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    Juan Domingo Perón e la rivoluzione cubana

    di Javier Iglesias - Juan Carlos Benedetti
    Traduzione a cura di Stefano Greco

    Riproduciamo il saggio di due esponenti del peronismo radicale:Javier Iglesias e J. C. Benedetti.

    Javier Iglesias , assassinato nel settembre 1996, a Buenos Aires dalla polizia menemista, è stato un luminoso esempio di intellettuale e combattente per la libertà e la giustizia sociale.
    Includiamo, nell'articolo successivo, un proclama di Peron alla base giustizialista, del '67, in occasione della morte di Ernesto CHE Guevara,dal quale si possono desumere quali fossero le reali convinzioni dell'uomo politico argentino rispetto alla rivoluzione socialista, popolare e nazionale di Fidel Castro.

    Il presente lavoro prende in esame uno degli aspetti meno conosciuti della storia del peronismo: l'influenza che le teorie di Peron ebbero rispetto alle forze che realizzarono la rivoluzione cubana nella decade 1940-1950 e in specie su Fidel Castro e sul nascente movimento insurrezionalista. Il presente saggio è un anticipo di un più esteso lavoro trattante non solo sull'influenza delle idee peroniste sulla rivoluzione cubana ma anche sulla successiva gravitazione del castrismo trionfante ('59) attorno al peronismo della resistenza e dell'esilio.
    Il tema di questo saggio può apparire solo storico, ma il nostro vero obiettivo è, essenzialmente, politico: intendiamo riscattare in tutta la sua integrità rivoluzionaria, anti-oligarchica e antimperialista di quel gigante libertario che fu Juan Domingo Peròn ,il cui messaggio di liberazione e giustizia ha spaziato oltre le frontiere argentine per assumere una dimensione continentale, con rilevanti ricadute su tutte le lotte di liberazione del cosiddetto Terzo Mondo.
    Peron è storicamente un rivoluzionario, non certo il leone sdentato che pretendono di proporre i transfughi liberal-menemisti postisi al servizio dello stesso imperialismo contro il quale Peron,senza soluzione di continuità, ha combattuto. Allo stesso modo poco e nulla vi è di peronista in certo neo-giustizialismo rosa e socialdemocratizzante che, sebbene critico delle innegabili devianze di Menem, coincide con le idee reazionarie di quanti sono intenti nella costruzione di uno pseudo-peronismo, piccolo borghese e intellettualoide spurgato di tutti i contenuti nazionali, proletari, popolari, terzomondisti e rivoluzionari.
    A fronte delle commistioni imperialiste e riformiste che caratterizzano i castrati dal centrosinistra argentino e i falsi nazionalismi degli anti-peronisti opponiamo la ferma convinzione nei valori rivoluzionari del terzerismo anti-colonialista. La bancarotta delle dittature burocratico-comuniste dissoltesi con l'Unione Sovietica e il trionfo del blocco imperialista guidato dai super-banditi statunitensi è la conferma della tesi, per noi fondamentale, che l'unico anticapitalismo possibile è rappresentato dal movimento nazionale e popolare della Terza Posizione.
    Ricordare il messaggio rivoluzionario di Juan Domingo Peròn è, riaffermando la sua valenza attuale, rammentare anche l'influenza del Giustizialismo sulle prime fasi della rivoluzione castrista cubana come abbiamo avuto modo di sottolineare in passato: "L'evolversi della situazione cubana può trovare il suo riscontro con la Grande Patria latino-americana se questa, prescindendo dalle vecchie formule marxiste, rialzerà di nuovo la bandiera del nazionalismo rivoluzionario terzerista del castrismo iniziale. La fine dell'impero comunista anticipa la crisi di quello capitalista. Ogni popolo deve lottare per la propria emancipazione nazionale e, al tempo stesso, stabilire relazioni solidaristiche con le altre nazioni oppresse dall'imperialismo, dall'ingiustizia e dalla reazione"(Rivista "Patria Obrera", 15/8/90)

    INTRODUZIONE

    Il 26 luglio '53 il movimento castrista ottiene l'attenzione della stampa internazionale in occasione dell'assalto alla Caserma Moncada. Un'azione di guerriglia il cui scopo è quello di suscitare interesse sulla situazione cubana e sul massacro, ad opera della polizia del dittatore Batista,di un centinaio di combattenti rivoluzionari e semplici oppositori. La reazione degli apparati repressivi è furibonda: la cruenta repressione costringe vari guerriglieri fidelisti a cercare scampo all'interno dell'Ambasciata argentina. È il caso, ad esempio, di Raul Martìnez Araràras e Antonio Lòpez , responsabili dell'attacco, contemporaneo a quello della Moncada, alla caserma del Baymo allo scopo di impedire a questa guarnigione -oltre 400 soldati- di accorrere in soccorso di quelli attaccati dal gruppo di Fidel. ("Fidel y e1 Che", Josè Pardo Llada, Plaza & Janès, Madrid '88, pag. 115)
    Nell'Ambasciata argentina de L'Avana trovano altresì asilo numerosi sindacalisti del quotidiano ufficiale "Alerta" e altri dirigenti politici sospettati di essere tra i maggiori responsabili dell'operazione guerrigliera. Ci riferiamo a Josè Pardo Llada, dirigente del Partito del Popolo Cubano "Ortodoxo"in cui milita Fidel Castro, il futuro combattente della Sierra Maestra che, a quel tempo, è uno dei maggiori simpatizzanti del peronismo nell'Isola caraibica e già autore di diversi scritti nei quali si esalta il Terzerismo giustizialista (Pardo Llada pubblicò diversi testi per ATLAS nel '53).
    L'evidente solidarietà del governo peronista rispetto ai combattenti anti-batistiani contrasta con la posizione di alcuni gruppi suppostamente antidittatoriali,anti-imperialisti e rivoluzionari: i comunisti filo-sovietici cubani del Partito Socialista Popolare, per citare solo un esempio, condannano, nella "Carta de la Comisiòn Ejecutiva Nazional del PSP a t'odo los Organismos del Partido"(30 agosto '53), il castrismo definendo l'assalto alla Moncada un atto avventurista, golpista e disperato; caratteristica azione di una piccola borghesia compromessa col gangsterismo.
    Solo nel luglio '58, pochi mesi prima del trionfo finale, i comunisti cambiarono posizione salendo sul carro del vincitore.
    Il rapporto tra la guerriglia castrista e l'Argentina peronista non sarà per nulla sporadico tanto che Carlos Franqui - militante della prima ora, dirigente della guerriglia, sia nei centri urbani che nella Sierra Maestra, segretario organizzativo del Comitato in Esilio del Movimento 26 luglio e, dopo la vittoria fidelista direttore del quotidiano ufficiale Revoluciòn" - in un suo libro ricorda che almeno ai princìpi degli anni '50, Fidel Castro, simpatizzava con il peronismo antimperialista.
    Si tratta, come vedremo, di un'attitudine per niente platonica,ma basata su contatti organici e su rapporti politici concreti.

    L'ESEMPIO DELLA RIVOLUZIONE PERONISTA

    Sebbene non sia tra i nostri scopi analizzare in profondità la Rivoluzione peronista del 1945-'55, non si può comprenderne l'influenza da essa esercitata sulla nascita del castrismo senza collocare questa esperienza nel più ampio contesto latino-americano dell'epoca.
    Il peronismo prende il potere e lo consolida in conflitto totale con l'imperialismo statunitense e le oligarchie locali a questo associate. Lo slogan Braden o Peròn con il quale nasce il Movimento Nazional Popolare del quale Peròn è subito leader lo segna profondamente, ne dimostra il suo carattere antimperialista, e che non sia un anti-imperialismo retorico lo dimostrano alcune semplici cifre: il capitalismo multinazionale che nel '45 era il 15,4% del totale nazionale argentino nel '55 era stato ridotto al solo 5,1%.
    profitti delle multinazionali che negli anni 1940/'45 assommavano a 382 milioni di dollari annuali (del tempo!) si erano ridotti nel '55 a meno di 34 milioni. Le nazionalizzazioni dei mezzi di comunicazione, dei trasporti, del sistema finanziario e delle assicurazioni, del commercio estero, furono gli strumenti, uniti ad una energica politica di industrializzazione per limitare le importazioni, indispensabile per raggiungere l'indipendenza economica, base imprescindibile della sovranità nazionale e della giustizia sociale.
    Contraddicendo quanti affermano la necessità dell'apporto del capitale straniero -in questo caso principalmente inglese e nordamericano- per i paesi a sovranità limitata del Terzo Mondo, l'indipendenza economica si caratterizza, nella prassi peronista, quale garante di un processo di crescita senza eguali nel nostro paese. Le cifre lo dimostrano: tra il '46 e il '55 la produzione nazionale passa da 164 milioni di Pesos a 277 milioni, con una crescita superiore al 12% annuale. Nello stesso periodo il prodotto congiunto dell'industria manifatturiera, dei servizi energetici, dei trasporti e comunicazioni passano da 224,1 milioni di Pesos a 324,5 milioni, un incremento superiore al 30% se confrontato con la decade precedente ('35/'45).
    Con ciò si spiega come l'Argentina peronista, a differenza dei paesi capitalisti, godesse in quel periodo di prosperità e piena occupazione. Indipendenza economica e sovranità politica, d'altra parte, ebbero grandi ripercussioni su tutto il popolo lavoratore cosa mai accaduta prima nella storia del nostro Continente.
    L'occupazione nei settori salariati passò dal 44,1% al 57,4% (attualmente non è molto sopra il 20%) e i salari reali passarono da un indice 100 nel '45 a un indice 164,7 nel '55. Alla ricaduta di benefici diretti vi sono da aggiungere quelli non meno palpabili dei benefici indiretti: opere sociali, ferie pagate, saldo annuale straordinario (aguinaldo),colonie per le vacanze, assistenza sociale diretta tramite la "Fondazione Eva Peròn",costruzione di scuole e ospedali (nel '46 gli ospedali argentini disponevano di 15.400 camere che nel '51 erano già diventate 114.000), assistenza medica gratuita, scuole tecniche, università nazionali, contenimento dei prezzi, lotta all'analfabetismo crollato, in dieci anni, dal 15 al 3,9%, etc.

