Perché sull’immigrazione (e non solo) ha ragione Fini.
I conservatori e l'Europa che verrà
Compito del buon politico, e ancor più di un politico conservatore, è di guardare allo sviluppo del proprio Paese quali che siano i suoi personali convincimenti.
Oggi la società occidentale, di fronte ad un fenomeno epocale come l’immigrazione dal Terzo Mondo verso il Nord industriale e tecnologico, ha due possibilità: quella di chiudersi a riccio, negando ostinatamente l’inevitabilità di questo percorso, oppure di considerarlo ineluttabile e tentare quindi di guidarlo nelle forme più opportune e meno laceranti per il suo profilo culturale ed istituzionale.
La prima scelta è dettata dalla paura: paura di non riconoscerci più come “noi”, paura di perdere la nostra presunta “identità”, paura di rinunciare agli usi e ai costumi che contraddistinguono tuttora i nostri popoli. E’, tuttavia, questa una paura che non dovrebbe sussistere soprattutto se chi vi si riconosce è motivato da sentimenti tradizionalistici.
L’Europa di oggi ha ormai ben poco dell’immagine statica del passato che i nazionalisti custodiscono intatta come un feticcio, incuranti di guardare alla realtà che li circonda. Dal punto di vista sia etnico che religioso le nostre nazioni non sono più quelle abitate dai nostri padri e risulterebbero probabilmente irriconoscibili ai nostri nonni. Emblema dei mutamenti in corso sono le nazionali di calcio, orgoglio del patriottismo europeo, che rappresentano lo specchio del melting-pot razziale che caratterizza la civiltà contemporanea occidentale.
Anni fa Jean-Marie Le Pen ebbe da ridire sulla massiccia presenza di calciatori di provenienza africana nelle fila della compagine francese. Avesse torto o ragione, la presenza di colored nelle rappresentative di clubs e in quelle nazionali è ormai la costante, e non l’eccezione, che caratterizza con varia entità le maggiori squadre del continente. Identificare precisi prototipi razziali è una perdita di tempo, ormai, perfino tra i bianchi: cosa fa, apparentemente, di Ibrahimovic uno svedese? E come distinguere un typisch deutsch da un turco bavarese? Si continua ad esaltare la superiorità del calcio inglese quando tutte le squadre britanniche che furoreggiano nella Champions League sono delle vere e proprie multinazionali che persino sul fronte manageriale e proprietario fanno a meno dei sudditi di Sua Maestà.
D’altronde, persino gli europei doc sono talmente dediti alla contaminazione con stili di vita e mode esotiche che il loro futuro per ogni tradizionalista non dovrebbe suscitare particolari motivi di preoccupazione. La realtà che ci circonda, per chi voglia davvero osservarla senza paraocchi, ci mostra un’Europa che ha già perso – ammesso che li abbia mai realmente avuti - i suoi tratti tradizionali e ogni proiezione statistica in nostro possesso non fa che ricordarci di come nel prossimo futuro questo processo si accelererà ulteriormente.
La politica, finora soggetta ai pregiudizi ideologici delle destre e delle sinistre tradizionali, non è riuscita ancora ad attuare una strategia coerente per l’integrazione delle genti immigrate. A destra permane l’illusione di una Fortezza Europa che, difesa dalla spada e dalla croce, possa far fronte alle pressioni implacabili delle masse mussulmane. A sinistra, invece, non si aspetta altro che veder diluito in una indistinta civiltà globale ogni forma di particolarismo etnico e culturale.
Chi invece ha a cuore il futuro del continente europeo, ma si sforza di ragionare pragmaticamente, non può che riconoscere come ineluttabile il progressivo indebolimento dei popoli autoctoni sul suolo europeo. La ragione di ciò non sta principalmente nella frequenza con la quale gli stranieri bussano alle nostre porte, piuttosto nel mutato stile di vita dei nostri connazionali, da tempo dediti ai passatempi edonistici della cultura postmoderna. Volti unicamente al personale piacere, dimentichi di ogni dovere comunitario, gli europei hanno deliberatamente scelto di non fare più figli, di preferire le unioni omosessuali alla famiglia tradizionale, di negare il culto dei loro padri a vantaggio di sincretismi orientaleggianti. Freddi e disinteressati riguardo la fine di una civiltà occidentale verso la quale da tempo hanno deposto ogni sentimento di lealtà. Alla possibilità che un domani l’Europa liberale e cristiana possa cadere sotto il dominio del fondamentalismo islamico rispondono incuranti: “Che ci importa? Se e quando dovesse accadere saremo già tutti morti…”
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Queste ragioni dovrebbero indurre un saggio spirito conservatore a valutare positivamente il tentativo di alcuni leaders europei di centrodestra, tra cui il nostro Gianfranco Fini, di cercare una soluzione post-ideologica all’immigrazione e all’integrazione di culture e religioni nell’area euro-mediterranea. Questi sforzi meriterebbero non solo la dovuta attenzione, ma anche l’appoggio più convinto di chi crede nel cambiamento gradualistico.
