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Discussione: Le origini della crisi

  1. #281
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    Noi illusi dalla fiducia nel mercato perfetto

    di Raghuram Rajan

    [...]
    Gli economisti hanno anche analizzato la politica economica di regolamentazione e deregolamentazione, quindi avremmo potuto comprendere i motivi per cui i politici americani spingevano il settore privato a finanziare progetti edilizi, mentre altri deregolamentavano la finanza privata. Eppure, per qualche motivo, non abbiamo reso noto ciò che sapevamo e non abbiamo mostrato e urlato in coro i nostri ammonimenti. Forse il motivo era l'ideologia: eravamo troppo convinti che i mercati fossero efficienti, i suoi partecipanti razionali e che i prezzi elevati fossero giustificati dai fondamentali economici. Tuttavia, alcune critiche relative al "fondamentalismo del mercato" riflettono un equivoco. La dominante "teoria dei mercati efficienti" afferma solo che i prezzi dei titoli riflettono le informazioni pubblicamente disponibili e che è difficile ottenere performance costantemente superiori a quelle medie del mercato: fatto vero, considerato il colpo subito dalla maggior parte degli investitori durante la crisi.
    [...]
    Noi illusi dalla fiducia nel mercato perfetto - Il Sole 24 ORE
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  2. #282
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    Queste baggianate mi hanno fatto ricordare quelle di segno esattamente opposto di Lucas l'inventore dell'EMH con cui ha persino vinto il Nobel. Dovrebbero far riflettere anche gli asini su in che stato sia l'economia mainstream

    Non di meno propio oggi sul Sole è comparso un articolo su John Taylor segno che si sta facendo strada anche nel mainstream l'idea che stampare soldi senza limite e manipolare i tassi alla fine produce conseguenze non molto gradevoli

    Taylor ha piu volte spiegato come l'ultra lasca politica monetaria della FED, la sua continua applicazione di regole discrezionarie e poi i continui interventi di salvataggio siano stati causa della crisi e del suo aggravarsi (come al solito ci vuole l'inglese al posto del pugliese)

    PS
    Un articolo che potrebbe piacere a Feliks: ci sono tanti numeri che si puo' tentare il superbingo
    Ultima modifica di Phileas; 08-02-11 alle 21:53

  3. #283
    email non funzionante
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    Mentre la crisi prosegue come il marxismo gli ha da secoli previsto, noi l’attendiamo al varco: il frantumarsi dell’unità nazionale fra le classi

    Sono trascorsi quasi tre anni da che lo scoppio della “bolla dei derivati”, speculazione su titoli del tutto inaffidabili, con centro negli Stati Uniti, ha innescato la crisi più profonda alla scala mondiale dai tempi della Grande Depressione e, anche se governi ed autorità monetarie di tutto il mondo non cessano di ripetere la giaculatoria che il peggio è ormai alle spalle, ancora mettono in atto imponenti iniziative di stabilizzazione, ancora continuano ad accendersi focolai di profonda instabilità, tanto sul piano finanziario quanto su quello dei rapporti tra gli Stati, che tendono ad allargarsi e a configurarsi come scontri per ora monetari e commerciali.

    È un dato di fatto che il governo del capitalismo abbia portato dentro i bilanci degli Stati i fallimenti della finanza, che aveva dilatato in modo abnorme i suoi utili di carta rispetto a quanto produzione e commercio avrebbero permesso. Operazione questa che è una caratteristica che precede tutte le crisi, a partire da quelle descritte ed analizzate nella V sezione de “Il Capitale”, tradotte nella versione italiana dell’opera in “bolle”. Tanto per rivendicare quanto la nostra scuola avesse visto lontano nel processo capitalistico e nei suoi ciclici sconquassi.

