Per fare le riforme bisogna pensare la rivoluzione
Stampa questo post venerdì 16 aprile 2010 21:47 - di Alfonso Gianni - Per fare le riforme bisogna pensare la rivoluzione
In una intervista di Giovanni Pons a Guido Rossi – comparsa qualche giorno fa su un’intera pagina di Repubblica (con un titolo estremamente significativo “Il capitalismo resta malato, nuove regole o sarà la fine”) - l’ex presidente della Consob e di Telecom Italia, svolgeva una serie di considerazioni sul capitalismo contemporaneo su cui vale la pena tornare. In sostanza Rossi metteva in luce quanto fosse più avanzato e stimolante il dibattito in campo anglosassone rispetto che quello assai misero che si agita dalle nostre parti.
Egli faceva riferimento alle ultime riflessioni di Richard Posner. La citazione non è casuale. Come Rossi, Posner è prima un giurista che un economista, anzi è considerato negli Usa come uno dei padri della cosiddetta Law & Economics. Richard Posner si è recentemente autodefinito keynesiano, in un articolo su The New Republic, e più precisamente un continuatore delle teorie dell’eclettico Franck Knight, che fu il teorico dell’incertezza implicita nel mercato e nel sistema capitalista, quella che per l’appunto i magnificatori della virtù della finanza estrema, che ha dominato in questi ultimi anni portandoci dritti nella più grande crisi dal ’29 ad oggi, dicevano di essere riusciti ad eliminare.
Knight insegnò a Chicago, occupandone la scena dagli anni Venti fino ai Sessanta, quando la scuola guidata da Milton Friedman (la seconda scuola di Chicago, appunto, quella dei Chicago boys per intenderci) prese il sopravvento. In realtà basta tuffare lo sguardo nel blog che conduce assieme a Gary Becker, o riflettere sulle sue aspre critiche a Obama o a quelle ancora più pesanti rivolte alla rubrica che Paul Krugman conduce sul New York Times, per capire che nel caso di Richard Posner non siamo certo di fronte ad un intellettuale coerentemente schierato in campo progressista. Ma proprio per questo, forse, il richiamo alle sue recenti posizioni dà il segno del livello in cui è giunto il pensiero critico nei confronti del sistema capitalista nell’intellettualità statunitense. Rossi si riferisce sia all’opera più famosa di Posner The Failure of Capitalism (“Il fallimento del capitalismo”) dedicato alla analisi della attuale crisi mondiale, sia e soprattutto al recentissimo The Crisis of Capitalist Democracy (“La crisi della democrazia capitalista”). Direi che il cuore dell’intervista di Rossi sta proprio qui.
Il giurista italiano, infatti, ribadisce che nessuna regola nuova e realmente efficace è stata introdotta nel mondo finanziario (se si eccettua il calmieramento degli emolumenti dei manager introdotto da una recente sentenza della Corte Suprema degli Usa, quindi per via giudiziaria e non politica); che quindi si è ritornati a suonare la musica di prima, e che, come afferma anche Joseph Stiglitz, il sistema bancario nel 2009 ha prodotto profitti record e ha pagato 145 miliardi di dollari in bonus ai dipendenti, mentre ovunque aumenta la disoccupazione; che dunque il mondo rischia di vedersi scoppiare sotto il sedere una nuova devastante bolla finanziaria.
Fin qui nulla di particolarmente nuovo rispetto alle analisi e alle preoccupazioni espresse dalla parte più responsabile dei commentatori economici di tutto il mondo. Ma il ragionamento di Rossi (e di Posner) non si ferma qui e si spinge ad affermare che la sfrenatezza di questo sistema capitalista globalizzato e finanziarizzato è incompatibile con la sopravvivenza della democrazia stessa. Una considerazione assai forte, come si può vedere, da cui però né in Rossi, né tantomeno in Posner, si traggono tutte le possibili e necessarie conseguenze.
Questa tesi è perfettamente condivisibile e resiste a tutte le verifiche, ma proprio per questo non vi è proporzione tra questa e le misure correttive che Rossi avanza. Le nuove regole che egli invoca per imbrigliare il mercato finanziario sono certamente auspicabili – peraltro e non a caso non si sono viste – ma è ben difficile sostenere che esse sarebbero sufficienti a risolvere le contraddizioni di un sistema giunto a un punto così estremo. Se il capitalismo è entrato in contraddizione con la democrazia, entro la quale – e per lunghi periodi anche grazie alla quale – esso si è sviluppato, è il modello di economia e di società che va sottoposto a cambiamento, non solo le sue regole di funzionamento. In altre parole, se si vuole salvare la democrazia bisogna pur porsi, in tempi e modi tutti certamente da discutere, il problema del superamento del capitalismo.
