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    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Dossier Antonio Di Pietro

    LA CIA è VICINA! - LEDEEN: “DI PIETRO CENÒ DA ME”. E LUTTWAK: “FU MIO OSPITE” - LA RICOSTRUZIONE DEL VIAGGIO CHE L’EX LEADER DI MANI PULITE FECE A WASHINGTON NEL ’95 - LO STORICO E IL POLITOLOGO, DUE TIPINI SEMPRE DETESTATI DALLA SINISTRA PER ILORO LEGAMI CON I SERVIZI, OGGI SI "GIUSTIFICANO" COSì: LO INVITAMMO PERCHÉ ERA UNA PERSONA IMPORTANTE...

    Maurizio Caprara "Corriere della Sera"

    La visita evocata da suoi detrattori per insinuare l'esistenza di una regia della Cia dietro Mani pulite è ricordata da più d'una delle persone che accolsero a Washington Antonio Di Pietro. Era il 1995. L'anno prima che l'ex sostituto procuratore delle inchieste sulle tangenti entrasse in politica, quando l'attuale presidente dell'Italia dei Valori non aveva ancora accettato un ministero nel governo Prodi dopo aver respinto precedenti offerte di Silvio Berlusconi. I due americani che "il Giornale", testata del fratello del presidente del Consiglio, ha indicato ieri come i promotori di due conferenze tenute da Di Pietro ne parlano senza difficoltà.


    «Venne a cena da me. Avevamo a casa soprattutto un gruppo di avvocati», rammenta Michael Ledeen, il quale aveva invitato Di Pietro a tenere un discorso American Enterprise Institute, centro studi vicino ai repubblicani. «Incontravamo tutte le persone importanti, sulla stampa. E abbiamo invitato Di Pietro», dice Edward Luttwak, il quale lo ebbe ospite per una conferenza al Centro di studi strategici internazionali.


    In sé, non ci sarebbe nulla di strano. Ma i due personaggi citati dal "Giornale" sono sgraditi all'elettorato di sinistra senza casa in seguito al crollo di Rifondazione e Pdci che Di Pietro ha interesse ad attrarre nelle regionali. "Libero" ha attaccato l'ex pubblico ministero attribuendogli «foto difficili da spiegare» con «sbirri e servizi» in Italia.

    Per presentare i due americani, "Giornale" ha fatto notare: «(...) sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue intercettazioni di intelligence, nell'inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo Repubblica, d'aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi (...)».

    La parola ai due. «Di Pietro veniva a Washington per incontrare i funzionari, io l'ho invitato», racconta al "Corriere" Luttwak. Quali funzionari? «Del governo. Non l'ho trasportato io dall'Italia. il Era a Washington», risponde. Aggiungendo: «Sono stato con Di Pietro durante il ricevimento. L'ho visto quell'unica volta». Poi, con una risata: «Io non ho complottato per la caduta dell'Impero della Repubblica. Avrei dovuto».


    Perché? «Su un punto Di Pietro ha le mie simpatie. Su una delle mille controversie in cui si è messo, gli dà ragione chiunque dal nostro lato dell'Atlantico: Craxi, celebrare un fuorilegge. Uno che era primo ministro, e faceva arrestare la gente per il rubare una mela, diventa fuorilegge e viene celebrato. Questo crea confusione morale. E Di Pietro ha ragione, gli altri torto». Autore di un «manuale» intitolato "Strategia del colpo di Stato", Luttwak non ha mai amato la parte politica oggi avversaria di Berlusconi.

    Interprete tra Ronald Reagan e Craxi in una ruvida telefonata del 1985, mentre il secondo rifiutava la consegna dei sequestratori dell'Achille Lauro, Ledeen ricorda così con il Corriere la visita di Di Pietro: «Era a New York a studiare inglese e voleva venire a Washington. Lo invitammo all'American Enterprise, incontro pubblico. Poi a cena si parlò di legge. Gli demmo buon cibo, vino rosso, grappa e disse che non avrebbe immaginato di stare così bene a Washington». Gli Usa lo spinsero alla politica? «E perché? Non era affare del mio Paese».


    Ambasciatore d'Italia a Washington allora era Boris Biancheri. Di Pietro fu suo ospite a pranzo. Spiega Biancheri: «Era l'uomo del momento. In complesso, però, negli Usa non fu accolto come un liberatore. Il crollo di Craxi era stato visto con preoccupazione». Un dettaglio che oggi si trascura: come sottolineò nel 2002 l'ambasciatore di sede a Washington nel 1985, Rinaldo Petrignani, Craxi e Reagan poi superarono («Amici come prima») la crisi di Sigonella. Biancheri: «Craxi, negli Usa, era quello con il merito di aver installato i Cruise».

  2. #2
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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    DI PIETRO NELLE MANI DELLA CIA? UN VECCHIO SOSPETTO IN UN LIBRO DEL 1995.
    Di Pietro Sigaro

    Dal libro di Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono «L'anno dei complotti», Baldini&Castoldi, Milano 1995: (pagina 83)
    «Il giornalista Francesco D. Caridi [...] ha scoperto un particolare importante circa il possibile coinvolgimento di ambienti statunitensi nell'attacco a Craxi. In occasione di una festa a Los Angeles in onore dell'allora presidente del Consiglio italiano [proclamato Uomo dell'Anno dalla NIAF], uomini d'affari legati a Frank Stella, il ricchissimo presidente della più autorevole organizzazione di italo-americani, si incontrarono con uomini del Dipartimento di Stato. Uno dei funzionari del governo USA, in quella occasione fu udito dire, in riferimento a Craxi: "Questo lo facciamo fuori presto". Era il 1987. Quattro anni dopo scoppiava Mani Pulite, un'operazione che evidentemente era iniziata molto prima.»

    Nota degli stessi Autori: «Nel febbraio del '95 è stato reso noto un rapporto della Cia di dieci anni prima in cui gli spioni americani prevedevano già oltre alla svolta democratica del Pci, il dissolvimento della Dc e il ritorno della destra».

  3. #3
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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    La Parenti sicura: «È nei servizi segreti»

