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  1. #1
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    Predefinito Lega di lotta e di cemento

    Ancora non è finita la conta dei danni provocati dall'alluvione che ha devastato il Veneto all'inizio di novembre, facendo due morti e gravi danni in 328 comuni e 3433 imprese, che la giunta regionale del presidente leghista Andrea Zaia ha posto le basi della più grande speculazione immobiliare che a memoria d'uomo si ricordi. Archiviati i recenti pianti di coccodrillo sulla cementificazione che provoca le alluvioni, la Lega di lotta e di cemento, ha varato col Pdl una legge regionale che modifica le norme in materia di governo del territorio e dà via libera alla possibilità di ristrutturare ruderi e baracche di pochi metri su terreni agricoli, ampliandoli fino a 800 metri cubi. Chiunque - non solo chi fa l'agricoltore - può costruirsi una villa di 270 metri quadrati o una palazzina di tre piani con tre appartamenti da 90 metri al posto di quattro sassi in croce.

    I ruderi agricoli sono decine di migliaia nella regione e alcuni, posti nelle località turistiche più pregiate, sono assai appetibili. Soltanto a Cortina sono 200 e, calcolato il valore medio del metro quadrato che è tra i più alti d'Italia, la ristrutturazione selvaggia voluta dal governatore palazzinaro nel territorio comunale produrrà un plusvalore immobiliare valutato in 800 milioni di euro. Naturalmente non ci sono solo la montagna e le valli alpine, ma anche appetibili mete turistiche marine e lacustri, come Jesolo, Bibione, Caorle e il Garda. Per cui l'operazione leghista vale miliardi ed è destinata ad
    avverare la premonizione del poeta Andrea Zanzotto:"Una volta c'erano i campi di sterminio, adesso arriva lo sterminio dei campi". Non più capannoni eretti intorno alle ville palladiane, emblemi del miracolo industriale, dei distretti, della piccola impresa diffusa che strappava quelle terre alla endemica povertà, ma una scelta tutta palazzinara che certifica la nuova fase "economicista" della Lega, più attenta al controllo della Fondazioni bancarie e alle grandi speculazioni che ai problemi delle cosiddette partite Iva, che furono la base di partenza per la conquista del nord. Adesso vengono prima potere e affari, mentre Zaia, che ha le casse completamente vuote, prosciugate dal debito di un miliardo della sanità, si appresta a mettere le mani nelle tasche dei veneti, come direbbe Berlusconi, se non sarà Tremonti a soccorrerlo.

    Il primo a denunciare ciò che la nuova legge regionale comporta è stato il sindaco cortinese di destra Stefano Verocai, che, invece dei suoi nella giunta e nel Consiglio regionale, ha accusato il Partito democratico di non essersi opposto allo scempio con forza sufficiente. Una ricostruzione che Laura Puppato, presidente del gruppo in Consiglio regionale e "uomo forte" del Pd veneto, nega con veemenza, raccontando tutte le fasi in cui lo scempio legislativo è stato coscientemente compiuto: "Il vicesindaco di Cortina se la prenda con i suoi amici della Lega e del Pdl perché noi abbiamo fatto una dura battaglia degli emendamenti, due dei quali sono stati accolti e hanno permesso di sventare altrettanti colpi di mano del centrodestra. Da un lato l'esproprio delle competenze dei consigli comunali sui Piani Urbanistici Attuativi, conferendo ogni potere alle giunte; dall'altro il tentativo di imbavagliare le soprintendenze ai beni ambientali, privandole di ogni voce in capitolo sui vincoli urbanistici".

    La Puppato rivendica di aver condotto una battaglia di opposizione senza ambiguità, che ha limitato lo scempio, contrariamente agli oppositori dell'Udc che hanno bocciato l'emendamento anti-ampliamenti, contribuendo a far passare "un provvedimento indegno nato nel solco del Piano Casa della regione approvato nella scorsa legislatura sotto Giancarlo Galan e concepito per guardare agli interessi commerciali e non alla difesa del territorio".

