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    Predefinito Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    Roy Virgilio - 27 dicembre 2010
    Se nell’opinione comune la parola Fusione fredda evoca un senso di occasione mancata, di bufala scientifica e di ricerca di un’abbondanza energetica di cui l’umanità non è degna, nel mondo reale il fenomeno così definito è invece molto vicino a una sua realizzazione pratica, quasi pronto a entrare nella case delle persone per offrire energia a basso costo, pulita e diffusa.
    La fusione fredda esiste?
    Non è un’illusione, e la prima mossa per avvicinarsi alla realtà nucleare della fusione fredda è quella di inquadrarla con un nome più consono: “Reazioni nucleari a bassa energia”.
    La natura nucleare del fenomeno è stata dimostrata scientificamente per la prima volta in Italia nel 2002 presso L’ENEA sotto la guida di Carlo Rubbia. La verifica è affidata a un gruppo di ricercatori fra cui il Prof. Emilio Del Giudice e Antonella De Ninno. Si doveva dimostrare l’eventuale produzione di Elio-4 ed effettuare la possibile correlazione con gli eccessi di calore rilevati. Ritrovare Elio-4, impronta della fusione nucleare, avrebbe significato fugare ogni dubbio sulla natura nucleare del fenomeno.
    Alla fine dell’anno, il gruppo dell'ENEA arriva a produrre il Rapporto RT/2002/41/FUS un documento che conferma la reale natura nucleare della fusione fredda.
    A questa verifica ne seguono altre indipendenti negli anni successivi e varie nazioni, tra cui gli USA e il Giappone, confermano questo fondamentale dato.
    Per tanto la Fusione Fredda è una realtà scientifica seppur non completamente accettata dal mondo accademico e dalla comunità scientifica.
    Ma come funziona?
    Giuliano Preparata è stato il fisico teorico italiano a cui si deve una delle spiegazioni teoriche più consistenti sulla fusione fredda. Tale spiegazione rientra nel quadro di una teoria innovativa e potente, l’Elettrodinamica Quantistica Coerente (CQED), branca della Teoria Quantistica dei Campi, ed ha permesso di ottenere le prime soluzioni matematiche predittive della fusione fredda, consentendo la replicabilità del fenomeno e portando quindi la fusione fredda nel campo della piena scientificità.
    In particolare è riuscito a rispondere ai due punti che racchiudono il cuore del problema.
    Infatti, per poter dimostrare che una reazione nucleare è avvenuta bisogna, secondo la teoria vigente, spiegare due cose:
    1) Come si fanno ad avvicinare due nuclei così tanto da farli fondere con le sole energie in gioco;
    2) In ogni tipo di fusione nucleare vi è emissione di neutroni. Se la fusione avviene, perché non si riscontra emissione neutronica? Che fine fanno i neutroni?
    Oggi è possibile rispondere con compiutezza ad entrambe le domande.
    I nuclei (che sono costituiti da protoni, dotati di cariche elettriche positive) possono fondere tra loro grazie all’attrazione della forza nucleare che è circa un milione di volte più intensa della repulsione elettrostatica (forze elettriche), ma che agisce su distanze molto minori (dell'ordine delle dimensioni del nucleo atomico). Quindi per fondere, i due nuclei interagenti devono arrivare in intimo contatto fra loro riuscendo a superare la repulsione elettrostatica data dalla carica di segno uguale, che normalmente li mantiene a distanza.
    Nel caso della fusione calda si cerca di superare questa repulsione con la forza bruta, ovvero fornendo
    tanta di quella energia che gli atomi scontrandosi sempre più velocemente e potentemente tra loro (aumento dell’energia cinetica) riescono a un certo punto a superare la repulsione elettrica portando i nuclei così vicini che la forza nucleare forte prevale e consente la fusione dei nuclei. Ma si può riuscire a superare la barriera elettrostatica senza necessitare di tutta questa energia e violenza?
    Sembra proprio di si ma solo a condizione di essere nella materia condensata e non nel vuoto e a condizione di raggiungere alte soglie di densità della materia.
    Nel metallo del catodo (palladio o nikel in primis) gli elettroni sono liberi di muoversi. In determinate condizioni avviene che si creino delle nuvole elettroniche che creano delle regioni di spazio a carica negativa, dei “blob”, che essendo di segno opposto, tendono ad attirare i nuclei di deuterio, facendoli avvicinare sempre più fino a che, raggiunta la soglia critica di densità, possono addirittura arrivare a far fondere una parte dei nuclei coinvolti.