    Ci dice un esperto che «Adesso (ottobre 2010) ci troviamo in una fase ancora più delicata. L’unico elemento in comune con quel periodo (l’anno 2007) è l’eccesso di liquidità. Con la differenza, però, che prima la liquidità si trasformava in credito mentre ora viene scaricata in modo semplicistico su speculazione, oro e valute». Tutto molto chiaro, viene però da chiedersi il perché. È forse solo “mancanza di fiducia”?

    Viene il dubbio che, dopo la massa vertiginosa di moneta gettata in questa fornace insaziabile, dopo due anni di passione e terremoti, finalmente la creazione di valori di carta abbia avuto non diciamo fine, ma almeno una regolamentazione. Però la strada del capitalismo “finanziarizzato” non conosce svolte.

    È solo un esempio, ma vogliamo riprendere quanto si legge in una pubblicazione di un importante centro studi bancario pubblicato da un giornale finanziario, secondo il quale nei bilanci delle grandi banche europee i ben noti “derivati” ed altri titoli “illiquidi”, cioè non convertibili in liquidità, «dopo essere scesi del 39% nel 2009» sono cresciuti nel primo semestre 2010 gli uni del 26% in media sul semestre passato e gli altri del 6%. «Gli attivi illiquidi hanno rappresentato al 30 giugno di quest’anno il 36% dei mezzi propri e il 38% del patrimonio di vigilanza del campione, ossia il patrimonio minimo a garanzia della solvibilità di una banca». In parole semplici il castello di carte, privo di valore, prodotto in Europa ha ripreso a crescere, ad una percentuale superiore ad un terzo del patrimonio delle Banche.

    Inutile riportare i dati sull’omologa, ma ben più sostanziosa crescita alla scala mondiale. Negli Stati Uniti i mutui subprime, anche se in forma riveduta e corretta, sono di nuovo in opera. Del resto il mercato dei mutui è la parte più significativa del mercato dei capitali e continua ad operare solo come filiale del governo degli Stati Uniti. Le due agenzie di credito sui mutui immobiliari più importanti degli USA, Fannie Mae e Freddy Mac, sono al 90% in mano al Tesoro.

    Ma il sistema finanziario non può abbandonare il meccanismo di creazione di valori “di carta”, che è di necessità mantenuto sino alla distruzione dei valori reali contenuti nella produzione materiale.

    Perché questo sia accaduto e sia stato permesso, anzi incoraggiato con ogni mezzo, legale, normativo o fraudolento, solo la teoria marxista lo ha spiegato compiutamente; ed anche previsto. Ma a noi non serve comprendere per sanare e migliorare, per rendere il sistema di produzione capitalistico un processo controllato, disciplinato od etico. Lo scopo che muove il comunismo rivoluzionario è la liquidazione della struttura politica che lo sostiene, lo Stato borghese, e quindi per conseguenza, la sua sparizione.

    La sequenza causale è chiara, anche se poi è tirato in ballo l’intervento distruttivo della cosiddetta finanza speculativa internazionale, descritta dalla stampa come il cancro che attacca gli organismi indeboliti. Ma questa è una descrizione dei fatti che non prendiamo nemmeno in considerazione: in altri tempi le turbolenze finanziarie si diceva fossero il prodotto delle malvagie attività speculative dei cosiddetti “Gnomi di Zurigo“, narrazioni assimilabili alle storie degli untori di manzoniana memoria.

    Per spiegare questo gigantesco fenomeno, dalle diverse scuole e teorie sono stati ipotizzati i fattori più disparati, dai mutui non garantiti, ai derivati e via elencando tutto l’armamentario fuori controllo e con scarsa o inesistente regolamentazione che sta alla base dell’ingegneria finanziaria. Tutto il teorizzare spiega la crisi come un evento patologico che nasce da un uso sbagliato, truffaldino o azzardato della finanza, dall’impiego distorto del credito, che diffonde poi la “malattia” all’economia reale.