    LO STATO SINDACALISTA

    Tutto questo, evidentemente, colpisce la fantasia dei numerosi rivoluzionari anti-imperialisti latino-americani; anche tenendo conto che Peròn insiste nel dire che questo è solo l'inizio: il principio di una rivoluzione più profonda. Ed il 10 maggio '52, infatti, Peròn proclama: Per il capitalismo il reddito nazionale del capitale appartiene ineludibilmente ai capitalisti; il collettivismo sostiene che il reddito nazionale prodotto dal lavoro comune appartiene allo Stato, perché lo Stato è proprietario totale e assoluto del capitale del lavoro. La dottrina peronista afferma che il reddito del paese è prodotto dal lavoro ed appartiene, per questo, ai lavoratori che lo producono ed è quindi conseguenziale che: i lavoratori acquisiscano progressivamente la proprietà e la gestione diretta dei beni capitalistici e della produzione, sia nel commercio che nell'industria, anche se questo processo per forza di cose sarà lento e graduale.
    Si tratta, come scriverà uno studioso del fenomeno peronista, di prospettive largamente imparentate con il Sindacalismo Rivoluzionario: Diversamente dal socialismo marxista, il peronismo, si nutri e adottò le idee fondamentali dell'anarco-sindacalismo italiano, francese e spagnolo del quale vi era una non trascurabile tradizione nel "gremialismo" argentino. Si tratta qui di due esigenze: a) diretto protagonismo politico del sindacato (non attraverso la mediazione di un partito) sugli interessi generali quale strumento di azione; b) l'obiettivo di amministrare direttamente i mezzi di produzione. Già il Congresso sindacale di Amiens (1906) aveva proclamato: il sindacato attualmente è solo un centro di resistenza, ma nel futuro sarà responsabile della produzione e della distribuzione della ricchezza che sono alla base dell'organizzazione sociale .
    (Cristiàn Buchrucket, "Nacionalismo y Peronismo", ed. Sudamericana, Buenos Aires, '87)
    Questa similitudine è palpabile allorché Peròn definisce lo Stato Giustizialista del futuro come uno Stato Sindacalista giacché:Qui si viene dimostrando come il cammino, diciamo così, della teoria, dentro il politico e il sociale del mondo, si trova in uno stato di transizione. Noi siamo a cavallo di questa evoluzione, questo è il mio concetto. Abbiamo la metà sopra il corpo sociale e l'altra metà sopra il corpo politico. Il mondo si spacca tra politico e sociale. Noi non stiamo decisamente né in un campo né nell'altro, stiamo assistendo alla fine dell'organizzazione politica e all'affermarsi dell'organizzazione sociale (...) Io non posso abbandonare il partito politico per rimpiazzarlo col movimento sociale. Tantomeno però posso rimpiazzare il movimento sociale con quello politico. Al momento tutte due sono indispensabili. Se questo processo continua, noi aiuteremo questa evoluzione. Quando giungerà il momento propizio noi faremo un funerale di prima classe, con sei cavalli, al partito politico e creeremo un'altra organizzazione. Stiamo andando verso lo Stato sindacalista, tutti lo tengano presente ("Discurso a la Confederaciòn Argentina de Intelectuales", pubblicato in Hechos e Ideas, agosto '50.
    L'importanza dell'organizzazione sindacale nello Stato e nel Movimento peronista, del quale esso è la colonna vertebrale,l'esistenza di ministri, deputati e governatori operai, il ruolo dei sindacati nella costituzione delle provincie; la sindacalizzazione (con l'acquisizione delle proprietà da parte dei sindacati dei lavoratori) delle birrerie Bemberg e del quotidiano "La Prensa",sono chiari segnali che nel '60 Peròn si periterà di definire quale Socialismo Nazionale, umanista e cristiano, come dire: il socialismo sindacalista autogestionario di liberazione nazionale della Terza Posizione.

    IL NAZIONALISMO RIVOLUZIONARIO CUBANO

    Grande è l'influenza esercitata dalla Rivoluzione peronista in America Latina, ma è soprattutto a Cuba che il fenomeno giustizialista dispiega tutta la sua forza suggestiva, tanto che nel '56 un articolo sulla rivoluzione castrista asserisce che Cuba è il fuoco peronista che arde nel Caribe ("Libro Negro de la Segunda Tiranìa", '58).
    Quest'affermazione é l'eco della congiunzione nell'isola caraibica di due fattori: la presenza diretta del prepotente capitalismo statunitense ed il carattere apertamente controrivoluzionario del comunismo pre-castrista cubano.
    Rispetto alla presenza statunitense è importante ricordare che Cuba fu l'ultimo Paese latino-americano a raggiungere l'indipendenza, liberandosi dal dominio spagnolo (1898) grazie soprattutto alla presenza di truppe USA approdate nell'Isola in virtù del mai chiarito attentato alla nave Maine.
    Il carattere coloniale di questa Cuba - suppostamente Indipendente - è confermato dalla Carta Costituzionale in cui viene incluso (giugno 1901) il famigerato Emendamento Platt (dal nome del suo estensore Orviolle Hitchcock Platt, senatore del Connecticut) che afferma esplicitamente: Cuba consente che gli Stati Uniti possano esercitare il diritto di intervenire per la difesa dell'indipendenza cubana e per il mantenimento di un governo adeguato per la protezione della vita, della proprietà e della libertà individuale.
    A fronte dell'espansionismo yanqui, già denunciato da patrioti come Josè Martì (Ho vissuto dentro il mostro e ne conosco le viscere)sorge un nazionalismo antimperialista intransigente, come scrive il Prof. Robert F. Smith,del Texas Lutheran College, nella sua opera The Usa and Cuba, ma già nel giugno '22 (non nel '59 o nel '60!) un quotidiano de L'Avana aveva titolato su otto colonne, in prima pagina: L'odio per gli USA sarà la religione per i Cubani.
    Quando per contenere le spinte antimperialiste gli USA utilizzeranno la sanguinosa dittatura del presidente del Partido Liberal, Gerardo Machado ('24-'33), l'opposizione patriottica e popolare sarà obbligata a far ricorso alla resistenza armata, al terrorismo individuale, al sabotaggio e alla cospirazione insurrezionalista. È in questa esperienza di nazionalismo rivoluzionario che va ricercata, a nostro avviso, non certo nel marxismo, l'etica del castrismo.

    IL NAZIONALISMO CUBANO DI FRONTE AL COMUNISMO

    Nel settembre '33 una strana mobilitazione delle masse popolari, rivolta generalizzata e contemporaneo sollevamento militare, pone termine alla dittatura di Machado e conferisce il potere ai rappresentanti del nazionalismo rivoluzionario.
    Ramon Grau San Martìn e, soprattutto,Antonio Guiteras ,fautore, quest'ultimo di una rivoluzione nazionale antimperialista avente lo sbocco finale in un socialismo autoctono che -come recita il suo programma- non era una costruzione politica capricciosamente immaginata ma una deduzione nazionale basata sulle leggi della dinamica sociale(Germàn Sanchez Otero, "Los partidos polìticos burgueses en Cuba neocolonial 1899-1952", Editoriale di Ciencias Sociales, '85).Questo governo è, sin dal suo esordio, combattuto dalle forze pro-capitaliste statunitensi ed anche dai comunisti indigeni che organizzano ed armano, in diverse province dell'Isola, numerosi Soviets allo scopo dichiarato di scalzare il Governo borghese.
    La sedicente ultrasinistra filo-sovietica combatte un governo popolare dichiaratamente antimperialista in base ad un accordo, raggiunto in piena insurrezione anti-machadista (agosto '33) dai dirigenti comunisti Cèsar Vilar e Vicente Alvarez che hanno promesso a Machado di sospendere l'insurrezione in cambio del riconoscimento ufficiale del CONC, i sindacati cubani (cit. da Francisco Lopez Segrera).
    Avviluppati nella logica della classe contro la classe -indicata dall'Internazionale Comunista, gli stalinisti Caraibici considerano il borghese Machado più degno degli oppositori (impegnati contro di lui in una sanguinosa lotta), al solo scopo di ottenere particolari benefici per la loro parte politica ed essere pienamente legalizzati. Astiosamente, alcuni anni dopo,Fabio Grobart, fondatore del PC cubano, affermerà che l'ordine comunista di interrompere l'insurrezione non ottenne esito alcuno in quanto gli uomini de L'Avana - che erano gli unici in grado di ottenere un risultato- eliminarono con un'azione ferma e decisa qualsiasi incomprensione sul carattere dell'insurrezione, sia nel partito che nel CONC, rettificando il momentaneo errore e si adoperarono affinché i lavoratori adottassero unanimamente la decisione dello sciopero generale perché Machado venisse estromesso dal potere (Fabio Grobatr, "El movimiento Obrero cubano de 1925 a 1932", Revista della Universidad de Oriente, Cuba '81).
    L'azione, come vedremo, risultò comunque esiziale per il governo nazionalpopolare in quanto essa determinò il miracoloso passaggio dei sostenitori di Machado nell'ultrasinistra comunista. Una vomitevole mistura che commise ogni sorta di angherie nei confronti dei patrioti cubani.