    Pertanto, in queste condizioni non c’è bisogno di fornire moltissima energia e innalzare le temperature per superare la barriera elettrostatica dei nuclei, ma si utilizza uno stratagemma che va ad abbassare la repulsione della barriera consentendo un più facile superamento della stessa. Si realizza una specie di catalizzatore nucleare.
    Le nuvole elettroniche si creano a loro volta per “Coerenza Elettrodinamica”. In poche e semplici parole, abbiamo coerenza in un insieme di componenti quando tutti i componenti stessi operano all’unisono. Questo insieme spaziale di elementi (nel nostro caso, atomi) che lavorano all’unisono è detto “Dominio di Coerenza”. In un dominio coerente non vi sono quindi spostamenti e urti casuali tra i diversi membri, bensì questi agiscono coordinatamente. Una metafora che dà un’idea del concetto può essere quella di un corpo di ballo.
    Mentre in una folla qualunque (un sistema non coerente) le persone si muovono in direzioni casuali e dove l’unica forma di interazione è quasi sempre l’urto, la collisione, in un corpo di ballo (un sistema coerente) non ci sono collisioni poiché i componenti si muovono all’unisono al ritmo di una musica, un’oscillazione, che li guida, li fa risuonare. Questo significa diminuire gli attriti (urti), i movimenti inutili (particelle con direzioni opposte) e raggiungere lo stato di minima energia del sistema.
    Tornando nel nostro catodo metallico, gli elettroni del metallo, muovendosi coerentemente, formano delle grosse unità mesoscopiche che, operando all’unisono, consentono un’interazione mirata con i nuclei di deuterio riuscendo a portarli a intima distanza. In questo modo si permette alla forza nucleare di entrare in gioco e ottenere la fusione*.
    Che risultati concreti si sono ottenuti negli esperimenti di Fusione fredda?
    Durante gli anni sono stati sviluppati diversi esperimenti e configurazioni sperimentali che hanno ottenuto discreti successi.
    I principali sono i seguenti:
    1) 1995 Cella a sfere di plastica ricoperte da sottilissimi strati di nikel e palladio a cura di James Patterson in Texas (USA) presso la CETI inc.
    Si trattava di una cella composta da un cilindro di 10 cm di altezza per 2,5 di diametro al cui interno sono inserite un migliaio di sferette di plastica di 1 mm di diametro ricoperte da strati sottilissimi di nichel e palladio. Queste formano il catodo della cella elettrolitica. L’anodo è costituito da titanio e l’elettrolita è a base di acqua normale con disciolto del solfato di litio (Li2SO4).
    Con questa cella Patterson ha realizzato nel 1995 una dimostrazione pubblica ove con una alimentazione elettrica variabile tra 0,1 e 1,5 Watt ha ottenuto in uscita una potenza termica variabile tra 450 e 1.300 watt!
    2) 2008 Cella a Gas di Deuterio in pressione (senza elettrolita liquido) in una matrice speciale di ossido di zirconio e palladio del gruppo del Prof. Arata – Università di Osaka, Giappone.
    In un esperimento pubblico la cella, senza alimentazione, ha fornito circa 30 watt con una quantità di soli 7 grammi di matrice metallica. Inoltre confermata la presenza di elio a firma della reazione nucleare.
    3) 2008-2009 Cella a deuterio gassoso e matrice metallica di palladio nano strutturato del Gruppo Celani – INFN di Frascati
    I risultati raggiunti dal gruppo di Celani sono positivi (si ritrovano gli eccessi energetici), ripetibili e, soprattutto, superano il limite di densità energetica di pochi watt per grammo di palladio ottenuto dal Prof. Arata. I valori, con questa configurazione, si attestano stabilmente a oltre 400W/g di palladio e con durate di funzionamento di alcuni giorni.
    4) 2010 Cella a idrogeno gassoso e matrice metallica di nikel nano strutturato del Prof. Francesco Piantelli – Università di Siena.
    La cella, coperta da 2 brevetti, ha superato con successo un periodo di test di oltre 10 mesi dove ha continuato a funzionare costantemente. alimentata una cella con una potenza elettrica di 29 Watt. I risultati sono stati molto promettenti in quanto l’energia fornita in uscita è stata mediamente di 35 Watt con punte di 70 W. Oltre all’eccesso energetico, nel lungo periodo di test sono stati rilevati diversi fenomeni che indicano l’avvenimento di reazioni nucleari quali emissione di raggi γ, emissione di neutroni, emissione di particelle cariche e il ritrovamento, al termine degli esperimenti, di altri elementi oltre al nichel di partenza sulle superfici dei campioni utilizzati.**

