stato agli studenti meno abbienti, grazie al quale potranno frequentare senza gravare economicamente sui genitori. Per coloro che riescono a laurearsi nei tempi prestabiliti e con il massimo dei voti, poi, non è prevista la restituzione del prestito. È, a tutti gli effetti, un investimento fatto dal Governo sui giovani talenti.
Guardando la riforma con sguardo più critico, tuttavia, c’è più di qualche nota negativa, e non si tratta solamente dei tagli alla ricerca. Dal testo presentato al testo approvato sono state fatti diverse modifiche, a partire da diverse parole (che avrebbero voluto dire finanziamenti) magicamente scomparse, per arrivare ad un paio di articoli interessanti completamente soppressi. Scendendo nello specifico, non è stato approvato l’articolo 5bis (“Misure per la valorizzazione dei ricercatori di ruolo e del merito accademico”), in cui si spiegava anche come il fondo per la valorizzazione del merito accademico sarebbe andato a rimpolpare anche l’ffo nei prossimi anni, con un finanziamento da 90 milioni di euro per l’anno accademico 2011, fino a 480 milioni nel 2017. In poche parole, non avendo certezze sui finanziamenti da poter destinare all’Università, hanno preferito tagliare l’articolo. Era Indubbiamente valido anche l’art. 14bis, il quale prevedeva l’esonero totale dal pagamento delle tasse universitarie per chi prende una seconda laurea, indipendentemente dal reddito. Non è un segreto il fatto che il debito pubblico incombe, e se si vuole iniziare a muovere qualche passo per risanarlo, senza dover mettere le mani nelle tasche dei cittadini, i tagli devono essere fatti. Tuttavia, è giusto ricordare anche che di sprechi ce ne sono tanti, e non solo all’interno del sistema universitario. E i fondi destinati alla scuola e all’università, alla cultura e alla ricerca, in teoria, dovrebbero essere tra i meno sensibili ai tagli, che incideranno indubbiamente sugli sprechi, ma non solo.

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