    LA DITTATURA DI BATISTA

    Approvando e attivamente partecipando all'alleanza tra destra reazionaria e stalinisti, volta a porre fine al governo Grau-Guiteras,il colonnello Fulgencio Batista si appropria del potere direttamente o per mezzo di presidenti fantoccio fin dal '39, cancellando ogni spazio democratico e costringendo le opposizioni alla lotta armata. È per questo che Grau San Martìn fonda il Partito Rivoluzionario autentico, le cui basi ideologiche si richiamano a varguismo, cardenismo e peronismo: al MNR boliviano, ad Acciòn Democràtica venezuelana (Germàn Sanchez Otero, op. cit). A sua volta
    Guiteras costituisce l'organizzazione rivoluzionaria politico-militare Joven Cubs con con caratteristiche nazionaliste e socialiste. Il gruppo nazionalista influenzato dal fascismo segue operando militarmente i settori insurrezionali del Partito Autentico costituendo numerose organizzazioni di combattenti (Unione Insurrezionale Rivoluzionaria, Organizzazione Autentica, Movimento Socialista Rivoluzionario).
    A questo blocco di opposizioni non aderisce il partito Comunista il quale, dal '38, seguendo la nuova linea Antifascista della IIIª Internazionale, considera Batista suo possibile alleato. Il ragionamento degli uomini di Mosca ha una sua logica: il fascismo europeo è il nemico principale dell'URSS, mentre gli Stati Uniti sono il possibile alleato, di conseguenza, i diversi governi filo-statunitensi, come quello di Batista, vanno sostenuti dai PC locali. Nel caso cubano questa strategia ottiene dei risultati evidenti: a) alla fine del '38 viene legalizzato il Partito Comunista cubano; b) il 25 luglio '40 il generale Batista, appoggiato apertamente dal PC cubano, ottiene una smagliante vittoria sul Partito Autentico ottenendo che la nuova costituzione democratica non entri in vigore prima del '43. Il trionfo batistian-comunista viene ottenuto con l'antico metodo dello scrutinio ristretto che permette di votare a meno della metà dell'elettorato; c) il 24 luglio '42, Batista, apre ai comunisti: entrano nel suo governo con l'incarico di ministri Juan Marinello e Carlo Rafael Rodrìguez.
    Sono i primi comunisti al potere in America Latina. Rodrìguez, paradossalmente, diverrà anche un influente esponente del governo castrista.
    Le prime elezioni libere avvenute nel '44 chiudono la parentesi batistian-comunista giacché il dottor Grau San Martìn ottiene uno strepitoso successo elettorale (oltre il 65%) ridicolizzando
    Salgarida sul quale convergono anche i voti comunisti. Tutto ciò presuppone un evidente arretramento degli stalinisti cubani che, privati dell'appoggio statale, sono spazzati via dall'azione dei sindacalisti autentici o, semplicemente, dai gruppi insurrezionali che si opposero alla dittatura di Batista con atti di guerriglia sia contro la dittatura che contro i suoi alleati comunisti.

    IL GIOVANE FIDEL CASTRO

    Nel '45, anno della rivoluzione peronista, Fidel si iscrive all'Università dell'Avana ed inizia la sua attività politica. La sua naturale vocazione rivoluzionaria lo porta a simpatizzare con i gruppi insurrezionalisti - non smobilitati dopo la vittoria- del Partito Autentico che mantenevano certe caratteristiche nazional rivoluzionarie. Entra così nell'Uniòn Insurreccional Revoluzionaria di Emilio Tro.
    Secondo quanto affermano alcuni autori (Yves Guilbert, Pardo Llada, K. S. Karol) egli milita all'interno dell'UIR come Indipendente per evitare di schierarsi col Movimento Socialista Rivoluzionario che, pur essendo parte dell'UIR, vuole sostituire Tro portando al vertice dell'organizzazione per evitare di schierarsi col Movimento Socialista Rivoluzionario che, pur essendo parte dell'UIR, vuole sostituire Tro portando al vertice dell'organizzazione Mario Salabarrìa.
    Salabarrìa è precisamente la stessa persona che nel '47 organizza l'Ejèrcito de Liberacion de Amèrica,diviso in quattro battaglioni- rispettivamente denominati "Antonio Guiteras", "Màximo Gòmez", "Josè Martì", "Augusto Cèsar Sandino", con l'intenzione di invadere Santo Domingo, per abbattere la dittatura di Trujillo, e allo stesso tempo progetta di accendere un fuoco guerrigliero nel Nicaragua di Anastasio Somoza.
    Fidel Castro, insieme a Carlos Franqui, è parte di questa spedizione nonché uno dei pochi che riesce ad evadere, dopo tre mesi di prigionia, dal campo di concentramento di Cayo Confite, dove i rivoluzionari sono detenuti dall'esercito cubano timoroso delle reali intenzioni di questo numeroso gruppo armato. La prima azione che possiamo definire armata di Castro, anche se è solo una giovane recluta, è del tutto in linea con la prospettiva peronista. Lo storico K. S. Karol, parlando della spedizione di Santo Domingo, assicura che essa ha ricevuto dal presidente argentino Peròn un apprezzabile regalo: 350.000 dollari e numerose armi di vario tipo (K. S. Karol, "Los Guerrilleros en el Poder", Seix Barral, Barcellona '72). Dunque noi crediamo che se questo appoggio fosse reale -non esiste sulla circostanza alcun documento scritto e nessuna testimonianza del governo argentino che possa corroborare l'affermazione- ciò serve ad inquadrare quello che rappresentava il peronismo all'epoca: un movimento rivoluzionario di natura antimperialista, socialista e libertaria.

    PERON E FIDEL CASTRO

    Il primo contatto documentato tra castrismo e peronismo risale al principio dell'anno seguente. Il dirigente peronista Antonio Cafiero ricorda che si parlava di creare una federazione nazionale degli universitari peronisti: Si intendeva organizzare un congresso, sia nazionale che latino-americano, degli studenti nazionalisti. Informato Peròn ed ottenuto il suo consenso, mi recai accompagnato da un dirigente cubano, Santiago Touriño Velàquez, a Santiago del Cile, Lima, Panama e L'Avana. I referenti politici erano scontati: Albizu Campos, Haya de la Torre, Arnulfo Arias. Nel marzo '48 andammo a L'Avana e a una delle nostre riunioni assistette Fidel Castro. I miei interlocutori, specie Touriño, mi informarono sulle propensioni radicali di Fidel (...) Touriño, che attualmente vive in esilio, lo descrisse come una figura singolare. Non parlai direttamente con lui ma pochi giorni dopo Castro partecipò insieme agli altri studenti cubani alla conferenza di Bogotà.
    Sulla partecipazione di Castro al congresso latino-americano degli studenti peronisti, ed alle riunioni preliminari, molte informazioni vengono dal dirigente cubano Pardo Llada: Alla fine del marzo '48 arrivò a L'Avana il senatore argentino Diego Luis Molinari, che si faceva chiamare Luis Priori, con l'incarico di delegato dell'Ambasciata argentina. Questi stabilì contatti con i principali dirigenti universitari cubani e li invitò a partecipare ad una conferenza anti-colonialista a Buenos Aires, nella quale si sarebbe, tra le altre cose, reclamata l'indipendenza delle isole Malvinas. L'ambasciatore peronista si incontrò col presidente del FEU Alfredo Olivares e con il segretario di questo organismo, il comunista Alfredo Guevara appena tornato a Mosca dove si era recato per curarsi, almeno così sosteneva, una malattia ai polmoni. Entrambi si recarono a Bogotà, parlando alla nona conferenza americana, per propagandare il congresso anti-colonialista di Buenos Aires, convocato da Peròn per i primi giorni di maggio. Anche Castro raggiunse Bogotà per unirsi alla delegazione. L'incontro con l'ambasciatore di Peròn avvenne all'Hotel Nacional nel quale Peròn era giunto accompagnato da Rafael del Pino e dallo studente peronista Santiago Touriño.Castro fu quello che più degli altri impressionò favorevolmente Molinari. Il senatore, infatti, si rese conto che il giovane già possedeva il carisma del leader. L'incontro si concluse con l'invito, da parte dell'Ambasciatore, a partecipare ad un viaggio con scali in tre città: Panama, Bogotà e Caracas, con i biglietti, ovviamente, pagati da Peròn. Andarono in Colombia Enrique Ovares, Alfredo Guevara, Fidel Castro e Rafael del Pino. Allo stesso tempo un'altra delegazione di studenti cubani, Touriño, Taboada e Esquivel, su incarico del senatore peronista, visitarono vari paesi del Centramerica col compito di far proseliti e farli convergere alla conferenza anti-colonialista di Buenos Aires (Pardo Llada, op. cit).

    L'IDEOLOGIA DEL GIOVANE CASTRO

    Il Fidel che mantiene i contatti e le relazioni con l'Argentina peronista non è ancora un franco tiratore dei gruppi armati più o meno vincolati agli Autentici, ma un militante inquadrato nel Partito del Popolo Cubano Ortodoxo.
    L'Ortodoxia nasce, per la precisione, come scissione degli Autentici,in opposizione alla corruzione e all'abbandono dei princìpi nazionalisti-rivoluzionari da parte del governo di San Martìn e Pìo Soccaras, e la gangsterizzazione delittuosa delle sue frange armate. Le loro idee centrali sono indipendenza economica, libertà politica e giustizia sociale("Los partidos politicòs burgueses", cit), le tre parole d'ordine del Movimento Giustizialista. È logico che il Partito Ortodoxo sia il luogo naturale di militanza di peronisti quali Pardo Llada e Fidel Castro.
    Il nuovo golpe di Fulgencio Batista, marzo '52, ha l'obiettivo esplicito di impedire il trionfo elettorale del Partito Ortodoxo, cui militanti vengono perseguiti e di conseguenza obbligati alla lotta armata. Il gruppo guidato da Fidel Castro che assaltò la Caserma Moncada (Joventud del Centenario o Movimiento)ha lo scopo, come scrive Fidel al dirigente ortodoxodi Santiago Luis Conte Aguero: di porre l'ordine in mano agli ortodossi più ferventi. Il nostro trionfo avrà la conseguenza dell'assunzione immediata al potere della vera ortodossia anche se provvisoriamente. Per il futuro deciderà il popolo mediante elezioni generali.
    L'identità ideologica con l'ortodossia permane anche dopo la fondazione del Movimento 26 Luglio.
    Nel documento redatto da Castro per il Congresso del Partito Ortodoxo, 16 agosto '55, si afferma Il movimento "26 luglio" costituisce una tendenza all'interno del Partito; essa è un apparato rivoluzionario adeguato per lottare contro la dittatura, tale si è dimostrato quando l'ortodossia grazie alle sue mille divisioni interne si è rivelata impotente (...) un'ortodossia ai vertici della quale sono assurti latifondisti del tipo di Fico Fernàndez Casas, zuccherieri dello stampo di Gerardo Velàquez, speculatori borsistici, magnati dell'industria e del commercio, gli avvocati dalle grandi fortune, potentati provinciali e politicastri ....
    Il 19 marzo '56 il Movimento 26 luglio rompe formalmente con il Partito "Ortodoxo" ed entra in piena lotta insurrezionale tentando di attirare a sé il maggior numero di militanti dell'ortodossiaome gruppo si sono convertiti praticamente a satellite della causa castrista, seguendo le sue direttive alla lettera. Erano convinti che il Movimento 26 luglio fosse un ramo del loro partito e alcuni consideravano Castro come un redentore intrepido che predicava l'atto eroico e questo dava loro un immenso coraggio (Mario Llenera, "La revoluciòn insospechada: origen e desarollo del castrismo", EUDEBA, Buenos Aires, '81).
    Nuestra Razòn, manifesto-programma del Movimento 26 luglio fu redatto nel '56 e i suoi punti cardine erano in gran parte estrapolati dai princìpi dell'Ortodoxia (quindi dal peronismo) come la lotta per la sovranità politica, l'indipendenza economica e la cultura differenziata, all'interno di una visione democratica, nazionalista e di giustizia sociale.