    Anche i costruttori mostrano di avere più a cuore della Lega di lotta e di cemento le sorti di un territorio già devastato da decenni di incuria. Non risparmiano critiche al governatore, la cui popolarità soltanto in otto mesi di mandato è precipitata verticalmente. Ci dice il presidente dell'Ance veneta Stefano Pelliciari: "Strada sbagliata quella scelta dalla regione. E' necessario intervenire non su nuovi spazi di territorio da occupare, ma sulla riqualificazione del parco immobili esistente". Ma, come direbbe il poeta di Pieve di Soligo, la catastrofe ecologica non è solo del territorio, ma anche delle menti".

    Appuntamento per Zaia e per la Lega di lotta e di cemento al prossimo sbocco d'ira del fiume Bacchiglione.

    Lega di lotta e di cemento - Repubblica.it

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Lega di lotta e di cemento

    Citazione Originariamente Scritto da Furlan Visualizza Messaggio

    Da un lato l'esproprio delle competenze dei consigli comunali
    sui Piani Urbanistici Attuativi, conferendo ogni potere alle giunte;
    dall'altro il tentativo di imbavagliare le soprintendenze ai beni ambientali,
    privandole di ogni voce in capitolo sui vincoli urbanistici".

    La Puppato rivendica di aver condotto una battaglia
    di opposizione senza ambiguità...

    nessuno vuol prendere atto che il veneto è saturo
    di cemento oltre ogni ragionevole limite.
    tuttavia la vedo dura fermare ruspe e betoniere;
    in fondo è l'ultima frontiera di uno sfruttamento del
    territorio che dura da 50 anni e che continua solo
    per inerzia.
    possono fare quel che vogliono, ma ormai la resa dei
    conti è solo questione di tempo.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Lega di lotta e di cemento

    Cemento e burocrazia - La minaccia dei fiumi

    Il Bacchiglione, metafora dei disastri annunciati

    VICENZA - «Vada in mona ghe se da vergognarse. Quel casso de, de…». Ce l'ha con il Bacchiglione il vecchio di Cresole, frazione di Caldogno, a due passi da Vicenza. Il fiume è lì a una cinquantina di metri, gonfio e melmoso, di nuovo prossimo alla piena. Resta ostile quel fiume. Compresso, ancora dentro gli argini indeboliti, mentre dal cielo continua a piovere. Tanto che ieri è di nuovo scattato l'allarme a Vicenza, alcune strade si sono allagate. C'è il rischio di una nuova alluvione a poco di un mese da quella di Ognissanti, quando acqua e fango entrarono violenti nella città, affondando tutta la campagna intorno, giù fino a valle alle porte di Padova. Tre morti (uno proprio qui a Cresole), danni per oltre un miliardo di euro. Centocinquantamila animali annegati, tremila persone temporaneamente sfollate. I segni del disastro stanno scomparendo, però: ci si è messi al lavoro subito, senza aspettare gli aiuti e neanche le visite di rito dei governanti. L'antipolitica nordestina si pratica pure così. A Vicenza sono arrivate meno richieste di soldi per la ricostruzione di quanti ne siano stati stanziati. Ma perché si aspetta l'alluvione e i morti per intervenire? Perché è meglio l'emergenza anziché la manutenzione? Perché i disastri aumentano con il passare degli anni? Perché negli altri paesi è diverso?

    LA RIMOZIONE
    Il vecchio non ha mai amato il Bacchiglione
    che ha rotto solo poco più a nord e che già nel 1966 trasportò distruzione. Continua a disprezzarlo. Come un po' tutti da queste parti. Perché c'è stata una sorta di rimozione collettiva, quasi a nasconderlo quel corso d'acqua con i suoi centodiciannove chilometri e il suo fittissimo reticolo di affluenti e sorgive. Qui, in questo pezzo della "metropoli padana" senza identità comune con un tasso impressionante di urbanizzazione, dove i capannoni e le casette con giardino si sono costruiti dovunque per aggrappare il benessere, si vive sopra l'acqua. Perché questa è la zona del Veneto dove piove di più. I paesi sono come sulle palafitte. Qui il fiume non lo vorrebbero più. Ricorda la fatica e la miseria dei secoli passati. Così l'hanno imbrigliato, rettificato, svuotato, spolpato, raddrizzato, modernizzato. Niente più anse, bensì un percorso dritto, veloce. Troppo veloce. Forse lo stanno uccidendo il fiume. Che come un animale in gabbia ogni tanto si ribella perché vorrebbe vivere, esondare e rientrare.

