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Discussione: Il Triangolo della Morte e le stragi partigiane nell'Italia "liberata"

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    Predefinito Il Triangolo della Morte e le stragi partigiane nell'Italia "liberata"

    IL TRIANGOLO DELLA MORTE


    Iniziamo ad esaminare quello che avvenne a guerra finita.

    Le ‘radiose giornate‘ furono il frutto della convinzione dei partigiani comunisti che la battaglia era vinta e l’ora del soviet italiano fosse ormai imminente. Si trattava quindi di fare ‘pulizia‘, vale a dire eliminare chiunque avesse potuto in qualche modo opporsi al disegno comunista. Il come lo avevano già provato nella guerra di Spagna, dove l’assassinio e la barbarie erano state a lungo e metodicamente messe a segno. Ricordo solo gli stupri e le suore, inchiodate alle porte delle chiese o dei conventi, cosparse di benzina e bruciate vive.

    Si tattava quindi di applicare in Italia gli stessi metodi con meno pericoli (ormai non c’era più nessuno che potesse opporsi) in modo da instaurare un sano terrore nella popolazione e spianare la strada al comunismo.

    Inizio riportando un brano illuminante di Rodolfo Ridolfi che inquadra quello che accadde a guerra finita.

    “Ma cosa accadde veramente dopo la liberazione in provincia di Ravenna?

    L’eliminazione fisica continuò ad essere metodo di lotta sia contro chi era ritenuto fascista sia contro i non comunisti presenti nello stesso movimento antifascista. Si trattò in molti casi di eliminazioni fisiche fredde, ciniche ed indiscriminate contro persone inermi, con punte di ferocia e spietatezza sconosciute in altre parti d’Italia.

    Nella Provincia di Ravenna, nel cosiddetto «triangolo della morte»: Giovecca-Lavezzola-Voltana, sulla base dei rapporti dei Carabinieri, furono uccise e spesso occultate persone, qualcuno parla di oltre quattrocento «desaparecidos», ai quali vanno aggiunti quelli del comprensorio ravennate, di Massa Lombarda e della collina, un altro centinaio.

    Fra i delitti più odiosi sono da annoverare: l’assassinio di Marino Pascoli, giovane giornalista e comandante partigiano di fede mazziniana, quello di Mario Baroncelli, direttore dell’Associazione Agricoltori della Provincia di Ravenna, quello di don Tiso Galletti, lo sterminio dei conti Manzoni, rimasto sostanzialmente impunito nonostante le condanne comminate con l’applicazione dell’indulto voluto da Togliatti, l’omicidio dell’ingegner Lionello Matteucci, avvenuto a Massalombarda l’8 maggio 1945, un delitto che dette inizio ad una serie di altri sei assassini.

    La Regione, La Provincia ed i Comuni hanno stanziato e continuano a stanziare ingenti somme per celebrare le vittime del nazifascismo, per sostenere i vari musei e le associazioni partigiane, ma continuano ad ignorare le vittime del comunismo.

    Sarebbe ora che il «tabù» fosse smascherato. Un’opera non di revisionismo, ma piuttosto una corretta e necessaria operazione di rimozione di falsità, menzogne e silenzi imposti dalla cultura comunista alla storia italiana degli ultimi 61 anni.

    Affrontare il tema della «pacificazione» significa prendere atto che esistevano due modi spesso in buona fede di essere italiani e di amare l’Italia e che c’era poi chi non era interessato né all’un modo né all’altro perché non aspirava alla democrazia ma all’instaurazione della dittatura comunista nel nostro Paese ed è per questo che si accanì sui partigiani non comunisti, soprattutto quelli che non accettavano l’egemonia comunista, sui «borghesi» e sui tanti silenziosi ed innocenti «non comunisti».

    Emblematico il caso Marino Pascoli, un giovane giornalista e leader politico antifascista: «Per quanto a noi noto, il Comune di Ravenna, sentito anche il parere della Circoscrizione di Mezzano, non ha in programma celebrazioni in quanto il sig. Marino Pascoli non risulta ufficialmente riconosciuto tra le categorie stabilite dall’apposita Commissione governativa, non essendo stato qualificato come Partigiano, né come Patriota, né come Benemerito», rispondeva la Regione alla mia richiesta di ricordarlo adeguatamente. Evidentemente le istituzioni governate dalla sinistra non vogliono che si diffondano quelle verità che Marino Pascoli raccontò sulla La Voce di Romagna del 6 dicembre 1947 e che furono la causa della sua condanna a morte.

    Pascoli nell’articolo affermava testualmente: «Prima di tutto dobbiamo distinguere i partigiani veri dai partigiani falsi. I partigiani veri sono coloro che hanno corso sul serio dei rischi, che hanno combattuto con fede per la liberazione d’Italia e questi, a dir il vero, sono pochi.
    I partigiani falsi che purtroppo sono la maggioranza, sono coloro che hanno fatto i teppisti mascherati, i collezionisti di omicidi, e che andarono in giro col mitra, quando non vi era più pericolo, a fare gli eroi.
    Questa gente anche se è riuscita a munirsi di un brevetto o di un certificato, anche se oggi milita indebitamente nelle fila dei partigiani, non bisogna avere nessuna esitazione a chiamarla teppa. Teppa da reato comune, macchiata di sangue, di prepotenza e di ricatti…… Attenzione, partigiani veri, partigiani onesti, partigiani italiani e rimasti italiani, a non seguire coloro che vogliono vendere l’Italia allo straniero, altrimenti il vostro sacrificio sarebbe stato vano…L’organizzazione militare delle Brigate Garibaldine venne creata più tardi a rivoluzione d’Aprile conclusa. Quando contati i partigiani, rimpolpate le formazioni, aumentati gli effettivi, organizzate le forze comuniste e muniti i comandi di timbri e carta intestata, si procedette alla farsa della smobilitazione delle forze comuniste, si svolgeva, invece un’opera diametralmente opposta quella cioè di inquadrare ed organizzare per l’avvenire queste forze per un eventuale colpo di Stato…».

    Alla luce di questo scritto si capisce perchè Marino Pascoli non debba essere considerato né partigiano, né patriota, né benemerito perché sprovvisto di quei timbri che denunciava si erano accaparrati dopo il 25 aprile tanti «finti partigiani» e molta «teppa».

    Quante volte ancora dovremo assistere ad ex fascisti diventati eroi e medaglie dell’antifascismo, a comunisti che si ergono a paladini della democrazia, ad opportunisti democristiani che sono passati alla resistenza in tarda età.”

    Rodolfo Ridolfi


    011- Il triangolo della morte
    Ultima modifica di Ottobre Nero; 16-12-10 alle 16:30
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    Predefinito Rif: Il Triangolo della Morte e le stragi partigiane nell'Italia "liberata"

    LA STRAGE "STRASSERA"





    “Emanuele Strassera” era un agente del governo italiano (e contemporaneamente agente dell’OSS) risiedente allora nel Sud liberato, sbarcato sulla costa ligure da un sommergibile USA all’inizio dell’estate 1944 ed inviato nel Nord Italia dagli angloamericani, con il compito di coordinare la lotta partigiana e riferire della situazione presente.

    Strassera arruolò a questo scopo quattro partigiani.

    Strassera aveva il compito di consegnare un rapporto agli agenti alleati operanti in Svizzera. Al momento di portare in Svizzera le informazioni chiese aiuto alle formazioni partigiane vicine per essere scortato in Svizzera.

    Nel Biellese era forte la Brigata comunista Garibaldi-Biella che comprendeva il 6° distaccamento “Pisacane” comandato da Francesco Moranino, detto “Gemisto” nato a Tollegno nel 1920.

    Strassera contattò Moranino per l’aiuto occorrente per arrivare in Svizzera.

    L’aiuto tuttavia non arrivò mai (nonostante ci fu un messaggio radio di missione compiuta). I 5 partigiani vennero uccisi il 26 novembre 1944 in località Portula. Le vittime furono: Emanuele Strassera, capo missione; Gennaro Santucci, partigiano; Ezio Campasso, partigiano; Mario Francesconi, partigiano; Giovanni Scimone: partigiano.

