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    Predefinito Come si costruisce un 7 aprile

    Come si costruisce un 7 aprile



    di Giuseppe Aragno


    C’è chi accenna a rapporti dell’antiterrorismo e accusa studenti e ricercatori: “sovversivi pericolosi”, vanno arrestati. Chi ogni giorno ha tra le mani carte di polizia, note riservatissime e relazioni ignobili di infiltrati e confidenti, sa che la storia ha anche un volto impresentabile, che non riguarda solo i regimi totalitari. Piaccia o no, è il volto del potere. Puoi mettergli a guardia regole e segnare limiti, le zone d’ombra esistono, non le cancelli. Un esempio per tutti: il sindacato. Oggi è normale, per certi versi è addirittura “banale” che esistano confederazioni sindacali. Ci verrebbe da ridere se la Digos le indicasse come “covi di terroristi”. Lo sappiamo. Per loro natura, “raffreddano” il conflitto e sono utilissimi al padronato. Non è andata, però, sempre così.

    Napoli, 1893. Nei vecchi rapporti di polizia il sindacato è una minaccia per gli equilibri sociali: l’operaio deve “chiedere”; se rivendica un diritto si ribella. Quando i lavoratori si associano, il Ministero dell’Interno ordina alle questure di insinuare uomini tra gli operai, per “conoscere il numero complessivo degli iscritti, le generalità, i connotati e un breve cenno biografico di ciascuno dei capi”. In gran segreto si fanno schedature e a Roma giungono elenchi di “organizzazioni pericolose”. Basta parlare di orario di lavoro, salario e salute, ed ecco l’etichetta: “sovversivo”. Decidono questori, prefetti e funzionari della Squadra Politica. Oggi diremmo Digos. Senza informare gli interessati, “le autorità, prima di ammettere nuovi operai negli stabilimenti e nelle amministrazioni” chiedono “speciali informazioni” e così si segnalano i sindacalisti “più influenti e pericolosi affiliati ai partiti sovversivi”. Sono partiti regolarmente presenti in Parlamento, ma nei rapporti non c’è differenza tra delinquenti e delegati sindacali e la stampa non prova nemmeno a verificare le “veline”. Le società operaie crescono e la Questura s’inventa “cabine di regia” e “manovre anarchiche”. Per mettere nei guai chi lotta per un diritto, e disturba i padroni, l’anarco-insurrezionalismo è l’argomento più usato dalle autorità di Polizia di ogni stagione della nostra storia: Italia liberale, fascista e repubblicana. I fascicoli della Questura sono pieni di rapporti fantasiosi e inverosimili di spie e confidenti che vendono a peso d’oro notizie di terza mano, invenzioni e libere interpretazioni di discussioni politiche e sindacali. Senza uno straccio di prova, il prefetto accusa: “si finge di tendere al miglioramento economico degli operai, ma invece si punta a fomentare le passioni, a coalizzarli, con mire evidentemente politiche e avverse all’attuale stato di cose. […] Per far proseliti, poi, si studia di trar partito specialmente dal malcontento che, per una ragione o per l’altra, serpeggia nelle varie classi operaie”.