    di Mariateresa Conti
    lunedì 18 gennaio 2010

    «La provenienza di Antonio Di Pietro è in una struttura parallela ai servizi segreti. Di Pietro su questo non ha mai fatto chiarezza...».
    Le parole sono attualissime. E chi parla, l’ex pm di Mani pulite, ex deputato ed ex presidente della Commissione anfimafia, Tiziana Parenti, è una voce più che autorevole. Solo che la dichiarazione riportata non è affatto attuale. Anzi, ha ben tredici anni. Tredici anni durante i quali quelle denunce, di Titti “la Rossa” ma non solo, sugli oscuri legami tra Tonino e i servizi segreti sono rimaste lettera morta. E tali, forse, sarebbero rimaste sino ad ora, se il leader Idv, tentando di giocare d’anticipo, non avesse gridato al complotto sul suo blog.
    Ma c’erano, c’erano eccome le denunce, su quei rapporti, alquanto anomali per un magistrato, con i servizi. Già 13 anni fa, appunto. È il settembre del 1996. A dare la stura, l’allora presidente del Cnel Giuseppe De Rita, che dalle colonne del Tempo lancia l’allarme che provoca un putiferio: «Da Tangentopoli e dalla vicenda mafiosa stiamo uscendo con un apparato di potere costituito dall’intreccio tra pubblici ministeri, polizia giudiziaria e forse servizi segreti incontrollabile e incontrollato che ci deve preoccupare». Un allarme grave, subito raccolto dall’onorevole Parenti, che cita espressamente Di Pietro in un’intervista al Tg delle 20 di Telemontecarlo. La Parenti conferma la contiguità dell’ex pm - nel frattempo ministro di Prodi - ai servizi segreti: «La sua provenienza – dichiara – come risulta a Brescia, è in una struttura parallela ai servizi segreti. Su questo Di Pietro non ha mai fatto chiarezza». I tempi televisivi sono tiranni. All’agenzia di stampa Ansa, invece, Titti dice un po’ di più. Afferma di essere pienamente d’accordo con De Rita e spiega che la «connessione» tra pm, polizia e servizi segreti deriverebbe da «una politica scientifica» del Pci, che «sin dalla fine degli anni ’60» avrebbe «allevato una certa magistratura e politicizzato la polizia».
    È una bagarre. I giornali ne parlano per giorni. La sinistra insorge, Di Pietro minaccia querele e poi denuncia. Ma qualche anno dopo, a febbraio del 2000, il tribunale di Bergamo gli dà torto e sentenzia: non luogo a procedere.
    Tre mesi dopo l’analisi della Parenti si fa ancora più dettagliata. Dalle colonne di Repubblica, sentita da una giornalista di punta del quotidiano di Scalfari, l’attuale direttora dell’Unità Concita De Gregorio, Titti la Rossa «spara – parola di Concita – colpi di cannone». Contro tutti: Scalfaro, il Pds, Borrelli. E Di Pietro. «Quello che dico – afferma – è tutto documentato in carte riservate in possesso della procura di Milano. Basterebbe indagare partendo da una domanda semplice: perché è cominciata Tangentopoli? Cos’è successo nella procura di Milano dal ’90 al ’92?». La Parenti è un fiume in piena: «È successo – continua – qualcosa a cui le indagini del Gico sono arrivate molto vicino, ed è per questo che le vogliono fermare. È successo che prima di Mario Chiesa c’erano altri, e in particolare un imprenditore che aveva, non so a che titolo, colloqui stretti con Di Pietro e che lo teneva in contatto con certi ambienti, per così dire, ambigui, in Italia e Oltreoceano».
    Ambienti ambigui? Oltreoceano? L’onorevole Parenti racconta un viaggio negli Usa, contatti con la Cia. Dice che Di Pietro, attraverso l’imprenditore suo amico della quale la Parenti non fa il nome, entra in contatto «con ambienti del dipartimento di giustizia Usa». E che nei mesi che intercorrono tra l’arresto di Mario Chiesa (febbraio ’92) e l’entrata nel vivo di Mani pulite «va in America. La Cia – aggiunge – voleva far fuori il Psi e certa parte della Dc, perché non più affidabili. Caduto il muro di Berlino, crollato il comunismo, bisognava fare piazza pulita della vecchia classe politica e il Pds poteva essere un interlocutore affidabile. Allora Di Pietro va, e ottiene la legittimazione. La sua rete di rapporti, in Italia, è pronta».
    Anche questa volta è un putiferio. Di Pietro querela l’ex collega pm e la giornalista. La Camera fa scudo, sostiene che quelle dichiarazioni sono protette dall’immunità. E gli atti finiscono alla Consulta. La Parenti torna sul tema anche in altre occasioni, in dibattiti pubblici. Ma la sua voce resta inascoltata. Inascoltata. Ma perfettamente attuale oggi. A tredici anni di distanza.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    Quei viaggi di Di Pietro negli Usa

    di Gian Marco Chiocci
    lunedì 18 gennaio 2010

    Le trasferte al centro di polemiche sin dagli anni ’90. L'ex pm sul blog: "Non sapevo di essere ToninoSuperbond"

    Roma - L’uscita a sorpresa di Antonio Di Pietro («c’è un dossier su di me, vogliono far credere, utilizzando alcune foto del tutto neutre, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia») ripropone temi già aspramente dibattuti ai tempi di Mani pulite, e anche dopo: quello del rapporto fra Tonino e i servizi segreti (la prima a parlare di possibile continguità con gli 007 fu l’ex pm Tiziana Parenti) e Tonino e gli americani che secondo antica vulgata avrebbero avuto un ruolo nella rivoluzione giudiziaria che disarcionò una classe politica incentrata su Craxi (nemico giurato dopo Sigonella) e Andreotti (considerato troppo filoarabo).

    Tonino ha sempre negato ogni insinuazione, smentendo di esser mai stato al soldo, e al servizio, degli americani. Lo fece con particolare enfasi dopo Mani pulite, il 25 giugno del 1996, allorché dovette giustificare il rinvio di una sua discesa in politica, con un proprio partito, rinvio assai criticato dal presidente del «movimento Mani pulite», Pietro Rocchini, che lo accusò di aver rinunciato a formare un proprio movimento politico a seguito di «pressioni americane». L’ex pm replicò dicendo che si trattava solo di un rinvio «a tempo debito» e che gli americani «non c’entravano niente con quella decisione» che di lì a pochissimo portò Di Pietro al ministero dei Lavori pubblici.

    All’ormai ex amico Rocchini che sul link Montenero-Washington e su alcuni viaggi di Tonino negli Usa aveva fatto allusioni, Di Pietro rispose per le rime: «Negli Stati Uniti, l’anno scorso, ho tenuto una conferenza al centro studi strategici internazionali di Washington solo per confrontare le normative dei due paesi nella lotta alla corruzione». Tenne a precisarlo, perché Rocchini quel cambio di rotta non l’aveva proprio capito: «Accadde nel luglio 1995 – racconta Rocchini - dopo la conferenza al centro studi (vietata ai giornalisti, ndr) insieme all’influente politologo americano Eduard Luttwak, lo sentii cambiato. Era come se negli Usa il nostro progetto di dar vita ad un movimento politico fosse stato accolto con freddezza. Da quel momento Di Pietro non parlò più di rinnovare la classe politica italiana... L’impressione fu che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti, anziché fuori...». Impressioni, niente di più. Il relatore della conferenza, Edward Luttwak, presentò Di Pietro come «un eroe per il 92 per cento degli italiani» ed espresse l’augurio «che uno degli uomini nuovi della Seconda Repubblica potesse essere proprio Di Pietro». Precedentemente, nel ’94, lo stesso Luttwak si disse certo della discesa in politica di Tonino a poche ore dalla decisione di abbandonare la toga: «Le dimissioni sono state un passo verso la normalizzazione della situazione politica in Italia. La giustizia deve procedere senza cedimenti verso i politici, ma ora forse ci sarà più chiarezza».

    A dar retta ai ritagli dell’epoca e agli archivi delle agenzie di stampa si scopre che una settimana prima Tonino aveva presenziato a un’altra conferenza, a cui gli organizzatori non volevano dare troppa pubblicità, all’American Enterprise Institute, un think thank conservatore di riferimento di tal Michael Ledeen.



    Sempre intorno al tandem Di Pietro-Usa, un anno e mezzo dopo, si rischiò l’incidente diplomatico per le rimostranze del sottosegretario Caputo (governo Berlusconi) all’attestato di stima rilasciato dal neoambasciatore statunitense Foglietta, appena insediato a Roma, nei confronti di Tonino: «So che di recente e sceso nell'arena politica e credo che farà bene. È un grande uomo».