    Per ogni teoria economica borghese, la crisi, tutte le crisi del capitalismo, nascono dalla finanza. Ogni scuola naturalmente individua in questo sterminato campo i fattori critici specifici, le particolari dinamiche, le distorsioni di questa o quella grandezza. La sovraproduzione verrebbe “dopo”, da un punto di vista causale e temporale, una volta inceppato il ciclo produzione-consumo. Invece per la scuola marxista la sovraproduzione, indotta dal meccanismo intrinseco del capitalismo e spinta all’estremo dalla legge della caduta del saggio di profitto (un’eresia innominabile per le altre teorie economiche) precede e determina la crisi del credito e della finanza.

    Ogni sistema teorico propone i suoi “specifici”, i suoi interventi risolutori o stabilizzatori, in relazione alle cause individuate. Per il marxismo rivoluzionario la soluzione non può essere che una e radicale, l’eliminazione del modo di produzione capitalistico.

    Tutti però convergono all’ovvia considerazione che alla fine, l’incepparsi dei mercati porta alla sovraproduzione, che si accompagna alla deflazione, il mostro da combattere con ogni mezzo.

    «Ciò che alla fine tornò utile fare negli anni Trenta (spendere per la guerra) si rivelò di fatto distruttivo, una sorta di scherzo crudele giocato dagli dèi dell’economia. Sarebbe stato di gran lunga meglio se la Depressione si fosse conclusa spendendo per cose utili – come strade e ferrovie, scuole e parchi. Però non si raggiunse mai il consenso politico necessario a procedere a una spesa adeguatamente grande. Il mondo ebbe bisogno di Hitler e di Hiroito». Così scrive in un articolo dello scorso novembre un famoso economista dei nostri tempi di rigorosa scuola keynesiana, fautore del “deficit spending” e del “quantitative easing” ad ogni costo, spesa statale in deficit e stampa forsennata di moneta, tanto brillantemente messi in atto dalla Federal Reserve in questa lunga crisi: il Tesoro emette obbligazioni che la Banca Centrale acquista emettendo liquidità in contropartita. Così lo Stato finanzia se stesso, con sommo orrore per i seguaci della Scuola Austriaca, che vedono nel “fiat money“ e nel controllo dei mercati la radice di tutti i disastri per il capitalismo.

    È vero, si può spendere per ricostruire ciò che è stato distrutto; si può spendere per costruire ex-novo quanto possa servire alla “pubblica utilità”, o a “rimettere in moto“ il processo di produzione. L’economista liberal ne fa una questione di spesa legata ad un consenso politico, cioè, in parole meno ipocrite, intende una decisione assoluta dell’imperialismo più forte; che però allora non ci fu né ci poteva essere, e non per colpa di una mancanza di guida indiscussa.

    Se la leadership è forte, senza opposizione, il keynesiano crede che si “possa spendere senza distruggere”, altre scuole propendono per una “distruzione dolce” operata con la liquidazione che non necessiti della guerra. A quella gli economisti fingono di non arrivare, o non ne parlano. Ci penseranno gli Stati, al termine del disastro finanziario ed economico.

    Lo schema della nostra teoria è pienamente verificato: la spesa fu per la “ricostruzione”, dopo quella necessaria ed inevitabile per la “distruzione”, un affare di ordine immenso, realizzato, ma solo a quel punto, dall’imperialismo vincitore, che impose di necessità il “consenso politico”, per oltre cinquanta anni guida indiscussa ed arrogante del mondo capitalistico.

    La Grande Depressione dello scorso secolo si concluse con la Seconda Guerra mondiale, “bagno di giovinezza” del capitalismo nella fase imperialistica. Prima si provò con ogni mezzo ad arrestare il processo deflattivo e stabilizzare i corsi monetari, con tentativi forzati ed improbabili di riutilizzo del gold standard ed altri meccanismi di ancoraggio delle divise all’oro. Basti rammentare la serie di duri contrasti negli anni dopo il 1932 tra i governi degli Stati capitalistici, compresa la URSS, durante i quali ogni governo, ed in particolare gli Stati Uniti verso gli Stati europei, tentò in modo ora aperto ora diplomatico di scaricare i propri problemi finanziari e monetari sugli altri.

