OPPIO O ADRENALINA?
(articolo pubblicato su NIGRIZIA N.11 novembre 2010)
(Mt 5,1-15)
“La religione è l’oppio dei popoli”. Con questa perentoria affermazione, Karl Marx denunciava il
pericolo delle religioni. Non aveva torto Marx. Se una religione viene usata dai ricchi e dai potenti
per mantenere il dominio su una massa di poveri e di oppressi, è veramente un oppio, cioè un
narcotico che neutralizza le energie e le forze vitali del popolo. Sul banco degli accusati, in prima
fila tra le religioni, c’era secondo Marx, proprio il cristianesimo, e in particolare il messaggio di
Gesù conosciuto come “beatitudini”.
Una religione nella quale si proclamavano beati i poveri, perché proprio a causa della loro indigenza
avevano il paradiso assicurato, era indubbiamente una religione alienante. Come si poteva dire agli
afflitti, agli affamati, che erano beati? E perché erano beati? Perché dopo il calvario della loro
esistenza, come “premio”, sarebbero stati portati in prima fila in paradiso. Un paradiso, però, che
non solo non era precluso al ricco, anzi, questi si assicurava l’aldilà lasciando generose offerte per
la celebrazione di messe perpetue dopo la sua morte. E i poveri si sentivano beffati su questa terra e
in quella futura.
La predicazione di questo messaggio non poteva che essere fallimentare. Di fatto, i poveri, gli
afflitti e gli affamati, alla prima occasione che la vita offriva loro di uscire dalla loro indigenza e
sofferenza non ci pensavano due volte, lasciando povertà e beatitudine senza alcun rimpianto.
D’altro canto, quanti non si trovavano in queste situazioni di miseria e di oppressione si guardavano
bene dall’entrarci, decretando così il fallimento del messaggio di Gesù.
A causa di ciò le beatitudini sono le grandi sconosciute della dottrina cristiana. Non si conoscono o
si conoscono male. Tutti ricordano indubbiamente la prima beatitudine, forse perché la più
antipatica (“Beati i poveri…”), per il resto è come se Gesù avesse proclamato beati i disgraziati
della società e beatificato quelle condizioni di sofferenza e di dolore dalle quali ogni persona sana di
mente si guarda bene dall’entrare e dove, se malauguratamente ci si trova, cerca di fare di tutto per
uscirne.
Realmente Gesù ha proclamato beati i poveri? E se l’ha fatto, perché i poveri sono beati? Perché
vanno poi in paradiso, in quell’aldilà nel quale anche i ricchi sono ammessi?
La risposta si trova nei vangeli. E la sorpresa è che mai Gesù ha proclamato beati i poveri, quelli
che la società affama ed opprime. Gesù non è venuto a santificare la povertà, ma a eliminarla. Il
Cristo non è venuto per addolcire con la visione beatifica la tragedia della vita quotidiana dei
poveri, ma a strappare i miseri dalla condizione di indigenza e di dolore.
Le beatitudini nei vangeli si trovano in Matteo e in Luca (Mt 5,1-10; Lc 6,20-23). Le forme sono
diverse, il messaggio è identico. Mentre in Matteo l’invito è a quanti vogliono farsi poveri (Beati i
poveri di spirito), in Luca Gesù si rivolge ai discepoli che hanno già fatto questa scelta (Beati voi
poveri, Lc 6,20) e hanno lasciato tutto per seguirlo (Lc 5,11).