La sinistra, orfana di Marx, è ancora prigioniera del politically correct rivelatosi incapace di risolvere le contraddizioni nazionaliste a causa di una malintesa idea dei diritti e della tolleranza. I conservatori, dopo essere stati il motore dello sviluppo economico negli anni ottanta, si trovano nel nuovo millennio con l’opportunità di guidare pragmaticamente il difficile rapporto di culture prevenendo i rischi di uno scontro di civiltà. Se non cedono alle resistenze delle forze xenofobe e cattolico-integraliste, i partiti di centrodestra potrebbero scoprire oltretutto dei vantaggi da questa trasformazione in atto, una trasformazione di cui si sottolineano unicamente i pericoli e raramente le opportunità.
Si è detto di come le ultime generazioni di europei si siano scrollate di dosso ogni lealtà e dovere nazionale, aderendo ad una fatua e conformistica cultura cosmopolitica dei diritti che ha messo in discussione ogni autorità in primis quella religiosa. Persino, infatti, nelle nazioni in cui l’adesione al Cattolicesimo tocca i picchi più alti, come l’Italia, i sondaggi mostrano inequivocabilmente come ad un senso generico di fedeltà all’Istituzione faccia riscontro contraddittoriamente la mancata adesione alle indicazioni delle gerarchie sulle questioni etiche.
Di contro, gli immigrati, che non hanno ancora fatto i conti con la cultura postmoderna, posseggono quelle qualità – la fedeltà alla famiglia, il senso comunitario, uno spirito religioso - che gli europei hanno perso e che sono le uniche che permettono ad una civiltà di durare.
Se i nostri governanti sapranno integrare queste masse desiderose di opportunità abituandole al rispetto delle nostre antiche istituzioni e facendo loro assimilare, almeno in parte, i nostri costumi nazionali, allora il processo migratorio potrà persino considerarsi come un vantaggio per la civiltà europea. Viceversa, se l’ottusità delle destre cedesse questo onere alle forze progressiste, l’orrorifica visione dell’Eurabia, propostaci da Oriana Fallaci prenderebbe presumibilmente corpo e le nostre città diventerebbero il teatro di scontri razziali come è già accaduto nel Londonistan e nelle banlieu.
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In chiusura, una nota a margine riguardo le obiezioni di parte cattolica ai presunti cedimenti al laicismo di Gianfranco Fini.
Oggi il Vaticano dinanzi al decadimento morale dei suoi fedeli si trova dinanzi ad un bivio: modernizzare la propria agenda al seguito dei costumi imperanti, continuando così a fungere da Chiesa di popolo, oppure ridimensionarsi e accontentarsi di difendere i propri valori in posizione di minoranza.
Del tutto diversa è la posizione di uno statista e di un leader di un grande partito polare quale si promette di essere, in Italia, il PDL. Chi governa un Paese liberale non può imporre per legge il volere di una minoranza alla restante maggioranza, anche se privatamente dovesse concordare con la prima. Fini, per quanto non sia un cattolico praticante è finora stato assai più rispettoso del ruolo e del Magistero della Chiesa di tanti altri suoi omologhi continentali, compresi quelli di estrazione democristiana, sempre più lontani da ogni soggezione nei confronti del Vaticano.
E’ tempo, dunque, per i moderati italiani di riporre nell’armadio della storia l’abito crociato e di sforzarsi di ragionare pragmaticamente, impedendo che lo scontro sempre latente nella nostra penisola tra potere spirituale e potere temporale possa alla fine recar danno all’interesse nazionale. E a quello dell’Europa.
Mr. Right




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