    E’ un classico. Vale per ieri e oggi. Le cause del malcontento non interessano nessuno. Contano soprattutto i “sovversivi”. Ogni riunione è un pericolo, le “voci” inverosimili riferite dai confidenti sono prese per buone senza alcun riscontro. Pericolosa è persino una riunione “in una bettola fuorigrottese, ove si legge una lettera pervenuta da Palermo”. Nessuno sa che ci sia scritto, ma conviene credere a un fantomatico piano rivoluzionario al quale, suggerisce un infiltrato a caccia di quattrini, “prenderebbe parte un giovane prete dimorante al Vomero”. Il condizionale la dice lunga e il senso del ridicolo indurrebbe chiunque a più serie riflessioni, ma “in alto” si preme e inquirenti e magistrati si legano in oscure connivenze. Per colpire gli operai, il Questore si muove “nel modo più acconcio” per indurre il proprietario di uno stabile a sfrattare i sovversivi e la Procura “garantisce che dal locale Pretore sarà emessa relativa ordinanza e, nello stesso giorno in cui giunga, fatta eseguire”. Accuse non ce ne sono, ma il Questore trasmette alla Procura Generale copia dei rapporti inviati al Prefetto. La procedura é scorretta, ma serve a costruire prove false. Si giunge al punto di denunciare gli autori di un manifesto che due settimane prima è stato considerato del tutto legale. I lavoratori scoprono un provocatore, ex agente di PS, e lo espellono, ma l’uomo riappare nell’elenco degli iscritti, “ritoccato” dopo il sequestro, e in Tribunale fa la sua parte nel ruolo di falso testimone. Il Questore dà credito ai confidenti e si cerca un’imbarcazione “comandata da un maltese, che dovrebbe arrivare dall’Albania con armi da sbarcarsi lungo la marina di Licata e Porto Empedocle”. Nessuna la trova e due perquisizioni senza mandato non bastano a tirar fuori il carico di armi. Una “velina” della Questura trova, però, spazio su giornali compiacenti e crea un clima di tensione giustificato dalla “necessità di opporsi con energia al movimento che nelle presenti condizioni economiche e morali di queste basse classi sociali, potrebbe da un momento all’altro prendere un carattere apertamente sedizioso e gettare la città […] in preda allo scompiglio”.

    Occorrono, scrive il Prefetto, imputati “deferiti al potere giudiziario sotto il titolo di Associazione di malfattori”. Creato l’allarme nella popolazione, scatta la trappola. Il solito confidente consegna alla Squadra Politica un piano misterioso che prevede la sollevazione sincronica di Palermo, Messina e Napoli. La rivolta, si dice, inizierà con “incendi dolosi appiccati nella notte”. Quando un sarto del sindacato torna da Palermo, lo aspetta la Squadra Politica che lo arresta. In città, intanto, il Questore, avuta “notizia sicura che gli incendi si sarebbero praticati nella nottata mediante petrolio e acqua ragia coi quali si sarebbero intrisi gli stoppacci accesi gettati negli scantinati”, mette in moto “pattuglie che percorrono la città in tutti i sensi con ordine di fermare, perquisire e arrestare”. Alle due sono presi due individui. “Perquisiti nella persona”, guarda caso, hanno con sé due bottiglie di acqua ragia e un manifesto con la scritta a mano: “Viva la rivoluzione sociale”. Due terroristi e due bottiglie di acqua ragia sarebbero ben povera cosa per una rivoluzione, ma la Questura sostiene che i mille compagni, impauriti, si sono ritirati. Tanto basta per portare in tribunale l’intero sindacato. Nella fretta, la Questura sbaglia la data dell’arresto e anticipa d’un giorno la rivolta, ma i giudici lasciano correre. La fantomatica rivolta non c’è stata, ma due bottiglie d’acqua ragia e le chiacchiere del sarto che si “pente” spediscono in galera decine di sindacalisti.