    Sui viaggi e sui rapporti americani di Tonino si è favoleggiato sempre tanto, troppo, a volte solo perché appariva sospetta l’ansia di riservatezza esternata da chi invitava a Washington il politico molisano. E ovviamente nulla c’entra la precisa ricostruzione del settimanale il Diario che a febbraio 2002 documentò l’interessamento della Cia al fenomeno Mani pulite attraverso gli sviluppi dell’inchiesta «carceri d’oro».

    Azzardare frequentazioni sospette di Tonino con ambienti dei servizi segreti, italiani e/o americani, è ingeneroso e calunnioso in assenza di riscontri. Se solo si dovesse ragionare come ragiona qualche fan di Tonino (vedi la patente di mafiosità rilasciata al presidente del Senato, Renato Schifani, perché da giovane frequentava persone che solo anni dopo verranno accusate di reati di mafia) bisognerebbe ricordare che i competenti politologi Luttwak e Ledeen, quelli delle conferenze americane, sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue frequentazioni d’intelligence, nell’inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo il quotidiano la Repubblica, d’aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi di Niccolò Pollari, a rovesciare il governo iraniano in cambio di gas e petrolio. Solo per la cronaca.

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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    Dietro Mani Pulite agiva un servizio segreto straniero

    Un libro ricostruisce la storia. Verosimile il coinvolgimento di Antonio Di Pietro. L'autore parla di un colpo di Stato delle toghe.

    Salvatore Santangelo - 18/01/2010

    In questi mesi si rincorrono anniversari importanti, strettamente legati l'uno all'altro. Basti pensare a come la caduta del muro di Berlino e la fine della logica bipolare determinino la crisi della Prima Repubblica: gli equilibri che si erano preservati nella «costituzione materiale» saltano in aria. Infatti solo le logiche della Guerra Fredda e il rigido schematismo di Yalta potevano tenere insieme un simile sistema. Venuta meno questa «camicia di forza», una serie di spinte diverse si liberano da ogni condizionamento ed erodono la residua legittimità della Prima Repubblica, attaccandone in primo luogo la classe dirigente. Su questo argomento merita di essere citato un libro, non solo per un originale punto di vista (quello statunitense) su questi fatti, ma soprattutto perché a distanza di vent'anni nessuno ha pensato di tradurlo nel nostro Paese: The Italian Guillotine: Operation Clean Hands and the Overthrow of Italy's First Republic, di Stanton H. Burnett e Luca Manconi (Georgetown 1998).

    E la premessa del volume è proprio questa: gli autori pronosticavano infatti che pubblicarlo in Italia sarebbe stato praticamente impossibile perché proporre una ricostruzione dell'Operazione Mani Pulite non conforme alla versione ufficiale si sarebbe scontrata con una vera e propria sospensione della libertà di espressione.
    Alla premessa segue il teorema: «Un gruppo di magistrati altamente politicizzati, in larga maggioranza orientati a sinistra, agendo come pubblici ministeri, hanno usato una legittima inchiesta giudiziaria per perseguire, selettivamente, i loro nemici politici, ignorando o minimizzando misfatti simili dei loro alleati politici. L'investigazione di fondo è stata un'inchiesta su pratiche che erano andate avanti per decenni... I magistrati sono stati abbondantemente appoggiati da un gruppo di quotidiani e settimanali, tutti di proprietà di alcuni pochi grandi industriali che avevano una chiara posta in gioco nel successo del colpo di stato». Quindi quello che i magistrati hanno deliberatamente perseguito, sarebbe per gli autori un «colpo di stato». Si tratta di una tesi che, come sappiamo, solo recentemente ha avuto un certo credito (almeno nel centro-destra), così come l'ipotesi di un coinvolgimento di un servizio segreto straniero (tema, questo, tornato centrale dopo il presunto scoop sull'ex magistrato Antonio di Pietro).


    A questi argomenti, partendo proprio del libro di Burnett, Virgilio Ilari (professore di Storia delle istituzioni militari), ha dedicato una sua ricostruzione della storia recente del nostro Paese. Attraverso la metafora della Guerra civile (Ideazione editrice, 2001), Ilari giunge ad affermare che la stagione di Mani pulite - la liquidazione dei partiti democratici - fu un chirurgico atto di belligeranza: una deliberata soppressione della rappresentanza politica dei ceti medi declassati da cittadini a sudditi. Questo sullo sfondo di una rappresentazione mediatica in cui gli anni ottanta vengono dipinti come un peccaminoso Carnevale, seguito dalla giusta penitenza degli anni novanta; ma questo è un giudizio partigiano imposto dalla vulgata di una sinistra che, grazie a Craxi, era stata messa in condizione di non nuocere al Paese: la prosperità di quegli anni infatti era dovuta ad una netta impennata della capacità imprenditoriale diffusa, dall'adeguamento infrastutturale, dalla pace sociale e dal rango internazionale del Paese.

    Al contrario, in questi ultimi anni, l'incidenza dei salari sul Pil è diminuita di ben dieci punti e i sacrifici degli italiani sono stati sprecati per congelare - senza poterlo ridurre - il debito pubblico interno e contenere l'impatto sociale degli stessi sacrifici. Tutto questo, nella ricostruzione di Ilari, è stato possibile perché: «Non solo la nostra stampa, ma addirittura le nostre polizie e le nostre procure, pagate con i soldi dei contribuenti, sono diventate legalmente e alla luce del sole i terminali di sistemi offensivi eterodiretti, bisturi della nuova guerra geoeconomica contro le sgangherate muraglie della Fortezza Europa. I fatti hanno dimostrato che un'azione ben congegnata e portata a termine con spietata determinazione ha potuto cancellare in sei mesi un'intera classe dirigente europea facendo leva sul meccanismo giudiziario interno». Qualcosa che potrebbe accadere. Di nuovo.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    GARGANI: Falcone era preoccupato per il rischio di commistione tra i servizi segreti esteri e i giudici

    "Falcone mi manifesto’ tutta la sua preoccupazione che Mani Pulite potesse distrarre i magistrati dalla lotta alla mafia. Un fronte che non poteva essere lasciato scoperto nemmeno per un attimo. Mi disse, in particolare, di sospettare non solo qualche rapporto tra Cosa Nostra e i servizi segreti esteri, ma di temere che ci fosse anche una commistione tra l’attivita’ degli stessi servizi stranieri e la magistratura italiana, in particolare la Procura di Milano che in quel periodo si occupava dei finanziamenti illeciti ai partiti. Fenomeno che poi e’ andato sotto il nome di Tangentopoli. Falcone pensava che questo potesse portare ad un’azione giudiziaria non trasparente".



    Lo ha affermato l’eurodeputato del Pdl Giuseppe Gargani, che ha ricordato il colloquio che ebbe nel settembre del 1991 con il giudice Giovanni Falcone e raccontando all’Adnkronos come ando’ quella conversazione privata. "Allora ero presidente della commissione Giustizia di Montecitorio e avevo un rapporto frequente con Falcone. Lavoravo con lui alla stesura del decreto legge che poi porto’ all’arresto dei 41 boss di Cosa nostra". Allora Falcone convinse il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, un decreto legge (aprile 1991) che impediva la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare dei 41 boss condannati nel maxiprocesso.



    "Falcone vedeva delle zone d’ombra. Allora stava nascendo il fenomeno di Tangentopoli e sottolineava la necessita’ di aggredire la mafia per evitare che prendesse il sopravvento non solo in Sicilia. Falcone non parlava mai della sua vita in pericolo. Si mostrava sempre sereno. Forse era un atteggiamento che si era imposto. Comunque, dimostrava di essere sempre sereno e determinato ad aggredire la mafia. Falcone -dice- era preoccupato, lo ripeto, che i magistrati, in piena Tangentopoli, potessero essere assorbiti nel costruire teoremi, anziche’ impegnarsi ad aggredire effettivamente la mafia".

