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  1. #1
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    Predefinito "Democratici di Sinistra" - Storia,Personaggi,Politica



    Nelle giornate del 19,20 e 21 Aprile 2007 si è tenuto il Quarto ed ultimo Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra,una lunga e ricca storia è confluita in grossa parte nell'ancora oggi poco chiaro e confuso progetto del Partito Democratico.

    Quella storia era iniziata il 21 Gennaio del 1921 quando nel seno del XVII Congresso del Partito Socialista Italiano l'ala di sinistra guidata da Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci aveva posto con i 21 punti di Mosca un solco incolmabile tra le posizioni moderate della maggioranza del PSI e quelle filo-sovietiche e rivoluzionarie del gruppo che gravitava attorno a Ordine Nuovo.

    Da quel solco prese vita il Partito Comunista d'Italia (Sezione dell'Internazionale Comunista),elemento attivo e critico del fronte Anti-Fascista,tra i più colpiti dal regime di Benito Mussolini e caduto durante questo nella clandestinità.

    Nel 43 questa formazione assume il nome di Partito Comunista Italiano poichè in seguito alla dissoluzione dell'Internazionale Comunista i vari Partiti comunisti cessavano di essere semplici sezioni del Movimento Internazionale Comunista e tornavano ad assumere strutture e organizzazioni di tipo classico,nazionale e parlamentare.

    Centrale e fondamentale nel passaggio tra PCd'I e PCI l'operato e la guida politica di Palmiro Togliatti,leader indiscusso dei Comunisti italiani e pezzo di storia fondamentale della Repubblica Italiana,a lui si affiancheranno e succederanno tanti leaders importanti e fondamentali della storia e della tradizione del PCI,tra i più noti Luigi Longo,Pietro Ingrao,Giancarlo Pajetta,Nilde Iotti,Giorgio Amendola,l'indimenticato Enrico Berlinguer e tanti tanti altri.

    Ma quella del PCI,come si suol dire è un'altra,gloriosa, storia.

    Questo 3d-Archivio preferisce concentrarsi sulle vicende,sui personaggi e sulla Storia Politica degli Eredi di quella gloriosa storia,uno spettro temporale che va grosso modo dal 1991 (anno di scioglimento del PCI) al 2007 (anno di congelamento e confluimento dei DS nel PD).

    Non una mera analisi cronologica che sarebbe anche abbastanza noiosa,ma singole descrizioni correlate da Immagini,Articoli,Video di singoli argomenti (non per forza in ordine cronologico) legati alla storia del Partito Democratico della Sinistra e dei Democratici di Sinistra,pezzi importanti,maggioritari e fondamentali della Sinistra italiana della cosiddetta Seconda Repubblica.
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  2. #2
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    Predefinito Rif: "Democratici di Sinistra" - Storia,Personaggi,Politica

    I DS in realtà nacquero dall'unione del PDS e vari altri partiti di provenienza Pentapartito che si erano scissi dai loro partiti per aderire alla coalizione dei Progressisti (Cristiano Sociali, ex-DC; Sinistra Repubblicana, ex-PRI ecc.)
    Perché l'unico tipo di rapporto che riusciva a concepire era di tipo feudale. Non aveva la minima idea di cosa fosse il cameratismo al quale anelava l'anima. (E. M. Forster)



  3. #3
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    Predefinito Rif: "Democratici di Sinistra" - Storia,Personaggi,Politica

    La tua precisazione Mons è giusta,infatti scriverò un post anche sul passaggio PDS-DS e posterò articoli relativi alle varie componenti ( "cespugli" ) che si unirono al PDS per fondare i DS.

    Però devi ammettere che fu una operazione di pura ingegneria partitica,il 70-80% dei dirigenti dei DS erano ex-PDS,gli Stati Generali della Sinistra del 98 furono un pretesto per il PDS per eliminare Falce e Martello e posizionarsi compiutamente nel solco del Socialismo Europeo oltrepassando la fase post-comunista.

    Il 3d abbraccia il PDS e i DS,si chiama "Democratici di Sinistra" ma non intende analizzare esclusivamente quel partito che operò dal 98 al 2007.
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  4. #4
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    Predefinito Rif: "Democratici di Sinistra" - Storia,Personaggi,Politica

    QUANDO OCCHETTO DICEVA "IL CROLLO DEI REGIMI DELL'EST NON HA INFLUENZATO LE NOSTRE DECISIONI"

    Achille Occhetto di questa storia del PDS-DS è sicuramente un personaggio centrale,il Segretario che si accolla la decisione,sicuramente soffertissima,di annunciare e progettare la messa in soffitta del vecchio e glorioso PCI,il Segretario che si batte contro il Fronte del NO,composto da quella sinistra igraiana con cui aveva stretto alleanza non molti congressi prima,il Segretario che traghetta il PCI-PDS nella Seconda Repubblica,che sfida per primo il Male allo Stato Puro,il Cavaliere Silvio Berlusconi e che subisce in prima persona le sconfitta,prima alle politiche poi alle europee,il Segretario che si dimette lanciando accuse al suo (ex)numero due D'Alema.
    Un politico che dopo quei turbolenti anni della prima metà dei 90 rimarrà (e rimane tuttora) nelle retrovia,scavalcato da quegli stessi dirigenti che portava sul palmo della mano come la nuova classe dirigente della sinistra italiana.

    Tutti sanno del famoso discorso della Bolognina pronunciato dopo il Crollo del Muro di Berlino che evidenziò ovviamente un fattore di accelerazione e di dinamismo nelle decisioni di Occhetto,ma curiosando nell'archivio di Repubblica ho trovato questa intervista dell'allora Segretario del PCI a Eugenio Scalfari,ed è risultata parecchio interessante.

    'COSI' CAMBIEREMO IL PCI'
    17 dicembre 1989 — pagina 1
    "VOGLIO SBLOCCARE LA DEMOCRAZIA" Occhetto: il mio progetto per la sinistra al governo



    ROMA
    Botteghe Oscure è deserta dopo il gran trambusto della Direzione di venerdì. C' è Reichlin nel suo ufficio, c' è Petruccioli che risponde a qualche telefonata. E il segretario nella sua stanza che riordina carte e appunti. Saluti, battute iniziali. Avete davanti mesi assai faticosi gli dico sedendomi di fronte a lui. Anche voi, mi pare, avete il vostro daffare. Sì, anche noi abbiamo il nostro daffare, ma questa del Pci, ovviamente, è un' altra faccenda.

    E pongo la prima domanda per entrar subito nel cuore della questione: non ha giocato d' azzardo, onorevole Occhetto? Si aspettava un' opposizione così dura e così estesa?

    NO, non ho giocato d' azzardo. Ma certo ho preso i miei rischi. Il segretario d' un partito ha un diritto-dovere da adempiere ed è quello di proporre, di indicare strade nuove, adatte a tempi nuovi e a nuovi bisogni politici. Lo deve fare osservando le procedure e io le ho scrupolosamente osservate tutte: per prima cosa ho chiesto e ottenuto il consenso della Segreteria, poi ho discusso la mia proposta in Direzione, e successivamente in Comitato centrale al quale ho chiesto un voto chiaro. Poi ho di nuovo riunito la Direzione e il 21 ci sarà un altro Comitato centrale che stabilirà le norme organizzative del Congresso straordinario. Ormai la mia proposta è affidata al partito, a tutto il partito. Così bisognava fare e così ho fatto. Non c' è stato nessun azzardo, qui non giochiamo alla roulette. E nessun verticismo. Qualcuno doveva proporre e spettava a me. Ora è il partito che deve decidere. Le sezioni, i congressi provinciali, il congresso nazionale.

