Vittorio Emanuele III nel 1936
Vittorio Emanuele III di Savoia fu Re d'Italia dal 1900 al 1946, Imperatore d'Etiopia (dal 1936 al 1941) e Re d'Albania (dal 1939 al 1943). Abdicò il 9 maggio 1946 in favore del figlio Umberto II.
Figlio del Re Umberto I di Savoia e della Regina Margherita di Savoia ricevette alla nascita il titolo di Principe di Napoli nell'evidente intento di sottolineare l'unità nazionale raggiunta da poco quando nacque (1869).
Il suo lungo regno (mezzo secolo) vide due guerre mondiali, l'introduzione del suffragio universale maschile, prime importanti riforme di protezione sociale, declino e crollo dello Stato liberale, la nascita e il crollo dello Stato fascista, la composizione della Questione romana, il raggiungimento dei massimi confini territoriali dell'Italia unita, le maggiori conquiste coloniali (Libia ed Etiopia in Africa e Tientsin in Cina). Per la sua partecipazione diretta alla Prima guerra mondiale insieme a semplici soldati fu soprannominato "Re soldato". Il suo regno nacque nella Belle Epoque e finì con l'inizio della Guerra Fredda.
Figlio unico crebbe in un ambiente familiare rigido e ricevette un'educazione militare: fu scelto come precettore il colonnello dello Stato maggiore Egidio Osio che ne fece un monarca sul modello prussiano.
Vittorio Emanuele cresciuto lontano dall'affetto familiare maturò col tempo un carattere schivo ma anche riflessivo e curioso.
Ebbe un'educazione accurata e nei momenti di solitudine amava studiare e leggere, era un grande estimatore di Shakespeare e parlava perfettamente quattro lingue, non amava né concerti né il teatro.
Vittorio Emanuele si sposò nel 1896 con la principessina montenegrina Elena, la cui famiglia era molto legata per vincoli politici e militari alla Corte di San Pietroburgo. Il matrimonio per nulla sfarzoso fu celebrato al Palazzo del Quirinale con rito civile seguito da quello religioso cattolico nella chiesa di Santa Maria degli Angeli e Martiri, Elena del Montenegro abiurò l'ortodossia. La coppia fu felicissima dal lato affettivo, tardò ad avere figli.
La notizia dell'assassinio a Monza del padre (29 luglio 1900), Umberto I, giunse a Vittorio Emanuele mentre si trovava in crociera sul Mediterraneo con la moglie Elena: il principe credeva fosse ancora remota la sua ascesa al trono.
Sbarcato rapidamente a Reggio Calabria Vittorio Emanuele il 2 agosto 1900 a pochi giorni dal regicidio anarchico tenne il suo primo discorso alla nazione dettagliando le sue visioni politiche. L'11 agosto giurò fedeltà allo Statuto Albertino nell'aula del Senato del Regno davanti al presidente Giuseppe Saracco e ai due rami del Parlamento. Si delineò una politica conciliante e parlamentarista. Veniva proclamato Re d'Italia col nome di Vittorio Emanuele III.
L'11 novembre il Re concesse l'amnistia per reati di stampa, e delitti contro la "libertà del lavoro" e condonava metà delle pene irrogate per i moti del 1898 a Milano.
Vittorio Emanuele III esercitò una rilevante azione nel campo della politica estera e militare. Salutato da molti osservatori come "antitriplicista" sostenne il riavvicinamento alle potenze europee escluse dall'Alleanza, specie con la Francia e la Russia. Il riavvicinamento italo-francese fu suggellato dalla visita a Parigi del Re d'Italia insignito della Legion d'Onore dal Presidente della Repubblica Francese Émile Loubet nel 1903.
La politica estera italiana disegnava così un sistema che avrebbe reso meno rigida la divisione tra "blocchi di Potenze", che avrebbero portato alla deflagrazione del conflitto mondiale: in questo contesto, si spiega il comportamento italiano alla Conferenza di Algeciras sul Marocco del 1906, in cui il rappresentante italiano, Visconti Venosta, fu istruito a non appoggiare la Germania di Guglielmo II.