    Successivamente, il 9 gennaio 1945 vennero uccise le spose di due dei partigiani, Maria Santucci e Maria Francesconi, uccise con un colpo alla testa perché cercavano di scoprire la verità sulla sorte dei loro mariti. Gli assassini cercarono di far ricadere la responsabilità della morte delle due donne sui fascisti ed i loro rastrellamenti.

    Il fatto rimase per anni avvolto nel mistero.

    Nel dopoguerra i familiari dei 5 partigiani fucilati e delle 2 donne uccise presentarono alle autorità delle prove frutto di loro indagini. A seguito di queste prove furono fatte delle indagini ufficiali che orientarono le responsabilità sul partigiano Moranino, nel frattempo diventato deputato comunista.

    Il Moranino fu accusato dell’eccidio dei 5 menbri della “Missione Strassera“, il 26 novembre 1944 in località Portula, attirandoli in un’imboscata e della sorte che il 9 gennaio 1945 toccò a due spose degli uccisi.

    Il 27 gennaio 1955 la Camera dei Deputati, con maggioranza di centrodestra, votò l’autorizzazione a procedere nei confronti di Moranino (allora deputato del Pci) su richiesta della Procura di Torino; l’accusa era di omicidio plurimo aggravato e continuato ed occultamento di cadavere, ma Moranino nel frattempo si era rifugiato in Cecoslovacchia.

    Il 22 aprile 1956, il processo svoltosi a Firenze si concluse con la condanna da parte della Corte d’Assise all’ergastolo di Moranino per sette omicidi. Si legge nella sentenza:

    «Perfino la scelta degli esecutori dell’eccidio venne fatta tra i più delinquenti e sanguinari della formazione. Avvenuta la fucilazione, essi si buttarono sulle vittime depredandole di quanto avevano indosso. Nel percorso di ritorno si fermarono a banchettare in un’osteria e per l’impresa compiuta ricevettero in premio del denaro.»

    La sentenza di condanna all’ergastolo fu confermata dalla Corte d’Assiste d’Appello nel 1957.

    Nel 1958 alcuni sospetti sullo svolgimento del processo e delle indagini, che per molti avvevano come solo scopo un intento persecutorio contro il comandante partigiano, portarono il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi a commutare la pena in dieci anni di reclusione (cosa che avrebbe permesso al Moranino di rientrare in Italia).

    Il 27 aprile 1965 Francesco Moranino, sempre esule a Praga, venne poi graziato dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ma rimpatriò solo quando fu ufficialmente riconosciuto che i fatti di cui era accusato erano “atti di guerra” (tra l’altro non da lui ordinati), connessi con la Guerra di Liberazione e quindi giuridicamente legittimi.

    Il 19 maggio 1968, Pci e Psiup annunciarono la candidatura nel collegio senatoriale di Vercelli dell’ex deputato condannato all’ergastolo, tuttavia graziato. Il Moranino sarà rieletto con 38.446 voti ed entrerà nella Commissione industria e commercio del Senato. Morì, tre anni dopo, stroncato da un infarto.

    Il ‘caso’ Moranino rappresenta un caso tipico.

    Il delinquente è dapprima aiutato dal PCI, dai suoi fiancheggiatori e dall’Unità, che cercano di avvalorare prima la tesi del complotto contro la Resistenza, poi quella che i fatti debbano inquadrarsi nella ‘Lotta di Liberazione’. Se occorre aiutando ad espatrare l’imputato nel paradiso sovietico.

    Con l’aiuto della stampa compiacente di norma raggiungono lo scopo minimo: far applicare l’amnistia emanata da Togliatti e quindi ridurre la pena a pochissimi anni o annullarla del tutto.





    009 – La strage Strassera
    Ultima modifica di Ottobre Nero; 16-12-10 alle 16:38

  3. #3
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    L'ECCIDIO DI CODEVIGO



    L’ Eccidio di Codevigo avvenuto tra il 30 aprile e il 15 maggio 1945, fu l’esecuzione sommaria di un numero variabile tra 96 e 365 persone avvenuto nella zone di Codevigo (Padova) da parte della 28′ Brigata Garibaldi “Mario Gordini“, cooperante con la VIII armata Britannica.

    Alcuni storici sostengono che all’eccidio parteciparono altresì militari emiliani e toscani inquadrati nel gruppo di combattimento “Cremona“, unità al seguito delle truppe inglesi. Queste truppe assunsero il potere nel territorio in nome del CLN a partire dal 29 aprile 1945.
    Ci furuno molte vittime, alcune furono anche seviziate.


    Corinna Doardo, maestra elementare.

    I partigiani la prelevarono, la sottoposero a sevizie tali che il medico accertò che solo un orecchio era rimasto intatto, la fucilarono e abbandonarono il cadavere nudo nel cimitero.

    Mario Bubola

    Mario Bubola, figlio del podestà fascista del paese, fu prelevato a casa, fu torturato, si tentò di tagliarli il collo con del filo spinato, gli fu tagliata la lingua, infilatagli poi nel taschino della giacca, gli furono tagliati i testicoli che gli furono messi in bocca. Fu poi sepolto in un campo di Erba Medica.

    La ricerca dei corpi negli anni ’60

    Negli anni ’60 alcuni parenti delle possibili vittime, iniziarono la ricerca dei corpi, in genere abbandonati alle acque o sepolti in fosse comuni, nei cimiteri o nei campi. Furono trovati 114 corpi, ma non fu possibile l’identificazione per tutti.

    Molti scomparsi non furono ritrovati.

    77 salme furono recuperate nel cimitero di Codevigo. 17 salme furono recuperate nel cimitero di S.Margherita. 12 salme furono recuperate nel cimitero di Brenta d’Adda.





    012 – L’eccidio di Codevigo
    Ultima modifica di Ottobre Nero; 16-12-10 alle 16:37

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    L'ASSASSINIO DEI FRATELLI GOVONI



    San Giorgio di Piano è uno di quei grossi paesi agricoli che insieme ad Argelato, Pieve di Cento e San Pietro in Casale s’incontra a circa metà strada fra Bologna e Ferrara.

    E’ pianura emiliana che beneficiò funestamente dei primi collaudi socialisti e rivoluzionari. L’odio di classe continua a trovarvi una lussureggiante pastura.

    Nell’immediato periodo del dopo-liberazione in questa zona che giuppersù potrebbe essere ampia quanto la pianta di Roma, per intenderci, i «prelevati» sono stati 128. Centoventotto persone che una sera furono portate via dalla loro casa e che mai più hanno fatto ritorno.

    Centoventotto.

    Fin’ora se ne sono trovati in queste fosse comuni circa una metà. Dell’altra sessantina perfino il mistero della loro morte è cupo.

    Nella macabra fossa di Argelato, dunque, sono stati rinvenuti diciassette cadaveri buttati alla rinfusa laggiù con un metro di terra addosso. Di questi, ben sette erano fratelli.

    Sono i fratelli Govoni.

    La mamma di questi sette figli «prelevati» vive ancora. Ha passato questi ultimi anni nell’angoscia dell’ignoto destino dei suoi figlioli, nella disperazione. Se non fosse venuta incontro la fede a questa povera madre fiaccata dall’enorme lutto, come avrebbe potuto assistere ai funerali senza maledire i colpevoli? Invece ha invocato il Paradiso per le sue creature ammazzate.

    Fino a poco tempo fa non usciva di casa. Uscendo, l’avrebbero schernita. La madre dei «prelevati». Un titolo di orrore. C’era perfino chi le canticchiava «bandiera rossa» dietro.

    Ma ricostruiamo 1’agonia che l’odio di parte inflisse a questa gente. Di diciassette solo uno porta segni di pallottole. Gli altri hanno tutti ossa spezzate e cranio fracassato. E’ tragico ricostruire gli istanti di quella rabbia inumana e cainitica sull’orlo di questa fossa la notte dell’ll maggio 1945 quando ignoti sedicenti giustizieri hanno torturato codeste persone, picchiandole con bastoni e spaccando alla fine il cranio forse con colpi di ascia.