    PERONISMO E MOVIMENTO OBRERO CUBANO

    L'influenza del peronismo storico non solo è decisiva nelle organizzazioni politiche del nazionalismo rivoluzionario pre-castrista. Ma in virtù della dimensione continentale di cui erano impregnate le tematiche nazionalproletarie e sindacaliste dell'Argentina peronista è logico che esse abbiano prodotto un grande influsso sul movimento operaio di tutta l'America latina.
    Cuba non è un eccezione e il suo Movimento Obrero è la prova lampante delle convergenze esistenti tra il tercerismo rivoluzionario e il nazionalismo antimperialista e socialista non-marxista del nascente movimento dei Barbudos.
    Il 2 novembre '52, a Città del Messico, rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori di 19 paesi latino-americani convocati dalla CGT argentina decidono di costituire una organizzazione di lavoratori denominata ATLAS(Aggrupaciòn de Trabaiadores Latinoamericanos Sindacalistas).
    Si tratta di una centrale operaia continentale antimperialista opposta tanto allo pseudo sindacalismo filo-statunitense della ORIT quanto all'irreggimentato sindacalismo filo-sovietico della CTAL.
    Alla riunione costitutiva dell'ATLAS vi è l'intervento di un dirigente sindacale cubano del settore trasporti,Perez Vidal. Questo militante è stato esiliato da Battista e sarà uno dei futuri dirigenti sindacali castristi; dalla sua fondazione occupa, nell'ATLAS, la funzione di Segretario delle relazioni estere e nel '53 viene designato transitoriamente quale segretario generale dell'organismo continentale d'ispirazione peronista.
    Il rapporto tra movimento operaio giustizialista argentino e movimento operaio castrista cubano non ha nulla di occasionale ed effimero: lo prova la fitta corrispondenza intercorsa tra dirigenti operai castristi, già giunti al potere e il segretario generale dell'ATLAS, l'argentino (e peronista) Juan Garrone.
    È Pèrez Vidal, il 16 febbraio '60, che sollecita l'invio di un delegato dell'ATLAS nel Caribe o anche solo a Cuba, sottolineando che: grazie alla Rivoluzione che regge i destini delle nazioni, alla nostra testa vi è un grande leader e un grande statista Fidel Castro Ruz; la nostra patria però ha un posto marginale tra le nazioni libere del mondo. Esattamente come la vostra patria quando innalzò le gloriose bandiere del Giustizialismo; della indipendenza economica, della giustizia sociale, della sovranità politica .... Identico il sentire del dirigente operaio cubano Josè Gayoso in una lettera inviata allo stesso Garone:Il fine che il governo cubano persegue è essenzialmente nazionale (...) Per ATLAS credo sia conveniente che lei si rivolga al companero David Salvador, segretario generale della CTC per discuter del fine pratico della riorganizzazione dei rapporti tra noi e l'ATLAS (...) con uomini che si nutrono degli ideali del Giustizialismo (Per tutta la corrispondenza con ATLAS, CGT y ATLAS, Manuel Urriza, ed. Legasa, Buenos Aires, '88).
    Per una migliore comprensione va chiarito che il citato David Salvador era un ex-dirigente comunista che nel '47 aveva rotto con i filo-sovietici per finire integrato nel castrismo del quale diresse, durante la Rivoluzione, un braccio sindacale: Secciòn Obrera del M-26 de Julio; più tardi conosciuta come Frente Obrero Nacional Unido (FONU). Salvador dirige numerosi scioperi durante la resistenza alla dittatura di Batista, concomitanti generalmente con azioni armate. Tra la presa di potere castrista e il I Congresso nazionale della CTC (già convertita in sindacato unico) la lista di David Salvador, sostenuta dal Movimento 26 luglio, ottenne il 90% dei voti a fronte di un 5% andato agli Autenticos e un altro 5% ai comunisti. Le pressioni su Fidel, per una lista unica castrista-comunista è respinta e non per un anticomunismo di destra ma perché, come riconosce un marxista studioso della Rivoluzione cubana durante la Rivoluzione il PSP (filo sovietico) non vedeva di buon occhio il Frente Obrero Nacional, fondato dai castristi e diretto da David Salvador, vecchio comunista, il PSP gonfiava simultaneamente le tendenze anticomuniste presenti nel M-26 e taceva sulle esaltazioni di sinistra della lotta armata (...) non vi è un solo caso di partecipazione dei comunisti nella battaglia del fronte urbano;lo sciopero generale del 9 aprile '58 fu infatti organizzato e diretto totalmente dal FONU.

    SINTESI

    Come una Rivoluzione nazionale e tercerista strettamente imparentata col peronismo storico si è potuta convertire in un sistema marxista-leninista a partito unico? Di sicuro la Rivoluzione cubana ancora il 2 dicembre '61 non può essere definita comunista ma giustizialista! Questo affermavano i dirigenti cubani rispondendo alle preoccupazioni statunitensi:la nostra Rivoluzione non è né capitalista né comunista.
    E lo stesso Fidel Castro, sul quotidiano "Revoluciòn", affermava: Di fronte alle ideologie che si disputano l'egemonia mondiale sorge la Rivoluzione Cubana, con nuove idee e nuovi contenuti. Non vogliamo essere confusi con i popoli che si sono fatti abbindolare dal comunismo.
    Lo stesso Ernesto CHE Guevara affermava in un documento titolato Bohemia pubblicato il 14 giugno '59:Si fuera comunista no dudarìa pregonarlo a voces.
    Era una Rivoluzione nazionale che solo l'embargo imposto dagli Stati Uniti obbligò a radicalizzare le sue posizioni. Quando i cubani, ad esempio decisero di importare petrolio russo, le tre raffinerie gestite dalle multinazionali americane presenti a Cuba si rifiutarono di raffinarlo. Come risposta Fidel Castro nazionalizza le proprietà statunitensi e per rappresaglia gli USA sospendono l'importazione dello zucchero. Castro contrattacca sospendendo le relazioni diplomatiche ed ottenendo un primo credito sovietico e gli Stati Uniti finanziano e organizzano lo sbarco di Bahìa Cochinos (Baia dei Porci) nell'aprile '61. Solo a questo punto Fidel si proclama marxista-leninista. Si tratta di una radicalizzazione in gran parte provocata dagli USA come riconosce Ernesto Guevara in un'intervista a L. Bergquit, "Look" novembre '61:Eccezion fatta per la nostra riforma agraria, che tutto il popolo reclamava, tanto da iniziarla spontaneamente, tutte le iniziative radicali che abbiamo adottato sono la risposta ad atti d'aggressione da parte dei potenti monopoli del vostro paese (gli USA - N.d.T.) e dei suoi massimi esponenti politici. Per sapere quale sarà il futuro di Cuba bisogna prima chiedere al governo USA quali siano le sue intenzioni, quali scelte ci verranno imposte.
    La strategia di appoggiarsi ai russi per non cedere ai ricatti yanquis non è, comunque accettata dalla totalità del Movimento castrista. Carlos Franqui distingue almeno quattro correnti interne: i filo-USA, che si confermano per una democratizzazione anti-Batista; i nazionalisti democratici; una corrente proletario-rivoluzionaria socialista ma non filo-sovietica (che comprendeva essenzialmente i sindacati castristi) e, finalmente, la "piccolo-borghese" autoritaria alleata dei comunisti che alla fine fu quella che si affermò (Carlos Franqui, op. cit.).
    I simpatizzanti peronisti nazionalisti democratici e socialisti rivoluzionari finirono in esilio (Pardo Llada e molti militanti ortodoxos)o incarcerati (Salvador David e numerosi dirigenti sindacali); essi non vollero scegliere tra democrazia USA e comunismo filo-sovietico. Il definitivo passaggio della ex-Unione Sovietica nel blocco imperialista occidentale ha portato al quasi totale isolamento di Cuba -essa ormai conta solo sull'aiuto dei paesi latino-americani meno compromessi con gli Stati Uniti- ripropone in tutto il suo vigore la questione: potrà la Rivoluzione cubana sopravvivere con la propria forza? Potrà il castrismo evolvere verso una forma di tercerismo rivoluzionario che è parte importante delle sue caratteristiche originarie? Se la storia e la libera volontà del popolo cubano andranno in quella direzione la Grande Isola del Caribe sarà la prima vera trincea dalla quale si combatterà per l'emancipazione dell'America Latina e per un giustizia sociale rispettosa della libertà e della dignità dell'uomo e, per questo, lontana tanto dal capitalismo come dal comunismo.
    Juan Domingo Perón e la rivoluzione cubana | Third Position
    Ultima modifica di Johann von Leers; 07-02-11 alle 21:06
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    Predefinito Rif: Juan Domingo Perón e la rivoluzione cubana

    Intervista di Thiriart a Perón

    Posted on 07/03/2009 by PatriaEuropa


    Parla Juan Domingo Peròn
    Intervista a cura di Jean Thiriart

    “Aurora” ha il piacere di pubblicare l’intervista concessa da Juan Domingo Peròn il 7 novembre 1968 a Jean Thiriart e che fu pubblicata in francese per la rivista belga “La Nation Europeen” n° 30 nel febbraio 1969. Il presente testo è indubbiamente un importante documento che ci mostra il vero contenuto rivoluzionario del Generale Peròn, conduttore indiscutibile di un movimento di liberazione nazionale decisamente contrario agli imperialismi, principalmente a quello yankee e che, come tale, propone l’unificazione continentale dell’America Latina, così come la coordinazione militante con le forze rivoluzionarie del Terzo Mondo e con tutti coloro che si confrontano con l’ingiusto ordine stabilito dalle grandi potenze. Il peronismo si trova così, per non rinnegare i suoi postulati, ad adottare una terza posizione: né capitalismo né comunismo, esplicitamente vicino a rivoluzionari come Fidel Castro, Ernesto «Che» Guevara, Nasser e Mao Tse Tung, seguendo il principio «i nemici del mio nemico, l’imperialismo, sono i miei amici». Un messaggio, in definitiva, che niente ha a che vedere con la tradizione liberale di Menem, che è passato, armi e bagagli, a quel nemico oligarca e imperialista che il vero peronismo ha sempre combattuto.