L'Italia guardava ai Balcani quale potenziale area d'influenza per la propria economia. Di fronte alle mire espansionistiche della Serbia, Vittorio Emanuele si pose quale mediatore per la creazione di uno Stato cuscinetto che impedisse a Pietro I lo sbocco sull'Adriatico: l'Albania. Il comportamento austriaco, che nel 1908 aveva annesso senza preavviso la Bosnia ed Erzegovina, suscitando forti proteste da parte serba e russa, oltre che italiana, portò il governo italiano a stringere accordi con quello russo: il 24 ottobre 1909 venne firmato tra le due Potenze il trattato di Racconigi, che da parte russa poneva fine alla politica di accordi esclusivi con l'Austria sui Balcani, per i quali si prospettava l'attuazione del principio di nazionalità e un'azione diplomatica comune delle due Potenze in tal senso; inoltre, la Russia riconosceva l'interesse italiano per la Tripolitania-Cirenaica.
Ci fu anche un riavvicinamento italo-britannico e fece da mediatore per stabilire i confini tra Brasile e Guyana Britannica nel 1904 e per i confini in Barotseland tra Portogallo e Gran Bretagna nel 1905. Anche Francia e Messico ricorsero nel 1909 all'arbitrato di Vittorio Emanuele III per definire il possesso dell'isola di Clipperton.
Coerentemente con il proprio pensiero umanistico, nel 1905, accogliendo la proposta di David Lubin, Vittorio Emanuele III si fece personalmente promotore a livello internazionale della fondazione dell'Istituto Internazionale d'Agricoltura, evolutosi nel secondo dopoguerra nella FAO, con l'obiettivo di abbattere la piaga della fame mondiale.
L'Ente era finanziato prevalentemente attraverso i contributi degli Stati aderenti, che andavano da un minimo di 12.500 lire ad un massimo di 200.000 lire. Vittorio Emanuele III, che era abituato a sostenere con i propri averi le molte istituzioni scientifiche e caritative da lui patrocinate, partecipava con la somma annua di 300.000 lire, che si aggiungevano alla donazione della palazzina che doveva servire da sede all'Istituto.
L'operato di Vittorio Emanuele III in politica interna riguarda in primo luogo la realizzazione della pace sociale, attraverso una legislazione volta a superare "l'ardente contrasto fra capitale e lavoro". La pace sociale e la necessità di operare con equità tra le classi sociali sono, infatti, temi ricorrenti dei discorsi della Corona, normalmente redatti di proprio pugno dal Re.
Nella visione politica del Sovrano, punto fondamentale per il raggiungimento della desiderata pace sociale era "conseguire una più elevata condizione intellettuale, morale ed economica delle classi popolari", in particolare assicurando un completo livello di istruzione a tutti i cittadini.
Le leggi promulgate tra 1900 e 1921 nell'ambito della legislazione sociale voluta da Vittorio Emanuele III riguardano: la tutela giuridica degli emigranti (1901), la tutela del lavoro delle donne e dei minori (1902), le misure contro la malaria e per la chinizzazione (1902), l'istituzione dell'Ufficio del lavoro (1902), l'edilizia popolare (1903), gl'infortuni sul lavoro (1904), l'obbligo del riposo settimanale (1907), l'istituzione della Cassa nazionale delle assicurazioni sociali (1907), la mutualità scolastica e l'istituzione della Cassa nazionale per la maternità (1910), l'assistenza a favore dei colpiti da disoccupazione involontaria (1917). Sempre nel 1917, fu istituita l'Opera Nazionale Combattenti.
Dato l'altissimo interesse di Vittorio Emanuele III per la questione sociale, molti contemporanei lo dipinsero come un "Re socialista". Sempre molto attento alle esigenze di progresso del Paese, che alla vigilia della Grande Guerra era divenuto la settima Potenza industriale al mondo, promosse la fondazione della Società italiana per il progresso delle scienze, eretta ad ente morale nel 1908.
Contribuì finanziariamente alla fondazione a Milano della prima Clinica di medicina del lavoro d'Europa e di uno dei primi istituti per lo studio e la cura del cancro.
Il 14 marzo 1912 il muratore romano Antonio D'Alba, anarchico, sparò uno o due colpi di pistola contro di lui, mancandolo. Poche ore dopo il fallito attentato, Vittorio Emanuele ricevette la visita dei socialisti riformisti Ivanoe Bonomi, Leonida Bissolati e Angiolo Cabrini, che si felicitarono con il Re; questo gesto diede poi il pretesto alla maggioranza del PSI di espellere i tre riformisti colpevoli di aver appoggiato il quarto governo Giolitti nella guerra contro la Turchia.