    Da questo punto di vista le analogie di quel periodo con la fase attuale sono davvero significative, fatti salvi i volumi finanziari in gioco, le dimensioni del mercato mondiale, e l’estensione dello scacchiere internazionale. Certo condurrebbe fuori strada la pretesa di leggere rigidamente i fatti di questi anni secondo le fasi di allora, e pensare a una loro ripetizione. Ma lo schema generale sarà lo stesso, il paradigma delle crisi capitalistiche è per la nostra scuola dimostrato in via definitiva.

    Anche in questa tornata, i piani su cui si svolge il processo di crisi sono due, come abbiamo accennato all’inizio: uno endogeno, relativo ai singoli sistemi economici, che si manifesta nell’ambito della finanza e dell’economia, l’altro esogeno, nel campo dei rapporti di forza tra gli Stati.

    La crisi generale del capitalismo, come abbiamo definito la forma estrema delle crisi, porta sempre allo sconvolgimento totale degli assetti politici internazionali, al tramontare dei vecchi e all’affermarsi di nuovi. Se la Rivoluzione sociale in qualche modo non interviene a spezzare questo ciclo, di norma è un conflitto armato che lo conclude, nel quale, per altro, non è detto che i contendenti principali debbano di necessità trovarsi su fronti opposti.

    Se la Grande Depressione segnò in certo modo il trapasso tra il ruolo centrale di dominio imperialistico dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, con l’Europa di Francia e Germania a subirne politicamente il peso, e toccò poi alla Germania, lo Stato più forte in Europa, ed al Giappone, potenza emergente nell’estremo oriente, dare inizio all’apocalisse della guerra mondiale, in questa Seconda Depressione la guerra valutaria ed il conseguente controllo dei mercati, essenziale per ogni prospettiva di ripresa (vana, per la nostra visione), prefigurano una nuova guerra per il predominio politico mondiale.

    Per ora si assiste ad uno scontro valutario essenzialmente a tre, Euro-Dollaro-Yuan, che maschera il livello “più alto”, quello fra gli Stati. Non è un caso che quello che detiene il volume più alto di obbligazioni statali americane, la Cina, e quindi in certo qual modo ha sostenuto il pilastro centrale della finanza mondiale, rifiuti ora, pur sotto una pressione martellante, di rivalutare la propria divisa per alleggerire il debito pubblico del debitore. Né che, nell’ultima operazione di allentamento quantitativo operato dalla FED, i titoli del Tesoro non siano stati piazzati sul mercato ma direttamente assorbiti all’interno. Questi sono indici di una situazione di conflitto profondo. Sono onde lunghe di crisi che si presentano in punti specifici ma generano linee di rottura che si manifestano nelle strutture politiche.

    Anche la condizione critica degli Stati più deboli della “chimera” europea ha nella attuale dinamica una duplice valenza. Il dato interno di una condizione produttiva e finanziaria oggettivamente fallimentare – questi sono vasi di coccio tra vasi di ferro brutalmente scossi dalla crisi – si lega all’elemento esterno dello scontro tra gli Stati.

    Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna si possono permettere allentamenti quantitativi senza opposizioni interne che non siano quelle di alcune scuole teoriche; ma non per questo l’apparato politico nazionale fa una piega. Il loro sistema bancario può essere pieno di carta straccia che prefigura un valore insistente, assolutamente “illiquido”, come si dice. Ma questo è un problema che si può tentare di scaricare sugli altri, gli stati Uniti lo fanno da decenni con successo, dalla loro posizione di forza imperialistica, con qualche difficoltà nei tempi recenti.

    Il sistema bancario europeo non sta meglio quanto a cartaccia degli altri ladroni, quello tedesco primo fra tutti, ma non possiede l’unità politica per operare allo stesso modo.