    Ci saranno varie mozioni?

    Penso proprio di sì.

    Più di due? Questo non lo so. Lo sapremo al prossimo Comitato centrale.

    E' la prima volta nel Pci? Dal ' 45 ad oggi sì, è la prima volta in questi termini.

    Lei ha deciso molto in fretta di fare la sua proposta. Vorrei chiederle: che cosa l' ha spinto a forzare i tempi? E' stato il crollo dei partiti comunisti all' Est? I polacchi, i bulgari, gli ungheresi, i tedeschi: è stato quello il fatto scatenante che l' ha spinto a proporre la rifondazione del suo partito?

    Il crollo di quei partiti che lei ha indicato non ha avuto nessun peso sulle nostre decisioni. Era un crollo atteso e previsto da molto tempo. Ma noi eravamo già fuori da quel sistema che è stato chiamato il movimento comunista internazionale. Si può dire che ce ne aveva portato fuori Enrico Berlinguer fin dal 1969, cioè da vent' anni. E da allora, con forza crescente, non avevamo fatto che indicare gli errori e le colpe di quei partiti, le loro responsabilità storiche di aver gestito regimi totalitari in paesi che avevano avuto una storia di democrazia, un passato di libertà. Il fatto che, al vento della perestrojka, quei regimi fossero caduti come castelli di carta non ci ha dunque né sorpreso né obbligato a rettificare nulla della nostra posizione.

    Allora che cosa, onorevole Occhetto? Il cambiamento del mondo. Il Muro di Berlino, l' abbattimento del Muro di Berlino. Quando questo fatto, simbologicamente enorme, si è verificato, io mi sono detto: ecco, questo è il momento, questa è l' ora, questo è l' evento che cambia il mondo dopo un' ingessatura di oltre quarant' anni. Ora dobbiamo mettere in gioco noi stessi e tutti, non soltanto noi, dovrebbero farlo, perché adesso, con quel Muro abbattuto, il mondo non è più lo stesso.

    E' finito il mondo bipolare, il mondo della guerra fredda, dei due blocchi e dei due imperi contrapposti: è questo che Lei vuol dire? Sì, è finito e per sempre. E' chiaro per tutti, ormai, che indietro per fortuna non si torna più. Con quali conseguenze sulla situazione politica italiana? Non solo italiana, naturalmente. Ma anche qui da noi le conseguenze sono evidenti. La divisione del mondo in due blocchi ha avuto effetti nefasti dovunque. Ha cancellato tutte le posizioni mediane perché o si stava da una parte o dall' altra. Ha impedito l' evoluzione, sia dall' una che dall' altra parte. Ha fatto coincidere la democrazia col capitalismo e il regime totalitario col socialismo. Ha appiattito e schiacciato la ragione col settarismo. Un esempio di casa nostra è la storia di Saragat. Se non ci fosse stata quella situazione di scontro ideologico, alcune istanze di Saragat avrebbero avuto un corso ben diverso. Non l' ebbero perché anche lui fu schiacciato dalla logica dei blocchi.

    Lei parla di Saragat, ma dovrebbe parlare piuttosto del Pci. Il suo partito non fece nulla per distinguersi e per occupare, come Lei dice, una posizione mediana. Nel ' 56, dopo l' insurrezione di Budapest, questa occasione ci fu e molti, anche nel Pci, l' avvertirono. Antonio Giolitti la capì e uscì dal partito. Ha letto l' intervista di Giolitti a Repubblica di pochi giorni fa?
    L' ho letta. Giolitti ha più di una ragione.

    Le domando, onorevole Occhetto: perché il partito non colse quell' occasione? Chiedo a Lei un giudizio storico e politico, non autobiografico perché Lei a quei tempi era un semplice militante. Mi risponda con sincerità. Molti, nel gruppo dirigente di allora, non capirono. Ma i più capirono.... Però non si mossero. Non parlo di Togliatti, sebbene è sua la responsabilità maggiore. Ma Amendola non si mosse, Alicata non si mosse, Ingrao, il sempre eretico Ingrao, non si mosse. Non era quello il momento di essere eretici? Invece restarono immobili, con le loro assolute certezze, e lanciarono l' anatema contro quelli che vedevano la verità.

    Com' è potuta accadere una cosa simile? Lei sa spiegarmelo? Ci furono, credo, due ragioni. La prima fu di evitare un trauma nel popolo comunista. Il partito era consapevole di essere un partito comunista profondamente diverso da tutti gli altri, radicato veramente nel paese e nella gente. Non eravamo certo nati sulla punta delle baionette dell' Armata rossa, noi comunisti italiani. Eravamo nati nella lotta contro il fascismo, nella lotta partigiana e nella costruzione, assieme alle altre forze politiche antifasciste, della democrazia repubblicana e della sua legalità costituzionale. Un trauma avrebbe potuto disperdere quel patrimonio di memorie e di identità politica. E la seconda ragione fu che dall' altra parte la guerra fredda aveva creato un settarismo analogo e speculare al nostro. Così, intorno al Pci, si erano raggruppate tutte le motivazioni di chi, pur non essendo comunista, non accettava i privilegi e l' arroganza del potere. Il gruppo dirigente di allora non se la sentì di varcare una soglia che avrebbe probabilmente disperso quelle energie a solo vantaggio degli avversari. Inoltre pesò probabilmente il timore che la guerra fredda potesse divenire calda.

    Fu un errore, onorevole Occhetto? Probabilmente sì, fu un errore. Ma chi può fare la storia con i se? E dall' altra parte si rispose forse in modi adatti ad evitare l' errore? Non direi. Voglio dire che il Pci si è trovato due volte nel corso della sua esistenza di fronte a circostanze più forti di lui. La prima volta fu il fascismo. Ricorda l' incontro tra Gramsci e Gobetti? Avrebbe potuto essere un incontro fertile e per certi aspetti comunque lo fu perché il Pci non sarebbe quello che è senza quell' incontro. Ma il fascismo bruciò le virtualità dell' incontro tra marxismo e cultura liberale. E la seconda volta è stata la guerra fredda.

    Il crollo del Muro di Berlino Lei l' ha dunque vissuto con questa ottica: vengono meno gli impedimenti che hanno bloccato in Italia la democrazia compiuta. Sì, l' ho vissuto così. Ma voglio aggiungere che almeno da Berlinguer in poi, e forse a partire dalla segreteria di Luigi Longo quegli impedimenti da parte nostra erano stati, uno dopo l' altro, rimossi. Forse con troppa lentezza. Forse sempre ossessionati dalla paura del trauma che si sarebbe provocato nelle nostre file. Ma uno dopo l' altro gli impedimenti erano stati smantellati. Con nessuna apertura però da parte degli altri. Ma noi, la nostra parte l' avevamo fatta.