    Al processo la condanna è già scritta. Tutto si basa su insinuazioni di anonimi confidenti di fiducia della Questura. La difesa chiede di interrogarli, ma il giudice rifiuta: la informazioni, afferma, “se avute da confidenti, trovano riscontro negli atti”. E tanto basta. Due bottiglie di acqua ragia e dei confidenti. I due “terroristi” negano e l’acqua ragia può essere strumento di lavoro. Nessuno li ascolta. Degli agenti che testimoniano, uno è colto con un foglietto da cui legge appunti e nomi d’imputati; un altro manda su tutte le furie il giudice che lo interroga perché ricorda “cose molto differenti da quelle risultanti nella deposizione scritta”. Un ispettore, infine, messo alle strette dalla difesa, ammette che gli imputati non sono sovversivi pericolosi. Il giudice, preoccupato, scrive allora al Questore per fargli “raccomandazioni sul contegno di funzionari e agenti che dovranno essere intesi, non potendo in caso contrario garantire l’esito del processo”. Preoccupato è anche il Capo del Governo che intervenuto personalmente e indebitamente, “raccomanda di sollecitare il più possibile il pronunciato della Camera di Consiglio, ritenendo opportuno lo scioglimento del sindacato”. In quanto al sarto, testimone chiave, ritratta le dichiarazioni rese in istruttoria e narra la storia di durissimi interrogatori di lunghi digiuni e della privazione dell’acqua. Accusa la polizia di averlo drogato e convinto a firmare una dichiarazione falsa e già preparata. Dopo un’altalena di violenze e lusinghe, avrebbe ceduto in cambio di 500 lire, un passaporto e la sistemazione delle figlie. Non mente. In archivio c’è la ricevuta della cifra pattuita e la firma di un ispettore. Il processo è una farsa, ma una valanga di condanne si abbatte sul sindacato, che è disciolto, mentre i sindacalisti sono spediti in galera.

    È un caso classico, ma ce ne sono veramente tanti. Quando l’Italia dei padroni, interessati a vendere armi, sceglie la guerra, dopo Sarajevo, l’ostacolo sono gli operai antimilitaristi. A giugno del 1914 l’esercito liquida il conto, sparando sui lavoratori. A Napoli sono ammazzati quattro dimostranti. Due giovani vittime sono operai di 16 anni. La polizia e i bersaglieri negano ogni addebito: hanno sparato una sola volta per legittima difesa. E poiché i quattro morti e un ferito sono trovati in due strade diverse, a Vico Spicoli e a Vico Croce, si falsificano gli atti. Il ferito è immediatamente arrestato e “per imperiose ragioni di ordine pubblico”, un morto viene nascosto “nella sala mortuaria del Trivio”, il cimitero ebraico, sicché per giorni la povera madre cercherà invano il figlio ucciso. Si prende tempo per concordare una versione comune tra i commissariati di quartiere. “Prego redigere un unico rapporto ribadente questo unico punto di vista”, scrive il Questore ai dipendenti: “c’è stato un unico conflitto a fuoco […]. Confido nella solerte abilità ed attendo un preciso rapporto per il quale è opportuno prendere accordi col Colonnello che comandava la truppa”. Un giudice non ci sta: “L’esame necroscopico e gli accertamenti generici escludono che uno degli operai sia morto con gli altri”, ma tutto finisce in archivio, anche la verità narrata da un veterinario, finito in ospedale per uno scontro a fuoco in cui è morto un lavoratore. La via dei tumulti non è quella indicata dalla Questura.

    Maroni può dire ciò che vuole, ma le cose stanno così: tra il 1948 e il 1966 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici sono stati giudicati “perseguitati politici”. In Archivio ci sono ancora i telegrammi della polizia repubblicana che pedina Gaetano Arfè, partigiano e storico di prestigio e Giorgio Napolitano, oggi presidente della Repubblica. Il Ministro di storia non s’intende, ma può controllare. Sandro Pertini, altro presidente della Repubblica, è ancora schedato come malfattore. Lo tenne prigioniero a Ventotene un “camerata del noto La Russa”, per dirla col linguaggio dei questurini: Marcello Guida, direttore della colonia penale fascista di Ventotene, ove fu prigioniero anche Terracini, che poi firmò l’originale della Costituzione, nella quale i missini come il ministro La Russa non si riconoscevano. Bene, Maroni non se ne ricorderà, ma si informi, il 12 dicembre del 1969, quando una bomba fascista fece una strage a Milano, capitale della sua inesistente Padania, il Questore che coordinava le indagini era proprio lui, il fascista Marcello Guida. Fu lui a informare gli italiani che l’attentato era opera dei soliti anarchici insurrezionalisti. Pochi giorni dopo il povero Pino Pinelli, accusato dell’attentato senza alcuna prova, volò dal quarto piano della Questura retta dal Guida. Questo alto funzionario fascista, incredibile Questore della Milano antifascista, aveva fatto bene il suo lavoro. Stavolta non si trattava di montare un processo. No. Il compito era di smontarlo per coprire i camerati.