    Da una pubblicazione finanziaria di novembre si legge: «Il caso più eclatante è quello di Deutsche Bank: il colosso tedesco impiega verso la clientela solo il 17% dei propri attivi, mentre il 54% lo destina ad altre attività ovvero ad attività finanziarie, come i derivati, che poco hanno a che vedere con il mestiere tipico della banca. Parliamo di una cifra gigantesca: quasi 1.050 miliardi di euro. Non a caso Deutsche Bank è tra gli istituti più a “leva”: il suo patrimonio netto tangibile (...) è pari a neanche il 2% dei suoi attivi (...) La maggior parte dei suoi attivi è in altre parole coperta dal debito: fa leva, appunto, sul debito per speculare in attività finanziarie ad alto rendimento ma a rischio altrettanto elevato». E questa sarebbe la sana finanza di Germania.

    Senza poter approfondire l’argomento, si vede come si salda l’effetto politico per questa pseudo-federazione europea alla pressione della crisi finanziaria. “Salvare” piccole entità statali come Irlanda, Grecia o Portogallo continuando ad assorbire il loro deficit non sarebbe poi tanto più oneroso per la Banca Centrale Europea, succursale della banca centrale tedesca, di quanto non sia emettere divisa per la Banca Centrale Inglese a favore del proprio sistema finanziario.

    Il rifiutarsi di farlo è questione esclusivamente di politica economica nazionale, della politica estera tout court, anche se si favoleggia di una improbabile “unità politica europea”. È un salvataggio che, alla luce delle reali condizioni finanziarie del più robusto, produttivo e benestante del reame, ha comunque un ampio margine di rischio.

    Situazione più complessa per gli altri partners, Italia e Spagna che, con sistemi produttivi ben più sviluppati, accusano un debito statale enorme, almeno per le dimensioni delle loro economie. E tocca risentire la favola della speculazione internazionale che “prenderebbe di mira” le strutture più deboli, quasi fosse un gran risultato con guadagni stratosferici mandare in fallimento uno Stato, e rendere inesigibile il suo debito. Più semplicemente, ma più gravemente, «i creditori di un’azienda finanziaria o di uno Stato sovrano dovranno sopportare perdite legate ai rischi cui consapevolmente si espongono». E ad un certo punto si fa forte la decisione di non concedere più credito. Seguono gli effetti finanziari e si fa più vicino il rischio di fallimento.

    Se vogliamo riassumere il tutto in una sequenza secca e senza sfumature, la tratteggeremmo così; crisi economico-finanziaria, crisi dei rapporti tra gli Stati, scontri sulle divise, rottura e crisi per le economie-finanze più deboli, frantumazione delle unità politiche.

    Il Partito Comunista, n.344

  4. #284
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    Il piatto dei derivati non è mai stato così ricco. A fine 2010, le cinque banche Usa più attive nel trading di questi prodotti dell'ingegneria finanziaria si sono divise ricavi per 19,3 miliardi di dollari, 3,1 in più rispetto al record precedente che risaliva all'ultimo anno della bonanza, quel 2006 quando la parola subprime non suonava ancora come un terribile campanello d'allarme. Questi istituti "valgono" il 96% del valore nozionale dei derivati Usa e l'86% dell'esposizione creditizia netta dell'intero settore a questi strumenti. I loro ricavi dipendono da una montagna di asset che, sebbene in lieve calo, vale oltre 231mila miliardi di dollari di nozionale. Ma anche da un mercato oligopolistico e scarsamente trasparente.
    A spartirsi la torta sono stati, in realtà, sei istituti. Il primo player è sempre JP Morgan Chase, che a fine anno da solo aveva a bilancio derivati per un nozionale di quasi 78mila miliardi. Il secondo posto se lo sono giocati Citibank e Bank of America, salita in classifica dopo l'acquisizione di Merrill Lynch nel 2008. La quarta posizione è stabile appannaggio di Goldman Sachs, mentre la quinta, di trimestre in trimestre, è passata dalla filiale Usa del maggior gruppo bancario mondiale, Hsbc, e Wells Fargo. Ma il 2010 è stata un'ottima annata per l'intero sistema bancario a stelle e strisce, che ha sfiorato il record di ricavi del 2009 a 22,6 miliardi circa.