    Nessuna apertura? Qualcuna forse. Moro capì. Mi lasci dire che pagò con la vita quella comprensione. Ugo La Malfa capì.

    Anche Andreotti, che vi ebbe nella sua maggioranza parlamentare. Andreotti fece soprattutto un calcolo di potere, come del resto gli è consueto. Andreotti è al di sopra e al di sotto di questi problemi. Incarna l' immagine del potere, pronto ad usare quello che trova. Non ha bisogno di capire, vuole soltanto utilizzare. Berlinguer se ne accorse nel ' 79 e ruppe.

    Bene, onorevole Occhetto, il suo punto di vista sul passato è chiaro. Ma veniamo all' oggi e al futuro. E intanto mi dica: quale sarà l' iter di questa vostra Costituente? A marzo il Congresso straordinario; poi ci saranno le elezioni amministrative. Poi, subito dopo l' estate, una conferenza programmatica aperta che discuterà il programma e la fisionomia concreta della nuova forma-partito e dopo un altro Congresso per dare esito alla fase costituente.

    Quello che voi chiamate il nuovo soggetto politico nascerà dunque da quel Congresso? Sì, quella è prevista come la tappa conclusiva di questo processo.

    Non le sembra un iter assai lungo? Per un anno resterete ancora in mezzo al guado, esposti a tutti i rischi e a tutti i colpi. Non potevate accelerare le tappe?
    Lei scherza. Un iter lungo? Craxi impiegò due anni per cambiare il simbolo del partito dalla falce e martello al garofano. E Lei pensa che un anno sia troppo per far nascere un nuovo soggetto politico? L' essenziale è che l' obiettivo sia mantenuto ben fermo durante questo processo. E per quanto mi riguarda, lo sarà. Per il resto, un anno significa procedere con una velocità impressionante, ma il partito può farlo proprio perché i conti con se stesso li ha già compiuti in larga misura in tutti questi anni di preparazione. Non deve più tagliare nulla, i vincoli, i legami, i pregiudizi, il settarismo, sono stati cancellati da molto tempo. Ora si tratta non di cancellare il vecchio ma di costruire il nuovo e non da soli ma con tutti quelli che vorranno partecipare a questo compito esaltante. Un anno è un tempo brevissimo, mi creda.

    Onorevole Occhetto, non ho capito bene che cosa Lei intende per fase costituente. Mi pare che non l' abbiano capito neppure i suoi oppositori interni. Ingrao continua a chiederle: con chi la faremo questa Costituente? Coi socialisti? Coi verdi? Con Pannella? Insomma con chi? Ma Lei, che cosa risponde Lei? La faremo in primo luogo con noi stessi. Siamo noi che decidiamo di mettere in gioco noi stessi e quindi siamo noi che dobbiamo decidere i modi del nostro cambiamento. La fase costituente riguarda dunque in primo luogo i comunisti italiani. Naturalmente a partire da qui noi ci rivolgiamo a un gran numero di interlocutori, molti dei quali hanno già dato segno di raccogliere il nostro appello.

    Vuole spiegarsi concretamente? Vede, sono stato criticato da qualcuno perché avrei parlato molto, troppo, dei movimenti, delle donne, dei giovani, della droga, anziché di politica. Con ironia mi si rimprovera di occuparmi troppo dell' Amazzonia, cioè dei problemi del sud del mondo. Chi ragiona in questo modo dimostra un forte grado di ottusità. E perciò alla sua domanda rispondo così: a lungo il referente fondamentale del Pci è stata la classe operaia, non soltanto con i suoi concreti e legittimi interessi, ma con i valori politici e culturali dei quali era portatrice. La nostra forma-partito è stata modellata su quei valori. Il lavoro e i lavoratori saranno sempre decisivi per noi. Oggi però è necessario costruire un rapporto creativo con altri soggetti. La questione femminile, nonostante ogni buona intenzione da parte dei compagni, è stata ospite di questa forma-partito; e così le questioni ambientali e tante altre. Questioni ospitate, che hanno dovuto crearsi un loro spazio sgomitando, ma sempre all' interno di una gerarchia di valori che si richiamavano ancora ai concetti di classe e agli interessi che ne discendevano. La fase costituente deve rimettere in gioco quei valori, liberarli dal vecchio industrialismo, contaminarli con altri valori, modellare un soggetto politico che sia lo strumento dei bisogni della gente del Duemila e non lo stanco erede di memorie ottocentesche.

    Pietro Ingrao dovrebbe essere favorevole a questo suo modo di vedere. Si parla spesso di Ingrao come di uno spirito eretico. Nel ' 56, ai tempi dell' Ungheria, in verità eretico non fu. L' eretico fu Giolitti e non Ingrao. Comunque, ha sempre fatto riferimento alle masse e ai nuovi valori delle masse. Come mai Ingrao è contro di Lei in questo momento? Mi è difficile rispondere a questa domanda. Ancor più difficile è capire la contrarietà, che auspico provvisoria, di Asor Rosa. Non è lui che aveva scritto, parlando del Pci, che siamo stati per troppo tempo una giraffa e che era venuto il momento di diventare finalmente un cavallo? Chi ha pensato, comunque, che io volessi a tutti i costi far rientrare questi dissensi si sbagliava. Il mio problema è soltanto quello di far capire con chiarezza a tutti qual è il senso della mia proposta. Dove il problema del cambiamento del nome lo dissi fin dall' inizio è la conseguenza di un processo reale. Mi considererei un ladro politico se tutta l' operazione si riducesse a cambiar nome per far contento qualcuno che me lo chiede, si chiami l' Internazionale socialista o Craxi o chiunque altro. Ho già detto che la nostra proposta è assai più ambiziosa e alta: noi sentiamo che è arrivato il momento di riorganizzare la sinistra italiana ed europea. Non possiamo farlo da soli. Dobbiamo renderci adatti a farlo con altri. Cominciamo noi, con un atto unilaterale di grande generosità politica, mettendo in gioco noi stessi. Ci attendiamo che altri facciano altrettanto. Il mondo è cambiato, dicevo. E' cambiato per noi ma è cambiato per tutti.

    Si parlava di Ingrao. Ebbene, io mi auguro grande chiarezza. Se Ingrao non è d' accordo con me, è bene che il partito lo sappia e decida. Ma l' Ingrao che ha sempre puntato e predicato il nuovo non può aggrapparsi al vecchio senza smentire se stesso. Questo penso di Ingrao, con tutta franchezza. E mi auguro che, passato il momento dello scontro che sarà comunque utile, permangano le ragioni comuni del rinnovamento e degli obiettivi che il futuro assegna ad una forza democratica e progressista nel nostro paese.

    Le si chiede, onorevole Occhetto, se tra i suoi obiettivi vi sia l' adesione all' Internazionale socialista.
    Certamente, è uno dei nostri obiettivi. L' Internazionale socialista è anch' essa di fronte ad un mutamento epocale. Non si tratta d' un club di distinti signori alla cui porta si vada a bussare col cappello in mano. Nel corso del tempo, sotto la pressione delle circostanze, è stata rifondata due o tre volte; e non tutti i suoi membri hanno identiche ispirazioni e identici comportamenti. Noi ci sentiamo molto affini alla linea di Brandt, dei socialisti francesi, di Kinnock e a quella che fu la linea di Olaf Palme. Fino a qualche tempo fa era molto eurocentrica, l' Internazionale. Adesso sta cambiando. Ci interessa lavorare con l' Internazionale e entrarvi come membri a pieno diritto. Ma su ciò si pronuncerà il Congresso.