    Si potrebbe continuare a lungo. Ma a che serve? Maroni e soci tengono ben coperte le verità che scottano e invano gli studiosi chiedono di cancellare il segreto di Stato. Il Ministro ha altro da fare. Non è la verità che va cercando. Punta alla solita montatura sui soliti anarchici. Per ora ha creato i colpevoli e li ha indicati all’opinione pubblica. Poi verrà il reato. Quale? Un po’ di pazienza. Come troveranno un sarto pentito, ce lo faranno sapere.

    Viva la Comune

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    Predefinito Rif: Come si costruisce un 7 aprile

    Movimento studentesco, movimento operaio e stato di polizia

    di Fosco Giannini*

    su l'Ernesto Online del 22/12/2010


    *Direzione nazionale PRC, Coordinatore nazionale de l'Ernesto

    Potremmo mettere a fuoco due punti entro i quali collocare l’odierna, ultima, degenerazione iperliberista, antidemocratica, reazionaria del governo Berlusconi. Il primo punto è il seguente: la deputata Catia Polidori, già entusiasta sostenitrice di Fini e di “Futuro e Libertà”, nel giorno della fiducia alla Camera, lo scorso 14 dicembre, decide “improvvisamente”, uscendo da dietro una tenda dell’Aula ove s’era vergognosamente nascosta, di votare “no” alla sfiducia al governo. Sino alla sera del 13 dicembre Fini era sicuro che l’onorevole Polidori avrebbe assunto la linea della sfiducia a Berlusconi. Viceversa, il voto della Polidori è uno dei tre che salvano il governo delle destre. Perché la Polidori cambia idea tanto celermente? Perché tradisce Fini dove essere stata una delle più appassionate fondatrici di “Futuro e Libertà”? Perché la deputata in questione è cugina del presidente nazionale del CEPU, l’università privata on-line alla quale Berlusconi ha promesso e garantito 36 milioni di euro di contributi statali. Ed è stato lo stesso finiano Luca Barbareschi a denunciare il fatto e dichiarare alla stampa che “ la Polidori è stata minacciata dai berlusconiani, i quali le hanno chiaramente detto che se non avesse votato il “no” alla fiducia le sue aziende di famiglia avrebbero chiuso”.

    E’ l’iperliberismo che vince, che segna sia i berlusconiani che i finiani, verso i quali troppo celermente e sciaguratamente pezzi importanti del PD si sono rivolti con le braccia aperte.

    Il secondo punto ove collocare l’attuale e molto oscura traiettoria politica berlusconiana è l’ “editto Gasparri”, secondo il quale è giunta l’ora dello stato di polizia.

    Tra il caso Polidori e il ghigno fascista di Gasparri scorre e si costituisce un intero progetto sociale e politico: la distruzione totale di ciò che resta del welfare, della scuola pubblica, attraverso la repressione militare.

    Chi è sceso in campo per difendere la Gelmini ha urlato ai quattro venti che nel suo decreto legge non vi sarebbero spostamenti economici rilevanti verso le scuole e le università private. E’ vero, parzialmente vero: nel decreto Gelmini vi è “solo” il progetto di distruzione della scuola pubblica, vi è “solo” l’attacco finale ai precari, agli insegnanti e ai lavoratori scolastici; un attacco alle condizioni degli studenti e un’offensiva dal carattere fascista e incivile contro gli alunni portatori di handicap, ai quali è sottratto tutto: dagli insegnati di sostegno, ai mezzi tecnici alla dignità.