    PdL - Il Popolo della Libertà - GARGANI: Falcone era preoccupato per il rischio di commistione tra i servizi segreti esteri e i giudici

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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    L’autogol dell’ex pm Mette le mani avanti ma s’incarta da solo
    di Gian Marco Chiocc
    Il signor Antonio Di Pietro ieri ha inondato le agenzie di stampa e il suo blog di parole relative a un presunto dossier confezionato non si capisce bene da chi e venduto a non si capisce quale «solito giornale» (con la «g» minuscola). Un dossier-bidone, dice l’ex pm. Analizziamole insieme queste parole.
    Di Pietro: «C’è un dossier nel quale si vorrebbe far credere, utilizzando alcune foto del tutto neutre, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia».
    Senza scomodare l’infinita querelle sulla rapida ascesa di Tonino da semplice commissario di polizia a magistrato di punta del pool Mani Pulite, oppure i suoi trascorsi in uffici della Ustaa (ufficio di sorveglianza tecnica di armamento aeronautico, su cui si sofferma con dovizia di partcolari Filippi Facci nel suo ultimo libro), nessuno ha parlato di Di Pietro e la Cia, se non, ieri, lo stesso Di Pietro. A dir la verità qualcuno c’è che sul punto ha sollevato più di un interrogativo a cui Di Pietro non ha mai dato risposte e neppure minacciato querele. È Francesco Pazienza, celebre factotum dei Servizi, citato in ogni mistero d’Italia. È lui a raccontare di quando, giovane sostituto procuratore a Bergamo, Di Pietro fu sorpreso a muoversi con fare furtivo alle Seychelles sulle tracce proprio del fuggiasco Pazienza. Interpellato dal Giornale, il «faccendiere» ricorda: «Ho detto e scritto che lavorava per i Servizi nel mio libro il Disubbidiente e non mi ha mai querelato, bisognerebbe chiedere qualcosa all’allora giudice Sica. È vero. Lo beccai alle Seychelles, tramite i Servizi locali con i quali collaboravo. Chiedeva in giro di me insieme a una donna rimasta a tutt’oggi misteriosa, e non era la moglie. Si muoveva in modo scaltro. Frequentava brutti ambienti, faceva anche le foto da dietro i cespugli. Era un periodo particolare nel quale la Cia provava a buttar giù l’allora presidente, e fu proprio lui, il presidente, a segnalarmi quest’uomo misterioso che si muoveva come James Bond».
    Di Pietro: «Da giorni si aggira per le redazioni dei giornali e nel circuito politico della Capitale uno strano personaggio che sta offrendo a buon mercato un dossier di 12 foto che mi ritrarrebbero insieme indovinate a chi? No, niente escort. I miei interlocutori sarebbero, anzi sono, il colonnello dei carabinieri Mori ed il questore della polizia di Stato, Contrada. Insieme a loro nella foto ci sarebbero anche alcuni funzionari dei servizi segreti».
    Sullo strano personaggio che frequenta le redazioni, non possiamo essere utili. Quanto alle foto, sì. E non perché qualcuno sta pensando di piazzarle al solito giornale (con la «g» minuscola) bensì perché l’avvocato Giuseppe Lipera, battagliero difensore di Contrada, ne conferma l’esistenza al Giornale: «Sì, la foto c’è. Antonio Di Pietro è seduto accanto a Contrada in una tavolata dove ci sono molti ufficiali, in divisa e no».
    Di Pietro: «Ne hanno acquistate 4 di foto e prima delle elezioni, le pubblicheranno. Questi scatti dovrebbero servire per veicolare il seguente teorema: siccome Mori è finito indagato per la nota vicenda delle agende rosse e Contrada è stato condannato per fatti di mafia, Di Pietro ha avuto a che fare, pure lui, con queste vicende».
    Mario Mori, contattato dal Giornale, non sa se ridere o piangere: «Non ho mai avuto a che fare con questo signore, Di Pietro intendo. Escludo di esser stato mai sono stato fotografato a un pranzo con Di Pietro e con Contrada». Mori, a dirla tutta, con Di Pietro ci ha avuto a che fare al Ros, seppur attraverso il fidato capitano De Donno, quando interrogarono l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, nel carcere di Rebibbia, circostanza documentata ma incautamente smentita da Di Pietro ad Annozero («Mai ho avuto a che fare con Ciancimino, me lo ricorderei»). Quanto poi a Mori indagato per la storia della scomparsa dell’«agenda rossa» di Paolo Borsellino, Tonino si becca una violenta smentita dal legale di Mori, Pietro Milio: «Lo stress della campagna elettorale potrebbe aver causato al senatore Di Pietro un evidente stato confusionale tenuto conto che il generale Mori è mai stato indagato per l’agenda rossa come egli avventatamente sostiene».
    Di Pietro: «Siccome poi c’erano anche funzionari dei Servizi insieme a costoro, vuol dire che Di Pietro stava macchinando con qualche potenza straniera, se non addirittura con la mafia. La verità più lineare e banale: all’epoca io ero un magistrato inquirente che svolgeva le indagini, chiedeva arresti e poi li faceva eseguire. Indovinate da chi? Dai carabinieri e dalla polizia di Stato, ovviamente. Il colonnello Mori e il questore Contrada erano appunto esponenti di primo piano dei predetti organi ed è sicuramente capitato - anche se io ora, a distanza di quasi vent’anni, non ricordo tutte le circostanze - che a volte abbia chiesto anche agli uffici da loro diretti, oltre ad una miriade di altri, di svolgere accertamenti e di eseguire provvedimenti (…) Interloquire con un questore o con un colonnello dei carabinieri addetti alle investigazioni è il minimo che poteva, e può, fare un magistrato che, come me, stava svolgendo le indagini di Mani Pulite. Non potevo certo sapere i guai che sarebbero loro capitati anni dopo. Essi all’epoca erano solo servitori dello Stato, non delinquenti».
    Allora. Per prima cosa bisognerebbe capire chi fossero i funzionari dei Servizi segreti (di cui parla Di Pietro) che erano allo stesso tavolo dove Tonino e Contrada sedevano vicini, in compagnia dell’allora capo del reparto operativo dell’Arma, Tommaso Vitaliano. Quanto all’essere magistrato inquirente che svolgeva indagini, chiedeva arresti e poi li faceva eseguire, nulla questio. Il problema è che le foto di cui Di Pietro teme evidentemente la divulgazione, e di cui l’avvocato di Contrada conferma l’esistenza, si rifanno a un periodo molto particolare: quello in cui Contrada era il numero due del Sisde, e non era un questore qualsiasi con cui rapportarsi per concordare retate di indagati di polizia giudiziaria. Ma quel che è più grave è che le fotografie, sempre secondo il legale di Contrada, si rifanno al 15 dicembre del ’92, e per chi non lo ricorda, di lì a poco Contrada verrà arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Domanda: Di Pietro avvertì il diretto superiore Francesco Saverio Borrelli di quel pranzo? Domanda successiva: che cosa sarebbe successo, a quei tempi, se fossero uscite fuori le fotografie di quell’incontro, certamente casuale, fra Di Pietro e Contrada? Perché in tredici anni Tonino non ne ha mai fatto cenno limitandosi ad attaccare il malconcio e vecchio Contrada che a suo dire meritava la galera e non la grazia come in tanti chiedevano? Quanto a Mori – aggiunge l’avvocato Milio – «non ha intrattenuto alcun rapporto col predetto Di Pietro che si riferisse all’attività dei Servizi». Ma c’è di più. Preso atto della brutta figura fatta, Di Pietro è corso a ringraziare l’avvocato Milio per la smentita.
    Di Pietro: «Le parole dell’avvocato Milio confermano che non ho mai avuto nulla a che fare con Mori, sia che io non abbia collaborato con lui per ordire complotti coi servizi. Se poi è lo stesso Mori a escludere questa eventuale collaborazione, è ancora peggio perché oggi si vuole ribaltare la verità, inserendo me e il colonnello Mori in una fantomatica lobby per ammazzare la Prima Repubblica».
    Tonino fa tutto da solo. Se la canta e se la suona. Tira in ballo Mori e si compiace con l’avvocato di Mori perché non è vero niente. Pazzesco.
    Di Pietro: «Quanto a Mori e alle agende rosse volevo dire che era un approssimazione che voleva semplicemente rendere mediaticamente percepibile le questioni giudiziarie che lo riguardano in relazione alle vicende palermitane».
    Un’accusa così grave, così campata per aria, era solo un’approssimazione.
    Di Pietro: «Interloquire con un questore o con un colonnello dei carabinieri addetti alle investigazioni è il minimo che poteva, e può, fare un magistrato che, come me, stava svolgendo le indagini di Mani Pulite».
    Non ci piove. Quel che però ancora non è chiaro è se Di Pietro abbia ad esempio mai interloquito con il giudice Paolo Borsellino a proposito del progetto di attentato in loro danno progettato dalla mafia e segnalato, a entrambi (checché ne dica Di Pietro ad Annozero) dal Ros. Perché solo Di Pietro venne mandato all’estero (Nicaragua o Costarica?) con un passaporto falso intestato a tal Marco Canale mentre Borsellino rimase a Palermo e venne ammazzato. Perché non ha mai replicato a due dei 28 interrogativi sollevati il 9 novembre scorso dal giornalista Alberico Giostra autore del libro Il Tribuno a lui dedicato («In che rapporti era con Contrada? È vero che lei ha fatto parte della scorta armata del generale Dalla Chiesa?). Perché, per chiarire a tutti questi punti, anziché mettere le mani avanti e denunciare complotti, Di Pietro non si guarda indietro e va a parlare coi magistrati che indagano sul ruolo dei Servizi nelle stragi del ’92 e che, incredibile a dirsi, hanno ripreso a indagare proprio su Contrada, quello fotografato insieme a lui pochi giorni prima dell’arresto?