    Ma il Bacchiglione non è altro che un fiume dell'Italia. Solo ieri sono scattati gli allarmi anche per il Piave, per il Secchia, per il Panaro. In Italia non si fa prevenzione perché alle elezioni non paga. Il nostro è il paese dove non si interviene a monte perché se ne avvantaggerebbe la popolazione a valle, dove si è imposta la strategia dell'emergenza al posto della normale manutenzione, dove si frammentano le competenze tra Genio civile, Autorità di bacino, Magistrato delle acque, Protezione civile, Consorzi di Bonifica, enti locali. Dove - certifica l'ultimo rapporto del Consiglio nazionali dei geologi - tra il 2002 e il 2010 ci sono state 35 frane e 72 alluvioni che hanno provocato 219 vittime, 126 per frane e 91 per alluvione. Vuol dire 30 morti ogni anno a causa del dissesto idrogeologico. C'è stato un peggioramento dalla seconda metà degli anni Ottanta, e il picco nel decennio successivo. Con un costo dunque crescente: 52 miliardi nell'arco degli anni dal 1948 al 2009, pari a 800 milioni l'anno. Ma se si dividono i periodi (tra il ‘48 e il ‘90 e tra il ‘91 e il 2009) emerge che fino agli anni Novanta la media era di 700 milioni per diventare poi quasi il doppio: 1,2 miliardi a causa del non controllo. È l'Italia che produce i "disastri a km zero", tutti fatti in casa, autentici. Nulla di importato. Completamente colpa nostra. E tutti lo sanno. Da decenni e forse più.

    CASE E CAPANNONI
    Ancora a Cresole. In piazza della Chiesa il monumento ai caduti guarda dal basso in alto il Bacchiglione che scorre. Questa è una golena naturale. Era. Ora è un paesino che galleggia. Si tirano su le case a meno di trenta metri dal fiume. Sono previste già altre cinque palazzine a due piani. Cementificazione si chiama. Ma non è abusivismo, è tutto regolare qui. Case, capannoni e chiese. Quasi dentro il fiume. La sede della polizia municipale che un tempo ospitava la scuola elementare sta in Ca' Alta, vuol dire strada alta. E dice tutto. Dal Duemila i residenti di Caldogno sono aumentati di mille unità, sono diventati 11.150. Si è costruito ma non si è fatto nulla per mettere in sicurezza la zona. L'onda di Ognissanti ha buttato giù i garage, invaso gli interrati, distrutto le automobili. Da ieri si è ricominciato a tremare. Fa paura l'acqua. A novembre c'erano i sommozzatori qui in Piazza della Chiesa. Ora si ripara tutto, in fretta. Si rimuove, appunto. Perché è troppo tardi per mettere in discussione questo modello di sviluppo. Lo sa bene il sindaco di Caldogno, Marcello Vezzaro, ex Psi, eletto con una lista civica ("Amministrare insieme") formata da ex popolari, ex forzisti del Pdl. Con la sinistra e la Lega all'opposizione. L'Ici non c'è più, spiega, e gli oneri di urbanizzazione finiscono per essere una fonte importante di entrate. Costruire, allora.