In politica ecclesiastica, Vittorio Emanuele si mostrò restio ad aperture verso le pretese politiche della Chiesa cattolica: la firma, nel 1929, dei Patti Lateranensi è da imputarsi più all'iniziativa di Mussolini che al monarca, che avrebbe fatto cadere un precedente tentativo di Orlando nell'immediato primo dopoguerra. In questo primo periodo, pur nel massimo rispetto delle istituzioni ecclesiastiche e della fede della propria Casa e degli Italiani, il Re volle mantenere il sistema di separazione fra Stato e Chiesa, senza ricucire per via concordataria o pattizia i rapporti rotti con la Breccia di Porta Pia e con le campagne risorgimentali.
Vittorio Emanuele, in effetti, considerava la Questione Romana risolta con la Legge delle guarentigie, che assicuravano la piena autonomia al Pontefice, al quale venivano riconosciuti i diritti di legazione attiva e passiva e la cui persona veniva equiparata, per certi aspetti, specialmente di rilievo penale, a quella del Re.
L'iniziativa coloniale italiana era già attiva sul continente africano. Già era occupata l'Eritrea, mentre la Somalia era colonia dal 1907, ma le loro posizioni, sul Corno d'Africa, le rendevano remote e, in ogni caso, la loro conformazione territoriale e la scarsa importanza sul piano strategico non davano lustro alla politica coloniale italiana. L'Italia era anzitutto Mediterraneo, e l'ultima terra ancora non posta sotto il dominio di una qualche potenza europea era, in effetti, proprio la Libia.
Il governo italiano agì con cautela: la Cirenaica e la Tripolitania erano poste sotto il controllo dell'Impero ottomano, minato ormai da un cancro interno che lo rendeva un'entità ormai moribonda, ma in ogni caso, da non trascurare: la rivolta dei Giovani Turchi servì al mondo come trampolino di lancio per l'operazione militare.
Il 29 settembre 1911, così, iniziò lo sbarco italiano in Libia, annessa, secondo decreto regio, già il 5 novembre, senza contare, comunque, la grande debolezza dell'occupazione, che risentiva di un esercito ancora arretrato e della resistenza attiva dei capi tribali delle aree interne. Non a caso, nell'occasione dell'imminente prima guerra mondiale, la Libia non tarderà ad ottenere, con l'esercito italiano tutto impiegato su altri fronti, un'autonomia praticamente completa. Nell'ambito della Guerra Italo-Turca, furono anche annesse, nel 1912, le isole greche del Dodecanneso. Con la pace di Losanna, del 18 ottobre 1912, l'Impero ottomano riconobbe all'Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica.
Nella prima guerra mondiale, Re Vittorio Emanuele III sostenne la posizione inizialmente neutrale dell'Italia. Molto meno favorevole del padre alla Triplice Alleanza (di cui l'Italia era parte con Germania ed Impero austro-ungarico) e ostile all'Austria, promosse la causa dell'irredentistismo del Trentino e della Venezia Giulia. Le vantaggiose offerte dell'Intesa (formalizzate nel Patto di Londra, stipulato in segreto all'insaputa del parlamento) indussero Vittorio Emanuele ad appoggiare l'abbandono della triplice alleanza (4 maggio 1915) passando a combattere a fianco dell'Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia).
Giolitti fu convocato di conseguenza dal Re, per formare il nuovo governo. Questi però, informato dei nuovi impegni presi con la Triplice Intesa decise di rifiutare l'incarico, così come altri politici convocati.
Il 16 maggio Vittorio Emanuele respingeva ufficialmente le dimissioni di Salandra. Il 20 e il 21 maggio, a stragrande maggioranza, le due camere del Parlamento votarono a favore dei poteri straordinari al Sovrano e al Governo in caso di ostilità. Il 23 maggio l'Italia dichiarava guerra all'Austria-Ungheria.
