Sicilia: autonomismo o indipendentismo?
Almeno dall'entrata in gioco dell'MpA di Lombardo nel mondo politico isolano, è innegabile che in Sicilia si parli con molta più disinibizione di temi da sempre scottanti, come l'autonomismo e l'indipendentismo. Due cose distinte, che mirano a cose distinte, senza dubbio, ma entrambe rese quasi delle chimere almeno fino alla fine del XX secolo. Oggi, invece, il discorso sull'autonomia in Sicilia pare essere all'ordine del giorno, e grazie ad esso anche i movimenti e partiti indipendentisti stanno riacquistando un certo vigore, sempre marginale se consideriamo l'intero panorama politico siciliano e italiano, ma vi è pur sempre un certo risveglio d'interesse nei riguardi di determinate tematiche da parte di un numero sempre crescente di cittadini siciliani, stanchi di dover sentire fandonie sul cosiddetto 'Federalismo fiscale' che potrebbe risultare in ultimo come un autentico salto nel buio per la Regione Siciliana. Ma non è questo ciò di cui intendo parlare.
'Autonomismo' e 'indipendentismo'. Molto spesso non se ne comprende la differenza, soprattutto da parte di chi si è appena accostato a determinati ambienti politici. Sperando di non cadere nello scontato (ma anche di non prendere strafalcioni), tenterò di spiegare nel migliore dei modi ciò che distingue le due correnti di pensiero politico.
Autonomismo
Senza entrare nello specifico di considerazioni sull'MpA, poiché per alcuni di autonomista ha realmente poco, secondo altri ne ha molto, era mia intenzione parlare del concetto stesso di 'autonomismo' in Sicilia, per come sostanzialmente è inteso oggi da chi si reputa, appunto, 'autonomista' e non solo aderente all'MpA ma anche ad altri partiti e movimenti autonomisti presenti nel panorama politico siciliano.
L'autonomismo odierno batte convintamente sul diritto dei siciliani di veder finalmente attuato in tutti i suoi articoli il già esistente Statuto d'Autonomia Siciliano che, a causa della caotica situazione socio-politica in Sicilia alla fine della II Guerra Mondiale, anche grazie alle forti spinte indipendentiste del 1943-'47, è entrato in vigore il 15 maggio 1946 con D. L. Lgt. n. 455, integrato nella Costituzione Italiana repubblicana redatta nel 1947, per il quale però non sono mai stati emessi tutti i decreti attuativi, motivo per cui lo stesso Statuto risulta operativo in potenza e non di fatto, pur essendo Legge Costituzionale. Fino ad oggi, sono ben 64 gli anni di inattuazione e, quindi, di vilipendio della Costituzione italiana da parte (paradossalmente) della stessa Corte Costituzionale italiana, che di fatto nega alla Sicilia l'attuazione di importanti leggi considerate come tra le più all'avanguardia nel panorama legislativo italiano e che, se attuate, potrebbero rendere la situazione attuale della stessa Sicilia più 'leggera' anche e soprattutto dal punto di vista fiscale.
Indipendentismo
L'indipendentismo odierno mira alla totale indipendenza siciliana, ovvero all'innalzamento della Regione Siciliana a vero e proprio Stato sovrano. Le strade considerate dalle correnti indipendentiste odierne sono sostenzialmente due: quella 'morbida', che mira all'indipendenza tramite il passaggio dall'autonomismo, e quella 'intransigente', che mira direttamente all'indipendenza dell'Isola senza considerare un passaggio autonomista. Probabilmente, all'indomani della concessione dello Statuto d'Autonomia, se questo fosse stato attuato in tutte le sue parti, l'indipendentismo avrebbe potuto anche non trovare motivazioni per continuare la propria lotta politica, sebbene sempre più di nicchia durante i decenni. A maggior ragione oggi, proprio a causa di 64 anni di inattuazione statutaria, l'indipendentismo torna a dire la sua in materia di sicilianismo, volendo oltrepassare la soluzione autonomista per la sfiducia nei confronti dello Stato italiano che in oltre mezzo secolo ha negato alla Sicilia l'attuazione di leggi costituzionali.
Conclusioni
Secondo alcuni autonomisti, ciò su cui è necessario operare affinché la Sicilia torni ad avere una coscienza di sé è la cultura, come la cultura (diretta in senso contrario) è stata adoperata per far sì che la Sicilia perdesse una parte sostanziale della sua identità di 'nazione'. Proprio secondo questi, una volta riacquistata l''identità perduta', ci si potrebbe anche considerare maturi per una convivenza in seno ad un'unità italiana.
Gli indipendentisti 'intransigenti', al contrario, si chiedono il motivo di continuare a sperare di poter convivere all'interno di uno Stato che non da un paio d'anni o una decina d'anni, ma da oltre mezzo secolo nega determinati diritti legislativi (che, si ripete, esistono già in potenza ma non in atto) alla Sicilia e ai siciliani, senza considerare il legame storico che l'Italia, sin dalla sua unità, detiene con il fenomeno mafioso (si veda l'articolo precedente a questo, del 5 dicembre 2010:
L'osmosi mafia-Italia: breve excursus | Laurentius | Il Cannocchiale blog). In nome di che cosa, dunque, sarebbe auspicabile l'attuazione di leggi inattuate nel silenzio, prima di tutto da parte dei siciliani stessi (a loro volta 'bombardati' culturalmente perché si distraessero da determinate pretese), da quasi 65 anni? Se la Sicilia è quella che è oggi a causa di una serie di strategie politiche inadeguate da parte dello Stato italiano (non respinte dalla politica siciliana asservita ai partiti centralisti) e al ruolo economico e politico che esso ha imposto all'Isola dal 1860 fino ad oggi, su che basi sperare che l'unità all'Italia possa ancora giovare alla Sicilia? Secondo quali criteri?
Come è evidente anche solo da questo breve articolo, la situazione politica autonomista-indipendentista in Sicilia appare molto frastagliata, ed è certamente anche per questo che, nonostante il sicilianismo tout court abbia attirato, soprattutto in questi ultimi anni, un indubitabile numero di aderenti ed interessati in più rispetto a solo poco tempo prima, la situazione politica in tal senso rimane pressocché statica, salvo sporadiche eccezioni. Dunque, se vogliamo parlare di un programma sicilianista serio, risulta indispensabile pensare alla formazione di un unico e grande partito sicilianista, con le rispettive sezioni autonomista e indipendentista, che possa finalmente essere messo nelle condizioni di contare davvero, dal punto di vista politico. Se ciò non avvenisse, e in tempi piuttosto celeri, ogni azione volta alla pubblicizzazione della singola sigla partitica potrebbe risultare come un auto-soddisfacimento personalistico e, di conseguenza, una vera e propria consegna della Sicilia nelle mani di uno Stato italiano che ha avuto ed ha ben altro per la testa. La questione, dunque, dovrà necessariamente essere valutata dalle parti in causa, pena la perseveranza in un'inconsistenza materiale della politica sicilianista, con la conseguente assenza di una voce unanime su determinati punti che rischiano di schiacciare definitivamente la Sicilia.
Termino con le parole di Z. Bauman e di C. Mouffe: «i singoli individui possono impegnarsi solo collettivamente, unendo le proprie energie per una impresa comune: la ‘comunità politica’»[1], la quale «esige un’idea correlata di bene comune»[2].
[1] Bauman Z., La società dell'incertezza, Il Mulino, Bologna, 1999, p. 21
[2] Mouffe C., in ivi, p. 22