    J. Thiriart: Juan Peròn, potrebbe parlarci brevemente dell’opera appena pubblicata “L’ora dei popoli”?

    J. D. Peròn: In quel libro ho voluto dare una visione congiunta dell’impresa per la dominazione capitalista in America Latina. Io penso che i paesi latino-americani si incamminino verso la loro liberazione. È chiaro, questa liberazione sarà lunga e difficile giacché interessa la totalità dei paesi dell’America del Sud. Non è pensabile affatto che ci sia un uomo libero in un paese schiavo, ne un paese libero in un continente schiavo. Durante dieci anni in Argentina con il governo giustizialista abbiamo vissuto in una nazione sovrana. Nessuna persona poteva intromettersi nei nostri affari interni senza dover discutere con noi. Però durante questi dieci anni l’insieme delle forze imperialiste, che dominano attualmente il mondo, ci ha presi in noia. Una quinta colonna di «lacchè», come noi li chiamiamo, ha iniziato un efficace lavoro di zappa e il governo da me presieduto fu abbattuto. Ciò prova che se i popoli possono arrivare a liberarsi dalla schiavitù imperialista, rimane molto più difficile per loro conservar l’indipendenza, poiché le forze internazionali che io denuncio, prendono loro la mano. In tal senso la caduta del giustizialismo deve essere una lezione e una esperienza per tutti i paesi che vogliono liberarsi e tali rimanere. Bisogna intraprendere la lotta di liberazione dei paesi dell’America del Sud come una lotta globale o a livello di continente e in tale lotta ogni paese deve essere solidale coi propri vicini e fra loro deve esserci pieno appoggio. Il primo imperativo per questi paesi è perciò unirsi e integrarsi. Il secondo punto è realizzare una alleanza effettiva con il Terzo Mondo. Così come noi, i miei collaboratori e io, prevedemmo venticinque anni fa. Questa è la via che bisogna indicare ai popoli sud-americani; non solo ai dirigenti, ma anche alle masse popolari che devono prendere coscienza delle necessità della lotta contro l’imperialismo. Unificare il continente, liberarlo dalle influenze estere e allearsi col Terzo Mondo per partecipare nelle file mondiali alla lotta contro l’imperialismo sono, di conseguenza, i primi obiettivi. Dopo il processo di liberazione interna può avvenire che il popolo ottenga il governo che reclama tutti i giorni e che gli è negato in continuazione, a causa della successione di dittature effimere e di governi fantoccio collocati grazie a imposizioni, mai ad elezioni, e che mantengono il popolo sotto diverse dominazioni. È questo il processo che il mio libro vuol fare comprendere alle masse popolari.

    Jean Thiriart: C’è in America del Sud una classe sociale, una borghesia, che collabora sistematicamente con gli Stati Uniti?

    J. D. Peròn: Disgraziatamente sì! Nel nostro paese, la divisione tra il popolo e l’oligarchia capitalista è molto netta. Lo stesso è tra il popolo e la nuova borghesia di mercanti che si sviluppa rapidamente. In ogni industriale che si fa ricco dorme un oligarca in potenza. L’oligarchia che domina il paese non può sottostimare le forze di lotta delle immense masse popolari che esigono la loro libertà. Questo è il movimento che noi abbiamo messo in marcia, in certa misura, durante i dieci anni di governo giustizialista. Il giustizialismo è una forma di socialismo, un socialismo nazionale, che risponde alle necessità e alle condizioni di vita dell’Argentina. È naturale che questo socialismo abbia entusiasmato le masse popolari e che in conseguenza di ciò si manifestino le rivendicazioni sociali. Esso ha creato un sistema sociale di fatto totalmente nuovo e totalmente differente dall’antico liberalismo «democratico» che ha dominato il paese e che si era posto, senza alcuna vergogna, al servizio dell’imperialismo yankee.

    Jean Thiriart: In Europa gli americani hanno corrotto tutte le tendenze politiche, dall’estrema destra all’estrema sinistra. Ci sono collaboratori venduti agli Stati Uniti, in identica maniera, tra socialisti, cattolici e liberali. Gli americani arrivano a comprare tutti i partiti. Vede Lei lo stesso fenomeno in America Latina?

    J. D. Peròn: Esattamente. Gli americani utilizzano la stessa tecnica in tutto il mondo. In seguito procedono alla penetrazione economica, per mezzo di quell’oligarchia di cui ho parlato prima e che ha incontrato un sostanziale interesse… Subito tutti i settori politici vengono posti sotto pressione, così se non possono comprarli, controllarli, condizionarli, gli americani tentano di farli cadere e così dividere le forze politiche nazionali. La CIA è maestra nell’arte di organizzare provocazioni. Ottenuti questi obiettivi, attaccano gli ambienti militari, ove penetrano con diversi mezzi, il più efficace dei quali è certamente l’utilizzazione liberale della corruzione. È così, come hanno operato nel Sud-Vietnam, con qualche «consigliere militare» la cui attività principale è stata quella di corrompere generali la cui integrità morale è lontana dall’essere a tutta prova, e che non si sono negati a concessioni e vantaggi finanziari considerevoli (donazioni di azioni in società straniere o nomine in posti di direzione generali di società). Con questi uomini comprati dall’imperialismo americano, resta solo di organizzare il colpo di stato militare che imporrà la dittatura, come nel caso dell’Argentina, del Brasile, dell’Ecuador e, in seguito, del Perù e di Panama. Il metodo è sempre lo stesso. In ultima fase, una volta presa la situazione nelle loro mani, gli americani cominciano ad accaparrare tutte le ricchezze economiche del paese, mettendo sistematicamente il bavaglio a tutte le forze politiche e sociali di opposizione. Questo è il meccanismo in America del Sud, in Asia, in Europa e in qualsiasi parte.

    Jean Thiriart: In Europa gli americani hanno potuto controllare i movimenti il cui obiettivo ufficiale è l’Unione Europea. Così a Bruxelles i movimenti pro-europei paralleli al Mercato Comune, sono stati oggetto di tale infiltrazione a tal punto da proclamare che «occorre fare l’Europa con gli americani». Ciò è evidentemente stupido perché l’unificazione europea, come abbiamo esposto molte volte in “La Nation Europeen”, implica l’uscita degli americani. Inoltre questi ultimi sono in tal maniera abili che sono arrivati a prendere nelle loro mani la tendenza Europea per meglio soffocarla e per meglio farla fallire. Torniamo, però, in America Latina. Alcuni governi tentano di resistere alla penetrazione americana?

    J. D. Peròn: Praticamente no, perché noi stiamo in una fase di dominio quasi assoluta. Ci sono, sicuramente, alcuni governi non ancora incancreniti dall’imperialismo americano, pur nel contesto di generale sottomissione che impone loro il carattere di alleanze irrisorie e, poiché isolati, adottano per affrontare quell’imperialismo, misure che non arrivano a raggruppare una vera opposizione. D’altra parte, tutti i movimenti rivoluzionari di opposizione all’imperialismo in America del Sud sono perseguiti, particolarmente in Argentina. Ciò è ugualmente vero per tutto il mondo, perché tutti i paesi, in generale, sono più o meno dominati, direttamente o indirettamente, dall’influenza imperialista, che è strumentalizzata dall’imperialismo americano o da quello sovietico. I due in fondo, sono d’accordo per una «amichevole» spartizione del mondo.

    Jean Thiriart: Cosa pensa del perché i russi hanno apparentemente abbandonato tutta l’azione rivoluzionaria in America Latina? Per un tacito accordo e con la promessa di un non-intervento americano in altre parti del mondo, i russi avrebbero promesso agli americani di non fare niente in America Latina?

    J. D. Peròn: Certamente sì! È lo stesso fenomeno che accade in Europa. A Yalta il mondo è stato diviso in due zone di influenza per due «superpotenze»: una ad Est, oltre la «cortina di ferro», e l’altra ad Ovest. E così che l’occupazione della Cecoslovacchia e dell’Ungheria nel ’56 si fecero con il tacito consenso degli americani. Reciprocamente lo sfruttamento economico e politico dell’Europa dell’Ovest per gli americani non è possibile che con l’accordo dei russi. Yalta ha diviso il mondo in due «riserve di caccia» a vantaggio delle due potenze imperialiste. È a Potsdam che furono firmati i trattati per i quali i russi e gli americani sono legati. A Yalta e a Potsdam, Stalin ha imposto la sua volontà a due uomini di Stato già quasi moribondi, Roosevelt e Churchill. Dopo la conferenza di Yalta, i trattati di Potsdam hanno forza di legge permanente e sono inseriti nel Diritto Pubblico Internazionale. L’occupazione della Cecoslovacchia è la conseguenza diretta di Yalta e Potsdam. Nessuno può, in buona fede, negarlo. Chi può opporsi a questa situazione di fatto? Il Terzo Mondo? Ma il Terzo Mondo si trova diviso e non a causa di tutti coloro che desiderano la propria libertà. Il problema della liberazione dei nostri paesi troverà la sua soluzione solamente a lungo termine. È il problema non di una generazione ma di varie generazioni che dovranno lottare con tutte le loro forze per la liberazione ventura. In Argentina, il movimento Giustizialista, il movimento peronista, comprende il novanta per cento della gioventù. Questo è essenziale, perché la gioventù rappresenta l’avvenire e la nostra azione è orientata verso il futuro. Noi, i vecchi, abbiamo compiuto il nostro dovere, lasceremo adesso la bandiera ai giovani.