Fin dall'inizio delle ostilità sul fronte italiano (24 maggio 1915) fu costantemente presente al fronte, meritandosi da allora il soprannome di «Re soldato». Durante le operazioni belliche affidò la luogotenenza del Regno allo zio Tommaso, duca di Genova. Non si stabilì nella sede del quartier generale di Udine ma in un paese vicino, Torreano di Martignacco, presso Villa Linussa (da allora chiamata Villa Italia) con un piccolo seguito di ufficiali e gentiluomini.
Ogni mattina, seguìto dagli aiutanti da campo, partiva in macchina per il fronte o a visitare le retrovie. La sera, quando ritornava, un ufficiale di Stato Maggiore veniva a ragguagliarlo sulla situazione militare. Il Re, dopo aver ascoltato, esprimeva i suoi pareri, senza mai scavalcare i compiti del Comando Supremo.
Soggiornò brevemente a Monteaperta (presso l'ospedale militare del Gran Monte, attuale Rifugio A.N.A. Montemaggiore-Monteaperta) durante i combattimenti vista la notevole importanza logistica di Monteaperta alle spalle del fronte
Dopo la rotta di Caporetto, il Re destituì Cadorna con il generale Armando Diaz e l'8 novembre 1917, al convegno di Peschiera, convinse i primi ministri alleati, specialmente il britannico Lloyd George, scettici della volontà dei politici italiani di resistere, della determinazione dello Stato Maggiore italiano di fermare l'avanzata nemica sul Piave, gettando così le basi della vittoria di Vittorio Veneto del novembre successivo.
La vittoria italiana portò all'annessione all'Italia del Tirolo meridionale (con Trento), della Venezia Giulia, di Zara e di alcune isole dalmate (tra le quali Lagosta).
A causa della crisi economica e politica che seguì la guerra, l'Italia conobbe una serie di agitazioni sociali che i deboli governi liberali dell'epoca non furono in grado di controllare. Nel Paese si diffuse il timore di una rivoluzione comunista simile a quella in corso in Russia e nel contempo le classi possidenti temevano di essere travolte dalle idee socialiste; queste condizioni storiche portarono all'affermarsi di movimenti politici antidemocratici e illiberali.
Uno di questi erano i Fasci di combattimento, movimento costituito nel 1919 dall'ex direttore dell'Avanti Benito Mussolini. Al movimento erano collegate le squadre d'azione, che successivamente sarebbero state integrate nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Mussolini aveva chiaramente scelto di sovvertire l'ordine democratico. Il Re era consapevole di tale spinta eversiva del fascismo e dei suoi obiettivi finali. Nell'ottobre 1922 Mussolini, eletto da un anno deputato alla Camera, fece scattare il suo piano di occupazione del potere. Il 27 ottobre iniziarono i primi movimenti squadristici con l'occupazione, nell'Italia settentrionale, di prefetture e caserme. Re Vittorio Emanuele III si precipitò a Roma e comunicò al primo ministro Luigi Facta la propria intenzione di decidere personalmente sulla crisi in atto.
Il 28 ottobre Facta riunì il Consiglio dei ministri, che deliberò, su precise insistenze del generale Cittadini, primo aiutante di campo del Re, il ricorso allo stato d'assedio per bloccare la marcia su Roma. Ma quando alle 9 Facta si recò dal Re al Quirinale per la controfirma, ricevette il rifiuto del monarca a sottoscrivere l'atto. «Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'è che la guerra civile. Ora qualcuno si deve sacrificare» .
In conseguenza della decisione del Re, Facta presentò le dimissioni, subito accolte dal Sovrano. Il 29 ottobre 1922, Vittorio Emanuele III, consultatosi con i massimi esponenti della classe dirigente politica liberale (Giolitti, Salandra) e militare italiana (Diaz, Thaon di Revel), dopo la bocciatura da parte mussoliniana di un possibile gabinetto Salandra-Mussolini, con l'intento di far rientrare il movimento fascista nell'alveo costituzionale parlamentare e di favorire la pacificazione sociale, affidò al capo del fascismo Benito Mussolini, deputato dal 1921, l'incarico di formare un nuovo governo.