    Le si chiede anche, onorevole Occhetto, se tra i suoi obiettivi ci sia il superamento della scissione di Livorno e il recupero dell' unità socialista. Non voglio deluderla con dei giri di frase. Le ragioni della scissione di Livorno sono superate perché non esiste più né la Seconda né tantomeno la Terza Internazionale. Gli scenari del mondo sono profondamente mutati. Non c' è più per noi già dal 1945 il mito della rivoluzione bolscevica. L' unità socialista è un' altra questione. Io sono per una riorganizzazione e ricomposizione della sinistra italiana, che è cosa assai più complessa ed ampia, diversa dalla unità socialista. Per questa ricomposizione il contributo del Partito socialista è essenziale, come lo è quello del Partito comunista, senza primogeniture da parte di nessuno a cominciare da noi stessi. Ma senza limitare i confini al socialismo di origini ottocentesche. I problemi sono ben più complessi. Tornare a Livorno è soltanto uno slogan e quindi una sciocchezza.

    Pensa che il Psi vorrà partecipare alla vostra fase costituente? Penso proprio di no. Ma io non ho in mente un incontro con altri vertici di altri partiti. Per la verità non penso neanche che tutta la sinistra si debba ritrovare in uno stesso partito. Ho in mente la società italiana nelle sue componenti moderne, operose, oneste, stanche di questo interminabile regime da museo delle cere, ancora dominato dagli Andreotti e dai Forlani e dominato soprattutto da partiti-Stato che dispensano come favori quelli che sarebbero i diritti elementari e costituzionalmente riconosciuti della gente.

    Finora la gente aveva però poche scelte: o come diceva Montanelli si turava il naso e votava per loro, oppure doveva votare comunista anche se comunista non era. Una scelta difficile, un sentiero assai stretto. Eppure la democrazia italiana è stata costruita così. E' vero. De Gasperi e Togliatti l' hanno costruita così, evitando il ribellismo e la reazione, ma poi questo sistema ci ha portati alla democrazia bloccata. Adesso si tratta di sbloccarla. Questo è l' impegno che ho proposto al mio partito e dal mio partito attendo la risposta. E l' attendiamo dalla gente e da tutti quelli che si rendono conto di che cosa è accaduto di grandioso nel mondo nel 1989, duecent' anni dopo la Rivoluzione francese e la Dichiarazione dei diritti dell' uomo.

    Lei si presenterà al Congresso in alleanza con la destra del suo partito. Questo le crea qualche problema? Io mi presenterò al Congresso su una piattaforma che non esito a definire rivoluzionaria, così come, fatte le debite differenze, è rivoluzionaria la posizione di Gorbaciov.

    E' a destra o a sinistra Gorbaciov? E' una forza che va avanti, che cerca il nuovo e produce il nuovo. Così, nella nostra sfera di azione, siamo noi oggi.

    Andrete alle elezioni amministrative col vecchio simbolo? Andremo col simbolo del Pci, perché quello è ancora il nostro modo di presentarci. Ma dovunque sarà possibile unirsi con forze politiche e sociali che abbiano analoghi obiettivi, costruiremo simboli nuovi e unitari.

    Lei si pone il problema del governo? Certo che me lo pongo. Ho già detto che siamo da quarant' anni in una democrazia bloccata. Abbiamo avuto ed abbiamo governi di bassissimo profilo, che lasciano i problemi al punto in cui li hanno trovati. Ciò produce un distacco pericolosissimo tra le istituzioni e la gente. Produce la crescita dei poteri criminali. E la reazione del fondamentalismo.

    Che cosa intende per fondamentalismo? Intendo un movimentismo deteriore, il fanatismo, la fuga dalle responsabilità concrete, una certa religiosità come evasione e non come impegno morale. Questo è il frutto del degrado civile e, a sua volta, lo esalta in una specie di circuito perverso. E' invece urgente governare i processi sociali e quelli economici e per far questo bisogna sbloccare il sistema.

    Mi par di capire che Lei è favorevole ad un esecutivo forte... Sono convinto che ci voglia un governo democratico di legislatura in un sistema istituzionale che preveda la possibilità concreta di mandare l' opposizione al governo se il governo sbaglia e perde il consenso.

    Ci sono fondamentalisti anche nel suo partito? Ci sono dovunque e quindi anche nel Pci.

    Un' ultima domanda: c' è ora sul tappeto la questione tedesca. Vuol dirmi qual è la sua posizione? E' una delle questioni centrali del futuro prossimo. Deve essere governata, in un quadro europeo, dai tedeschi anzitutto, con la massima cautela. Se scappasse di mano potrebbe creare contraccolpi impensabili su tutto il processo di rinnovamento in corso a Mosca.

    Onorevole Occhetto, Lei si sente tranquillo? Ho fatto quel che dovevo. Niente di meno e niente di più. -
    di EUGENIO SCALFARI
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    Predefinito Rif: "Democratici di Sinistra" - Storia,Personaggi,Politica

    IL SINDACATO E LA SVOLTA

    Chiaramente non fu solo la base e l'apparato dirigente del Partito a scontrarsi,a dividersi,a spostare pedine nel grande schacchiere della Sinistra italiana,ma anche e soprattutto il Sindacato,la CGIL,che da decenni vedeva nel PCI (che da blocco monolite ed unitario si avvicinava per la prima volta ad uno scontro tra mozioni decisamente contrapposte) il suo partito di riferimento,il fratello maggiore nella lotta per i lavoratori.

    Ecco,sempre dall'archivio di Repubblica (che è molto prezioso per questo Archivio) le varie caselle del Sindacato rispetto al Fronte del SI e a quello del NO.

    NELLA BATTAGLIA DEI SI' E DEI NO COSI' CAMBIA LA MAPPA NELLA CGIL18 gennaio 1990 — pagina 11 sezione: POLITICA INTERNA

    ROMA
    Guai a noi se dovessimo cambiare il nostro linguaggio con quello di una componente di partito; guai se lasciassimo cadere l' impegno per il rinnovamento, per passare la mano a confronti e discussioni fuori del sindacato.

    Quasi un grido di allarme quello che Bruno Trentin ha lanciato ieri ad Ariccia al consiglio generale della Cgil. L' impegno ostinato a tenere fuori questa grande fetta del mondo comunista dal dibattito sulla svolta di Occhetto è però riuscito solo a metà. Non si avvertono segnali di rissa, lo stile è quello della discussione civile, ma ormai l' esercito dei dirigenti e dei militanti della Cgil è entrato nel ciclone pre-congressuale, distogliendo tempo ed energie dal quotidiano impegno sindacale, ma soprattutto modificando inequivocabilmente la mappa degli schieramenti interni alla Confederazione: vecchi miglioristi si proclamano per il no, noti massimalisti si professano a favore del cambio del nome del Pci.