    Jean Thiriart: La liberazione della sola Argentina o del solo Cile, vi sembra destinata al fallimento? Secondo lei, i differenti movimenti di liberazione dovrebbero essere simultanei e esercitarsi in scala continentale? Lei è allora un sostenitore risoluto dell’integrazione?

    J. D. Peròn: Sì. Perché io credo in un certo determinismo storico. Il mondo è sempre stato sotto la dominazione di un imperialismo. Adesso noi abbiamo la sfortuna di dover lottare contro due imperialismi complici. Però la spinta degli imperialismi segue una curva parabolica e una volta raggiunto il punto più alto della cima della curva comincia la decadenza. Noi abbiamo visto che questi imperialismi possono essere rovesciati o tagliati fuori solo dall’integrazione di tutti i movimenti di lotta e di tutte le forze interessate. Ma tale «sacra unione» è lunga e difficile da realizzare; ciò permette agli imperialismi di godere di giorni felici. Solamente un pericolo li minaccia: la corruzione è ben sviluppata in America del Nord e così come in Russia e loro internamente stanno marcendo. Bisogna servirsi di ciò per partecipare al processo di degradazione. Per il futuro una lotta isolata, per quanto eroica che sia, risulterà vana. Credo che siamo giunti a una fase della storia umana che sarà ricordata per la decadenza delle grandi potenze dominanti. Siamo arrivati al termine di una evoluzione della umanità che dall’uomo delle caverne fino ai nostri giorni arriva all’integrazione. Dall’individuo alla famiglia, alla tribù, alla città, allo stato feudale, alle nazioni attuali, siamo arrivati all’integrazione continentale. Attualmente in confronto ad alcuni colossi, USA, Russia, Cina, un solo paese non rappresenta una grande forza e in futuro, in un mondo dove l’Europa si va ad integrare come l’America e l’Asia, le nazioni isolate di piccole dimensioni non potranno sopravvivere più. Oggi per vivere come potenza occorre unirsi in un blocco, come quelli già esistenti, o come quelli che sono sul punto di formarsi. L’Europa si unirà o soccomberà. Per l’anno 2000 ci sarà un Europa unita o dominata. Ciò è uguale per l’America Latina. Un Europa unita conterà una popolazione di 500 milioni di abitanti. Il continente sud-americano ne conta, ora, 250 milioni. Tali blocchi saranno rispettati e si opporranno efficacemente alla dominazione degli imperialismi.

    Jean Thiriart: Ritiene che il lavoro di agitazione intrapreso da Fidel Castro sia utile alla causa latinoamericana?

    J. D. Peròn: Assolutamente, Castro è un promotore della liberazione. Lui ha dovuto appoggiarsi ad un imperialismo perché la vicinanza dell’altro minacciava di schiacciarlo. Però l’obiettivo dei cubani è la liberazione dei popoli dell’America Latina. Essi non hanno altra intenzione che quella di costruire un avamposto per la liberazione dei paesi continentali. «Che» Guevara è un simbolo di quella liberazione. Lui è stato grande perché ha servito una grande causa, fino a finire per incarnarla. Lui è l’uomo di un ideale. Molti grandi uomini sono passati inosservati perché non avevano una causa nobile da servire. Viceversa, uomini semplici, normali, lontani dall’essere predestinati a tale immagine, che non sono super-uomini ma semplicemente uomini, sono diventati grandi eroi perché hanno potuto servire una nobile causa.

    Jean Thiriart: Lei ha l’impressione che i sovietici impediscano a Castro di esercitare un’azione importante in America Latina? In che maniera loro impedirebbero a Castro di andare oltre un certo livello di agitazione?

    J. D. Peròn: Perfettamente. Quel ruolo i russi non lo giocano, d’altra parte, solamente a Cuba. Così Guevara, dopo aver compiuto la sua missione a Cuba, partì per l’Africa per entrar in contatto con il movimento comunista africano. Però i responsabili di quel movimento avevano ricevuto l’ordine di non aiutare Guevara. Guevara dovette lasciare l’Africa perché i russi agivano lì. Un conflitto opponeva, nel Congo, i due imperialismi concorrenti. Le due tendenze che loro rappresentano, in certi momenti, devono unire le loro forze per difendere la stessa causa: quella dell’ordine stabilito. È logico, loro difendono l’imperialismo e non la libertà dei popoli.

    Jean Thiriart: Che penserebbe lei della messa in funzione di un sistema mondiale di informazione e di collegamento fra tutte le forze che lottano contro gli imperialismi russo e americano e dell’unione di un certo numero di sforzi politici?

    J. D. Peròn: Bisogna considerare che l’unificazione deve essere il principale obiettivo di tutti coloro che lottano per la stessa causa. Dico unificazione e non «unione» o «associazione». Occorre integrarsi. Perché, dopo, noi avremo l’occasione di fare e, per un’azione efficace, bisogna essere integrati e non solamente associati.

    Jean Thiriart: Lei stima, di conseguenza, che occorra andare più lontano, molto più lontano che non la semplice unione nell’alleanza tattica con i nemici dell’imperialismo americano. Anche con Castro, anche con gli arabi, anche con Mao Tse Tung se ciò fosse necessario? Lei pensa che il nemico sia talmente vigoroso e forte per cui occorrerà mettersi tutti assieme per combatterlo, facendo attenzione a lasciare da parte le differenze ideologiche?

    J. D. Peròn: Io non sono comunista. Io sono giustizialista. Però io non ho diritto di volere che la Cina si pure giustizialista. Se i cinesi vogliono essere comunisti perché vorremmo noi a tutti i costi «renderli felici» contro la loro volontà? Loro sono liberi di scegliere il regime che desiderano anche se differente dal nostro. Però se i cinesi lottano contro la stessa dominazione imperialista come noi, allora sono nostri compagni di lotta. Lo stesso Mao ha detto: «La prima cosa da distinguere è la vera identità degli amici e dei nemici. Subito si può agire». Io sono dell’idea di alleanze tattiche, secondo la formula: «I nemici dei nostri nemici sono nostri amici».

    Jean Thiriart: Secondo lei il Mediterraneo Orientale potrà essere nei prossimi mesi il fuoco di un conflitto più importante?

    J. D. Peròn: Considero che la situazione in Europa non è mai stata tanto pericolosa come attualmente. Tutto ciò che l’Europa ha fatto per evitare di essere di nuovo un campo di battaglia in una prossima guerra può essere ridotto a niente. Con le basi sovietiche in Africa, la flotta russa nel Mediterraneo, le 125 divisioni del Patto di Varsavia, di fronte a una NATO in declino che in tutti i modi non sa rimpiazzare un esercito europeo moderno, l’Europa potrebbe essere invasa in poche settimane, se i russi lo decidessero. È certo che la miccia del Medio Oriente può essere l’origine di un conflitto che sarà quasi impossibile da limitare, e in cui l’Europa potrebbe essere una delle prime vittime, nel suo attuale stato di divisione.

    Jean Thiriart: In tale visione, la Palestina Le sembra destinata a trasformarsi in un secondo Viet-Nam e sottoposta a una guerra localizzata?

    J. D. Peròn: Si perché il Medio Oriente ha una importanza strategica molto grande. È il ponte fra due continenti che si svegliano: Asia e Africa. Ciò è la causa della conseguente lotta fra Israele e i paesi arabi; gli americani e i russi si affrontano in una accanita lotta di influenze il cui fine è la possessione di un punto strategico.

    Jean Thiriart: La ringrazio molto. Io ora ho finito con le mie domande. Vuol fare una dichiarazione su temi particolari?

    J. D. Peròn: Leggo abitualmente «La Nation Europeen» e condivido interamente le sue idee. Non solamente per quanto riguarda l’Europa, ma il mondo. Un solo rimprovero, io avrei preferito al titolo «La Nation Europeen» quello di «Mondo Nuovo». Perché l’Europa sola, nel futuro, non avrà tutte le risorse sufficienti per la difesa dei propri interessi. Oggi gli interessi particolari si difendono in posti lontani. L’Europa deve pensarlo. Deve integrarsi, certo, ma nella sua integrazione deve stringere contatti con gli altri paesi in via di integrazione. In particolare, l’America Latina, che è un elemento essenziale, deve allearsi all’Europa. Noi latinoamericani siamo europei e non di tendenza americana. Io personalmente mi sento più francese, più spagnolo, più tedesco che americano. Il vecchio ebreo Disraeli aveva ragione quando diceva: «I popoli non hanno amici né nemici permanenti, hanno interessi permanenti». Si devono associare questi interessi, anche se sono geograficamente lontani, perché l’Europa continui ad essere la prima potenza civilizzatrice del mondo.

    Traduzione: Ermanno Massari

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    Da Evita a Cuba: intervista a Domenico Vecchioni





    Domenico Vecchioni, saggista, ex console a Madrid e Nizza ed ambasciatore a Cuba dal 2005 al 2009, ci descrive l’interesse personale e mondiale per il mito di Evita, tema del suo prossimo libro, le impressioni su Cuba e la sua opinione sul caso Battisti e le probabili ingerenze esterne.

    D. Uscirà presto il suo secondo libro dedicato a Evita Peron (“Evita Peron, il cuore dell’Argentina”). Può anticiparci i motivi di questo rinnovato interesse ed i nuovi aspetti che troveremo in questo volume in aggiunta all’immagine mitica descritta nel precedente “La Madonna dei Descamisados”?