    Dice Michele Bertucco, presidente della Legambiente del Veneto: «Molti Comuni pensano di fare cassa non sapendo che questo porterà ad un aumento della spesa». Questa è l'Italia delle contraddizioni localiste, dei tagli ai trasferimenti dal centro alla periferia, del federalismo mal concepito, delle colate di cemento sempre e dovunque. L'Italia. E la Lega Nord? Il governo del territorio non doveva essere la risposta al malgoverno centralista di Roma? Perché questa è anche l'Italia della Lega, del ribellismo nordista. Del rancore antistatalista. E - forse - di fronte all'acqua che avanza e alla richiesta di aiuti a Roma, del fallimento leghista. «No, mi pare un'esagerazione parlare di fallimento», sostiene Ilvo Diamanti, politologo, cittadino di Caldogno, che ha definito «una tragedia minore» quella dell'alluvione perché consumata lontano dai «centri della comunicazione Roma e Milano». Aggiunge: «E' piuttosto l' evidenza che un modello di sviluppo localista ti rende vulnerabile. Ciascuno ha fatto programmazione nel proprio orto, nel proprio pezzo di terra. Si è costruito un territorio puntiforme senza programmazione comune. E questo territorio è diventato una plaga, una grande megalopoli inconsapevole. E' Los Angeles, è Chicago. Ma tutti continuano a pensare in modo localistico». Il fiume è di tutti e allora non è di nessuno. Rimozione.

    GUERRA DI LOBBY
    Sul fiume si scontrano interessi, lobby contrapposte, corporazioni. Si combatte su e lungo quelle acque. Non solo contro la costruzione della nuova base militare Usa del "Dal Molin", dove a pochi metri dagli argini sono stati impiantati 3.500 piloni a una profondità di 18 metri. «Provocando un rialzo della falda di 20 centimetri», ci spiega Lorenzo Altissimo, direttore del Centro idrico di Novoledo, che del fiume, dei percorsi rettificati, delle trasformazioni di questo territorio e della sua popolazione, sa tutto. Ci sono i contadini sussidiati dall'Unione europea che preferiscono essere espropriati dei loro terreni per destinarli alla costituzione delle cassa di espansione e si oppongono invece al meno remunerativo indennizzo, che include la manutenzione dell'argine; ci sono i "signori della ghiaia", che qui contano eccome, e anche quelli, un po' in declino, dell'argilla con cui si fanno i mattoni.

    Antonio Stedile ha assistito in diretta dai campi della sua azienda alla rottura del Timonchio, affluente del Bacchiglione. I suoi campi sono immersi nell'acqua ma i danni sono stati relativi. Da venti anni provava a spiegare quanto fosse pericoloso il fiume e debole l'argine. Inutilmente. Ma lui, come gli altri agricoltori, si oppone alla cassa di espansione e alla diversa destinazione produttive dei campi. C'è un "fronte del no" guidato da Gianfranco Farina, che non è un agricoltore bensì un tecnico. Rappresenta la maggior parte dei contadini. Dicono no al progetto della cassa di espansione. Rinviare gli interventi ci ha fatto almeno risparmiare? C'è stato un beneficio per le casse pubbliche ai vari livelli? C'è chi ha fatto qualche conto: se la cassa fosse stata realizzata trent'anni fa sarebbe costata meno di 35 milioni di euro, quasi la metà dei danni provocati dall'alluvione dei primi di novembre. Sprechi. Cambiare le coltivazioni potrebbe essere una soluzione? Oppure: non si dovrebbero lasciare gli spazi per far esondare i fiumi? I contadini sostengono che quei terreni perderebbero di valore, che le falde sono destinate ad essere inquinate, che l'indennizzo è ridicolo e che, infine, il progetto di passare dalle attuali coltivazioni (dal mais alle erbe mediche agli alberi da frutto) a quella di alberi da legno a ciclo breve da tagliare a fini energetici non stia in piedi.