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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    Quando Di Pietro non indagò la mafia
    di Gian Marco Chiocci
    Alle rivelazioni del pentito Li Pera sul sistema delle tangenti non seguirono adeguati approfondimenti
    Nel giorno in cui l’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, conferma quanto anticipato da Antonio Di Pietro, e cioè l’esistenza di più fotografie che ritraggono i due seduti a tavola 9 giorni prima che Contrada venisse arrestato per mafia («oltre che in quella occasione non ho avuto rapporti con Di Pietro - dice l’ex poliziotto - il 15 dicembre furono scattate numerose fotografie di cui sono in possesso») sul doppio fronte mafia-Tonino e mafia-americani - evocato sempre da Di Pietro giorni fa - da Palermo emergono novità degne di nota. Partiamo dal primo fronte. L’avvocato Piero Milio, difensore del «geometra» Giuseppe Li Pera, gran conoscitore del «sistema degli appalti» poi sviscerato nei dettagli dal pentito mafioso Angelo Siino, si sofferma sulle «irritualità investigative» che sarebbero seguite all’interrogatorio che Di Pietro fece al suo assistito il 9 novembre 1992. Per capire a quali «irritualità» faccia riferimento il legale occorre procedere per gradi, partendo dall’esame che Di Pietro fece al «geometra» in compagnia dell’allora capitano dei carabinieri del Ros, Giuseppe De Donno (quello della presunta «trattativa» fra Stato e antistato mafioso oggetto delle battaglie politiche del leader Idv) lo stesso ufficiale che lo accompagnò a Rebibbia a parlare qualche mese dopo con Vito Ciancimino, interrogatorio che Di Pietro ha incautamente negato di avere mai svolto.
    «COSÌ FUNZIONAVA IL CARTELLO DELLE GARE»
    Stando a quel che risulta all’avvocato Milio le rivelazioni-bomba di Li Pera su determinati appalti al Centro e Nord Italia, confessati ad Antonio Di Pietro, non hanno avuto seguito. Semplicemente perché «con somma sorpresa dell’interessato», spiega l’avvocato Milio, Li Pera non venne più invitato ad approfondire i temi della confessione a Di Pietro né dallo stesso pm milanese né da altri suoi colleghi settentrionali ai quali il politico molisano potrebbe aver trasmesso il verbale per competenza, e nemmeno venne mai chiamato a testimoniare nei processi dedicati in tutto o in parte alle circostanze da lui riferite il 9 novembre 1992.
    Quale responsabile delle commesse siciliane per l’azienda Rizzani-De Eccher, Li Pera fa presente di aver chiesto di parlare con un pm di Milano «perché, per esperienza diretta, ho avuto modo di constatare alcuni meccanismi di suddivisione degli appalti» al Nord, «specie con riferimento a quegli Enti che si occupano di autostrade: mi riferisco, in particolare, alle società Autostrade, ai consorzi autostradali (consorzio Val di Susa per l’autostrada del Frejus, consorzio Torino-Savona etc) e, principalmente, l’Anas».