    La sottrazione di fondi verso la scuola e l’università pubblica e il loro spostamento verso le scuole e le fondazioni private, è vero, sono contenute nella Legge 133 ( la Finanziaria Tremonti – l’uomo “di sinistra” che piaceva al centro sinistra, che leaders del centro sinistra avevano persino proposto come capo di un ipotetico governo di transizione – votata lo scorso 28 agosto). E’ in tale Legge che si decreta lo spostamento di 450 milioni di euro dall’università pubblica alla formazione privata, dopo aver già spostato 380 milioni di euro dalla scuola pubblica a quelle cattoliche e dei privati. E tutto ciò assommato – occorre ricordalo – ai 500 milioni di euro che ogni anno si spendono solo per la guerra in Afghanistan e ai 600 milioni di euro per il riarmo filo NATO e filo – americano degli ultimi tre anni.

    E’ del tutto evidente che l’attacco del governo Berlusconi e del capitale italiano alle condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie è generale e non è portato solo contro la scuola e l’università pubblica: basterebbe ricordare le condizioni della classe operaia italiana : 5 milioni di lavoratori in tuta blu che tribolano nelle fabbriche, che patiscono il più alto tasso di infortuni dell’intero mondo del lavoro; che subiscono il più alto tasso oggettivo di sfruttamento padronale; sui quali si allarga a macchia d’olio la precarizzazione; che, in condizioni lavorative spesso ottocentesche ( quelle degli operai della Tyssen Krupp sono più una regola che un’eccezione, non solo nelle fonderie e nella siderurgia); sui quali si sta abbattendo il “ciclone Marchionne”, che punta a rompere anche con la Confindustria per inventarsi un contratto di lavoro operaio da mondo schiavizzato; contro i quali, nel 2010, si è lanciata la scure della cassa integrazione di massa, che ha portato a 600 mila – sino al novembre 2010 – i cassaintegrati operai; che ha portato ognuno di questi 600 mila cassaintegrati di fabbrica a perdere 7.600 euro di salario annuale, 8 mila a fine 2010. Come dire: sotto la possibilità della sopravvivenza e vicini alla linea della miseria.

    Ed è a partire da ciò che possiamo considerare “conseguente” – quanto inquietante e reazionario – il progetto di costruzione di uno stato di polizia che – espresso con più vigore e protervia da parte di Gasparri – è sostenuto con la stessa determinazione da La Russa, Alemanno e dall’intero governo Berlusconi.

    Il movimento studentesco era già stato definito da Gasparri di “stampo terrorista”; poi, il capogruppo PDL al Senato, tirando fuori dal proprio vecchio intestino di picchiatore fascista la violenza propria dei più genuflessi servitori dei padroni, ha teorizzato e chiesto – sostenuto dal ministro dell’Interno Maroni, “ gli arresti preventivi per gli studenti” e un allargamento ( di stampo pinochettista) del DASPO ( il divieto di accedere alle manifestazioni sportive). Rievocando con ciò, non sappiamo se consapevolmente o meno – ma, mai come in questo caso, il confine tra consapevolezza e inconsapevolezza è incerto – il Testo di Pubblica Sicurezza del ventennio fascista del 1926, quello che contribuì a dar corpo al regime repressivo e reazionario di Mussolini; quel Testo che faceva scattare le misure di prevenzione solo in base ai sospetti e alle delazioni anticomuniste, antisocialiste e antidemocratiche, che violava ogni diritto nella misura in cui non richiedeva più l’accertamento delle responsabilità dirette per fatti considerati reati dalla Legge. Ed è da questo punto di vista che va letto l’ennesimo attacco .- quello di questi giorni - di Gasparri e di Berlusconi alla Magistratura, rea di esercitare il Diritto e le sue garanzie di base. E’ dal punto di vista dell’ “esigenza” reazionaria degli odierni Farinacci (Gasparri col manganello in mano; Maroni che attacca la Magistratura come fosse un agente del Nuovo Piano Gelli; Alfano che contro la Magistratura ordina ispezioni ministeriali come poteva fare un Videla qualsiasi) che va letto il tentativo congiunto governo-padroni di liberarsi dei lacci e laccioli che vengono dalla Magistratura, dalla Legge, dalla Costituzione.