Mussolini, che si indirizzò al Parlamento con tono minaccioso, ricevette una larga fiducia dal Parlamento, ottenendo alla Camera 316 voti a favore, 116 contrari e 7 astenuti. Ricordiamo i voti favorevoli di Giovanni Giolitti, di Benedetto Croce, in seguito il massimo rappresentante dell'antifascismo liberale e di Alcide De Gasperi mentre Francesco Saverio Nitti lasciò l'aula in segno di protesta. Il governo, composto da quattordici ministri e sedici ministeri, con Mussolini capo del Governo e ministro ad interim di Esteri e Interni, era formato da nazionalisti, liberali e popolari, tra i quali Giovanni Gronchi, sottosegretario all'Industria.
Nell'aprile del 1924 vennero indette nuove elezioni, svoltesi tra gravi irregolarità. Il deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato queste irregolarità, venne rapito il 10 giugno 1924 e trovato morto il 16 agosto dello stesso anno. Il fatto scosse il mondo politico e aprì un semestre di forte crisi interna, risolto infine il 3 gennaio 1925 quando Mussolini, rafforzato sul piano internazionale dal recente incontro con Chamberlain. Rivendicò la responsabilità non materiale dell'accaduto, indicando al parlamento la procedura di messa in stato d'accusa conformemente all'articolo 47 del Regio Statuto. La Camera, dove l'opposizione era frantumata nelle molteplici correnti e incapace di accordarsi su strategie condivise, non procedette e Mussolini diede inizio, per via parlamentare, alla trasformazione in senso autoritario e poi totalitario dello Stato. Il Re Vittorio Emanuele, che fino ad allora aveva conservato il controllo dell'esercito, non si oppose. Del resto, il Parlamento, dove alla Camera per soli sette seggi gli iscritti al P.N.F. erano la maggioranza assoluta, indebolito dalla secessione dell'Aventino, non aveva fornito alcun pretesto giuridico per chiedere le dimissioni di Mussolini né elaborato una credibile compagine di governo alternativa. Né la scelta extraparlamentare dell'opposizione era riuscita a mobilitare le masse.
Nel novembre 1925 il Re firmò le cosiddette Leggi Fascistissime con cui furono sciolti tutti i partiti politici (tranne il P.N.F.) e instaurata la censura sulla stampa. Con la legge del 24/12/1925 venne modificato lo Statuto Albertino, attribuendo al Capo del Governo, responsabile solo di fronte al Re, la nomina e revoca dei ministri; nel 1926 il Re autorizzò la nascita del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che sottraeva alla magistratura ordinaria tutti i reati politici, e la formazione della polizia politica segreta (O.V.R.A.). Venne istituito il confino di polizia per gli oppositori. I successivi rapporti con Mussolini furono caratterizzati da burrascose scenate private, nelle quali il Re difendeva le proprie prerogative, preoccupato di salvaguardare una legalità formale e rigorosi silenzi pubblici.
I rapporti tra Vittorio Emanuele III e Mussolini non andarono mai al di là dei rapporti formali tra capo di Stato e capo del Governo. Il Re, di formazione liberale, durante tutto il periodo fascista non mancò di ricordare positivamente a Mussolini e ai suoi collaboratori l'esperienza dello Stato liberale. Vittorio Emanuele non celò le sue idee profondamente anti-tedesche in generale, e anti-naziste in particolare, idee che si rafforzarono durante la visita di Stato di Hitler a Roma nel maggio 1938. D'altra parte l'ostilità tra Hitler e Vittorio Emanuele III era reciproca e più volte il dittatore austriaco naturalizzato tedesco e i suoi collaboratori suggerirono a Mussolini di sbarazzarsi della Monarchia sabauda. Il Duce del Fascismo già da tempo meditava l'abolizione dell'istituto monarchico, in modo da ritagliarsi maggiore spazio d'azione, ma rinviò più volte la decisione a causa dell'ampio sostegno popolare alla monarchia, gli italiani in generale oltretutto erano diffidenti nei confronti di Hitler e della Germania in generale.
Il Re si mostrò particolarmente ostile alle innovazioni istituzionali del regime, all'introduzione di nuove onorificenze e cerimonie che contribuivano a rafforzare il peso del capo del Governo, ai progetti di "modifica dei costumi italiani", come l'introduzione del saluto fascista, la questione del lei e, maggiormente, la questione razziale. Queste posizioni della Corona esasperarono le relazioni di Mussolini e gli ambienti più radicali del Partito Fascista, fedeli al programma originario del partito e sostenitori della scelta repubblicana del regime.