    L'effetto a bilancio ha lavato il ricordo dei due terribili quarti trimestri del 2007 e 2008: nel pieno della bufera subprime e subito dopo il crack di Lehman Brothers, i derivati costarono perdite per quasi 19,2 miliardi. Tempi talmente bui da far temere che si avverasse il presagio lanciato nel 2003 da Warren Buffet, il guru di Omaha che definì i derivati «armi di distruzione di massa finanziaria». Oggi a Wall Street si torna a fischiettare "let the good times roll". Ma davvero, se i ricavi corrono, "son finiti i tempi cupi"?
    A sentire le banche va tutto bene. Un top manager attivo nell'investment banking, che chiede l'anonimato, assicura che «oggi c'è grandissima attenzione alla gestione del rischio, specie in Europa. Dopo la crisi la parola d'ordine nelle banche è "nuova normalità": uno scenario di bassi tassi d'interesse con gli istituti che devono ricorrere a corposi aumenti di capitale per portare i patrimoni di vigilanza in linea con i requisiti di Basilea 3 (ne sono previsti per 150 miliardi in Europa). Gli asset non vanno messi a rischio. Un'ortodossia che vale anche nel Regno Unito, dove in passato i rendimenti sono stati ottenuti esponendo gli istituti a rischi inusitati».
    Resta da dimostrare quanto durerà la "nuova normalità". L'alto dirigente ammette che «nel medio periodo si tornerà a chiedere che il capitale renda. Gli azionisti vorranno vedere il frutto degli aumenti di capitale». Un frutto chiamato dividendo. «In termini di return on tangible equity, i piani industriali italiani puntano a rendimenti del 15% al termine del prossimo triennio, in linea con quelli esteri. Non sono obiettivi facili da ottenere», conclude il nostro interlocutore. Valori lontani dal RoE al 16,7% raggiunto da UniCredit nel 2006, quando Deutsche Bank toccava un rendimento sul capitale del 20,4% e Bnp Paribas del 21,2. A distanze abissali dal 41,5% di Goldman Sachs nel quarto trimestre 2006, che portò la media 2004-2007 della banca Usa a un iperbolico 26,8.
    Cos'hanno a che fare i rendimenti con i derivati? Semplice: per aumentare i ritorni, i banchieri possono aumentare le commissioni, cioé ei costi imputati ai clienti per i servizi, oppure chiedere rendimenti dagli investimenti. Ma la legge economica spiega che tanto più è alto il ritorno, tanto maggiore è il rischio collegato: ecco perché nei bilanci di molti istituti si concentrarono asset rischiosi che, dopo la crisi, sono stati definiti "tossici" e ora, più sommessamente, "illiquidi". Proprio per moltiplicare i rendimenti alcune banche arrivarono ad avere "effetti leva", cioé rapporti tra investimenti e capitale, a livelli impensabili: Ubs nel 2007 sfiorò una leva di 100, Deutsche Bank superò quota 50, Morgan Stanley più di 30. La leva europea passò da una media di 26 nel 1999 a 44 nel 2008, per tornare sotto quota 29 l'anno dopo.
    Credere però che tutto vada per il meglio sarebbe come fidarsi dell'oste quando giura che il vino è buono. L'azione dei regulator si è fatta più stringente, si tornano a chiedere riforme e trasparenza. Ma il sistema è ancora in tensione: negli Usa l'impatto dei soli derivati, in termini di esposizione finanziaria dei bilanci, per le maggiori 25 banche commerciali nel 2010 veleggiava sopra il 140% il capitale "pesato" per il rischio (Rwa). Certo, il rischio-derivati pari a 6,3 volte il capitale di Goldman Sachs, guidata dall'aprile 2003 del ceo Lloyd C. Blankfein (uno dei rari capi azienda sopravvissuti alla crisi) è un record isolato e, comunque, in calo dalle 10 volte di fine 2008 e inizio 2009. Ma la media di sistema non è mai tornata ai valori precedenti al crack di Lehman Brothers: nel quarto trimestre del 2008 quel collasso fece impennare la media, già volatile, portando il rischio dei derivati a 2,2 la media del capitale delle prime 25 banche Usa e a 3,3 volte quello di cinque maggiori istituti.
    Di certo alle cinque banche Usa non fanno bene notizie come quella sparata l'11 dicembre dal «New York Times»: il terzo mercoledì di ogni mese, nove top manager delle big five si riuniscono in segreto a Manhattan per discutere e decidere sul trading dei derivati. Uno scoop che la dice lunga su quanto siano limitate la concorrenza e la trasparenza su un mercato altamente profittevole e altrettanto rischioso.
    Wall Street fucina dei contratti ad «alta opacità» - Il Sole 24 ORE
    Ultima modifica di markk; 28-04-11 alle 12:24
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  5. #285
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    Condivide legami simbiotici con il suo gemello siamese: ciò che alimenta l'uno nutre l'altro, ciò che colpisce l'uno danneggia l'altro. Come ventricoli, devono lavorare in sincrono o fibrillare e perire. Ignoto ai più, è un habitué di Wall Street. È il sistema bancario ombra: un settore che al suo apice si stima intermediasse negli Usa 22mila miliardi di dollari, due volte quelli regolamentati. Nella crisi 2007-08 ne ha bruciati 6mila eppure sovrasta ancora il suo omologo. Ma dopo decenni finalmente il suo mistero potrebbe avere i giorni contati.