    I sette fratelli Govoni li andarono a prendere uno per uno da casa. Si presentarono alcune persone dal vecchio padre la sera e bussarono alla porta. Giuseppe andò ad aprire e si vide i mitra puntati contro. Marino, Primo, Dino. Perfino l’Ida presero. L’Ida era sposata e stava allattando il figlioletto Sergio. «Venite lo stesso con noi».

    Non tornarono più. La mamma, mentre li caricavano sul camion venne fuori con un grosso pane, perchè nel viaggio potessero mangiare un boccone. «E’ un breve viaggetto — avevano assicurato gli uomini col mitra a tracolla — abbiamo solamente bisogno di interrogarli per una informazione». Non tornarono più. Qualche tempo dopo alla madre che disperatamente cercava una pista per onorare almeno il sepolcro dei suoi sette figli dissero tra lo scherno: «Vi occorre, buona donna, un cane da tartufi».

    Nella fossa macrabra di Argelato i cadaveri sono ammonticchiati disordinatamente. I carabinieri hanno rovesciato quel metro di terra che copriva tanta disumanità ed hanno intravvisto moncherini legati da filo spinato. Nella solitaria casa dei Govoni è restata solamente l’ultima figliola Maria a consolare la vecchia madre. Maria e il nipotino Sergio che oggi va all’Asilo e non sa che la madre sua la «prelevarono» una sera mentre l’allattava.

    Gli altri
    Tra gli altri dieci cadaveri sono stati riconosciuti i quattro Bonora, Giovanni Caliceti, Alberto Bonvicini, Guido Mattioli, Guido Paricaldi e Vinicio Testoni.
    I quattro Bonora appartengono a tre generazioni: il nonno, il padre, il figlio e un cuginetto. Ivo si chiamava e quando incominciò la guerra giocava ancora a rincorrersi attorno ai pagliai. Li invitarono a presentarsi al comando partigiano per il rinnovo della carta d’identità in quel lontano maggio del 1945. Andarono e da allora ecco qua i loro cadaveri nella fossa macabra di Argelato.

    Caliceti quando lo vennero a chiamare da casa, andò tranquillamente, perchè sapeva di non aver fatto niente a nessuno. Male non fare e paura non avere, diceva.

    Malaguti, studente del terz’anno di ingegneria ed ufficiale della guerra di liberazione con gli alleati era appena tornato a casa da una settimana. Sparì. La mamma lo cercava affannosamente. Per sei anni il dolore incerto di questa donna è andato vagando dappertutto. Ecco, suo figlio glielo restituisce questa fossa a pochi chilometri dalla sua casa.

    Ecco un altro resoconto:

    …Si era sparsa, frattanto, tra i partigiani della 2ª brigata Paolo e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una “bella festa” nel podere del colono Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere alla casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni.

    Non è possibile descrivere l’orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tutti volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli. Per ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L’indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell’omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e che furono decine, che quel pomeriggio seviziarono i fratelli Govoni. Si accertò, quando dopo molti anni furono scoperti i corpi, che quasi tutte le ossa degli uccisi presentavano fratture e incrinature.

    Chi erano gli insensati esecutori dei fratelli Govoni e suoi sfortunati compagni?

    La risposta: trattasi della famigerata e fantomatica “brigata Paolo”, ignota fino allora, non era probabilmente altro che un gruppo della 7ª GAP (Gruppi d’azione patriottica).

    I partigiani della «2ª Brigata Paolo» infierirono con una crudeltà e sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero.
    Ida, la mamma ventenne, che non aveva mai saputo niente di Fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina.

    Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati; e quando le urla si spensero definitivamente erano le ore ventitré dell’undici maggio. Avvenne, quindi, tra gli assassini, la ripartizione degli oggetti d’oro in possesso dei prelevati, mentre quelli di scarso o nessun valore furono gettati in un pozzo dove, anni avanti, saranno rinvenuti mentre si svolgeva l’indagine istruttoria.
    I corpi delle vittime furono sepolti subito dopo in una fossa anticarro, non molto distante dalla casa colonica.

    Per anni interi, sfidando le raffiche dei mitra degli assassini, sempre padroni della situazione, solo i familiari delle vittime cercarono disperatamente di fare luce su quanto fosse accaduto, nella speranza di poter almeno rintracciare i resti dei loro cari, primi fra tutti, i genitori dei fratelli Govoni.
    Fu una ricerca estenuante, dolorosissima, ma inutile.

    Nessuno volle parlare, nessuno volle aiutarli; molti li cacciarono via in malo modo, coprendoli d’insulti. Ci fu anche chi osò alzare la mano su quella povera vecchia che cercava solo le ossa dei suoi figli.

    A Cesare e Caterina Govoni, sopravvissuti al più inumano dei dolori, lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, decise di corrispondere, per i figli perduti, una pensione di 7.000 lire mensili: 1.000 per ogni figlio assassinato!

    Anche se per quest’orrendo crimine ci fu un processo che si concluse con quattro condanne all’ergastolo, la giustizia non poté fare il suo corso perché gli assassini “rossi”, così come in altri casi, furono fatti fuggire oltre cortina e di loro si perse ogni traccia; successivamente, il crimine fu coperto da amnistia!





    013 – I fratelli Govoni
    Ultima modifica di Ottobre Nero; 16-12-10 alle 16:37

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    LA STRAGE DI ODERZO




    La Strage di Oderzo avvenuta tra il 30 aprile e il 15 maggio 1945, fu l’esecuzione sommaria di 120-144 persone appartenenti alle forze armate della R.S.I., Repubblica Sociale Italiana.

    Il 28 aprile 1945 nella Casa Canonica di Oderzo fu firmato, presenti l’abate parroco don Domenico Visentin e il nuovo sindaco della città Plinio Fabrizio, un accordo di resa tra il Comitato di Liberazione Nazionale rappresentato dal sig. Sergio Martin e il col. Giovanni Baccarani, comandante della Scuola allievi ufficiali di Oderzo della RSI. e il maggiore Amerigo Ansaloni comandante del battaglione Romagna della RSI. In tutto si arresero 126 uomini del Battaglione Romagna e 472 della scuola allievi ufficiali.
    I militari repubblichini consegnarono le armi.

    Successivamente sopravvenne la brigata “Cacciatori della pianura” delle Brigate Garibaldi, legate al Partito Comunista Italiano, che non accettò l’accordo del Comitato di Liberazione Nazionale.
    Al finire della guerra contro Il nemico esterno le Brigate affini al Partito Comunista tendevano a ricevere ordini da una propria organizzazione, assai più che dal CLN.
    La brigata era comandata dai partigiani “Bozambo”, “Tigre”,”Biondo”, Jim” (pseudonimi).

    Dopo un processo ritenuto sommario (per l’alto numero di condanne in appena due giorni) tenuto presso il cortile del Collegio “Sigismondo Brandolini”, gestito dai Giuseppini del Murialdo, cominciarono le “esecuzioni”, condotte con particolare violenza, tra il 30 aprile e il 15 maggio 1945.

    Circa 120 furono gli uccisi il 30 lungo l’argine del fiume Piave presso il Ponte della Priula; altri furono uccisi in seguito.

    Un particolare impressionante fu il 16 maggio, che per le nozze di due partigiani, il “Biondo” e “Anita” (pseudonimi) cui furono augurati dodici figli, si provvide, come atto propiziatore, all’uccisione di dodici allievi ufficiali della scuola, avvenuta nei pressi del Ponte della Priula.

    Il 16 maggio 1953 alcuni degli autori della strage furono condannati a pene variabili da 30 a 24 anni di reclusione.

    Scontarono solo 5 anni.