Il 28 dicembre 1939, l'incontro di Vittorio Emanuele III e papa Pio XII, la prima di un pontefice al Quirinale dopo la presa di Roma, fu letto come un tentativo in favore della pace in Europa.
Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane in Eritrea e Somalia invasero l'Etiopia e dopo l'uso di gas asfissianti entrarono ad Addis Abeba, Re Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1936 fu proclamato Imperatore d'Etiopia costituendo l'A.O.I. (Africa Orientale Italiana). La conquista dell'Etiopia e del titolo imperiale furono progressivamente riconosciuti dalla maggior parte dei membri della comunità internazionale, tra cui l'Inghilterra e la Francia, con l'eccezione di Stati Uniti e Russia, nonostante l'Imperatore etiopico in esilio Hailé Selassié avesse denunciato presso la Società delle Nazioni le gravi violazioni della Convenzione di Ginevra perpetrate dalle truppe italiane (luglio 1936).
Nel 1938, all'apice del consenso popolare del regime, che aveva ottenuto la firma del Manifesto della razza da parte di grandi esponenti della cultura italiana tra cui il futuro padre costituente Amintore Fanfani, il Re firmò le leggi razziali del governo fascista, che introdussero discriminazioni nei confronti degli Ebrei. Di formazione liberale, Vittorio Emanuele avversò sinceramente, sia pur non pubblicamente, queste disposizioni che cancellavano uno dei più notevoli apporti di Casa Savoia al Risorgimento Italiano, il principio di non discriminazione e di parità di trattamento dei sudditi indipendentemente dal culto professato stabilito nel 1848. In effetti, l'attuazione delle leggi razziali fu alla base di un ulteriore inasprimento dei rapporti tra la Corona e il Duce, sempre più stanco degli ostacoli frapposti dalla prima (rimasta l'unico serio freno-opposizione insieme alla Chiesa cattolica) e intenzionato a cogliere il momento opportuno per instaurare un regime repubblicano.
Nell'aprile del 1939 venne conquistata l'Albania, della quale Vittorio Emanuele III, pur scettico sull'opportunità dell'impresa, fu proclamato Re d'Albania.
A seguito dell'avvicinamento tra Italia fascista e Germania nazista, simboleggiato dalla nascita dell'Asse Roma-Berlino dell'ottobre 1936 e della firma del Patto d'Acciaio del 22 maggio 1939, il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, schierandosi a fianco dei tedeschi nella seconda guerra mondiale. Il Re aveva inizialmente espresso il proprio parere contrario alla guerra sia perché conscio dell'impreparazione militare italiana, sia perché da sempre filo-britannico e avverso alle politiche della Germania nazista. Nei mesi precedenti, Vittorio Emanuele III, tramite il ministro della Real Casa Acquarone, aveva messo in atto un tentativo di rovesciare Mussolini; la legalità formale sarebbe stata salvaguardata ottenendo un voto di sfiducia dal Gran Consiglio del Fascismo e Ciano, che rifiutò, sarebbe stato chiamato a guidare il nuovo governo.
Dopo qualche effimero successo in Egitto e nell'Africa orientale, i disastri che sopravvennero fra l'autunno 1940 e la primavera 1941 (fallito attacco alla Grecia, sconfitte navali di Taranto e Capo Matapan, perdita di gran parte dei territori italiani in Libia, perdita totale dei possedimenti in Africa orientale) rivelarono la debolezza delle forze italiane, che dovettero essere tratte d'impaccio dall'alleato tedesco sia nei Balcani (primavera 1941) che in Africa settentrionale.
Vittorio Emanuele, sfuggito ad un attentato durante una visita in Albania nel 1941, osservò con sempre maggior preoccupazione l'evolversi della situazione militare ed il progressivo asservimento delle forze italiane agli interessi tedeschi, cui egli era inviso. La sconfitta nella seconda battaglia di El Alamein del 4 novembre 1942 portò nel giro di pochi mesi all'abbandono totale dell'Africa e poi all'invasione alleata della Sicilia (Operazione Husky, iniziata il 9 luglio 1943) e all'inizio di sistematici bombardamenti alleati sulle città italiane.