    Dietro il progetto della cassa a Caldogno ci intravedono la sagoma delle imprese dell'argilla. Perché le lobby sono sempre in agguato. Dappertutto, nel paese dei mille campanili. Sono pronti - gli agricoltori di Caldogno - a ricorrere al Tar e poi agli organismi comunitari, come si fa sempre in Italia. Rilanciano allora: mini bacini a monte per ridurre la velocità del fiume. L'idea, tra le altre, è di costituirne uno su a Meda, dopo Piovene Rocchetta, sull'Astico, affluente del Bacchiglione. E' un'idea antica. Si trattava di alzare la diga dagli attuali 23 a 45 metri. Il ricordo della tragedia del Vajont bloccò tutto - per sempre - quasi cinquant'anni fa. Mezzo secolo buttato. Ora non è neanche possibile immaginare un innalzamento della diga perché l'area è diventata industriale. Le fabbriche, d'altra parte, sono entrate nel fiume, o il fiume è entrato nelle fabbriche. Ma è la stessa cosa. Dove c'era il Cotonificio Rossi - siamo a Debba, periferia di Vicenza - c'è ora una serie di capannoni. C'è da quasi quattordici anni anche la Sdb di Claudio Bagante, produce cavi elettrici speciali. Il fiume è lì a un passo. È entrato dentro il capannone trascinando fango e detriti. Bagante stima di aver subito un danno intorno ai 200 mila euro. Ha buttato 15 tonnellate di rame. Dieci giorni di fermo produttivo, poi ha ripreso, insieme ai suoi venti dipendenti, dopo aver rimesso in ordine la fabbrica, smontato e ripulito tutti motori dei macchinari. Circa l'80% della produzione va all'estero. «Questa - dice - è la nostra unica fonte di sopravvivenza». Prevedeva di chiudere l'anno con un fatturato intorno ai cinque milioni, saranno quattro e mezzo. «Nessuno - aggiunge - ci aveva avvisato di quello che stava accadendo».

    I RIMEDI
    Eppure tutto era prevedibile. Tutto. Come quasi sempre, in Italia. A Padova c'è uno dei dipartimenti di Ingegneria idraulica tra i più prestigiosi nel mondo. A guidare la "scuola padovana" è Luigi D'Alpaos, bellunese, ordinario di Idrodinamica, che da giovane assistente fece parte nella seconda metà degli anni Sessanta della "Commissione De Marchi" incaricata dal governo di individuare i rimedi per evitare i danni provocati dall'alluvione del 1966. Le proposte della Commissione stanno sul tavolo di D'Alpaos, un po' ingiallite, alcune superate. Tutte inattuate. Decenni persi in chiacchiere, veti e controveti. Dice D'Alpaos: «Si è considerato il rischio idraulico come un accidente dal quale prescindere. Provate a trovare un sindaco che non abbia tombato un fosso per costruire una pista ciclabile! A Vicenza si lamentano ma hanno costruito la zona industriale dove passa il Retrone, affluente del Bacchiglione. Che, alla fine, è stato ingessato in maniera indecente».

    Da quasi vent'anni D'Alpaos ha messo a punto un modello matematico che permette di calcolare, e prevedere, le conseguenze, lungo il tragitto, di una eventuale piena. Insomma la tragedia di Ognissanti, come tante altre, poteva essere largamente evitata. «Ma io - aggiunge D'Alpaos - non vado per gli uffici - e quali poi? - a proporre i miei studi. Non è compito mio. Tutti dovrebbero sapere quello che si fa in una università. C'è uno scollamento tra il mondo della ricerca e le istituzioni che ai diversi livelli devono decidere». Ma non è solo colpa della politica. Pure i tecnici, secondo il professore, non hanno avuto «la capacità di mantenere l'attenzione sul problema». E allora? «Servirebbe un dittatore delle acque, perché non c'è nulla di democratico nella gestione di un fiume». Ma forse è troppo tardi. Il Bacchiglione, come tutti i fiumi, statisticamente esonda più o meno ogni cinquanta anni. Ma si continua a stare fermi, ad aspettare la prossima tragedia. Bacchiglione, fiume italiano.

    Cemento e burocrazia La minaccia dei fiumi - Repubblica.it
    Ultima modifica di Furlan; 24-12-10 alle 11:29

  4. #4
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    Predefinito Rif: Lega di lotta e di cemento

    Ma se la storia di questa nuova legge per una cementificazione
    indiscriminata è vera, l'opposizione non ha a disposizione
    proprio nessun strumento legislativo per fermarla,
    che ne so: un referendum abrogativo o similaria?