    015 – Strage di Oderzo
    Ultima modifica di Ottobre Nero; 16-12-10 alle 16:37

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    LA STRAGE DI SCHIO



    Un reparto di partigiani della brigata garibaldina, comandati da “Romero” e “Teppa” (pseudonimi), irruppe nella notte del 6 Luglo nel carcere mandamentale della città; non disponevano di elenchi di fascisti, quindi li cercarono, e, non avendoli trovati, le vittime furono scelte tra i 99 detenuti del carcere.

    Tra questi, solo 8 erano stati indicati al momento dell’arresto come detenuti comuni, mentre 91 erano stati incarcerati come “politici” di possibile parte fascista, sebbene non tutti fossero ugualmente compromessi con il fascismo e in molti casi forse fossero stati arrestati per errore.
    Erano in corso gli accertamenti delle posizioni individuali. Per alcuni era già stata accertata l’estraneità alle accuse ed era già stata decisa la scarcerazione, non avvenuta per lentezze burocratiche.

    Gli 8 detenuti comuni vennero subito esclusi dalla lista, insieme a 2 detenute politiche non riconosciute come tali. Al processo del 1952 si accertò che solo 27 su 91 avevano una connotazione fascista.

    Dopo una approssimativa cernita, che suscitò contrasti tra gli stessi fucilatori, alcuni proposero che fossero risparmiate almeno le donne, che in genere non erano state arrestate per responsabilità personale ma solo fermate per legami personali con fascisti o per indurle a testimoniare nell’inchiesta in corso. “Teppa” si oppose dicendo “Gli ordini sono ordini e vanno eseguiti“, non disse da chi provenivano gli ordini, e non fu mai accertato, nonostante un processo apposito nel 1956.

    Dopo un’ora di incertezza, mentre alcuni partigiani non convinti si allontanarono, vennero uccise a colpi di mitraglia 54 persone, tra cui 14 donne (la più giovane di 16 anni), e ne vennero ferite numerose altre. Alcuni, coperti dai corpi dei caduti, si salvarono indenni. I soccorritori quando giunsero trovarono il sangue che colava sulla scala, sul cortile e arrivava fino sulla strada.

    Dopo l’eccidio
    L’evento ebbe grande risonanza non solo nazionale, ma internazionale, tendendo a dimostrare il pericolo costituito dal persistere di formazioni nominalmente dipendenti dal C.L.N., ma di fatto dipendenti da altri poteri occulti.
    Su pressione della autorità di occupazione angloamericane venne aperta una inchiesta da cui risultò che, tra le persone colpite, 27 erano componenti del partito fascista, senza che fossero dimostrate prove di crimini, altri potevano forse essere correlati (mogli, fidanzate, conoscenti…) con fascisti che erano lì rinchiusi.

    Tra loro vi era anche chi non era mai stato fascista. Una donna era solo la padrona di casa di un partigiano moroso dell’affitto, che sollecitato a pagare l’affitto l’aveva fatta incarcerare.
    Tuttavia, l’azione degli ex-partigiani riscosse un certo sostegno nel paese in quanto molti temevano, dopo il discorso di Chambers, che senza l’esecuzione sommaria quelli tra loro che avessero avuto responsabilità fasciste avrebbero facilmente guadagnato l’impunità.

    «Si può dire che la causa antifascista era più giusta perché si opponeva a un regime fascista che si era affermato con la violenza, l’oppressione e la soppressione dei diritti dell’individuo [...] Ma l’episodio di Schio è avvenuto al di fuori del periodo di guerra, quando uccidere era diventato inaccettabile. Questo era un atto fuori legge e fuori dalle regole, portato a termine dai partigiani in aperta sfida anche ai loro stessi superiori.»
    (Sarah Morgan Rappresaglie dopo la Resistenza, L’eccidio di Schio tra guerra civile e guerra fredda)

    Resta da notare, peraltro, che all’indomani dell’evento le organizzazioni partigiane, la Camera del Lavoro e il Partito Comunista Italiano, condannarono l’accaduto in quanto la guerra era già finita da nove settimane e si sarebbe dovuto attendere l’inchiesta sulle responsabilità individuali delle persone arrestate.
    I tre processi

    Il processo militare alleato
    Il governo militare alleato affidò le indagini agli investigatori John Valentino e Therton Snyder. In due mesi di indagini questi identificarono quindici dei presunti autori della strage, otto di questi ripararono in Jugoslavia prima dell’arresto, sette vennero arrestati. Il processo istituito dalle autorità militari alleate si svolse nell’autunno del 1945. La Corte militare alleata, presieduta dal colonnello americano Beherens, assolse due degli imputati presenti e condannò gli altri cinque, tre di essi furono condannati a morte, due furono condannati all’ergastolo, altri tre imputati furono condannati in contumacia a ventiquattro e a dodici anni di reclusione (le condanne a morte verranno commutate nel carcere a vita dal capo del governo militare alleato, il contrammiraglio Ellery Stone).

    Furono emesse queste condanne:
    Valentino Bortoloso, condannato a morte.
    Renzo Franceschini, condannato a morte.
    Antonio Fochesato, condannato a morte.
    Gaetano Canova, condannato all,’ergastolo.
    Aldo Santacaterina, condannato all’ergastolo.
    La pena effettivamente scontata dai cinque condannati presenti al processo fu tra i 10 e i 12 anni.

    Il processo penale italiano
    Altri autori dell’eccidio furono individuati successivamente e fu istruito un secondo processo, condotto da una corte italiana. Il secondo processo si tenne a Milano, la sentenza fu emessa dalla Corte d’Assise di Milano, il 13 novembre del 1952, con otto condanne all’ergastolo.
    Tuttavia uno solo sarà presente, gli altri sette erano fuggiti nei paesi dell’est dove trovarono protezione (come molti altri criminali autori di stragi):

    Ruggero Maltauro, restituito dalla Yugoslavia dopo la rottura con il Comintern, condannato all’ergastolo, ma non sconterà tutta la pena.

    Il terzo processo
    Nel 1956, undici anni dopo l’Eccidio, si tenne a Vicenza un terzo processo. Erano da accertare due fatti, le eventuali responabilità del ritardo a dare esecuzione all’ordine di scarcerazione di una parte dei detenuti, emesso a Vicenza e trasmesso per competenza a Schio, ma non eseguito, e l’individuazione della catena gerarchica da cui era partito l’ordine di eseguire la strage.
    Si trattava di individuare eventuali responsabilità nel ritardo dell’esecuzione dell’ordine di scarcerazione, ritard costato la vita a varie persone, e individuare i mandanti della strage, indicati dal Maltauro, alla corte d’Assise di Vicenza.
    Erano imputati Pietro Bolognesi, segretario comunale e Gastone Sterchele, ex vicecomandante della Martiri della Val Leogra.
    Sterchele fu assolto con formula piena, Bolognesi per insufficienza di prove; in appello fu anch’egli assolto per non aver commesso il fatto.
    L’identità dei mandanti della strage risulta tuttora ignota. L’eccidio di Schio rimane uno dei misteri d’Italia.

    L’atteggiamento del PCI
    L’Unità aveva definito i responsabili dell’eccidio “provocatori trotskisti“.
    In realtà i partigiani che avevano condotto l’Eccidio al carcere di Schio erano legati al Partito Comunista e alle ex-Brigate Garibaldi e alla organizzazione che dopo la fine della guerra succedette alle Brigate Garibaldi.

    Tre di loro, sfuggiti alle indagini, si recarono a Roma al Ministero di Grazia e Giustizia per conferire con Palmiro Togliatti, Ministro di Grazia e Giustizia, dal quale dipendeva il carcere di Schio, che inoltre era nello stesso tempo segretario del Partito Comunista Italiano.
    Li ricevette in via Arenula, allora sede del Ministero, il segretario del Ministro, Massimo Caprara. Il Ministro della Giustizia incaricò la Direzione del partito di provvedere e su richiesta della direzione del partito i tre partigiani, coautori dell’Eccidio, vennero aiutati dall’organizzazione del PCI a rifugiarsi a Praga.
    Durante una visita a Praga di Palmiro Togliatti e Massimo Caprara essi ebbero un incontro casuale e ringraziarono per averli aiutati.
    Di questo episodio Caprara, che materialmente accolse e trattò con gli omicidi per conto del Ministro Togliatti, fece una dettagliata descrizione in un suo famoso libro.
    Nel 1946 il Ministro Palmiro Togliatti fece approvare una amnistia a favore dei crimini di guerra commessi da entrambe le parti in causa e ne beneficiarono anche gli autori dell’eccidio.