Queste nuove sconfitte spinsero il Gran Consiglio del Fascismo a votare contro il supporto alla politica di Mussolini (25 luglio 1943). Lo stesso giorno, Vittorio Emanuele dimissionò Mussolini, che, posto sotto custodia, riconobbe la sua lealtà al Re e al nuovo governo Badoglio. Già da giugno Vittorio Emanuele aveva intensificato i suoi contatti con esponenti dell'antifascismo, direttamente o mediante il ministro della Real Casa d'Acquarone. Il 22 luglio, all'indomani del vertice di Feltre tra Mussolini e Hitler e dopo il primo bombardamento di Roma, il sovrano aveva discusso con Mussolini della necessità di uscire dal conflitto lasciando soli i tedeschi e dell'evenienza di un avvicendamento alla presidenza del Consiglio.
Il nuovo governo Badoglio ereditò il gravoso compito di elaborare una strategia di uscita dal conflitto e di garantire l'ordine pubblico all'interno del Paese. Le condizioni interne non rendevano realmente possibile la continuazione della guerra a fianco dell'alleato tedesco: urgeva quindi siglare un armistizio con le Nazioni Unite ed evitare che l'esercito tedesco, che a seguito degli accordi presi con il precedente Governo stava rafforzando la sua presenza nella Penisola, riversasse la sua potenza contro le truppe e la popolazione italiana. Il Governo annunciò quindi la continuazione della guerra, ma intavolò negoziati con gli Alleati.
Il 3 settembre fu firmato a Cassibile l'armistizio con gli Alleati, che lo resero noto l'8 settembre contrariamente a quanto calcolato dal Governo Badoglio.
In effetti, l'annuncio dell'armistizio l'8 settembre colse di sorpresa il Re che aveva convocato al Quirinale Badoglio, il ministro Guariglia, i generali Ambrosio, Roatta, Carboni, Sandalli e Zanussi, l'ammiraglio De Courten, il maggiore Marchesi, il duca Acquarone e Puntoni, aiutante di campo del Re. Alla riunione Carboni e De Courten proposero di sconfessare l'armistizio e conseguentemente l'operato di Badoglio e di continuare la guerra a fianco dei tedeschi. La proposta, appoggiata inizialmente dalla maggioranza dei convenuti, dopo essere stata definita irrealistica da Marchesi, venne respinta da Vittorio Emanuele e Badoglio comunicò l'armistizio ormai reso pubblico dagli Alleati.
L'esercito, lasciato senza un chiaro piano d'azione in risposta ad un'offensiva dell'ex alleato tedesco, si trovò disorientato ad affrontare i colpi delle numerose unità tedesche che erano state inviate in Italia all'indomani della caduta di Mussolini. In effetti, Badoglio, che riteneva che ai tedeschi, come avrebbe voluto Rommel, sarebbe convenuto ritirarsi dall'Italia, comunicò che le truppe italiane non dovessero prendere l'iniziativa di attacchi contro l'ex alleato, ma limitarsi a rispondere.
La notte tra l'8 e il 9 settembre il Re, dopo un'iniziale esitazione e convinto da Badoglio della necessità che non cadesse nelle mani tedesche , fuggì da Roma alla volta di Brindisi, città libera dal controllo tedesco e non occupata dagli anglo-americani, imbarcandosi ad Ortona sulla Corvetta "Baionetta". Alla difesa di Roma, dichiarata città aperta, il Re lasciò il genero, il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, comandante del Corpo d'armata della città. Tuttavia, il maresciallo Badoglio, che probabilmente credeva ancora di poter raggiungere un qualche accordo con la Germania, non diede l'ordine di applicare il piano militare ("Memoria 44") elaborato dall'Alto comando per affrontare un eventuale cambio di fronte.
eguirono dure rappresaglie tedesche contro l'esercito italiano; la più nota è l'eccidio di Cefalonia.
Il 12 settembre 1943 i tedeschi liberarono Mussolini, che il 25 settembre successivo proclamò la nascita della Repubblica Sociale Italiana a Salò, dividendo anche di fatto in due parti l'Italia. Questa situazione terminò il 25 aprile 1945, quando un'offensiva alleata e del ricostituito Regio Esercito insieme all'insurrezione generale proclamata dal CLN portarono le truppe dell'Asse alla resa.