    I racconti degli studenti arrestati il 14 dicembre e poi rilasciati dalla Magistratura ricordano in tutto e per tutto gli orrori di Genova: “ Ci tenevano al gelo – hanno raccontato – senza bere né mangiare, né poter andare in bagno. Chi chiedeva un po’ d’acqua o si lamentava per le ferite aperte, per le botte prese dalle forze dell’ordine, veniva deriso, minacciato, di nuovo picchiato. Ricordatevi di Bolzaneto – ci dicevano. Per 14 ore, nel centro di identificazione di Tor Cervara, abbiamo subito ogni tipo di angheria e di terrorismo psicologico, con la consapevolezza che laggiù, in quella specie di carcere, di spazio vuoto sospeso nel nulla, lontani da tutto e da tutti, ci sarebbe potuto accadere ogni cosa”.

    E’ lo stile repressivo genovese, che torna e che essendo già utilizzato come apertura della campagna elettorale delle destre per le prossime e probabilmente vicine elezioni ed essendo volto ad organizzare consenso nella paura, nell’inconsapoevolezza e nel perbenismo di massa, è destinato ad accentuarsi nella sue forme violente nelle piazze, nei suoi attacchi concreti e propagandistici contro la Magistratura e il Diritto e nella sua stessa proposta generale di costruzione di uno stato di polizia, un ordine poliziesco considerato, come il razzismo, “popolare”, portatore di consenso e di voti.

    Il tentativo di demonizzazione del movimento studentesco – dopo quello, praticato su vastissima scala, della FIOM – è l’altra faccia della medaglia reazionaria: repressione di stato contro i

    “terroristi”. E in pochi sono coloro che – sul piano pubblico – hanno il coraggio di indicare un pericolo centrale, un tumore della democrazia: il ruolo e la presenza dei provocatori all’interno del movimento. E’ stata la stessa Anna Finocchiaro , capogruppo PD al Senato ( non sospettabile, certo, di tendenze bolsceviche) che ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sugli scontri romani del 14 dicembre, che ha chiesto di far luce sull’eventuale presenza organizzata tra i manifestanti di agenti provocatori. Ed è stato addirittura il leghista Bricolo ad affermare con inconsueta nettezza che

    “ coloro che hanno diretto le devastazioni e messo a rischio, nella manifestazione di Roma, sia i manifestanti che le forze dell’ordine, non erano studenti”.

    Si sa: come a Genova, come nell’intera storia delle lotte del movimento operaio e studentesco, per le forze “nere” che percepiscono lauti stipendi statali e privati al fine di provocare, far demonizzare e svilire le lotte di massa e spostare sul terreno della violenza pezzi del movimento, quello delle piazze piene è il tempo in cui si torna, mascherati, al lavoro.

    Le lotte di questi mesi della FIOM, della classe operaia, le lotte del movimento studentesco italiano ( che non sono di oggi, ma in campo da oltre due anni), unite alle lotte in Inghilterra, in Francia, in Grecia, in Portogallo, ci dicono che un nuovo inizio è possibile.

    Ciò che occorre in Italia è che i comunisti e le forze della sinistra, la stessa Federazione della Sinistra, siano in campo davvero; che assumano sino in fondo la concezione secondo la quale è lì, nelle piazze, nel movimento di lotta generale, che i comunisti e la sinistra possono far crescere la loro massa critica sociale e politica e con questa massa critica accresciuta partecipare alla lotta – sociale, ma anche elettorale - contro le destre.