    Cosa manca per un prodotto commerciale?
    La domanda a questo punto si fa pressante: perché non abbiamo ancora in commercio apparati che funzionano sfruttando il fenomeno della fusione nucleare a bassa energia se le teorie esistono e gli esperimenti positivi anche?
    Ho individuato 3 principali antagonisti all’arrivo della fusione fredda:
    Punto 1: L’accettazione accademica
    Non esistendo ancora una teoria universalmente accettata, ne deriva che tale argomento non viene considerato quando vengono assegnati i fondi economici o vengono decisi i piani di studio e ricerca. Per tanto questo filone, non ricevendo soldi, non viene sviluppato come invece dovrebbe.
    Punto 2: Il controllo delle attuali lobby dell’energia
    Il mondo petrolifero, i big del nucleare a fissione e tutto il mondo legato a gas e carbone: giganti economici e politici che vedono in qualsiasi nuova fonte di energia un pericolo per il loro status quo e qualcosa che potrebbe minare il loro controllo assoluto sul mondo dell’energia e diminuire gli enormi guadagni che oggi possono permettersi senza alcuna possibile concorrenza.
    Punto 3: Il potere militare
    Per quanto sembri strano, come tante tecnologie che hanno rivoluzionato in qualche modo la nostra vita civile, anche la fusione fredda deriva dal mondo militare.
    Come per la fissione nucleare, il GPS, internet, i cellulari, anche la fusione fredda ha avuto i suoi albori e i primi utilizzi con lo scopo di uccidere e distruggere. La natura umana è davvero ambigua e di difficile comprensione… ma tant’è e bisogna prenderne atto.
    Comprendendo che questa tecnologia è in mano e quindi sotto il controllo militare, di fatto deve rimanere quanto più è possibile una realtà segreta e inutilizzata. Depistaggi, disinformazione, minacce e anche assassini sono stati perpetrati senza troppi scrupoli per mantenere certe informazioni quanto più riservate ed inaccessibili è stato possibile.
    Ma allora quando arriverà un generatore a fusione fredda?
    “Se la fusione fredda fosse una tecnologia valida ci farebbero gli scaldabagni! Perché non ne esiste neppure uno? Semplice, perché è una bufala!”
    Questa è una delle classiche frasi di chi non crede nella realtà della fusione fredda e non ci crederà, in buona o cattiva fede, finché non avrà davanti agli occhi un apparato che funziona inconfutabilmente col nuovo fenomeno.
    Ebbene, non dovrà attendere molto. E con lui, tutti noi.
    Infatti il fenomeno ha, nonostante tutto, raggiunto una maturità tale che si può finalmente pensare di poter creare un co-generatore affidabile e commercializzabile nel giro di pochi anni. Le mie non sono mere ipotesi o speranze ma sono il frutto delle conoscenze di alcune realtà che si accingono, finalmente, a realizzare un prototipo pre-industriale di generatore di energia basato su reazioni nucleari a bassa energia.
    Infatti, grazie principalmente al lavoro del Prof. Piantelli e a finanziamenti privati, è in fase di realizzazione un primo prototipo pre-industrale. Il prototipo è studiato per avere una potenza di circa 40 kW termici e 7 kW elettrici ed è previsto un tempo variabile per la realizzazione che potrà oscillare da uno a due anni in base alle difficoltà che si riscontreranno durante la costruzione.
    E’ la prima volta che un tale apparato viene prodotto, per tanto, per quanto sulla carta sia tutto pronto, non è davvero possibile prevedere con certezza come il fenomeno e il prototipo stesso risponderà a queste potenze.
    Una volta costruito il prototipo funzionante si tratterà di realizzare un secondo prototipo concretizzando anche tutto l’apparato industriale per la sua produzione su larga scala e la successiva vendita a terzi. Per quest’ultima fase è prevista la creazione di una società che, almeno negli intenti attuali, sarà aperta anche ai piccoli investitori, ovvero a tutti coloro che sono interessati a far sviluppare e investire in tale tecnologia, realizzando un azionariato di tipo popolare.
    Questo sia per distribuire più equamente gli utili e sia per evitare che qualche manager disonesto blocchi o sfrutti in maniera insensata questa enorme opportunità.
    Nel libro trovate tutti gli estremi per prenotare la partecipazione a questo azionariato e contribuire concretamente e fattivamente all’avvento sul mercato del primo generatore a fusione fredda.
    Termino l’articolo ricordando però che la fusione fredda è solo uno strumento nelle nostre mani. Un potente strumento che può essere utilizzato per il bene comune o per autodistruggersi. Sta solo a noi la decisione di come utilizzare questo potere.
    Vi lascio a rifletter con una famosa frase di Stan Lee: “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Saremo capaci di gestire questa energia?
    Roy Virgilio
    Tratto dal libro “Fusione fredda cos’è e come funziona” di Roy Virgilio edito da Lulu.com e acquistabile dal sito dell’autore su Progettomeg - la vetrina - o su Solutions d’auto-publication et d’impression de livres - Livres, Livres Num
    * Una descrizione più accurata e completa è disponibile nell’e-book
    ** Una spiegazione più ampia e altri risultati sono disponibili nell’e-book