    Una strage di Stato
    L’Eccidio di Schio ha tutti gli elementi per essere considerato “Una Strage di Stato“:

    Le vittime erano incarcerate e nella potestà dello Stato.
    Gli autori della strage erano persone inquadrate militarmente, i partigiani infatti erano stati riconosciui come corpo combattente, e la “polizia ausiliara” vieppiù era un organo dello stato.
    Gli autori della strage godettero dell’appoggio e della complicità del Ministero di Grazia e Giustizia che provvide a proteggerli e farli espatriare.
    Le pubbliche autorità per lunghi anni trattarono con fastidio i superstiti e i famigliari delle vittime, che a tutti gli effetti erano vittime dell’autorità e perciò imbarazzavano l’autorità stessa.
    Ed un pò essi imbarazzano ancora e si cerca di impedire l’accertamento preciso dei fatti.

    Morti sul posto
    Teresa Amadio, anni 41, operaia tessile.
    Teresa Arcaro, anni 45, operaia tessile.
    Dr. Michele Arlotta,anni 62, Primario dell’ospedale di Schio.
    Irma Baldi, anni 20, casalinga.
    Quinta Bernardi, anni 28, operaia tessile.
    Umberto Bettini, anni 40, impiegato.
    Giuseppe Bicci, anni 20, impiegato.
    Ettore Calvi, anni 45, tipografo.
    Livio Ceccato, anni 37, impiegato.
    Maria Dal Collo, anni 56, casalinga.
    Irma Dal Cucco, anni 19, casalinga.
    Anna Dal Dosso, anni 19, operaia.
    Antonio Dal Santo, anni 47, operaio.
    Francesco De Lai, o Dellai Francesco, anni 42, operaio tessile.
    Settimio Fadin, anni 49, commerciante.
    Mario Faggion, anni 27, autista.
    Severino Fasson, anni 20, calzolaio.
    Fernanda Franchini, anni 39, casalinga.
    Silvio Govoni, anni 55, im piegato.
    Adone Lovise, anni 40, impiegato.
    Angela Irma Lovise, anni 44, casalinga.
    Blandina Lovise, anni 33, impiegata.
    Lidia Magnabosco, anni 18, casalinga.
    Roberto Mantovani, anni 44, segretario comunale.
    Isidoro Dorino Marchioro, anni 35, commerciante.
    Alfredo Menegardi, anni .., capostazione.
    Egidio Miazzon, anni 44, impiegato
    Giambattista Mignani, anni .. , capitano di fanteria.
    Luigi Nardello, anni 35, cuoco.
    Giovanna Pangrazio, anni 31, impiegata.
    Alfredo Perazzolo, anni 29, meccanico.
    Vito Ponzo, anni 58, commerciante.
    Giuseppe Pozzolo, anni 46, impiegato.
    Giselda Rinacchia, anni 25, operaia.
    Ruggero Rizzoli, anni 51, maggiore.
    Leonetto Rossi, anni 20, studente, milite della stradale.
    Antonio Sella, anni 60, farmacista.
    Antonio Slivar, anni 65, pensionato.
    Luigi Spinato, anni 36, portiere.
    Giuseppe Stefani, anni 63, impresario.
    Elisa Stella, anni 68, casalinga.
    Carlo Tadiello, anni 22, studente, ufficiale GNR.
    Sante Tommasi, ani 53, impiegato.
    Luigi Tonti, anni 48, commerciante.
    Francesco Trentin, anni 53, invalido, operaio tessile.
    Ultimo Ziliotto, anni 38, impiegato.
    Oddone Zinzolini, anni 40, rappresentante.
    [modifica]Deceduti nei giorni successivi per le ferite riportate
    Giovanni Baù, anni 24, commerciante.
    Settima Bernardi, anni 21, operaia.
    Arturo De Munari, anni 43, tessitore.
    Giuseppe Fistarol, anni 47, maggiore genio.
    Mario Plebani, anni 49, commerciante.
    Carlo Sandonà, anni oltre 70, pensionato ex-barbiere
    Dr.Giulio Vescovi (ex commissario prefettizio fascista).

    Sopravvissuti

    17 sono stati feriti ma non uccisi:
    Luigi Bigon, anni 42, rappresentante.
    Antonio Borghesan, anni 19, elettricista.
    Giuseppe Cortiana,
    Maria Dall’Alba, anni 23, casalinga.
    Anselmo Dal Zotto,
    Guido Facchini,
    Giuseppe Faggion,
    Mario Fantini,
    Anna Maria Franco di anni 16,
    Emilia Gavasso, anni 49.
    Carlo Gentilini, anni 38, ingegnere.
    Emilio Ghezzo,
    Olga Pavesi, anni 42, casalinga.
    Calcedonio Pillitteri,
    Arturo Perin,
    Rino Tadiello,
    Rosa Tisato.

    13 restarono illesi:
    Giovanni Alcaro,
    Bruno Busato,
    Pietro Calgaro,
    Diego Capozzo (ex vicecommissario prefettizio fascista),
    Augusto Cecchin,
    Alessandro Federle,
    Vittorio Federle,
    Agostino Micheletto,
    Umberto Perazzolo,
    Caterina Sartori,
    Ferrj Slivar,
    Alfredo Tommasi,
    Basilio Trombetta.







    016 – La strage di Schio
    Ultima modifica di Ottobre Nero; 16-12-10 alle 16:36

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    Predefinito Rif: Il Triangolo della Morte e le stragi partigiane nell'Italia "liberata"

    LA STRAGE DI PORZUS


    La località di Porzûs si trova nel Friuli orientale, ed esattamente nelle Valli del Torre, comune di Attimis. E’ in queste vallate che si consuma la tragedia di Porzûs.

    Le formazioni partigiane Osoppo erano sorte formalmente nel dicembre 1943 con il concorso politico principale di Democrazia Cristiana e Partito d’Azione. In queste vallate i rapporti con i garibaldini e le formazioni partigiane slovene furono, a partire dall’autunno 1944, estremamente tesi, soprattutto dopo la decisione delle formazioni partigiane comuniste di passare alle dipendenze operative del 9º Corpus sloveno e quindi di Tito, con una popolazione che vedeva di cattivo occhio le formazioni partigiane, sia italiane che slovene, soprattutto dopo le feroci rappresaglie naziste seguite alla caduta del territorio libero di Attimis-Faedis-Nimis a fine settembre 1944.

    Nell’inverno 1944-1945 si intrecciano una serie di colloqui clandestini (in realtà risaputi) tra la direzione dell’Osoppo, che aveva rifiutato di inquadrarsi nelle formazioni titine, e il comando delle SS e almeno in una caso tra l’Osoppo e la X MAS di Junio Valerio Borghese, con l’intento da parte fascista e nazista di costituire un fronte contro l’avanzante “slavocomunismo” – e almeno retrospettivamente, da parte dell’Osoppo, con l’intento di raggiungere un’accordo sull’”umanizzazione” della guerra.
    Agendo in questo modo le formazioni Osoppo ricaddero sotto l’ordinanza del Comando Volontari della Libertà che a livello di direzione Italia Nord nell’ottobre 1944 qualificavano di “tradimento” – e questo in tempo di guerra equivale alla fucilazione – ogni trattativa con il nemico (direttiva ripresa dal CVL del Triveneto nel novembre 1944). D’altra parte queste trattative non si conclusero con alcun accordo (ed altrettanto vero era che l’applicazione rigida delle direttive militari nelle formazioni partigiane fu raramente attuata): le formazioni Osoppo non furono l’equivalente italiano dei belogardisti e delle Guardie Azzurre slovene che si schierarono militarmente con i nazisti – anzi parteciparono patriotticamente insieme ai garibaldini alla liberazione di diverse zone friulane a cavallo tra l’aprile e il maggio 1945.