    «I TRUCCHI ALL’ANAS PER LE SOCIETÀ AMICHE»
    In sostanza, prosegue Li Pera, «faccio riferimento alla costruzione di quelle strade di cui l’Anas ha la gestione o l’alta sorveglianza». Ma non solo. Prima di elencare a Di Pietro l’elenco degli appalti viziati dal pagamento di tangenti, da accordi fra società solo in apparenza concorrenti, dalle percentuali alle imprese riconducibili a Cosa nostra, Li Pera spiega come funzionava il «sistema delle imprese» che si «accordano fra loro in una specie di “cartello” avente lo scopo di controllare e precostituire il buon esito della gara». Ogni società, a turno, «con un sistema di rotazione» attraverso «un sorteggio a eliminazione», si aggiudicava l’appalto. Per i lavori autostradali era lo stesso, e attraverso progettisti compiacenti, si arrivava «a far lievitare ad arte il valore di un appalto a un prezzo tale che (...) gli potesse permettere di creare un surplus di guadagno tale anche da ricompensare quegli organi delle istituzioni che le hanno permesso simili operati». Li Pera fa l’elenco degli studi di progettazione puntualmente beneficiati dalle commesse, parla di «prezzario dell’Anas» che «è una specie di vangelo (...) che non corrisponde ai reali valori di mercato ma serve per creare utili non giustificati», si dilunga sugli escamotage per creare il nero e finanziare i partiti (o la mafia).
    «PAGAVAMO IL 7% A TUTTI I POLITICI»
    Parla per esperienza diretta, e a Di Pietro rivela: «Sull’autostrada Val di Susa (...) la mia ed altre imprese assegnatarie degli appalti pagavano una somma di circa il 7% del valore dell’appalto ai politici». Segue l’elenco dei politici pagati, dei funzionari a conoscenza della corruzione. «Poi c’è la questione dell’autostrada Roma-Napoli dove ho appreso del pagamento delle tangenti all’Anas» idem «per l’ospedale di Torino» così come molto dice sull’appalto «da 80 milioni di dollari per costruire una strada, in Tanzania, della cooperazione» con relative percentuali del 10% da versare al dipartimento del ministero degli Esteri e ai ministri africani, «dell’8% al procacciatore d’affari». Li Pera passa poi a raccontare del comitato d’affari costituito da politici di rilievo (Salvo Lima su tutti) e dagli imprenditori siciliani e di spessore nazionale.
    Ascoltato come teste al processo Borsellino Ter, il 21 aprile ’99 Di Pietro s’è ricordato di Li Pera, soffermandosi sul filone siciliano del comitato d’affari. «Nel settembre ’92, mi arrivò, non ricordo se dal Ros o dal nucleo operativo di Milano, suggerimento di sfruttare un certo Li Pera per avere delle notizie ed aprire un troncone di “Mani pulite” in Sicilia. Ascoltai Li Pera e indagando sul comitato di affari indicatogli dal geometra scoprii che Salvo Lima, 15 giorni prima di essere ucciso, ricevette dall’Enimont un miliardo in Bot e Cct». Di Pietro aggiunge d’aver collaborato con Borsellino fino alla morte di Falcone e di «aver interrotto il rapporto con la Sicilia» dopo la bomba di via d’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Sarà per questo che delle precise rivelazioni di Li Pera sulle tangenti al Nord non se ne è saputo più nulla?
    LE «INDAGINI» DEGLI USA SUI REPERTI DI VIA D’AMELIO
    Passando invece al capitolo «mafia-America» evocato da Tonino, per trovare qualcosa di interessante-inquietante occorre andare a rileggere determinati atti depositati ai processi Falcone e Borsellino. Per la strage di Capaci c’è da registrare il ruolo «sinistro» ricoperto dall’Fbi che si precipitò a Palermo a raccattare le cicche delle sigarette fumate sulla collina che sovrasta Capaci da dove Brusca azionò il telecomando: il test del Dna su quei mozziconi, considerato essenziale, non è mai confluito al dibattimento. E che dire della decisione di affidare, ancora all’Fbi i reperti della strage di via D’Amelio che sono stati esaminati in un laboratorio a Roma il cui accesso è stato sempre vietato ai tecnici della nostra polizia scientifica: durante il dibattimento s’è scoperto che l’Fbi ha fatto piazza pulita di tutti i reperti «dimenticandosi» della targa dell’auto di Borsellino e soprattutto del gigantesco «blocco motore» della presunta autobomba mai rintracciato nei video girati e nelle foto scattate immediatamente dopo la strage.
    LA MANUTENZIONE DI CAPACI A UNA DITTA DELLE COSCHE
    Di America e americani nelle stragi del ’92 s’è poi discusso a lungo in due altre occasioni. Allorché venne riesumato il data-base di Falcone a proposito di un suo viaggio misterioso negli Stati Uniti, confermato dal funzionario Rose dell’Fbi («ma non posso dire dove e con chi il giudice si incontrò») e smentito dall’ex ministro Martelli (che in precedenza aveva sostenuto il contrario). E quando un’interrogazione parlamentare dell’allora radicale Piero Milio evidenziò come la manutenzione del tratto stradale di Capaci saltato per aria era gestito da un’azienda di Altofonte, riconducibile ai mafiosi Di Matteo e Gioè, che prese l’appalto a trattativa privata e consegnò i lavori pochi giorni prima della bomba. Le «vie» della mafia sono infinite.