    Oggi, per i comunisti e le forze della sinistra, per la FDS, occorre come il pane una parola d’ordine semplice quanto efficace: ogni piazza un presidio democratico permanente contro lo stato di polizia nascente. In ogni piazza d’Italia un gazebo permanente (accanto al quale sventolino, sempre, anche le bandiere rosse con la falce e il martello) contro le teorie repressive e militari del nefasto e truculento quartetto Gasparri – Mantovano - Maroni – Alfano.

    E’ così, nelle lotte, nelle piazze, nel vivo del conflitto che dobbiamo avviare, noi comunisti, il processo per l’unità dei comunisti e per la “ ricostruzione del Partito Comunista”. Ed è così, in quel fuoco, che va rilanciata la Federazione della Sinistra e costruita l’unità della sinistra di lotta e di cambiamento.

    Il tempo che viviamo è buio, e quest’oscurità ne ricorda altre. Era Pietro Calamandrei, in uno splendido scritto pubblicato nella rivista “ Scuola democratica”, il 20 marzo del 1950, a scrivere :

    “Facciamo l’ipotesi che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la Marcia su Roma e trasformare l’aula parlamentare in un alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza, in queste scuole; c’è sempre stata, persino sotto il fascismo. Allora il partito dominante segue un’ altra strada. Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, a impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi di andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche a quelle private. In quelle scuole private gli esami saranno più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa privilegiata... Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: rovinare le scuole di Stato, lasciare che vadano in malora; impoverire i loro bilanci; ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza ed il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole privare denaro pubblico. Questo è il punto: dare alle scuole private denaro pubblico”.

    L’articolo di Calamandrei sembra scritto oggi: coglie l’odierno rapporto tra l’attuale capitalismo italiano (che invece di investire, per vincere la concorrenza e conquistare mercati, sulla tecnologia e sulla formazione, punta all’abbattimento del costo del lavoro) e la distruzione delle scuole e delle università pubbliche, chiarendo il fatto che la formazione, oggi, è snobbata, rimossa, sia dal liberismo politico che dalle strategie del capitale.

    Ma le riflessioni di Calamandrei ci dicono anche tutta la giustezza delle lotte del movimento studentesco, che proprio perché tendono a mettere in discussione il piano generale dell’Unione europea liberista, delle destre di governo e del capitalismo; proprio perché, unendosi alle lotte operaie, puntano ad un altro futuro, sono demonizzate e represse dal potere. Che contro esse gioca il tutto per tutto, mettendo in campo non solo la violenza repressiva, ma anche il gioco ambiguo, oscuro e storico dell’inquinamento dei movimenti attraverso agenti provocatori propri. Assoldati dallo Stato e dai padroni.

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    Predefinito Rif: Come si costruisce un 7 aprile

    Ecco il piano autoritario del governo

    Scritto da Luigi De Magistris
    Mercoledì 22 Dicembre 2010 225

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    di Luigi De Magistris.

    Quale sarà la prossima mossa del Governo per accelerare la realizzazione del piano di rinascita autoritario che sta consolidando nel Paese? A che cosa stanno pensando – su mandato di Silvio Berlusconi e dei poteri occulti e meno occulti dei quali è espressione e garante – i ministri degli interni, della difesa e della giustizia con il supporto dell’esecutivo e di pezzi delle istituzioni?

    In primo luogo, devono scongiurare che importanti indagini della magistratura in svolgimento individuino la rete piduista che governa, di fatto, parte del Paese.

    Il popolo non deve sapere che cricche corrotte e in parte mafiose stanno governando e mortificando le istituzioni. La conoscenza dei fatti produce pensiero libero che potrebbe divenire critico e, quindi, dissenso.
    In secondo luogo, devono fare in modo che ogni questione democratica diventi questione di ordine pubblico. L’ansia di insicurezza sociale – radicalizzata dai media controllati dal regime – per considerare l’immigrazione come questione che attiene alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico. Questo serve per acquisire consenso sociale presso quella parte del Paese che ha paura e che si piega su posizioni egoiste.