    La divisione temuta dal segretario generale della Cgil diventerà più evidente con il passare dei giorni, via via che i sindacalisti comunisti si collocheranno su un fronte o sull' altro. Dai primi conteggi vengono fuori molte sorprese. La prima è che in segreteria confederale i sì sono in minoranza: solo tre (Trentin, Guarino e De Carlini) contro i quattro no di Pizzinato, Bertinotti, Lucchesi e Agostini. Benchè Trentin abbia recentemente dichiarato di non sapere quali siano nella Cgil i rapporti di forza tra i due fronti, sembra da escludere che il vertice confederale rispecchi la situzione del resto della Cgil. La maggioranza del gruppo dirigente (segretari di categoria e di strutture territoriali) è favorevole alla svolta voluta dal segretario del Pci. Così Alfiero Grandi, segretario della funzione pubblica Cgil, risulta l' unico no fra i dirigenti delle maggiori categorie; allo stesso modo sono solo tre - Riccardo Terzi della Lombardia, Mario Loizza della Puglia e Renzo Donazzon del Veneto - i segretari regionali che osteggiano il cambio di nome.

    Molte collocazioni sono sorprendenti; per esempio un ultra-migliorista come Luigi Agostini è per il no, mentre Claudio Sabattini (uno dei duri nella vertenza Fiat dell' 80 che Luciano Lama emarginò) sta con Occhetto e un suo alleato di sempre, come il segretario dei metalmeccanici Giorgio Cremaschi, è rimasto con Ingrao. Ha cambiato sponda anche Riccardo Terzi, che Berlinguer emarginò per le sue posizioni troppo a destra e che oggi si dissocia dal segretario del Pci.

    Cambia fisionomia, rischiando di scomparire, anche la cosiddetta Terza componente della Cgil, quella dei non-comunisti e non-socialisti. Già alcuni suoi dirigenti hanno trasmigrato nel Pci, altri si preparano a farlo. E' il caso di Antonio Lettieri, segretario confederale, uno dei sette firmatari della dichiarazione di appoggio esterno ad Occhetto, che si appresta a confluire nella Costituente comunista.

    Nel trambusto sono ricomparsi gli autoconvocati. Così si battezzò, in piena battaglia sulla scala mobile, un gruppo appartenente all' ala dura del Pci che organizzò, anche in chiave anti-Cgil, una mega-manifestazione nel marzo dell' 84. Per domani, 19 gennaio a Bologna, un gruppo di autoconvocati composto da 10 sindacalisti dell' Emilia Romagna ha indetto una riunione di militanti sindacali per discutere il nuovo corso occhettiano sulla base di un lungo documento non molto chiaro come punto di approdo (sono per il sì o per il no?) ma di linguaggio ingraiano. E questa è la prima manifestazione pubblica organizzata da dirigenti della Cgil dedicata alla questione comunista.

    Il fronte del sì comincia a rimproverare sottovoce a Bruno Trentin di aver dato una adesione ad Occhetto tanto tiepida da fornire copertura ai nemici della svolta o da apparire come una mediazione tra i due schieramenti. Di certo è fallito il disegno ambizioso di Trentin di fare della Cgil un punto di riferimento e un modello per il dibattito comunista, attraverso la stesura di un grande e nuovo programma sindacale. La Confederazione questo nuovo programma non è riuscita a prepararlo e ieri il consiglio generale (inizialmente convocato per discuterne) ha dovuto parlar d' altro.

    di VITTORIA SIVO
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    PERCHE' SI : L'INCONTRO CON D'ALEMA E NILDE IOTTI A MILANO

    Uno dei sostenitori "giovani" della svolta dal PCI al PDS era senz'altro Massimo D'Alema,capofila di quella generazione che fece squadra con il Segretario Occhetto per traghettare il Partito Comunista,ma anche esponenti insigni della "vecchia guardia" sostennero con altrettanta forza,convinzione e determinazione l'abbandono del Comunismo e il lento viaggio verso la Socialdemocrazia,uno di questi era Nilde Iotti,la donna del PCI nelle Istituzioni che nel 1990 assieme proprio all'allora direttore dell'Unità Massimo D'Alema tenne un incontro a Milano nella sala della Provincia che pochi giorni prima era stata riempita del Fronte del NO guidato da Ingrao e Tortorella.
    Non posso che appoggiare e sostenere quanto dicevano,a quei tempi la Iotti e D'Alema.

    LA LEZIONE DELLA IOTTI 'CORAGGIO COMPAGNI NON E' LA PRIMA SVOLTA'14 gennaio 1990 — pagina 8 sezione: POLITICA INTERNA

    MILANO
    Nel gennaio del 1947 tutti i compagni della direzione del partito votarono contro la proposta di estendere il voto alle donne. Ma Togliatti si assunse da solo la responsabilità di portare quella proposta in discussione al governo. Chiamata insieme al direttore dell' Unità Massimo D' Alema a sostenere le ragioni del sì alla mozione di Occhetto, Nilde Iotti ha regalato una lezione di storia ai comunisti milanesi, che hanno riempito fino all' impossibile la sala della Provincia: la stessa che il fronte del no aveva affollato appena due giorni prima, per ascoltare Ingrao e Tortorella.

    La Iotti ha sottolineato la capacità di adattarsi ai tempi che cambiano del Pci: una capacità fondata soprattutto sull' autorevolezza dei gruppi dirigenti e sulla tempestività delle svolte politiche. Coraggio compagni - ha incitato la presidente della Camera - come è già capitato nella nostra storia, il Pci si trova di nuovo di fronte alla necessità di una svolta. E' un rischio, non c' è dubbio, ma rischiare non significa svendere la propria storia, anzi. Solo in questo modo noi la continuiamo. Promuovere una fase costituente per una nuova formazione politica della sinistra è dunque solo l' ultima di una lunga serie di discontinuità: la Iotti ha ricordato la svolta di Salerno, la presa di posizione di Togliatti sul voto alle donne, la riprovazione di Luigi Longo per l' invasione della Cecoslovacchia e, infine, la straordinaria e lucida lezione di Berlinguer, quando parlò dell' esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d' ottobre.

    A proposito dell' invasione della Cecoslovacchia, ha raccontato un altro aneddoto: Quella notte del 21 agosto del 1968 eravamo in cinque, a Botteghe Oscure: Occhetto, Lina Fibbi, Di Giulio, io e Cossutta. Non c' era il numero legale... Affannosamente cercammo Longo. Quando lo trovammo, ci incoraggiò a prendere posizione contro l' invasione, annunciandoci che l' indomani lui sarebbe andato anche oltre.