    Il Financial Stability Board, l'organismo di controllo della finanza internazionale guidato da Mario Draghi, vuole che il 2011 sia l'anno in cui i riflettori porteranno finalmente alla luce le "selvaggie" banche ombra, figlie naturali della deregulation finanziaria scattata negli anni 80. Il G20 di Seul, a novembre, ha deciso "il rafforzamento di regole e supervisione sullo shadow banking" e ha chiesto al Fsb di vararle entro la metà di quest'anno.

    Ma cos'è il sistema bancario ombra? Secondo l'Fsb è un sistema di intermediazione del credito attivo sin dagli anni 50 che coinvolge entità e attività esterne ai sistemi regolari. La Federal Reserve Bank di New York l'anno scorso ha spiegato che sistema ufficiale e ombra hanno gli stessi attori: creditori, debitori e intermediari. Le banche ombra sono fondi e operatori che investono negli strumenti emessi da veicoli societari, differenti per garanzie, duration, rischio e rendimento. Il sistema ombra, come il suo gemello, intermedia il credito, ne trasforma le scadenze e aumenta la liquidità, ma non in operazioni regolate: con suddivisioni, trasformazioni, impacchettamenti e rivendite successive, in una catena di passaggi granulari. Che, negli Usa, sono di solito sette: si acquisiscono prestiti, li si impacchetta, poi si usano i pacchetti come garanzia per emettere titoli strutturati (Asset Backed Securities), che vengono a loro volta impacchettati.
    Sui pacchetti di Abs si emettono Collateralized debt obligation (Cdo) che vengono venduti. I ricavi rifinanzieranno altri prestiti.
    Vi siete persi? Siete in buona compagnia. Lo stesso Fondo monetario internazionale – non un nome qualsiasi – ha appreso solo a luglio 2010 che le stime sullo shadow banking Usa andavano riviste al rialzo. Un suo economista, Manmohan Singh, e un consulente, James Aitken, avevano scoperto una tecnica (la rehypothecation) usata in silenzio dalle banche ombra: l'utilizzo per più volte dello stesso denaro come collaterale per emettere titoli da vendere. Per l'ingegneria finanziaria è la moltiplicazione degli zecchini nel campo dei miracoli.
    Il ritorno dei titoli a rischio / 3. Banche ombra da 16mila miliardi di dollari - Il Sole 24 ORE
    Ultima modifica di markk; 28-04-11 alle 12:27
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  6. #286
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    Ricordo che non sono tollerati post chilometrici di soli insulti deliranti, per giunta verso il moderatore.
    Se vuoi discutere dell'argomento in topic, argomentando in modo comprensibile (ammesso che ne sia capace), ne hai facoltà.