    In questo intreccio e in questa contraddizione prese forma l’azione dei GAP di “Giacca“-Toffanin contro gli osovani di “Bolla“-De Gregori nel febbraio 1945.
    Il 7 febbraio del ’45 un centinaio di partigiani garibaldini, capeggiati dal gappista comunista Mario Toffanin, detto “Giacca“, e da Fortunato Pagnutti, detto “Dinamite“, salirono alle pendici dei monti Toplj-Uork, un gruppo di malghe a un’ora da Porzus, dove si trovava il quartier generale della Brigata Osoppo.
    Qui disarmarono il comandante della Osoppo Francesco De Gregori (capitano degli Alpini, nome di battaglia “bolla”, zio del cantautore) e lo uccisero, insieme al commissario politico del Partito d’Azione Gastone Valente (“Enea“), al ventenne Giovanni Comin (“Gruaro“) e a Elda Turchetti (indicata da Radio Londra come presunta “spia” dei tedeschi, ma assolta dopo un processo dai partigiani verdi).

    L’altro comandante delle Osoppo, Aldo Bricco (“Centina”), pur ferito a colpi di mitra riuscì a fuggire. I gappisti si fecero aprire i bunker, impadronendosi del materiale di un aviolancio procurato dalla missione dell’inglese Thomas Roworth (Nicholson), e fecero prigionieri altri 16 osovani, tra cui Guido Pasolini (“Ermes”), fratello dello scrittore, portandoli al Bosco Romagno.
    Nei giorni seguenti, dopo sommari processi, li fucilarono (due però furono risparmiati e passarono nelle file dei Gap). L’accusa per tutti era quella di osteggiare la politica di alleanza con la resistenza jugoslava di Tito e di trattare con i tedeschi e con i fascisti della X Mas di Borghese per un’intesa volta ad impedire l’annessione di territori italiani alla Slovenia.

    Sette anni dopo, nel ’52, trentasei dei responsabili dell’eccidio, tra cui Toffanin (che però era riparato in Jugoslavia), furono condannati a 777 anni di carcere, con sentenza confermata in appello. In seguito a varie amnistie, furono liberati. A De Gregori fu riconosciuta la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

    La testimonianza di Vanni
    “L’eccidio di Porzus e del Bosco Romagno, dove furono trucidati 20 partigiani osovani, è stato un crimine di guerra che esclude ogni giustificazione. E la Corte d’Assise di Lucca ha fatto giustizia condannando gli autori di tale misfatto.
    Benché il mandante di tale eccidio sia stato il Comando sloveno del IX Korpus, gli esecutori, però, erano gappisti dipendenti anche militarmente dalla Federazione del Pci di Udine, i cui dirigenti si resero complici del barbaro misfatto e siccome i Gap erano formazioni garibaldine, quale dirigente comunista d’allora e ultimo membro vivente del Comando Raggruppamento divisioni “Garibaldi-Friuli”, assumo la responsabilità oggettiva a nome mio personale e di tutti coloro che concordano con questa posizione.
    E chiedo formalmente scusa e perdono agli eredi delle vittime del barbaro eccidio.
    Come affermò a suo tempo lo storico Marco Cesselli, questa dichiarazione l’avrebbe dovuta fare il Comando Raggruppamento divisioni “Garibaldi-Friuli” quando era in corso il processo di Lucca. Purtroppo, la situazione politica da guerra fredda non lo rese possibile”.
    (Giovanni Padovan “Vanni” già commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone)

    Lo stesso episodio nella ricostruzione di Indro Montanelli:

    [...] La Osoppo combatteva al confine con il mondo slavo: in un settore cioè dove Tito e i soi emissari già annunciavano i più avidi propositi di annessione ai territori italiani, e dove i garibaldini, diversamente dagli altri partigiani italiani, erano disposti in nome dell’ideologia ad accettare questa “mainmise” straniera.

    Tra Tito e Bonomi (o Cadorna) sceglievano Tito. è stato scritto dalla pubblicistica comunista – ripresa da Bocca piuttosto acriticamente – che la Osoppo commise l’errore di lasciare alle malghe di Porzus un distaccamento agli ordini di Francesco De Gregori detto Bolla, “uomo sbagliato nel luogo sbagliato”.

    Perchè sbagliato?

    Perchè (citiamo Bocca) “è un attesista effetto da grafomania, il quale invece di difendere l’italianità del luogo sui campi di battaglia scrive in continuazione rapporti al CLN di Udine sulle mene slavo-comuniste“. [...]
    Era invece un deciso anticomunista, preoccupato dall’espansionismo titino: il che gli era valso l’odio dei garibaldini della brigata Natisone i quali operavano agli ordini del IX Corpus sloveno.
    Tra i garibaldini era Mario Toffanin detto “Giacca”, un gappista padovano che osannava Stalin e vedeva spie ovunque, anche tra gli altri partigiani se non erano dela sua risma. [...].

    Il 7 febbraio del 1945 “Giacca” marciò sulle malghe di Porzus, catturò con uno stratagemma gli uomini della Osoppo, e li sterminò accusandoli di inesistenti collusioni con i tedeschi. Tutti fascisti, decretò, avviando le esecuzioni. Questa vicenda attestò nel sangue che, sul confine, i comunisti stavano “dall’altra parte“.
    Lo si vide anche nel CLN di Trieste, dal quale i delegati del PCI uscirono dopo che era stata respinta la loro proposta di inserirvi un rappresentante degli sloveni [...] (p. 256-258).
    (da L’Italia della guerra civile (8 settembre 1943 – 9 maggio 1946)” di Indro Montanelli e Mario Cervi Rizzoli- 2001)






    017 – La strage di Porzûs

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il Triangolo della Morte e le stragi partigiane nell'Italia "liberata"

    ANCORA SUL TRIANGOLO DELLA MORTE




    Ma cosa accadde veramente dopo la liberazione in provincia di Ravenna?

    L’eliminazione fisica continuò ad essere metodo di lotta sia contro chi era ritenuto fascista sia contro i non comunisti presenti nello stesso movimento antifascista. Si trattò in molti casi di eliminazioni fisiche fredde, ciniche ed indiscriminate contro persone inermi, con punte di ferocia e spietatezza sconosciute in altre parti d’Italia.
    Nella Provincia di Ravenna, nel cosiddetto «triangolo della morte»: Giovecca-Lavezzola-Voltana, sulla base dei rapporti dei Carabinieri, furono uccise e spesso occultate persone, qualcuno parla di oltre quattrocento «desaparecidos», ai quali vanno aggiunti quelli del comprensorio ravennate, di Massa Lombarda e della collina, un altro centinaio.

    Fra i delitti più odiosi sono da annoverare: l’assassinio di Marino Pascoli, giovane giornalista e comandante partigiano di fede mazziniana, quello di Mario Baroncelli, direttore dell’Associazione Agricoltori della Provincia di Ravenna, quello di don Tiso Galletti, lo sterminio dei conti Manzoni, rimasto sostanzialmente impunito nonostante le condanne comminate con l’applicazione dell’indulto voluto da Togliatti, l’omicidio dell’ingegner Lionello Matteucci, avvenuto a Massalombarda l’8 maggio 1945, un delitto che dette inizio ad una serie di altri sei assassini.