    Prima della Iotti, alla quale i comunisti hanno riservato un' accoglienza calda e generosa d' applausi, aveva parlato D' Alema, dilungandosi sulle ragioni che hanno portato il Pci sulla soglia del congresso: Il gruppo dirigente non ha tirato fuori dal cilindro un coniglio, ma lavora per rimettere in gioco il partito. Un compagno ha scritto che noi abbiamo cambiato rotta improvvisamente, ma a me non sembra: arriviamo all' apertura di questa fase sviluppando le idee del 18esimo congresso. E non ha fondamento l' idea di chi sostiene che la costituente corrisponda allo scioglimento del Pci in una fumosa, indistinta nuova formazione. Ma perché questa svolta? Perché - ha detto D' Alema - una sinistra che si limiti ad opporsi al capitalismo non basta. C' è bisogno di una sinistra capace di grandi battaglie, capace di misurarsi con il capitalismo sul terreno della democrazia, che sappia governare i grandi processi di trasformazione oggi in atto nel mondo. Il direttore dell' Unità ha avuto parole di apprezzamento per Ingrao: Egli ha chiarito con nettezza che questa battaglia non prepara ad alcuna scissione. E' questo lo spirito giusto, perché significa senso di responsabilità unitaria. Ma i riconoscimenti ai leader dell' altro fronte non hanno impedito a D' Alema di demolirne l' analisi: Possiamo dire che oggi il mondo si trova davvero al bivio tra comunismo e socialdemocrazia? Di recente ho intervistato Shevardnadze, che ha ricordato come questo problema già trent' anni fa abbia determinato una tragedia. E d' altra parte, dove sta la discriminante ideologica che ci divide da Willy Brandt? Il miglior favore che si può fare a Craxi è lasciare a lui la bandiera del socialismo europeo. All' appuntamento con la Iotti e D' Alema il fronte del sì è arrivato compatto dopo le tensioni degli ultimi giorni, occhettiani e miglioristi si sono seduti gli uni a fianco degli altri. E il segretario regionale Roberto Vitali ha potuto annunciare che la mozione di Occhetto verrà presentata da un arco di forze che va dal vicesindaco Luigi Corbani alla segretaria della Federazione milanese, Barbara Pollastrini.
    - di FABIO ZANCHI
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    IL DIBATTITO INTERNO AL PCI VISTO DA FUORI,L'ANALISI DEL PRE-BERLUSCONIANO E CRAXIANO DON GIANNI BAGET BOZZO E L'ATTACCO DI LA MALFA (PRI) AD OCCHETTO

    LA VIA ITALIANA AL POSTCOMUNISMO
    24 giugno 1990 — pagina 10 sezione: COMMENTI

    A VOLER provare le radici che il Pci ha nella storia socialista, basta paragonare il prossimo congresso del Pci a quello socialista del 1921, in cui il Pci fu fondato. Anche allora al centro del dibattito fu il cambio del nome. Il congresso era infatti disposto ad aderire alla Terza Internazionale, ma non deciso ad accettare il cambio del nome da socialista in comunista e l' espulsione dei riformisti dal partito. Lenin chiese il cambio del nome ai socialisti italiani, ma non ai socialisti francesi, che poterono aderire con il loro nome al Komintern. La situazione italiana poteva allora sembrare prerivoluzionaria; e Lenin non voleva una rivoluzione in occidente, autonoma da quella bolscevica. Se Lenin non era ancora arrivato al socialismo in un solo paese, ne aveva però posto tutte le premesse: la rivoluzione avrebbe dovuto essere quella nata da un solo paese, la Russia. La primazia ideologica e rivoluzionaria che posava per la Seconda Internazionale sul partito tedesco, avrebbe dovuto essere trasferita al vero partito rivoluzionario, quello socialdemocratico russo.

    In quel congresso la divisione determinante fu quella tra i riformisti e i massimalisti. I fondatori del Pci erano una frazione della maggioranza massimalista, quella che era disposta ad accettare il cambio del nome. I riformisti erano forti nel sindacato, nei comuni, nelle cooperative. Questa presenza era legata anche alla loro posizione ideologica, che valorizzava, nella forma data al pensiero socialdemocratico da Karl Kaustkj, la presenza nel sociale come preparazione della classe operaia ai compiti di dirigenza della società nei giorni dell' avvento del socialismo. I massimalisti invece controllavano il quadro del partito, ne esprimevano il sentimento, ne gestivano il linguaggio. Vinsero i massimalisti, e di lì a poco, l' anno dopo, i riformisti abbandonavano il partito. Vi era una differenza tra il personale impegnato nella amministrazione delle istituzioni sociali e il personale puramente politico, i veri quadri del partito. Un fenomeno simile appare nella scissione di Saragat nel 1947. Saragat ha con sé la maggioranza del gruppo parlamentare, con D' Aragona, i quadri sindacali. Nenni, Basso, Morandi hanno la maggioranza nel partito: è per questa inconciliabilità tra operatori sociali e operatori politici che si rende inevitabile la scissione socialdemocratica.

    LA divisione che corre oggi nel Pci ha somiglianze sorprendenti con quella di allora. I riformisti, l' ala che fa capo a Napolitano, non possiedono un proprio linguaggio: la definizione migliorista è ironica e proviene dai gruppi ad essi contrapposti. Ancora di più la definizione di destra comunista, visto che il termine destra, in un partito di sinistra o di centro, ha il significato di un invito al rigetto. I miglioristi non sono i padroni delle parole, anzi non hanno parole. Se si dovesse indicare un testo, un documento, un qualunque riferimento, alla posizione degli amici di Napolitano, li si cercherebbe invano. Anche revisionismo postcomunista è una parola senza contenuto chiaro e senza risonanza emotiva. I riformisti del Pci, proprio per questa mancanza di linguaggio, valgono come segni nelle parole di Occhetto. E il segno maggiore è la richiesta di adesione all' Internazionale Socialista, programmata dalla maggioranza. Gli amici di Napolitano hanno séguito nelle cooperative, nel sindacato, tra gli amministratori comunali, nel gruppo parlamentare. Esattamente come i riformisti di Turati e i socialdemocratici di Saragat. In ambedue i casi i riformisti divennero una minoranza reietta perché estranea al sentimento del partito, alla cultura in esso dominante. Di fronte ai riformisti, di cui miglioristi è una variante ironica, stanno i massimalisti, che si definiscono sinistra comunista e accettano con gloria di essere definiti ingraiani. In essi vive la passione per il nome comunista e per l' identità che esso esprime, e a cui è essenziale l' opposizione ai riformisti. Il loro linguaggio mantiene la continuità con il linguaggio massimalista, ragiona su un orizzonte mondiale, definisce capitalismo come sistema totale nel senso marxiano. In un momento di crisi personale di identità e di impallidimento sociale dei valori, essi riscoprono il valore dell' utopia come creatrice di storia. Comunismo appare per essi come il regno dei valori e delle speranze. E il Pci, in quanto preservato dagli errori e dai crimini del socialismo reale, è per essi il principio di un nuovo comunismo.

    L' Italia che ha pensato un diverso comunismo senza realizzarlo, può ora viverlo quale arca dell' alleanza di tutti coloro cui va stretto il modello liberal socialista che coniuga democrazia e mercato. E' perché si ispira a motivi nobili che il neocomunismo ha bisogno di un volto: donde la capacità della sinistra comunista di accettare la definizione di ingraiana come un titolo di gloria. Natta e Tortorella impallidiscono innanzi alla figura dell' uomo che la lotta del no assume come una bandiera di valori. Così il Pci rivive in sé le tensioni della storia del socialismo italiano, anche quando non ne rivendica la continuità. Lo schieramento e le posizioni di forza di miglioristi e di ingraiani sono già quelli dei riformisti e dei massimalisti del congresso del ' 21.