    D.V. L’interesse per il “mito Evita” si rinnova costantemente, probabilmente perché nella nostra epoca, infestata di personaggi posticci e insignificanti, si sente imperiosa la nostalgia di protagonisti veri, di persone che hanno impresso con sincera passione una svolta storica al loro paese, infondendo dignità e speranza al loro popolo e – come Evita appunto - elevando in maniera spettacolare il ruolo della donna nella famiglia, nella società e nella politica. Un interesse poi particolarmente sentito in Italia che ha, come si sa, “special relationships” con l’Argentina, terra d’approdo in passato per milioni di nostri emigranti. Lo ha ben capito del resto la nostra RAI che ha deciso la produzione di una fiction in grande stile dedicata proprio alla “madonna dei descamisados”, che avrà il volto televisivo della brava Gabriella Pession. Nel nuovo libro – che uscirà a fine febbraio/inizio marzo per i tipi delle edizioni Anordest- ho in particolare cercato di capire meglio le ragioni del mito. Perché, cioè, a quasi sessant’anni dalla sua morte il ricordo di Evita è ancora così vivido, così presente e non solo in Argentina. Alla creazione della “Evitamania” in effetti hanno probabilmente contribuito fattori concomitanti : la rapidità della sua avventura umana e politica, la morte avvenuta nel momento del suo massimo splendore, il suo comportamento da generoso Robin Hood, il suo ruolo di prima, vera donna politica argentina, il feticismo di cui è oggetto, la sua inimitabile vicenda di Cenerentola moderna ecc... Senza tuttavia tacere gli aspetti negativi della sua gestione, che pure ci furono: un certo autoritarismo, un innegabile nepotismo, una tendenza a curare i sintomi dei mali sociali e non le loro cause profonde, un manicheismo tipico delle persone appassionate e fortemente motivate, la noncuranza per le regole contabili e amministrative… Ho inoltre aggiunto diversi episodi e aneddoti della sua vita che mi sono sembrati utili a intendere meglio il personaggio Un personaggio tuttavia che resta molto difficile da cogliere nella sua essenza profonda e certamente impossibile da ingabbiare in una ideologia o corrente politica determinata. Tanto – caso piuttosto unico che raro - da essere eletta eroina sia dalla estrema sinistra che dalla estrema destra! A Roma, nel suo tour europeo del 1947, Evita fu contestata dalla sinistra in quanto “consorte del fascista Perón” e acclamata dai giovani di destra che la salutavano con braccio teso. In Argentina, dopo la caduta di Perón, fu invece invocata dai guerriglieri marxisti come montonera (Si Evita viviera seria montonera!).

    Una donna, un personaggio, un mito che non ci si stanca di scoprire e di riscoprire.

    D. Il mito solidaristico di Evita si staglia comunque nell’ambito di un governo molto controverso e contraddittorio. L’ammirazione e l’interesse globale sono legati più all’immagine di Evita come donna del popolo o traggono ispirazione e nostalgia dal ruolo “politico”?

    D.V. In realtà Evita era amata non per ciò che faceva, ma per quel che rappresentava. Le gente la venerava, cioè, non tanto per le sue intuizioni politico-sociali o le sue iniziative assistenziali o la sua abilità oratoria, quanto piuttosto per il simbolo che la sua persona incarnava. Evita quindi era molto di più di una vedette. Queste in genere sono stimate per le eccezionali prestazioni fornite nel proprio settore di attività (politico, sportivo, industriale, culturale ecc..). Bella, giovane, entusiasta, figlia del popolo, descamisada, Evita era ciò che in termini cinematografici si definisce una “stella”: veniva cioè percepita attraverso i valori che portava con sé, indipendentemente dalle sue doti professionali. Evita insomma rappresentava per gli argentini la speranza di una vita migliore, la promessa di maggiore solidarietà, il sogno di grandezza nazionale. A trent’anni Evita superava persino i confini del concetto di “stella”, per diventare un mito, un mito vivente, un mito che perdura.

    D. Lei ha lavorato e vissuto a lungo in Argentina. Come mai secondo lei il popolo argentino tende a rifugiarsi ed a mitizzare un personaggio simbolo che li trascini ed unisca, come è capitato con Evita ed in misura minore con Alfonsin, Kirchner e perfino con grandi campioni (vedi Maradona)?

    D.V. Credo si tratti di personaggi che, in misura diversa, hanno sostanzialmente appagato l’esasperato bisogno degli argentini di affermare la propria identità nazionale, rispetto alle loro origini europee e alle incombenti influenze statunitensi. Quando quindi un personaggio argentino emerge sul piano nazionale e si afferma su quello mondiale, volentieri i “rio platensi” si identificano con lui, per sentirsi in qualche modo “più argentini”, più uniti, più sicuri insomma della propria identità collettiva.

    D. Lei è stato anche ambasciatore italiano a Cuba dal 2005 al 2009. Può dirci cosa è Cuba oggi e qual è la versione più credibile sull’eterno rimbalzo di colpe attribuite ora alla rivoluzione ora all’embargo?

    D.V. Washington ha sempre avuto nei confronti di Cuba un atteggiamento da “grande ed invadente vicino”, da interessato protettore. Basti pensare al famoso emendamento Platt (un emendamento alla costituzione di Cuba appena indipendente tramite il quale gli americani si riservavano il diritto di intervenire militarmente nell’isola qualora i loro interessi fossero stati minacciati…), basti pensare alla base militare di Guantanamo (un enclave statunitense nel territorio cubano di circa 111 kmq ceduto a Washington in affitto perpetuo…). Quando, dopo la rivoluzione, Fidel Castro volse il suo sguardo e il suo cuore al’URSS, gli americani pensarono che l’embargo avrebbe contribuito a piegare il regime orami filosovietico. Col passare degli anni, tuttavia, avrebbero dovuto capire che la loro politica in realtà rafforzava Fidel, fornendogli un formidabile alibi per addossare al bloqueo la responsabilità di tutte le carenze del sistema e mettendogli a disposizione un inossidabile strumento di esasperato nazionalismo, in nome del quale venivano chiesti al popolo immensi sacrifici. Sacrifici che i cubani sopportano da cinquant’anni! Dal canto loro i rivoluzionari cubani non hanno mai voluto riconoscere che la loro disastrosa situazione economica e sociale non proviene dall’”esterno” del sistema, ma dal sistema stesso. E’ il sistema che non funziona! Malgrado l’embargo, in effetti, niente avrebbe vietato all’Avana di sviluppare intensi rapporti economici, commerciali e finanziari con il Canada o – ad esempio – con i paesi dell’Unione Europea, stimolandone fortemente gli investimenti così necessari all’economia cubana. Ma per far questo il governo rivoluzionario avrebbe dovuto “aprire” il sistema economico, il mercato. Fidel non lo ha mai voluto fare, temendo di buttare il bambino con l’acqua sporca, temendo, cioè, che aperture economiche liberiste avrebbero avuto riflessi sul piano politico, mettendo in qualche modo in pericolo la sua leadership e il suo totale controllo politico del paese. Contando quindi sull’URSS prima e sul Venezuela dopo per consentire ai cubani di sopravvivere. Ora però che non c’è più l’URSS e che il Venezuela conosce immense difficoltà interne, il governo cubano ha ripreso la vecchia teoria del “cambiare tutto affinché tutto rimanga com’è”. Iniettare cioè forti dosi di economia capitalista per salvare il “sistema” socialista”. Ma Cuba non è la Cina. Raúl Castro, l’attuale presidente, si è dato una missione impossibile: preservare il sistema politico, il totale controllo politico della popolazione, la nomenklatura, il regime e la stessa dinastia (sembra che stia scaldando i motori per la successione Alejandro Castro, il figlio di Raul) attraverso le ricette dell’economia capitalista più spinta e meno solidale…Missione che difficilmente potrà avere successo e che anzi, paradossalmente, avvierà con ogni probabilità la tanto attesa “transizione”, che certo sarebbe molto facilitata se Washington eliminasse l’inutile embargo!

    D. Le aspettative createsi con l’elezione di Obama e gli annunci di apertura dei Castro con avvisaglie di pentimento possono far pensare ad un progressivo cambiamento degli scenari politici e sociali?

    D.V. Certamente ci saranno dei cambiamenti. Ma è particolarmente difficile avventurarsi a fare delle ipotesi sui loro risultati finali. Proprio in considerazione della contraddizione intrinseca della missione di Raúl Castro, molti in realtà sono gli scenari immaginabili e tutti credibili. Da quelli più ottimisti (graduale cambio senza scosse e sommovimenti sociali), a quelli più drammatici (esplosione di violenza , vendette personali che covano da mezzo secolo), a quello assolutamente...originale di un Fidel Castro che ha recentemente dichiarato che il sistema cubano – da lui difeso per mezzo secolo - non funziona più (anche se poi ha confusamente smentito). Insomma l’impressione è che il gioco delle parti tra Fidel e Raúl continui, tra passi avanti e ritorni al passato al solo scopo di conservare il potere e che in definitiva all’Avana regni la confusione totale. Il popolo cubano in ogni caso continua ad essere assente dalle decisioni che lo riguardano, l’economia del paese continua ad essere in caduta libera, la repressione politica continua in altre forme (arresti ripetuti, numerosi, ma di breve durata per intimidire l’opposizione e per non dare il tempo alla opinione pubblica internazionale di reagire), gli “utili idioti internazionali” continuano ad affollare la corte dell’Avana. Io credo che il futuro di Cuba comincerà solo dopo la definitiva uscita di scena dei Castro, quando il popolo cubano riacquisterà la propria identità smarrita, quando si dissolverà il fanatismo ideologico, quando i cubani potranno finalmente riprendere in mano il proprio destino e decidere, democraticamente e senza condizionamenti esterni, la strada da indicare alle nuove generazioni.

    D. Le chiedo un’ultima digressione impegnativo da diplomatico. Qual è la sua impressione sul caso Battisti sul risveglio di sottili accuse di protezioni proibite e derive populiste verso l’America Latina ed in generale anche sull’immagine internazionale dell’Italia.

    D.V. Sul caso Battisti sarò molto poco diplomatico... Non so se ci sono state protezioni proibite (Madame Carlà Bruni?) o interventi inconfessabili (servizi segreti francesi?). Sta di fatto che Battisti si trova ora in Brasile e che il Brasile - paese amico - ritiene l’Italia non sufficientemente democratica da potervi estradare un pluricondannato...nonostante l’apposito trattato esistente tra i due paesi. Al riguardo vorrei solo ricordare che Battisti iniziò la sua “carriera” come criminale comune e che fu in carcere, dove appunto scontava una pena per delitti “comuni”, che nacque la sua “vocazione politica” a contatto con diversi terroristi. Insomma Battisti è nato criminale e tale è rimasto, visto che tribunali italiani (dopo i prescritti tre gradi di giudizio e con tutte le garanzie per l’imputato) lo hanno condannato per omicidio a 4 ergastoli! Vorrei anche aggiungere che mi pare inaccettabile ricevere lezioni di democrazia dal Brasile, che il nostro prestigio internazionale è stato ulteriormente indebolito e che forse, come del resto ha detto il nostro Presidente della Repubblica, non siamo stati in grado di spiegare ai brasiliani che eri e chi è Battisti. Mi auguro vivamente – anche per rispetto dei familiari delle vittime - che la decisione dell’ex-presidente Lula (presa all’ultimo giorno del suo mandato!) possa essere annullata, che Cesare Battisti (che fastidio pronunciare questo nome, omonimo di uno dei nostri più luminosi eroi nazionali!) venga presto estradato in Italia e che successivamente si faccia infine luce sulle protezioni proibite e sugli inconfessabili interventi… che pure ci devono essere stati!








