Borsa Milano: con crisi -55%, vale meno di Google e Apple
Piazza Affari dimezzata da 2007, capitalizzazione a 370 miliardi
13 agosto, 21:01


MILANO, 13 AGO - Eni, Enel, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, Telecom, Fiat e l'esercito delle altre 240 società italiane quotate a Piazza Affari non valgono - tutte insieme - quanto le pagine web di Google caricate su un Iphone di Steve Jobs. Apple capitalizza a Wall Street 245,5 miliardi di euro, il gruppo di Mountain View 127,7 miliardi: insieme valgono 373 miliardi a fronte dei 370 miliardi di Piazza Affari.

Google viene valutata quanto la somma di Eni (52 miliardi), Enel (34), Intesa (20) e Unicredit (20) e il gruppo di Steve Jobs quanto le restanti 243 società, comprese tra i 18,3 miliardi delle Generali e i 2 milioni della disastrata Yorkville Bhn, la più piccola delle quotate milanesi. Il declino del listino milanese porta con sé la triste constatazione che alla 'corporate Italia', almeno quella quotata, gli investitori credono meno che alle due società americane che hanno fatto dell'innovazione la loro bandiera, creando non solo prodotti ma anche uno stile e condizionando il modo di vivere di centinaia di milioni di persone. Incidono su un giudizio così sconsolante sicuramente le valutazioni - quanto mai ballerine di questi tempi - dei mercati.

Ma pesa anche la fragilità della nostra Borsa, molto spesso uno specchio in tempo reale della considerazione, di questi tempi piuttosto bassa, nei confronti dell'Italia. Dai massimi di metà 2007, a ridosso dello scoppio della bolla dei mutui subprime - trasformatasi poi nel fallimento di Lehman Brothers, poi nella recessione dell'economia globale e infine nella crisi dei debiti sovrani - Piazza Affari ha perso circa il 55% del suo valore.

E' vero che il tracollo delle borse non ha risparmiato nessuno. Ma nessuno come il listino milanese, ormai una periferia della borsa di Londra dopo l'acquisto da parte del London Stock Exchange, ha percorso a rotta di collo la fine della sbornia borsistica a cavallo degli anni 2000. Ne è una prova la performance degli altri listini: Londra ha perso il 19%, Francoforte meno del 24%, Hong Kong poco più del 3%, il Dow Jones il 16,6%, Sydney il 33%. Persino Tokyo, che ha dovuto affrontare uno tsunami e il disastro nucleare di Fukushima, ha fatto meglio dell'Italia (-48,5%). E anche chi è andato male, come Parigi (-47,5%) e Madrid (-42%) non ha toccato i picchi negativi della nostra borsa.

Le radici della debolezza vengono ricondotte a una struttura azionaria fatta di patti di sindacato e scatole cinesi piuttosto che di public company aperte al mercato e in un eccessivo 'bancocentrismo' del listino, un handicap in anni che hanno visto le banche scontare la crisi finanziaria e i riflessi di un'economia traballante. Ma ha pesato anche la scarsa competitività delle nostre imprese, a cui ha contribuito un 'sistema Paese' in cui ci sono troppe tasse e burocrazia e dove i costi di energia e servizi sono più alti, solo per citare alcuni temi dei 'cahiers de doleances' di Confindustria. In ogni caso chi si è concentrato sulla qualità del prodotto più che sulla finanza e ha puntato su ricerca e internazionalizzazione, pur in anni bui, ha tenuto meglio del listino o addirittura si è mosso in controtendenza.

Come nel caso di Luxottica, che ha limitato al 19,6% la flessione da metà 2007, o di Diasorin, piccola blue chip a forte vocazione internazionale attiva nella diagnostica, che negli ultimi quattro anni ha raddoppiato fatturato e quasi quadruplicato gli utili crescendo in borsa del 138%.

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