    DOBBIAMO prevedere la sconfitta migliorista? Se non fossero giunti i tempi che corrono in Urss e nell' Europa orientale, dovremmo dire di sì. Ma il disegno di Occhetto, come quello del resto di Serrati nel ' 21 è di far convivere nel nuovo partito Ingrao e Napolitano. E' possibile, senza che ciò risulti come una forma latente di sconfitta dei miglioristi, designati ormai alla funzione di diplomatici nei confronti dell' Internazionale Socialista? Se l' operazione Occhetto riuscisse in modo indolore, la via italiana del postcomunismo sarebbe identica alla via bulgara nei paesi del socialismo reale. Cambierebbe il nome, proprio perché resti la cosa: ma non è questo il principio reso celebre dal Gattopardo? - di GIANNI BAGET BOZZO

    LA MALFA CONTRO OCCHETTO 'L' URSS E' PIU' AVANTI DI TE'28 agosto 1990 — pagina 10 sezione: POLITICA INTERNA

    ROMA La direzione nazionale del Pci verrà probabilmente convocata la prossima settimana, in coincidenza col festival nazionale dell' Unità che si terrà a Modena. Sarà il momento del chiarimento interno dopo lo strappo sulla crisi del Golfo: una divisione traumatica che ha riproposto con forza l' eventualità di una scissione e che, nello stesso tempo, ha dato occasione agli altri partiti per rimettere complessivamente in discussione la svolta e la affidabilità del Pci in campo internazionale: La Malfa accusa Occhetto di essere più indietro di Gorbaciov, mentre la Dc critica le incertezza del leader di Botteghe Oscure. E così ieri il migliorista Umberto Ranieri, della segreteria nazionale, ha diffuso due dichiarazioni successive, relative ai due fronti di dibattito: quello interno e quello esterno. Quanto al primo, Ranieri ha detto che la scissione non è ancora alle porte. Ma subito ha aggiunto un ammonimento al no: Certo alle minoranze deve essere consentito di far valere le proprie ragioni, ma ci sono regole interne che devono valere per tutti, minoranza compresa. Il dirigente comunista ha quindi osservato che l' unità del partito è indispensabile e opportuna ma che non meno indispensabile è l' abbandono, da parte del fronte del no, di toni e contrapposizioni pregiudiziali. Sul fronte esterno, la dichiarazione dell' esponente della segreteria è una risposta alle critiche lanciate ieri, in un articolo sulla Voce repubblicana, dal segretario del Pri Giorgio La Malfa. Ranieri in proposito ha ricordato quanto sia stato difficile e complesso il dibattito nel gruppo comunista e quindi ha definito ridicola l' eventualità che si torni al vecchio concetto secondo il quale, per il Pci, gli esami non finiscono mai. Nell' articolo La Malfa riconosce a Occhetto di aver compiuto, rispetto all' interno del partito, un atto di coraggio. Ma subito aggiunge che il risultato conseguito è comunque, inaccettabile rispetto alle linee di politica internazionale. Per il segretario del Pri, infatti, i comunisti hanno espresso un giudizio ambiguo su Saddam Hussein tanto che la stessa Unione sovietica si è spinta avanti contro l' Iraq più di quanto abbiano fatto i comunisti italiani, anche i più riformatori. Secondo La Malfa, forte è l' impressione che nel Pci si stia semplicemente procedendo a una sostituzione di schieramento antioccidentale. Si passa da un atteggiamento pregiudizialmente favorevole all' Unione Sovietica, che ha caratterizzato la lunga storia di questo partito (...) con uno schieramento terzomondista che risulta impastato di un misto di buone internzioni e di ipocrisia. La Malfa, in definitiva, chiede al Pci di prendere atto che il cuore del problema è il seguente: L' Italia è una nazione dell' Europa occidentale e dell' occidente che ha per queste ragioni delle responsabilità internazionali alle quali non si può e non si deve sottrarre. Per il direttore del Popolo, Sandro Fontana, lo scontro apertosi tra i comunisti (destinato ad aggravarsi ulteriormente, fino a minacciare l' esistenza stessa dell' attuale Pci) ha origine nel modo in cui il gruppo dirigente ha gestito il processo di rifondazione: Illudendosi scrive il direttore del Popolo che l' abilità personale e il controllo dell' apparato funzionale fossero di per sé sufficienti ad assobire in chiave unitaria le varie anime del partito. In tal modo il gruppo dirigente si è impantanato in una lunga ed estenuante opera di mediazione, col risultato, da un lato, di appesantire di zavorra radicaleggiante e movimentista - cara alla predicazione idealistica di Ingrao - la linea del partito e, dall' altro, di non riuscire a fissare con chiarezza le nuove regole necessarie in un partito non più centralistico. Secondo Fontana, in assenza di queste regole Occhetto rischia di non elaborare una linea riformistica né di recuperare la dissidenza ingraiana. A criticare la mediazione è anche il filosofo Massimo Cacciari, secondo il quale è stata persa una occasione storica per presentare la Cosa, per dimostrare a tutti come si comporta una forza riformista e socialdemocratica. Secondo Cacciari il rischio attuale per il Pci non è tanto di una scissione ma di una esplosione: da un lato un vecchio Pci col 5 o 6 per cento dei voti, dall' altro lato un partitino destinato alla subalternità con i socialisti.
    Ultima modifica di SteCompagno; 08-01-11 alle 18:19
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    L'INTRANSIGENZA DELLA MINORANZA E LA CONTESTAZIONE DEI 23

    Cambiare il nome e il simbolo al PCI per alcuni era una opportunità positiva per sdoganare il Partito e guidarlo verso il Governo,per altri (la maggioranza in maniera molto evidente) dopo i fatti dell'Est era diventata una necessità,dolorosa ma pur sempre una necessità,ma per altri ancora era pura blasfemia.

    E questo non per fanatismo o integralismo conservatore,il gruppo dirigente del Pci era consapevole dell'attaccamento della base alla parte simbolica che ruotava attorno a quel Partito,ma il Fronte del SI non se ne curò,tanto era deciso (soprattutto i miglioristi,che pure erano molto critici con Occhetto qualora tentava di recuperare a sinistra) nel suo percorso,al contrario il Fronte del NO ne fece un punto di forza della sua strategia,seppur perdente in partenza (dato che sia la maggioranza dell'Apparato che del Sindacato si erano schierati chi più chi meno convintamente con Occhetto).

    E la contestazione dei 23,il rogo del nuovo simbolo della Quercia davanti a Botteghe Oscure e la tagliente ironia di Cossutta sull'argomento ("sembra un garofano") ne sono la prova.

    Il simbolo e il nome prima del programma e del progetto,la forma prima della sostanza.