    Da Evita a Cuba: intervista a Domenico Vecchioni - Il Grande Sud
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    John W. Cooke e il peronismo rivoluzionario


    di Romano Guatta Caldini - 15/02/2010

    Fonte: mirorenzaglia




    L’operato di John William Cooke, punto d’incontro fra peronismo e castrismo, ha rappresentato, senza dubbio alcuno, la migliore commistione fra l’esperienza socialista nazionale di Peron e le spinte rivoluzionarie cubane. Una tradizione, quella dell’antimperialismo latino americano, che ha visto fra i suoi protagonisti eminenti figure di militanti politici del peronismo rivoluzionario, fra questi ricordiamo: Rodolfo Walsh, Ricardo Masetti e l’ex falangista spagnolo, poi militante peronista, Emilio Javier Iglesias. Questi ultimi sono stati i fautori di un interessante incontro ideologico, una sorta di mutuo soccorso inter-nazionalista visto in chiave antimperialista.

    Del resto, che peronismo e castrismo avessero, per certi versi, una radice comune, lo aveva già fatto notare, a suo tempo, Saverio Paletta su Diorama: «Mentre l’ideologia politica del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco è sorta nel contesto di due paesi di grandi tradizioni storico-politiche, con tutto ciò che ne è derivato in termini di confronto, di suggestioni e di possibili radici, lo stesso non può ovviamente dirsi per esperienze quali, ad esempio, il castrismo, certe forme di socialismo nazionale africano o la maggior parte di quelle dittature di sviluppo sorte nel dopoguerra in seguito al processo di decolonizzazione e che A. James Gregor tende a considerare come eredi, in certo qual modo, del fascismo storico» – . In tal senso, al pari di Maurice Bardèche e delle sue intuizioni sul nasserismo, Gregor aveva individuato nel castrismo, ma anche in certe forme di volontarismo guevariano, il logico approdo di una teoria che aveva mosso i suoi primi passi nell’Europa degli anni trenta e quaranta.

    Per ciò che concerne il rapporto fra peronismo e rivoluzione cubana, sintomatica dello stretto legame fra i due movimenti è la dichiarazione di Peron relativa alla fratellanza ideologica delle due rivoluzioni: «La Revolucion cubana tiene nuestro mismo signo» – dirà il Generale in merito alla lotta contro il comune nemico nord-americano. Oppure: «L’evolversi della situazione cubana può trovare il suo riscontro con la Grande Patria latino-americana se questa, prescindendo dalle vecchie formule marxiste, rialzerà di nuovo la bandiera del nazionalismo rivoluzionario tercerista del castrismo iniziale. La fine dell’impero comunista anticipa la crisi di quello capitalista. Ogni popolo deve lottare per la propria emancipazione nazionale e, al tempo stesso, stabilire relazioni solidaristiche con le altre nazioni oppresse dall’imperialismo, dall’ingiustizia e dalla reazione» - ha ricordato Nando De Angelis nel suo Peròn e la rivoluzione cubana. Ma significativa più di tutte è la nota auto-biografica di Cooke: « Sono tre mesi che vivo all’Avana (…) Questa è la Mecca rivoluzionaria e tutti vengono a bere alla sorgente».

    Dal canto suo, Fidel Castro invitò Peron a stabilirsi a Cuba durante l’esilio e intermediario fra i due fu proprio John William Cooke. Designato dallo stesso Peron, come suo erede, Cooke aveva iniziato la sua militanza nell’Unión Universitaria Intransigente. Dal ’55 in poi, il compito di Cooke fu quello di preparare la resistenza peronista all’imminente golpe militare. Arrestato e confinato nella prigione di Río Gallegos, nonostante l’isolamento, Cooke divenne, oltre che l’ideologo di riferimento dei gruppi armati, anche l’organizzatore della fusione fra i movimenti studenteschi e quelli operai. Dopo una fuga rocambolesca dal centro detentivo, Cooke fece la spola fra l’Uruguay e il Cile, infine, aggregatosi a un gruppo di argentini, si trasferì a Cuba per seguire i moti insurrezionalisti guidati dal connazionale, Ernesto Guevara. La foto di Cooke nella Sierra Maestra, mitra in mano e camicia da miliziano, diverrà un’icona per tutti i guerriglieri peronisti.

    Durante il soggiorno cubano, Cooke gettò le basi per la costruzione di un ampio fronte di liberazione nazionale che, irradiandosi dall’isola caraibica, avrebbe dovuto colpire i centri nevralgici della struttura politico-militare argentina. Ed è proprio in quest’ottica che vanno collocati i legami con i dirigenti Montoneros: Fernando Abal Medina e Norma Arrostito, entrambi, all’epoca, presenti nell’isola. Con i due connazionali, nel ’67, Cooke partecipa alla OLAS (Organización Latinoamericana de Solidaridad): organizzazione di tutti i movimenti anti-imperialisti latino americani. Tra gli esponenti argentini intervenuti ricordiamo: Alcira de la Peña in rappresentanza del Partito Comunista, Ismael Viñas del Movimiento di Liberazione Nazionale, Abel Latendorf dell’Avanguardia Popolare e Carlos Laforgue della Gioventù Peronista. In questa sede, diverranno espliciti i riferimenti alla guerra di guerriglia teorizzata da Guevara. A farsi carico della lotta di liberazione nazionale, per quanto riguardava l’Argentina, fu il peronista Jorge Ricardo Masetti che, fedele ai principi fochisti, abbandonò Cuba e fece ritorno in patria, organizzando la guerriglia ai confini della Bolivia e coordinando le forze rivoluzionarie della sinistra peronista presenti in zona: dall’Ejército Guerrillero del Pueblo alle FAP (Fuerzas Armadas Peronistas).

    Per comprendere gli stati d’animo e le circostanze che portarono molti giovani peronisti ad abbracciare la lotta armata, è utile la testimonianza del giornalista italo-argentino ed ex-mlitante Montonero, Miguel Bonasso: «In Argentina l’oligarchia dominante si è legata al capitale multinazionale (…) per cui, lo sfruttamento nel mio paese si identificava con la presenza prima inglese e poi statunitense. Il nazionalismo, quindi, è sempre stato sinonimo di liberazione e i due termini, se presi separatamente, non avrebbero avuto senso. Il fenomeno peronista costituiva un’unione variegata: i delusi del Partito Comunista, i settori cattolici più radicali, i militanti che avevano conosciuto il Che, i sottoproletari delle villas miseria, le baraccopoli di Buenos Aires, ma anche una parte consistente della piccola borghesia. Dal 1975 iniziò l’adesione operaia in massa, unendosi al movimento studentesco che lottava soprattutto contro l’eccessiva invadenza statunitense. Il peronismo, dunque, è nato come movimento politico di massa. Più tardi, il ricorso alla lotta armata, non è stata una scelta, ma l’unica forma di resistenza possibile. » Non a caso, riguardo la natura antimperialista del nazionalismo argentino, lo stesso Cooke, nel suo «Apuntes para la militancia», scriveva: «Tutta la nostra lotta deve partire dall’auto-consapevolezza di vivere in un paese semi-coloniale, paese che è, a sua volta, membro di un continente anch’esso semi-coloniale. (…) Il nazionalismo è possibile solo se inteso come una politica conseguente all’anti-imperialismo».

    Movimento fondamentalmente anti-dogmatico, il peronismo, al pari del fascismo, si presentava come un fenomeno di mobilitazione di massa ma, a differenza del comunismo sovietico e del capitalismo nord-americano, la massa non era un ente amorfo e passivo nè era soggiogato alle politiche predatorie padronali. Citando sempre Cooke, il Peronismo era stato: «un’esperienza di vita, il punto più alto dell’auto-coscienza della classe operaia, come dei settori meno abbienti della società. » Con simili premesse, era quasi inevitabile che Cooke venisse tacciato di cripto-comunismo, ma non erano di certo le etichette a preoccupare l’ideologo. Ben più preoccupante era la divisione interna al fronte peronista, infatti, settori consistenti del peronismo rivoluzionario vennero fagocitati dalla spirale settaria di movimenti e gruppuscoli d’ispirazione più o meno trotskista: come avvene, ad esempio, nel caso del Partido Revolucionario de los Trabajadores di Mario Roberto Santucho. Sta di fatto che, se andiamo a misurare l’incidenza di tali gruppi, rispetto ai movimenti di dichiarata fede peronista, vediamo che i secondi hanno raggiunto successi di gran lunga superiori rispetto ai primi, anche in termini di seguito e consenso popolare.

    Naturalmente, durante gli anni della lotta armata, il numero di desaparecidos crebbe in modo esponenziale. A cadere nelle mani dei militari, anche Alicia Eguren; poetessa, dirigente peronista, nonché compagna di Cooke. Alicia era stata una stretta collaboratrice, sia di Guevara che del Comandante Segundo (Ricardo Masetti) ; con loro, come anche con il marito, aveva partecipato alla fondazione cubana del Fronte Antimperialista per il Socialismo. Quando il Che decise di estendere la lotta nel continente sud-americano, Alicia e Cooke furono protagonisti attivi, nei piani guevariani per la lotta di liberazione in Bolivia. Masetti e Guevara trovarono la morte in combattimento, mentre Cooke terminerò la sua parabola esistenziale e politica il 19 settembre del ’68, a causa di un cancro.

    Fra i testi fondamentali, per avvicinarsi al pensiero di Cooke, ricordiamo: «Apuntes para la militancia » e «Peronismo y Revolucion». Certo, rivoluzione è un termine che torna spesso negli scritti dell’ideologo e forse non è un caso, soprattutto a fronte degli insegnamenti di Evita: «El peronismo será revolucionario o no será nada!».






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