    La Regione, La Provincia ed i Comuni hanno stanziato e continuano a stanziare ingenti somme per celebrare le vittime del nazifascismo, per sostenere i vari musei e le associazioni partigiane, ma continuano ad ignorare le vittime del comunismo. Sarebbe ora che il «tabù» fosse smascherato. Un’opera non di revisionismo, ma piuttosto una corretta e necessaria operazione di rimozione di falsità, menzogne e silenzi imposti dalla cultura comunista alla storia italiana degli ultimi 61 anni.
    Affrontare il tema della «pacificazione» significa prendere atto che esistevano due modi spesso in buona fede di essere italiani e di amare l’Italia e che c’era poi chi non era interessato né all’un modo né all’altro perché non aspirava alla democrazia ma all’instaurazione della dittatura comunista nel nostro Paese ed è per questo che si accanì sui partigiani non comunisti, soprattutto quelli che non accettavano l’egemonia comunista, sui «borghesi» e sui tanti silenziosi ed innocenti «non comunisti».

    Emblematico il caso Marino Pascoli, un giovane giornalista e leader politico antifascista: «Per quanto a noi noto, il Comune di Ravenna, sentito anche il parere della Circoscrizione di Mezzano, non ha in programma celebrazioni in quanto il sig. Marino Pascoli non risulta ufficialmente riconosciuto tra le categorie stabilite dall’apposita Commissione governativa, non essendo stato qualificato come Partigiano, né come Patriota, né come Benemerito», rispondeva la Regione alla mia richiesta di ricordarlo adeguatamente. Evidentemente le istituzioni governate dalla sinistra non vogliono che si diffondano quelle verità che Marino Pascoli raccontò sulla La Voce di Romagna del 6 dicembre 1947 e che furono la causa della sua condanna a morte.

    Pascoli nell’articolo affermava testualmente: «Prima di tutto dobbiamo distinguere i partigiani veri dai partigiani falsi. I partigiani veri sono coloro che hanno corso sul serio dei rischi, che hanno combattuto con fede per la liberazione d’Italia e questi, a dir il vero, sono pochi.
    I partigiani falsi che purtroppo sono la maggioranza, sono coloro che hanno fatto i teppisti mascherati, i collezionisti di omicidi, e che andarono in giro col mitra, quando non vi era più pericolo, a fare gli eroi.
    Questa gente anche se è riuscita a munirsi di un brevetto o di un certificato, anche se oggi milita indebitamente nelle fila dei partigiani, non bisogna avere nessuna esitazione a chiamarla teppa. Teppa da reato comune, macchiata di sangue, di prepotenza e di ricatti…… Attenzione, partigiani veri, partigiani onesti, partigiani italiani e rimasti italiani, a non seguire coloro che vogliono vendere l’Italia allo straniero, altrimenti il vostro sacrificio sarebbe stato vano…L’organizzazione militare delle Brigate Garibaldine venne creata più tardi a rivoluzione d’Aprile conclusa. Quando contati i partigiani, rimpolpate le formazioni, aumentati gli effettivi, organizzate le forze comuniste e muniti i comandi di timbri e carta intestata, si procedette alla farsa della smobilitazione delle forze comuniste, si svolgeva, invece un’opera diametralmente opposta quella cioè di inquadrare ed organizzare per l’avvenire queste forze per un eventuale colpo di Stato…».

    Alla luce di questo scritto si capisce perchè Marino Pascoli non debba essere considerato né partigiano, né patriota, né benemerito perché sprovvisto di quei timbri che denunciava si erano accaparrati dopo il 25 aprile tanti «finti partigiani» e molta «teppa».

    Quante volte ancora dovremo assistere ad ex fascisti diventati eroi e medaglie dell’antifascismo, a comunisti che si ergono a paladini della democrazia, ad opportunisti democristiani che sono passati alla resistenza in tarda età.

    Una terra come la nostra, che prima di essere comunista fu in tanta parte così fascista, dovrebbe avere il coraggio di porre fine a oltre sessant’anni di nebbia densa di imbarazzo, rimarcando l’ipocrisia, la fragilità, lo spirito di accomodamento, anche la pavidità, di cui diede prova larghissima parte degli italiani, intellettuali in testa, che, come lamentò l’esule Salvemini, avevano baldanzosamente esibito le loro idee socialiste, comuniste e cattoliche solo in tempi di bonaccia per poi ritornare facili eroi del 25 aprile
    Rodolfo Ridolfi

    «Noi chiamammo poco tempo fa l’Emilia “Messico d’Italia”, ma ciò è ingiusto perché piuttosto si deve dire che il Messico è l’Emilia d’America.

    Cose terribili succedono a Castelfranco Emilia e gente ci manda lettere piene di terrore elencando assassinii.
    Quarantadue persone sono già state soppresse misteriosamente per cause di politica o di vendetta,
    in uno spazio di pochi chilometri quadrati, in piena pianura. E la gente sa, ma non parla perché ha paura».

    Così scriveva Giovannino Guareschi nel maggio 1946, a proposito della mattanza che si andava profilando nella terra a lui cara, la pianura che si stende lungo l’antica Via Emilia, con vertici a Bologna e Reggio e centro a Ferrara.
    Qui la guerra partigiana si prolungò nel tempo, ben oltre il 25 aprile del 1945 (data della fine della guerra), disseminando di migliaia di cadaveri le campagne.

    E qui venne coniato il termine «triangolo della morte», con cui all’inizio si intese definire il territorio tra i Comuni modenesi di Manzolino, Castelfranco e Piumazzo; più tardi esso si allargò progressivamente anche alle province di Reggio Emilia, Bologna e Ferrara.

    Nel «triangolo della morte» si verificarono, fino al settembre 1946, efferati omicidi ascrivibili a bande di partigiani, prevalentemente di area comunista. Non si trattò, quindi, di caduti in guerra, ma di esecuzioni sommarie e di rappresaglie personali senza processo.
    La maggior parte delle vittime aveva poco o nulla a che fare con la politica: spesso il loro crimine, agli occhi dei partigiani, era quello di incarnare l’ideale cattolico che si opponeva alla realizzazione del loro sogno comunista.
    E tante di quelle morti sono rimaste tuttora sconosciute all’opinione pubblica.

    Come quella dei sette fratelli Govoni, uno solo dei quali era qualificabile come fascista, e di cui l’ultima, Ida, ventenne, era madre di una bimba di pochi mesi: vennero tutti trucidati ad Argelato, l’11 maggio 1945, e i loro corpi trovati solo nel ’51.

    O come le decine di persone trucidate all’interno del castello Guidotti di Fabbrico (Reggio Emilia), dove dal 23 aprile alla fine di maggio 1945 furono rinchiusi da 50 a 70 prigionieri, uomini e donne, militari e civili: dentro la prima stanza dell’ala est avvennero torture e sevizie allucinanti, a molti furono cavati gli occhi, altri furono portati fuori e sepolti dove capitava, ancora agonizzanti o finiti a badilate.

    L’elenco delle vittime del «triangolo della morte» emiliano (diverse migliaia, forse addirittura tra le 12.000 e le 15.000, secondo le ricerche più recenti) dimostra che il massacro era politicamente diretto.

    Nulla avvenne per caso, ma fu affidato ad una regia di base e di vertice mossa da intenti precisi. Vi era il progetto, cioè, di eliminare in primo luogo i sacerdoti, gli industriali e i cosiddetti «nemici di classe» dei comunisti.

    Scrive lo storico e saggista Massimo Caprara (già segretario di Palmiro Togliatti) in un illuminante articolo pubblicato sulla rivista Il Timone (n° 39, gennaio 2005): «A capo delle liste furono collocati i religiosi. Valga il caso cruento del sacerdote don Umberto Pessina, parroco di S. Martino di Correggio, ucciso il 18 giugno 1946. L’ex deputato comunista e comandante di un distaccamento partigiano, Giannetto Magnanini, ha rivelato in un libro recente che il delitto, allora rimasto oscuro, fu opera precisamente della ronda comandata dal dirigente provinciale comunista di Reggio Emilia. Il Partito Comunista non solo fu diretto esecutore ma anche paradossale accusatore, provocando la condanna di falsi colpevoli nelle persone di Germano Nicolini, Elio Ferretti e Antonio Prodi, innocenti. Don Pessina aveva tentato di difendersi: fu colpito nel corso della colluttazione e impietosamente finito».