    COSSUTTA: 'IL SIMBOLO? SEMBRA UN GAROFANO'
    11 ottobre 1990 — pagina 4

    ROMA

    Armando Cossutta stronca il nuovo simbolo con tre parole: Sembra un garofano. Non ci piace dicono subito quelli del no. Gli oppositori di Occhetto annunciano che faranno resistenza, scommettono sulla delusione dei militanti e danno appuntamento al congresso. Ma la presenza del simbolo storico all' interno di quello nuovo li spiazza un po' , e consiglia prudenza nei commenti a caldo. Perciò, mentre lo stato maggiore del no si chiudeva alle Botteghe oscure per soppesare la mossa di Occhetto, ieri sera l' unico ad affrontare i giornalisti è stato Giuseppe Chiarante. Il quale, invece di attaccare il segretario, se l' è presa diplomaticamente con la carta stampata: Molti giornali oggi titolavano: è l' ultimo giorno del Pci. Io consiglio maggiore cautela. Stasera il segretario ha presentato la sua proposta. Ma il dibattito per il congresso comincia domani e dovranno dire la loro centinaia di migliaia di compagni. Noi riproporremo, anche per il nome, la nostra proposta di rifondazione comunista. Dunque oggi potremmo conoscere anche quale nome Partito dei comunisti democratici? Nuovo Partito comunista? il correntone del no suggerisce al posto di Partito democratico della sinistra.

    Quando il segretario va in sala stampa per presentare il nuovo simbolo, alle 19, gli esponenti della mozione due si radunano nell' ufficio di Aldo Tortorella. Manca Ingrao, che non fa parte della Direzione e che stasera non s' è fatto vedere alle Botteghe Oscure (anche se ha telefonato). Manca Natta, che se n' è andato in Puglia per evitarsi un altro dispiacere. Ma gli altri ci sono tutti, da Lucio Magri a Gavino Angius, da Armando Cossutta a Luciana Castellina. Quasi lo stesso gruppo (con Cossutta al posto di Ingrao) che stamattina si era ritrovato nella nuova casa di Magri alla salita del Grillo, uscendone con una richiesta tattica lo slittamento del dibattito da stamattina a oggi pomeriggio e con l' intesa di dare una risposta comune al discorso del segretario. Ad Angius e a Mario Santostasi è stato affidato l' incarico di stilare un documento che, si mormora, sarà durissimo. Preciseremo la nostra posizione nel dibattito che comincerà domani pomeriggio si limita ad annunciare il felpatissimo Chiarante. E stasera? Per il carniere dei cronisti ci sono solo i commenti che arrivano da fuori. Da Milano, dove Dario Cossutta sostiene che il discorso di Occhetto denota la confusione di idee che ha in testa l' attuale segretario del partito. Dal Senato, dove l' irriducibile Lucio Libertini, precisando che si sente più comunista di prima, avverte: Del Pci è difficile sbarazzarsi, anche se lo si mette all' ombra di un albero. E da Montecitorio, dove qualche deputato del no apre una crepa nel fronte degli oppositori. Chi? Novello Pallanti, per esempio, capogruppo nella commissione Lavoro, che a sorpresa applaude il segretario: E' una proposta molto intelligente, che toglie alibi pretestuosi a chi voleva fossilizzare la discussione solo sul nome e sul simbolo. E poi Flora Calvanese, che condivide questa scelta di coniugare vecchio e nuovo con il mantenimento del vecchio simbolo nel tronco dell' albero e con la scelta dei colori: il rosso del movimento operaio e il verde dell' ecologismo e dei nuovi ideali. I giornalisti appostati in agguato non avranno altro. Dovranno limitarsi ad annotare che insieme al simbolo e al nome, qui cambia anche l' indirizzo: lo storico ingresso delle Botteghe oscure è stato sbarrato, e ora si entra e si esce da via dei Polacchi, nome che grazie a Walesa ormai ha il sapore del post-comunismo.

    Ma qualcos' altro accade davanti al palazzone del Pci: c' è la base che contesta. La base? Beh, si fa per dire: sono ventitré, arrivati in autobus dal Prenestino e da Tor Bella Monaca, ma gli altri sono nelle fabbriche, a fare lavoro politico. Li guida un vecchio militante magro e arcigno con un fazzoletto rosso al collo e quattro distintivi sovietici di latta sulla giacca. Dopo, una vita passata a diffondere l' Unità, ha deciso di gettare in faccia a Occhetto la sua rabbia di militante deluso, ed è venuto qui con una borsa piena di bandiere comuniste. La prima che tira fuori raffigura Lenin, e sembra azzardata persino ai suoi: Ma non ce l' hai una col simbolo italiano?. Ce l' ha. Anzi, ne ha cinque o sei, con le quali il resto della base si avvolge per concedersi ai fotografi e alle tv: mai un così ristretto numero di comunisti aveva attirato tanta attenzione dei media. Accanto a lui, un pensionato con la camicia sbottonata tiene la mano in tasca, dove scuote una manciata di monetine da dieci lire. Cosa vuol farne, scusi? Le voglio tirare a chi dico io. Una signora col gilet a fiori e il trucco troppo vistoso per i suoi sessant' anni urla contro la vigilanza: Hanno chiuso il portone perché hanno paura dei comunisti!. Sì, questa è la scissione: il gruppo dirigente si è scisso dai militanti chiosa un quarantenne grosso quanto un armadio. E tutti insieme raccolgono le forze per gridare sotto il balcone del palazzo che Occhetto è un traditore, insulto tassativo quanto anonimo: Io so' partiggiano, i nomi nun se fanno.

    Un po' staccato da questa piccola armata brancaleone c' è un signore elegante sui settanta, col fazzoletto bianco nel taschino e gli occhiali d' oro. E' , ammette, un ex impiegato degli Ospedali riuniti. E' venuto perché non vuole abbandonare il nome comunista. Così si cambia in peggio dice. La gente dimenticherà le lotte che hanno fatto i comunisti. Dimenticherà che dietro il benessere e la libertà ci sono i nostri morti. E questo non lo deve dimenticare aggiunge, con la voce rotta dalla commozione. Il colpaccio, uno dei manifestanti lo fa riuscendo a impadronirsi di una copia del nuovo simbolo. Allora il quarantenne massiccio afferra il foglio, la signora truccata gli dà fuoco, il pensionato lancia finalmente in aria le sue monetine. Per Occhetto, scampato all' imboscata, c' è un minaccioso avvertimento: Se vedemo alle elezzioni!. - di SEBASTIANO MESSINA
    Ultima modifica di SteCompagno; 08-01-11 alle 18:34
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  9. #9
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    Predefinito Rif: "Democratici di Sinistra" - Storia,Personaggi,Politica

    Carini questi passaggi, in cui gli ex PCI si rendono conto di essere stati sconfitti dalla Storia.

    Esiste sul passaggio PCI-PDS un ben fatto libro di Luca Telese, "Qualcuno era comunista". Lo consiglio.
    "Insomma se è in gamba, ti porta l'aereo così basso.. ehehehe...
    Lei dovrebbe vederlo, è uno spettacolo: un gigante come il B-52.... BHOOAAAMMM!!!!.. con i gas di scarico t'arrostisce le oche vive!!"

  10. #10
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    Predefinito Rif: "Democratici di Sinistra" - Storia,Personaggi,Politica

    Per avere una approfondita analisi del passaggio dal PCI al PDS ai DS è bello anche "Dal Pci al Socialismo Europeo" di Napolitano

    anche "Compagni di scuola-Ascesa e declino dei postcomunisti" di Andrea Romano.
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