Del resto Guido Rossi, riferendosi al caso italiano, portando specificatamente gli esempi del comportamento della Protezione civile e quello delle nomine alla presidenza delle Assicurazioni Generali, parla esplicitamente del manifestarsi di un “potere svincolato da tutto”. Ossia libero da qualunque preoccupazione di regolarità normativa e di trasparenza procedurale, ma soprattutto sollevato dall’obbligo di dovere rendere conto a qualcuno che non siano gli stessi che materialmente quel potere esercitano. Ma a ben guardare, l’autoreferenzialità pura del potere non rappresenta solo la negazione della democrazia in tutte le sue espressioni e manifestazioni storiche e concrete, sia naturalmente la democrazia diretta che quella delegata, ma della forma statuale stessa, la quale, anche nella sua dimensione più autoritaria storicamente realizzatasi o concettualmente pensabile, presuppone pur sempre una non coincidenza o non immediata identità fra interesse o bisogno o diritto e la loro rappresentazione sul terreno politico e istituzionale.
Nell’epoca, quale quella che stiamo vivendo, della estrema finanziarizzazione dell’economia prende corpo un processo contrario che travolge ogni forma di mediazione. La crisi dello stato-nazione, che va di pari passo con la moltiplicazione quantitativa, ovvero la frammentazione, degli stati privi di nazione, è parte evidente di questo processo. Gli stati non spariscono del tutto, ma cambiano completamente ruolo, garantiscono e facilitano lo scorrimento dei flussi del capitale finanziario e possono anche tornare utili per fronteggiare le ricorrenti crisi, come si è visto anche in questa occasione. Intanto il potere reale si concentra in luoghi sovra ed extra nazionali, sempre meno raggiungibili e visibili, si svincola da tutto, si riduce alla nuda essenza della forza, che spesso diviene pura violenza. Lo stesso processo, in scala ridotta e in modo diversificato, avviene all’interno di ciò che resta degli stati-nazione. Cui si aggiunge un esplicito processo di disarticolazione statuale e di privatizzazione della “cosa pubblica”, mascherato da modernizzazione delle istituzioni e giustificato in nome del federalismo, di un presunto e mendace avvicinamento della forma governo al territorio.
A suo modo ce lo ha spiegato il ministro Calderoli, in un’intervista al Sole 24 Ore, quando ha affermato che mettere tutte le regioni nelle stesse condizioni di partenza non vuole dire rallentare chi oggi è già più avanti. Il che significa che il succo della riforma costituzionale e del federalismo fiscale di cui la Lega si è autonominata, con qualche ragione, principale proponente è esattamente quello di creare e istituzionalizzare una macroarea che dalle Alpi va fino al Po, costituita da Piemonte, Lombardia e Veneto, con possibilità di espansione al centro dell’Italia, capace di competere in modo vincente con le zone produttive più forti dell’Europa. L’esito di questo disegno non provocherebbe solo la fine dell’unitarietà dello stato italiano, ma dell’idea stessa di Europa, smembrerebbe anche quel poco che fin qui è stato costruito, la frammenterebbe in quelle aree omogenee di business che costituiscono le “casematte” della globalizzazione capitalistica, contrapponendo i Nord ai tanti Sud.
Aggrapparsi al ristabilimento delle regole del gioco è troppo poca cosa. Vi è del resto una parte del pensiero economico e politico anglosassone che si spinge ben più in là, fino ad aggredire con nuovi argomenti un tema colpevolmente abbandonatoi dalla sinistra: quello della proprietà. Come ha affermato Michael Heller, in un libro di grande successo negli Usa (The Gridlock Economy, più o meno “L’economia bloccata”), se la proprietà privata ha creato ricchezza, il suo (attuale) eccesso crea un effetto opposto, quello dell’ingorgo, del blocco. Blocco dello sviluppo, tanto in senso economico, che culturale, civile e democratico. Per uscire da questa situazione non si può perciò evitare il duro nodo della questione della proprietà, la cui diffusione spinge alla finanziarizzazione dell’economia, cominciando perciò a difendere e sviluppare la proprietà pubblica dei beni comuni e progettando un intervento pubblico diretto in economia qualitativamente diverso dal passato. Insomma per agire in modo riformista bisogna pensare in modo rivoluzionario.
Alfonso Gianni




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