    Oltre all’incredibile cifra di novantadue religiosi (sacerdoti e seminaristi) uccisi per mano dei partigiani comunisti nella sola Emilia Romagna, va rammentato che pagarono un tributo di sangue anche numerosissimi laici.
    Tra questi spicca la nobile figura di Giuseppe Fanin, apostolo dell’idea cristiana tra i braccianti e i contadini, ucciso vicino a Bologna il 4 novembre 1948, a soli ventiquattro anni, a causa del suo impegno di attuazione pratica della dottrina sociale della Chiesa.

    Altro settore preso di mira: quello dei dirigenti e proprietari d’industria.
    Fra questi, il direttore delle Officine reggiane, Arnaldo Vischi, ucciso il 31 agosto 1945.

    Furono colpiti, insomma, soprattutto sacerdoti e industriali, obiettivi esemplari dell’ideologia classista marxista.

    Anche don Dario Zanini, anziano parroco di Sasso Marconi (BO), nonché autore di un volume coraggioso quale Marzabotto e dintorni, si dice convinto che «l’ostilità verso la Chiesa c’entrava molto nei delitti commessi dopo la guerra, molto più che in quelli commessi durante il conflitto. Da noi, dopo il 25 aprile, esplose una faziosità incredibile, che aveva l’obiettivo di scardinare gli elementi religiosi, le associazioni cattoliche. Ad alto livello nel Pci c’era un vero e proprio progetto ideologico. C’è stata per esempio una capillare organizzazione per far riparare all’estero i responsabili dei delitti, in Jugoslavia o a Praga. La Resistenza da noi fu la preparazione per la consegna dell’Italia oltrecortina e la regolarità con cui avvenivano gli eventi faceva trapelare l’esistenza di un processo complessivo».

    Insomma, per dirla con Paolo Mieli: «Il numero di preti fatti fuori in quegli anni è davvero incredibile.
    Don Pessina, don Galletti, don Donati e tanti altri: non c’entravano nulla con i fascisti, al massimo avevano benedetto qualche salma di fascista ucciso, forse aiutavano la Dc a raccogliere voti…
    La verità è che furono uccisi da comunisti e che nessun assassino fu denunciato dal Pci.

    Pci che, invece, cercò in ogni modo di far cadere un velo su quegli eccidi. «Una mano assolutoria definitiva agli assassini del “triangolo” - conclude Caprara nel suo articolo – venne data dal segretario generale del partito, Togliatti. Lo strumento usato fu quello di un’amnistia generalizzata che finì con il comprendere anche responsabili di delitti della Repubblica di Salò. Essa fu promulgata nel giugno 1946 e venne elaborata con il chiaro intento di seppellire un periodo scomodo per la storia comunista del dopoguerra. Togliatti era allora, dal 21 giugno 1945, membro del governo italiano, guardasigilli e responsabile dell’ordine giudiziario che avrebbe dovuto colpire inesorabilmente le vendette operate dagli ambienti partigiani. Così non fu: avvenne anzi il contrario e… giustizia non è stata fatta».


    Vincenzo Merlo





    018 – Ancora il triangolo della morte

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    L'EMILIA


    L’Emilia era allora dominata da Ilio Barontini, fedelissimo di Secchia, capo dell’ala dura e “militarista” del partito, ai cui ordini obbediva. La base era con lui e sognava la rivoluzione armata. E, perciò, nei paesi della “bassa” reggiana e modenese, chi si opponeva veramente al predominio comunista, anche se si trattava di un antifascista, veniva messo a tacere e, se resisteva, eliminato.

    Sarà utile ricordare che proprio le regioni che erano state le più fasciste, cioè la Toscana e l’Emilia, furono quelle in cui il “frode-pop“, come lo chiamava Giovannino Guareschi, raggiunse maggioranze tipiche dei paesi “satelliti“: a Carpi, per esempio, quasi l’ottanta per cento dei voti. E fu giusto con riferimento a questo fatto che un giornale inglese scrisse che gli italiani erano novanta milioni: quarantacinque di fascisti e quarantacinque di antifascisti.

    Modena era letteralmente dominata dai rossi: della polizia facevano parte anche alcuni partigiani che, poi, sarebbero stati condannati a pene durissime per gli omicidi che avevano commesso prima e dopo la Liberazione.
    E si trattava di delitti che con la lotta contro il fascismo non avevano nulla a che vedere.

    Quanto poi alla provincia, i carabinieri arrivarono nei singoli paesi solo nel 1946, non trovando spesso nemmeno le caserme dove essere alloggiati; e, non avendo nessuna possibilità di svolgere indagini sul passato, dovevano limitarsi a cercare di garantire per il presente un minimo di ordine pubblico.

    Bisogna poi considerare che il Pci disponeva di una struttura armata, con quadri militari decisissimi, che facevano capo, per così dire, alla citata anima “militarista” di Pietro Secchia: questa struttura è esistita per molti anni, non sappiamo con precisione quanti, certo ben oltre il 1950.

    A questo proposito ricordiamo incidentalmente che, quando fu concesso un termine ultimo per la consegna delle armi che doveva avvenire nelle mani dei carabinieri, seppi dal colonnello che comandava tutti i carabinieri della provincia che, a suo giudizio, le armi consegnate non superavano il venti per cento.
    E ciò perché a troppi era stata promessa — anche da capi autorevoli — la presa del potere attraverso l’insurrezione armata: alcuni capi partigiani spargevano il terrore e lasciavano esplodere la furia omicida.

    Per dare un’idea dell’atmosfera che gravava sull’Emilia nell’immediato dopo-guerra, basterà ricordare la sentenza emessa dalla Corte di Assise – Sezione Speciale di Forlì il 26 febbraio 1946.


    Un ufficiale tedesco era stato ucciso in località Pieve di Rivoschio (Forlì) nell’agosto del 1944: e i tedeschi, che si diceva fossero stati accompagnati da alcuni “repubblichini“, avevano fucilato, per rappresaglia, il 21 agosto 1944, diciannove persone scelte tra centocinquanta sospettate di favoreggiamento dei partigiani. Ma sulla identità dei tre “repubblichini“, che avrebbero accompagnato i tedeschi, nulla si sapeva. Comunque, dopo la Liberazione, furono arrestati “molti collaborazionisti“: tre fra loro, che si diceva fossero tra quelli che avevano partecipato alla rappresaglia dei tedeschi, furono tratti a giudizio, anche se a loro carico non esisteva ombra di prova. E la Corte di Assise di Forlì ‘Sezione Speciale‘ ne condannò due alla pena di morte e uno a trenta anni di reclusione. Mi sono procurato copia dell’originale della sentenza, emessa in nome di Umberto II, Principe di Piemonte e Luogotenente Generale del Regno. è composta di due pagine e vi si legge, tra l’altro:

    “La requisitoria [del Pubblico Ministero] applaudita dalla folla che assiepava l’aula, ha avuto un’eco da parte di alcuni che hanno gridato “a morte, a morte”, nel momento in cui la Corte si ritirava per deliberare.
    Sotto la pressione di quest’ambiente, tutt’altro che sereno e spassionato, specie dopo le invettive lanciate con fervore da una delle parti offese, il Collegio non potè non decidere in conformità della richiesta del Pubblico Ministero, superando la questione se il minorenne abbia agito con capacità di intendere e di volere e se il perdono giudiziale possa essere accordato.
    [... Perciò la Corte] dichiara Beltrami Arnaldo, Beltrami Romano e Landi Ezio colpevoli dei delitti loro ascritti con l’attenuante dell’art. 98 C.P. per Beltrami Arnaldo e condanna quest’ultimo alla reclusione per anni trenta: Beltrami Romano e Landi Ezio alla pena di morte, con le conseguenze di legge, ivi comprese le spese.“

    La sentenza, avendo l’estensore, il Presidente Avezzana, adottato una motivazione spudoratamente suicida, fu poi annullata senza rinvio dalla Cassazione il 28 giugno successivo, e cosi i tre imputati poterono essere rimessi in libertà.




    019 – Emilia

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