    La questione del lavoro e del rapporto con il capitale, il conflitto sociale e la lotta di classe degli operai, va inquadrata come preludio di infiltrazioni estremistiche tra i lavoratori. La manifestazione della FIOM e le posizioni della CGIL come radicalizzazione del conflitto che genera mostri e, quindi, presentare la piazza come luogo pericoloso.

    Le lotte del popolo abruzzese e dei cittadini campani – distrutti dalle pratiche emergenziali con le quali le cricche gestiscono le calamità naturali e le emergenze ambientali – devono essere represse con i manganelli. Le manifestazioni degli artisti e del mondo della cultura colpite con la repressione.

    L’arresto della cultura che viene anche uccisa con la privazione di risorse. La cultura è pericolosa per il piano piduista, la gente non deve pensare, si deve omologare, deve essere conformista e seguire la strada del pensiero unico. Le lotte degli studenti – anche di professori e ricercatori – devono essere fermate, oggi come a Napoli e Genova nel 2001.

    Alle forze dell’ordine si ordina di sgomberare scuole e università. Arresti e fermi di giovani in vorticoso aumento. Devono scongiurare la crescita del movimento studentesco e magari la sua saldatura con le lotte dei lavoratori, operai in primis. Il raccordo con i precari e i disoccupati, la contaminazione tra coloro che hanno capito e si vogliono ribellare a un regime classista che sta uccidendo la democrazia.

    Il regime sta pensando di passare a un’altra fase. Non è più sufficiente l’utilizzo del solo potere disciplinare per piegare chi si oppone legittimamente agli abusi del potere; non basta più l’utilizzo illegale delle norme per piegare servitori dello Stato e dissidenti. Non basta più la violenza morale e della carta da bollo. Stiamo passando alla strategia della tensione, seppur in una fase ancora embrionale.

    Devono dimostrare che il dissenso è esercitato in forme criminali e che le lotte sono condotte in modo violento, da parte di sovversivi.

    L’obiettivo è quello di ribaltare la verità – della normale devianza - nascondere che i veri eversori dell’ordine costituzionale sono proprio i governanti. Stanno preparando il terreno per presentare provvedimenti normativi di urgenza che diano poteri speciali, consolidino lo stato di eccezione già sperimentato a L’Aquila, sospendano diritti costituzionali insopprimibili in modo democratico.

    Bisogna tenere gli occhi spalancati; conosciamo la tenuta democratica della stragrande maggioranza delle forze dell’ordine che eviteranno di essere utilizzate quale strumento per abbattere la democrazia. Ma non basta.

    Stanno lavorando per costruire uno stato d’eccezione, consegnare poteri speciali alle forze dell’ordine e agli apparati di sicurezza, sospendere diritti, limitare il diritto di associarsi e manifestare.

    Utilizzano il pretesto della violenza che mette a rischio il Paese. Hanno paura, vogliono solo difendere il loro potere istituzionale, politico ed economico.

    Stiamo entrando nella fase più pericolosa, tenuto conto anche dell’instabilità del quadro politico.

    Chi lotta per i diritti, per la Costituzione e per la democrazia possiede la ragione delle idee e il plusvalore della passione. Si deve isolare ogni forma di violenza fisica per evitare che venga utilizzata dal Governo per approvare decreti legge – sui quali stanno ragionando - che sospendano diritti democratici, si deve vigilare sulle infiltrazioni di pezzi deviati delle istituzioni e realizzare l’unità del centro-sinistra e manifestazioni di massa che tengano lontani gli strateghi della tensione che lavorano per dividere il fronte democratico, consolidare la borghesia mafiosa e narcotizzare il popolo.



    il manifesto - 21 dicembre 2010.

    Tratto da Buon Natale a tutti! - Luigi de Magistris | Il Blog.

 

 

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