Il trasferimento del Re e dei ministri militari a Brindisi garantiva la continuità formale dello Stato soprattutto agli occhi degli Alleati, ma le modalità improvvise e segrete con cui il Capo dello Stato si metteva in salvo lasciando la Capitale indifesa nelle mani dei tedeschi e migliaia di soldati dislocati su immensi fronti di guerra furono percepite largamente come una 'fuga', termine che tuttora viene usato antonomasticamente per indicare tale trasferimento. In questo modo gli Alleati vedevano garantita la validità dell'armistizio mentre la presenza di un governo legittimo evitava all'Italia l'instaurazione di un duro regime di occupazione, almeno nelle zone meridionali. A Brindisi venne fissata la sede del governo. Assicuratosi il riconoscimento anglo-americano, Vittorio Emanuele dichiarò formalmente guerra alla Germania il 13 ottobre, e gli Alleati accordarono all'Italia lo status di «nazione cobelligerante». Nel frattempo si procedette alla riorganizzazione dell'esercito. Il Re dovette affrontare la fronda dei ricostituiti partiti politici, allora ancora dei comitati di notabili, in particolare di quelli riuniti nel CLN di Roma presieduto da Bonomi. Anche da parte di notabili rimasti leali alla Corona, tra cui Benedetto Croce in un acceso discorso al Congresso di Bari, furono sollevate richieste di abdicazione del sovrano. Ma Vittorio Emanuele non cedette neppure dinanzi alle forti pressioni esercitate dagli Alleati, intendendo così difendere il principio monarchico e dinastico che lui stesso rappresentava e, al contempo, tentando di riaffermare almeno formalmente l'indipendenza dello Stato dalle ingerenze esterne, sebbene vada notato che diverse clausole del cosiddetto "armistizio lungo", di carattere essenzialmente politico, facevano gravare una pesantissima ipoteca sull'indipendenza dello Stato al cospetto delle Nazioni Unite che lo avevano costretto ad una resa senza condizioni.
Il 12 aprile 1944 un radiomessaggio diffondeva infine la decisione del Re di nominare Umberto luogotenente a liberazione di Roma avvenuta. La soluzione della Luogotenenza, istituto cui già Casa Savoia era ricorsa più volte in passato, venne caldeggiata dal monarchico Enrico De Nicola in un suo incontro con il sovrano.
Il 5 giugno 1944 affidò al figlio Umberto la Luogotenenza del Regno, senza però abdicare.
A guerra finita, emersero dopo vent'anni di legge marziale e dittatura i movimenti clandestini e antifascisti che videro la Monarchia come nemica dell'Italia, la Corona aveva permesso l'ascesa del Fascismo senza opporsi efficacemente, nel maggio 1945 fu formato un governo democratico di unità nazionale presieduto dall'azionista Ferruccio Parri con tutti i partiti antifascisti, questa coalizione governò per un anno fino al 1946, quando si fissò il referendum istituzionale durante la ricostruzione per decidere se mantenere l'istituto monarchico o creare una repubblica, l'Italia del Nord si era sentita abbandonata dai Savoia, in mani nazi-fasciste e già la sua tradizione industriale con ampie zone repubblicane fu determinante al referendum del 2 e 3 giugno 1946, nel frattempo il 9 maggio Vittorio Emanuele III abdicò e cedette il trono al figlio Umberto II di Savoia, per salvare la monarchia partì volontariamente per l'esilio ad Alessandria d'Egitto nella speranza che il figlio e la sua consorte Maria José sarebbero stati giudicati meno complici del regime mussoliniano. Contemporaneamente per la prima volta nella storia italiana le donne poterono votare sancendo il suffragio universale femminile, i maggiori partiti politici ormai propendevano per la fine della Corona, la stessa Democrazia Cristiana e la coalizione di sinistra del Partito Comunista e Partito Socialista, dalla maggior parte della stampa e di associazioni intellettuali.
La Repubblica ottenne il 54% dei voti, la Monarchia ottenne il 46% dei voti, il 18 giugno venne proclamata la Repubblica Italiana.
Vittorio Emanuele III morì ad Alessandria d'Egitto nel 1947 un anno dopo la fine del suo regno, col titolo di Conte di Pollenzo in una casetta della campagna egiziana. Il Re d'Egitto Faruq tributò i funerali di Stato e oggi la salma del Re d'Italia è nella cattedrale di Alessandria d'Egitto.





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