Gesù, il Figlio di Dio, vuole portare a compimento la volontà del Padre, la cui presenza in seno al
popolo sarebbe stata garantita dal fatto che in esso nessuno sarebbe stato bisognoso (“Non vi sarà
alcun bisognoso in mezzo a voi”, Dt 15,4). È quel che comprese la primitiva comunità cristiana che
“con grande forza dava testimonianza della risurrezione del Signore Gesù” (At 4,33). Come poteva
questa comunità testimoniare la presenza del Risorto al suo interno? Con proclami dottrinali? Con
sontuose liturgie? No, con la loro vita. La prova del Cristo risuscitato era infatti a portata di mano,
tutti la potevano vedere: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso…” (At 4,34). La certezza che il
Cristo è presente in una comunità è che all’interno della stessa non esistono disuguaglianze, ricchi e
poveri, chi comanda e chi serve, ma tutti sono e si comportano da fratelli, responsabili gli uni della
felicità e del benessere dell’altro.
Per questo, nel proclamare le beatitudini, Gesù si riallaccia all’ultimo dei comandamenti di Mosè,
“Non desidererai alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20,17; Dt 5,21), e gli dona
continuità trasformandolo in un invito positivo: desidera che il tuo prossimo abbia le tue stesse cose.
Questo è il significato della prima beatitudine: un invito a prendersi cura del bene e del benessere
dell’umanità (“Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli”, Mt 5,3).
La decisione volontaria di entrare nella condizione di povertà è presentata dall'evangelista come la
beatitudine principale e condizione per l'esistenza di tutte le altre. Le sette beatitudini che seguono
non sono che la presentazione delle situazioni e delle conseguenze positive che la scelta per la
povertà comporta nella società (Mt 5,4-6) e nella comunità (Mt 5,7-10).
Gesù proclama beati, cioè pienamente felici, non quelli che la società ha reso poveri, ma quanti
volontariamente entrano in questa condizione per alleviare e eliminare le cause della povertà.
L’invito di Gesù è infatti rivolto ai poveri “di spirito”, a quelli che liberamente e volontariamente,
per amore, per lo spirito che li anima, entrano nella condizione di povertà. Quella di Gesù non è una
richiesta di spogliarsi di quel che si ha, ma di rivestire chi non ha nulla, scoprendo così che la
felicità non consiste nell’avere, ma nel dare (AT 20,35).
La beatitudine è un invito a trasformare radicalmente la società e permettere così l’avvento del
Regno di Dio. Per questo le beatitudini sono precedute dall’invito alla conversione per consentire la
realizzazione del regno di Dio (Mt 4,17). In una società dominata dai tre verbi maledetti avere,
salire, comandare, che causano negli uomini la rivalità, l’odio e l’ingiustizia, Gesù propone come
alternativa il regno di Dio, l’ambito dove, anziché la cupidigia dell’avere sempre di più, vi sia il
condividere, dove al posto del salire al di sopra degli altri vi sia lo scendere a fianco degli ultimi, e
dove anziché la brama di comandare vi sia la gioia del servire.
A coloro che fanno la scelta libera e volontaria della povertà viene assicurato il “regno dei cieli” (da
non confondere con un regno nei cieli). Matteo è l’unico evangelista a usare l’espressione “regno
dei cieli”, al posto di regno di Dio, secondo la tendenza tipica degli scribi di usare dei sostituti per
evitare di pronunciare o scrivere il nome divino. Il “regno dei cieli” non proietta la promessa di
Gesù in un futuro lontano (l’aldilà), ma nella possibilità, già presente, di avere Dio come re, ovvero
un Padre che si prende cura dei suoi. Questo regno diventa realtà nel momento in cui gli uomini
entrano nella condizione di poveri: a chi si fa responsabile del benessere del proprio fratello Gesù
garantisce che il Padre stesso si farà carico della sua felicità (Mt 6,33; 25,34-40).
Con questa beatitudine Gesù non solo non idealizza la povertà, ma chiede ai discepoli una
scelta coraggiosa che consenta di eliminare le cause che la provocano. Per questo le beatitudini non
solo non sono l’oppio dei popoli, ma sono l’adrenalina che stimola energie vitali all’umanità, quel
che permetterà agli oppressi, ai diseredati, agli affamati di vedere finalmente la fine della loro
condizione di infelicità.
Alberto Maggi




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