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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro
    di Luca Fazzo
    La biografia di Di Pietro costellata di incognite: i legami coi servizi segreti italiani e americani, il giallo della laurea, fino al frettoloso addio alla toga. L'ex pm mette le mani avanti ma s'incarta
    Milano - Se si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all’universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni e più. All’ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l’origine dei suoi guai giudiziari stia da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana. La convinzione che Mani Pulite fosse stata - se non progettata - comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l’anomalia italiana, con l’Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell’affronto di Sigonella.
    Questa convinzione - ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista - passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c’erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C’erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l’egida degli apparati occulti dello Stato, di qua e di là dall’Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza capo né coda. E fornisce risposte - a volte precise, a volte meno - sui misteri, veri o presunti, della sua storia personale. Eccone una sintesi.
    Il rientro in Italia Secondo le biografie autorizzate, Di Pietro emigra in Baviera nel 1971, a ventun anni, e rientra in Italia due anni dopo. Colpo di scena. Viene assunto dall’Aeronautica militare, e assegnato alla struttura che si occupa di controllare la sicurezza delle forniture ad alta tecnologia bellica delle nostre industrie. È una mansione da sempre svolta in parallelo con un reparto apposito del Sismi, l’Antiproliferazione. E comunque chi vi lavora deve godere di un lasciapassare di sicurezza che in quegli anni viene rilasciato proprio dagli 007. Come fa Di Pietro a ottenere immediatamente il nulla osta? La versione di Tonino è semplice: ho fatto un concorso come impiegato civile, l’ho vinto e sono entrato all’Aeronautica.
    La laurea Il 19 luglio 1978 Di Pietro si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel giro di trentuno mesi ha sostenuto ventidue esami, a un ritmo forsennato. Un esame che terrorizza tutti gli studenti di legge, «Istituzioni di diritto privato», lo sostiene e lo passa dopo appena un mese dall’esame precedente. Si laurea con una tesi in Diritto costituzionale, voto 108/110. «Lavoravo di giorno e studiavo di notte», è sempre stata la versione di Di Pietro: e d’altronde la sua incredibile capacità di lavoro è nota. Ma una serie di stranezze rafforzano i dubbi di chi ipotizza che il suo percorso accademico sia stato accompagnato da segnalazioni e raccomandazioni. Un appunto del centro Sisde di Milano sostiene che Di Pietro in quegli anni era in contatto con un diplomatico Usa in servizio nel nord Italia, e con una associazione vicina alla Cia. In una indagine riservata dei carabinieri dell’Anticrimine milanese si legge che il giorno in cui risulta avere sostenuto un esame, in realtà Di Pietro era fuori città: ma sono illazioni che resteranno prive di riscontro. Come pure i sospetti sul ruolo di Agostino Ruju, avvocato, legato ai nostri servizi segreti, che alla Statale fa l’assistente di Diritto costituzionale quando Di Pietro si laurea proprio in quella materia. A indicare Ruju come uomo dell’intelligence sarà Roberto Arlati, uno dei collaboratori più stretti del generale Dalla Chiesa. Peraltro sia Ruju che Arlati verranno arrestati da Di Pietro nel corso di Mani Pulite.
    Al fianco di Dalla Chiesa? In una intervista a Paolo Guzzanti, la madre di Emanuela Setti Carraro racconta che Di Pietro lavorava agli ordini di suo suocero, il generale Dalla Chiesa, nella lotta al terrorismo. Non indica date precise, ma l’episodio dovrebbe essere precedente al 1980, quando Dalla Chiesa viene trasferito al comando della divisione Pastrengo: all’epoca, dunque, Di Pietro è ufficialmente ancora un dipendente civile dell’Aeronautica.
    L’ingresso in magistratura Sul concorso con cui, due anni dopo la laurea, Di Pietro entra in polizia non ci sono ombre. Nei dossier craxiani ce ne sono invece, e corpose, sul modo in cui nel 1981 il commissario diventa magistrato, superando al primo colpo un concorso famoso per la sua asprezza. Ai giudici della commissione d’esame resta impressa una certa rozzezza espositiva del candidato. A presiedere la commissione c’è il giudice Corrado Carnevale che più tardi racconterà di essersi fatto commuovere dal curriculum dell’ex emigrante. Ma ancora più inconsueto è quanto accade tre anni dopo, quando il consiglio giudiziario di Brescia valuta l’«uditorato» (cioè l’apprendistato) di Di Pietro. È un giudizio molto severo, che conclude per l’inadeguatezza di Di Pietro a diventare magistrato. Ma il Csm ribalta tutto e promuove l’uditore Di Pietro. Tra i membri del Csm c’è allora Ombretta Fumagalli Carulli, una deputata Dc in ottimi rapporti con gli Usa, che diventerà uno dei primi fan delle indagini anti-corruzione a Milano. Ma Di Pietro ha dalla sua una dichiarazione al Csm del procuratore capo di Bergamo, Cannizzo, che appena un anno dopo cambia radicalmente il giudizio su di lui, aprendogli la strada al trasferimento alla Procura di Milano.
    Il viaggio alle Seychelles È l’episodio più surreale, quello dove è più difficile collocare le tessere in un mosaico sensato. Ruota intorno a Francesco Pazienza, un faccendiere dai mille contatti, iscritto alla loggia P2, bene introdotto negli ambienti dei nostri servizi segreti. Nel 1984 Pazienza viene accusato di avere creato, insieme ad alcuni boss dell’intelligence, una sorta di servizio segreto parallelo, viene colpito da mandato di cattura e si rifugia alle Seychelles. Craxi, che allora è presidente del Consiglio, gli scatena contro il Sismi. Mentre i servizi cercano inutilmente di afferrarlo, alle Seychelles sbarca Di Pietro, sostituto procuratore a Bergamo, ufficialmente in viaggio di piacere. Di Pietro si mette sulla tracce di Pazienza, all’insaputa dei suoi capi. In una dichiarazione riportata dal giornalista Filippo Facci, l’allora capo del Sismi Fulvio Martini ipotizza che «Di Pietro lavorasse anche per il ministero degli Interni e avesse mantenuto legami con il precedente mestiere».
    Il viaggio in America Nel 1985 Di Pietro arriva a Milano, in Procura. Inizia a scavare sul marcio nella pubblica amministrazione partendo dal caso delle «patenti facili». Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, con la testimonianza di Luca Magni e l’arresto di Mario Chiesa, dà il via all’operazione Mani Pulite. Nel giro di poche settimane viene sollevato il coperchio sulla inverosimile commistione tra business e politica che si è impadronito dell’ex «capitale morale». Tutta l’Italia tifa per Di Pietro. Ma a ottobre, nel pieno del tourbillon dell’inchiesta, il pm sparisce improvvisamente da Milano e vola negli Stati Uniti. Non si sa bene cosa faccia. Di certo partecipa all’interrogatorio di un imprenditore italiano, tale Grassetto. Poi svanisce, i cronisti italiani gli danno la caccia tra New York, Los Angeles, la Pennsylvania. Sui giornali si parla di una traccia che metterebbe in collegamento le indagini di Mani Pulite con i fondi americani di Cosa Nostra: non se ne saprà mai più nulla. Di Pietro fa una sola dichiarazione: «Siamo qui per alcuni incontri con giuristi e agenti dell' Fbi che ci devono spiegare come si fanno qui in America certe indagini». Ma si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l’intelligence a stelle e strisce.
    Dimissioni dalla magistratura Qui i servizi segreti non c’entrano, ma siamo comunque nella categoria del «giallo». Il 6 dicembre ’94, dopo avere concluso la sua requisitoria nel processo Enimont, Di Pietro si toglie la toga e comunica al procuratore Borrelli la sua decisione di lasciare la magistratura. Nei giorni precedenti appariva provato psicologicamente, c’è chi racconta di averlo visto scoppiare a piangere all’improvviso, senza motivo, in ufficio. La spiegazione di Di Pietro è: sapevo che stavo per venire incriminato, dimettendomi ho evitato che a venire travolta fosse l’intera inchiesta e contemporaneamente ho potuto difendermi con maggiore libertà. I fatti gli daranno ragione, verrà assolto e Mani Pulite andrà avanti (anche se per poco). Eppure sono in diversi a pensare che anche la storia di quell’addio sia, in tutto o in parte, ancora da scrivere.

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    Predefinito Rif: Dossier Antonio Di Pietro

    CARO DI PIETRO, PORTA PAZIENZA (FRANCESCO) – FELTRUSCONI PUBBLICA LO STRALCIO DEL LIBRO DEL FACCENDIERE (MAI SMENTITO DALL’EX PM) SUL VIAGGIO DI TONINO ALLE SEYCHELLES PER DARE LA CACCIA ALLA PRIMULA DEL SUPERSISMI: “NON FACEVA ALTRO CHE PARLARE CON GENTE CONTROLLATA DAI SERVIZI DELL’ISOLA” (“È ANCORA VIVO SOLO PERCHÉ ERA DAVVERO UN MAGISTRATO”) - CRAXI (ATTRAVERSO MAURIZIO RAGGIO) SOFFIO’ A PAZIENZA IL DOSSIER…

    Gian Marco Chiocci per "il Giornale"


    Indagini irrituali» di un «allora sostituto procuratore della Repubblica». Così si esprimeva uno dei tanti giudici che hanno avuto a che fare col processo sul Banco Ambrosiano a proposito delle misteriosissime investigazioni di Tonino (all'epoca pm a Bergamo) alle Seychelles sulle tracce del faccendiere Francesco Pazienza.

    Fra gli atti del processo di appello dell'Ambrosiano finì, infatti, una sorta di rapporto che l'allora sostituto procuratore bergamasco in trasferta, Di Pietro, avrebbe confezionato su Pazienza al termine di lunghi pedinamenti, appostamenti, ricerche porta a porta nei peggiori locali della capitale Vittoria dove, per l'appunto, Pazienza si nascondeva. Il rapporto - scrive Filippo Facci nel suo libro «Di Pietro, la storia vera» - lo si era utilizzato per sostenere che il faccendiere se la spassasse ai tropici con i soldi del Banco.
    Un immagine di Bettino Craxi ad Hammamet

    Stando a quanto riportato nel '99 direttamente dal faccendiere nel suo si libro, «Il Disubbidiente» (mai smentito o querelato da Tonino), fingendosi turista l'ex pm avrebbe braccato la preda (Pazienza, ndr) in compagnia di una donna rimasta misteriosa. Su mandato non si capisce bene di chi avrebbe chiesto in giro, «interrogato» segretamente il vescovo locale, relazionato ogni sera direttamente in Italia (i telefoni dell'hotel dove alloggiava - dice Pazienza - vennero messi sotto ascolto dagli 007 locali). Di queste «attività di ricerca» a dir poco inusuali per un pm-detective si trovano ampie tracce fra le carte di primo e secondo grado del procedimento sull'Ambrosiano.

    E nei motivi del ricorso in appello, riportati alla lettera da Pazienza - si fa presente come «il Pazienza si era rifugiato ospite sopportato, ma non gradito, della famiglia dello Scià alle Seychelles». Non era granché gradito anche perché le autorità italiane s'erano messe d'impegno a dargli la caccia in ogni angolo del mondo. «Bettino Craxi - racconta il faccendiere - a un certo punto mi scatenò contro l'ammiraglio Martini (ex direttore del Sismi, ndr) e per questo, fra me e lui non è mai corso buon sangue».