    Al prossimo contatto l'amministrazione.

  7. #287
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    hai rotto, vedrò di fare in modo che l'admin ti metta in modalità sola lettura
    Ultima modifica di -Duca-; 29-04-11 alle 15:06
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
    Dostoevskij.

  8. #288
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Io non convincerò mai voi, voi non convincerete mai me. Piantiamola qua.

    Il problema però è il vostro, perché la vostra pseudoscienza non se la caga nessuno
    Il problema è che cosa scienza non si decide a maggioranza altrimenti saremmo ancora al flogisto.
    E il fatto che non capiate nemmeno che gli uomini agisono intenzionalmente o che i costi sono cosa diversa dalle spese dimostra solo che siete alla stregoneria (...con tutto il rispetto per gli stregoni)
    Ultima modifica di Phileas; 29-04-11 alle 22:01

  9. #289
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    Citazione Originariamente Scritto da Phileas Visualizza Messaggio
    Queste baggianate mi hanno fatto ricordare quelle di segno esattamente opposto di Lucas l'inventore dell'EMH con cui ha persino vinto il Nobel. Dovrebbero far riflettere anche gli asini su in che stato sia l'economia mainstream

    Non di meno propio oggi sul Sole è comparso un articolo su John Taylor segno che si sta facendo strada anche nel mainstream l'idea che stampare soldi senza limite e manipolare i tassi alla fine produce conseguenze non molto gradevoli

    Taylor ha piu volte spiegato come l'ultra lasca politica monetaria della FED, la sua continua applicazione di regole discrezionarie e poi i continui interventi di salvataggio siano stati causa della crisi e del suo aggravarsi (come al solito ci vuole l'inglese al posto del pugliese)

    PS
    Un articolo che potrebbe piacere a Feliks: ci sono tanti numeri che si puo' tentare il superbingo
    azzzzz..straquoto...
    ed aggiungo, visto che nel vostro sucessivo post
    parlate di stregoni e stregonerie..
    certe menti abituate al ragionamento a paratie stagne;
    certi stregoni esistono anche in luogo e fanno sparire ciò
    che non gli garba..."naturalmente Attila non fa alcun riferimento"
    Vero fik flok feliks....arrivando ad esasperare se stessi pur di avvalorare
    tanta aria fritta, arrivando palesemente ad abusare del proprio potere
    e minacciando...permettendosi per puro abuso di "potere" ed intrinseca
    arroganza a scivere in rosso certe minacce per nulla supportate
    utilizzando il mio avatar...
    Faccia pure ciò che vuole...avrà ottenuto il proprio risultato,
    ma non se ne compiacia...la sua solo mera prevaricazione...
    Le auguro un suo "personale" proseguo in luogo..
    sicuro che come per incanto tutto ciò sparirà.........
    azzzavrò mai rotto il suo incanto!!?:gratgrat:
    "con tutto il rispetto per suddetti stregoni"
    Gli highlander Attila Destriero e Arco..spesso a far centro...iaociao:
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
    Dostoevskij.

  10. #290
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    Predefinito Rif: Le origini della crisi

    ..dimenticavo, passo e chiudo...
    augurandomi al non più incrocioiaociao:
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
    Dostoevskij.

 

 
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