  5. #5
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    Predefinito Rif: Lega di lotta e di cemento

    Citazione Originariamente Scritto da Rotgaudo Visualizza Messaggio
    Ma se la storia di questa nuova legge per una cementificazione
    indiscriminata è vera, l'opposizione non ha a disposizione
    proprio nessun strumento legislativo per fermarla,
    che ne so: un referendum abrogativo o similaria?
    non penso che in itaglia ci siano strumenti abrogativi popolari per le leggi regionali

    non conosco la situazione Veneta in particolare, ma è disarmante come in piena crisi edilizia, con palazzi interi invenduti e abitazioni sfitte, si pensi di continuare a costruire ... boh

  6. #6
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    Predefinito Rif: Lega di lotta e di cemento

    Citazione Originariamente Scritto da Rotgaudo Visualizza Messaggio

    Ma se la storia di questa nuova legge per una cementificazione
    indiscriminata è vera, l'opposizione non ha a disposizione
    proprio nessun strumento legislativo per fermarla,
    che ne so: un referendum abrogativo o similaria?

    no, non c'è niente a disposizione per l'opposizione,
    perchè questa non appena diventa maggioranza,
    farà le stesse cose che contestava al governo.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Lega di lotta e di cemento

    POLITICA ROVIGO Dura critica di Mattia Giolo per Veneto Stato alle scelte della Lega Nord sui temi energetici e di sicurezza - Rovigo Oggi - Quotidiano online, informazioni rovigo, news rovigo, rugby rovigo, eventi rovigo

    Dal rigassificatore alla centrale a carbone al Cie, in Polesine si può realizzare tutto. E' questa la dura accusa lanciata da Mattia Giolo di Veneto stato alla Lega Nord provinciale. Secondo le sue parole, il Carroccio considera la provincia di Rovigo è una vera e propria terra di conquista, dove la questione del prezzo prevale su tutto

    Questi leghisti polesani che per quattro soldi non oso immaginare cosa sarebbero disposti a far fare nel nostro Polesine, ma intanto, si limitano a vendere in basso Polesine la salute dei cittadini e la stessa esistenza del loro ambiente, estremamente fragile e delicato, con la costruzione di una centrale a carbone che non ha motivo alcuno di esistere. Mentre nell'alto Polesine sono disposti per qualche soldo in più a mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini di vivere serenamente, volendo piazzare a Zelo il famigerato Cie (centro di identificazione ed espulsione). Così facendo si fa passare il messaggio che in Polesine tutto si può fare, dal rigassificatore alla centrale a carbone al Cie, è solo questione di prezzo, di quanti soldi ci ritornano, invece, penso che non ci sia bene più prezioso della nostra salute e della libertà di vivere serenamente nella nostra terra e che queste non sono in vendita.
    (...) cosa potrebbero fare questi “politici” leghisti se allungassero i loro tentacoli nel comune della nostra città alle prossime elezioni visto quello che stanno facendo altrove, pur di spillare qualche soldo a quel governo romano che loro stessi amministrano? (...) i leghisti dimenticano che, i soldi per fare gli interessi dei nostri cittadini mancano perché il loro stesso partito non è stato in grado in 15 anni di governi, anche da loro amministrati, di garantire che i soldi che noi paghiamo restino nel nostro territorio per fare i nostri interessi e non per mantenere il baraccone di cui loro stessi fanno allegramente parte.
    Quindi l’unico modo per avere le risorse per fare tutte quelle cose che un Comune serio dovrebbe fare, è mantenere la ricchezza da noi prodotta nella nostra terra, l’unica via possibile per fare questo è ottenere l’indipendenza del Veneto e non svendere il nostro territorio e la nostra salute per quattro soldi che ci spetterebbero per diritto, quel diritto che l’Italia ci ha tolto e noi dobbiamo usare ogni metodo legale e democratico possibile per riprenderci la nostra libertà.

 

 

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