    Inquisito per l'Ambrosiano, inseguito da sei mandati di cattura internazionali, a Pazienza dava la caccia oltre al Sismi anche il Sisde, che fallì miseramente il blitz con un aereo dell'Eni. E soprattutto aveva contro il giudice Sica che indagava sul «Supersismi».

    Come andarono le indagini del turista orobico, potete leggerlo sotto. Stando sempre al documentato racconto di Pazienza, che poi troverà riscontri anche nelle parole dell'ammiraglio Martini, per capire chi ci fosse dietro quel «turista» decise di organizzare una trappola.

    «Feci arrivare a Di Pietro la notizia che io sarei sbarcato all'aeroporto di Lugano il 13 dicembre del 1984. Contestualmente avvertii anche gli svizzeri così che potessero fermare gli italiani mandati ad arrestarmi».

    Se fossero stati poliziotti - scrive invece Facci - significava che Tonino agiva per canali istituzionali, se fossero stati agenti del Sismi, no». Erano del Sismi. «La cosa buffa - rivela Pazienza al Giornale - è che anni dopo, attraverso Maurizio Raggio, Craxi mi fa avere una copia di quel rapporto di Di Pietro, quello delle Seychelles, che ritroviamo fra gli atti dell'Ambrosiano. Era per farmi capire chi era davvero Di Pietro».


    Lo stesso dossier di cui nel '97 parlò l'ex difensore del faccendiere, Giuseppe De Gori: «È chiaro che qualcuno a Di Pietro ce l'ha mandato, a che titolo sennò poteva stendere un rapporto per Sica. Se era pm a Bergamo non poteva né indagare né stendere rapporti. Di Pietro ha detto che l'aveva spedito alla Procura di Bergamo e non era vero. Io so solo, ed è strano, che quel rapporto finì non si sa come nelle carte dell'Ambrosiano».

    "C'È UN MAGISTRATO ITALIANO CHE FA LA SPIA ALLE SEYCHELLES"
    Da "il giornale"

    Pubblichiamo uno stralcio del libro «Il disubbidiente», autobiografia dell'ex 007 Francesco Pazienza edita da Longanesi nel 1999. Consulente del Sismi, Pazienza ha alle spalle condanne per il crac del BancoAmbrosiano e per la gestione dei segreti di Stato. Nel brano riportato qui, Pazienza ricorda quando Di Pietro, da pm a Bergamo, lo pedinava in segreto alle Seychelles

    Di Francesco Pazienza

    Con la partenza del Falcon 50, la «campagna d'Africa» non si era affatto conclusa. Dopo qualche giorno, fui convocato da Berluis. Con lui c'erano due persone: un uomo delle Seychelles, che lavorava come operativo per i servizi di informazione, e il nordcoreano che dirigeva la squadra di asiatici che aveva rimpiazzato gli inefficienti tanzaniani.

    Si chiamava Kim, più qualche cosa di estremamente complicato. Ma per tutti era Kim e basta. Parlava l'inglese in un modo tale che sembrava stesse leggendo un telegramma. Tuttavia riusciva a farsi capire benissimo, anche perché nessuno pretendeva che citasse passi del Paradiso perduto di Milton.

    Kim disse che i suoi uomini avevano adocchiato una coppia di giovani italiani, alloggiati in un hotel piccolo ma confortevole, il Sans Souci. Certamente erano spie della Cia o dei servizi segreti italiani in combutta con la Cia. L'italiano andava in giro tutto il giorno con la macchina fotografica.

    «Be', che c'è di strano?» domandai. «Tutti i turisti che vengono alle Seychelles girano con la macchina fotografica a tracolla».

    Secondo Kim e l'uomo delle Seychelles seduto accanto a lui, la differenza tra i normali turisti e l'italiano era che quest'ultimo si nascondeva. E, inoltre, non faceva altro che parlare con gente controllata dai Servizi dell'isola come, per esempio, il vescovo sospettato di essere il leader dell'opposizione al presidente René.

    Kim aveva fatto seguire e fotografare il misterioso italiano. C'era già pronto un dossier su di lui e i suoi movimenti. Guardai le fotografie. Erano tutte in bianco e nero. In alcune immagini era ben visibile il volto dell'italiano. Questo è meridionale, pensai. Occhi scuri, capelli neri pettinati all'indietro, volto piuttosto tondo. Osservai con cura anche le immagini della donna che lo accompagnava: la moglie, forse, o l'amica, la fidanzata... Non avevo allora la minima idea di chi potesse essere.

    In mezzo alle fotografie, non riuscivo a trovare il documento che mi interessava di più: la fotocopia della carta di ingresso del Paese che viene compilata all'aeroporto subito dopo lo sbarco. Qualcuno tra i presenti me la allungò. Lessi attentamente. Nome: Antonio. Cognome: Di Pietro. Alla voce professione c'era scritto: magistrato nella città di Bergamo.
    Non l'avevo mai sentito nominare e non sapevo neanche se fosse davvero un magistrato. Mi rivolsi a Kim: «Che cosa chiede esattamente questo tipo quando va in giro a chiacchierare?».

    «Fa domande a destra e a sinistra su di te e chiede notizie dicendo che gli potrebbero essere d'aiuto non so per che cosa», rispose il nordcoreano.

    Discutemmo a lungo prendendo in considerazione varie ipotesi sulle ragioni che lo potessero aver spinto a venire nell'isola trascurando le vacanze, la ragazza che stava con lui, il mare e il sole. Kim era determinato e tassativo: «Ci penso io a risolvere il problema. Questo tizio deve finire diritto in fondo a qualche dirupo a bordo della Mini Moke, la macchina che ha noleggiato. Tra l'altro, abbiamo notato che non si trova molto bene con la guida a sinistra... La Cia deve mettersi bene in testa che le Seychelles non sono diventate casa loro. Dobbiamo dare una lezione esemplare». E giù tutto un sermone ideologico sulla sovranità violata.

    «Stiamo attenti», dissi invitando tutti alla calma. «Può darsi che sia davvero un magistrato italiano. Prima di prendere una decisione bisogna controllare se la qualifica professionale che ha scritto sulla carta di sbarco corrisponde al vero oppure no. Mi occuperò di questo immediatamente. Un'ultima cosa: lo state registrando».

    «Sì, ogni sera chiama l'Italia. Ma non abbiamo ancora ben capito cosa dice. Parla solo italiano. Abbiamo però l'impressione che informi qualcuno sulle ricerche che sta facendo sull'isola», rispose Kim con la sua consueta precisione.

    «Sentite», conclusi. «Entro domani mattina saprò se questo Di Pietro è davvero un magistrato. Qui, sulla carta di sbarco, c'è scritto che partirà fra quattro giorni. Nel caso in cui sia davvero un magistrato, non fate nulla, lasciatelo partire. Se dovesse prolungare il soggiorno, vedremo. Tutt'al più, domani, dopo la verifica, mandate qualcuno a consigliargli di togliersi dai piedi per la data prevista. Nel caso in cui invece non sia un magistrato, fate quello che volete o che dovete fare. E se non vuole partire, idem».

    Per fortuna, Antonio Di Pietro era davvero un magistrato. Salvò la pelle solo per questo. E perché accettò, molto giudiziosamente, il consiglio di sgomberare il campo nei tempi e nei modi preventivati.



    [18-01-2010]

 

 
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