    Fusione Fredda: lo stato dell'arte a dicembre 2010
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    Gli scienziati che lavorano su queste cose farebbero bene a girare con le guardie del corpo ...
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  3. #3
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    Predefinito Rif: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

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    Ultima modifica di ventunsettembre; 25-01-11 alle 00:50 Motivo: voglio ELIMINARE il messaggio perchè incomprensibile

  4. #4
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    Predefinito Rif: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    Da Vikipedia su Carlo Rubbia


    Dal 1999 è Presidente dell'ENEA. Nel 2005 a seguito di ripetuti contrasti con il consiglio di amministrazione dell'ENEA, critica il governo Berlusconi sull' "umiliazione che la ricerca in Italia sta subendo"'. L'ENEA viene allora commissariato e Rubbia non viene riconfermato dal Ministro Claudio Scajola. A questo vicenda seguono alcune polemiche, in particolare sulle competenze e sulle affermazioni di alcuni successori[3][4].


    Ma chi è che ha sbattuto fuori Rubbia?

    Corriere della Sera - Enea: l’ingegnere fantasma bocciò Rubbia


    Carlo Rubbia (Ansa)
    Rubbia è un somaro, firmato «el Valvola». Ecco la sintesi, povera Italia, del serrato dibattito scientifico sulle sorti dell'Enea. L'accusa d'esser un «sonoro incompetente » fatta al premio Nobel per la Fisica, ghigliottinato dal governo, parte infatti da un elettricista, già senatore della Lega, promosso per vie misteriose vice-commissario al l'ente per l’energia.E benedetto dal titolo di «ingegnere» perfino nel decreto di nomina presidenziale senza che l’Ordine degli ingegneri abbia idea di dove si sia mai laureato.

    ( da leggere tutto senza rabbrividire)



    Non si sa se Rubbia , premio Nobel, è l'uomo che risolverà il problema della fusione fredda, però fu cacciato da un ex senatore leghista.

    La lega quando vi sono determinate operazioni è sempre presente.

    La lega non è solamente messa li per difendere l'unità d'italia, come si dice in questo forum, alle volte per operazioni importanti è utilissima.
    Ultima modifica di jotsecondo; 25-01-11 alle 09:59
    O si taglia o il caos

  5. #5
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    Predefinito Rif: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    YouTube - Energy Catalyzer Bologna University Test 1/3

    Da vedere i tre filmati in sequaenza.
    Scusate per il mio errore precedente.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    Per chi non l'avesse capito parrebbe che due scienziati di Bologna siano riusciti a costruire un sistema per produrre energia pulita ad un costo ridicolo, moltiplicando il fattore di energia immesso all'inizio del procedimento dai 400 watt iniziali (in entrata) fino ai 12400 (in uscita). Come scarto si formerebbe addirittura del rame.
    La notizia pare sia stata data anche da riviste scientifiche mondiali di solito serie.
    Se confermato, saremmo davanti a qualcosa che cambierebbe il mondo come lo conosciamo a tutti i livelli.
    Non depongono a favore i trascorsi di uno dei due scienziati.
    Presto, entro quest'anno intendo, se è vero lo vedremo.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio


    Se confermato, saremmo davanti a qualcosa che
    cambierebbe il mondo come lo conosciamo a tutti i livelli.

    sono d'accordo,
    ed è molto probabile che coloro che controllano
    il mondo, non permetteranno un simile cambiamento.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Per chi non l'avesse capito parrebbe che due scienziati di Bologna siano riusciti a costruire un sistema per produrre energia pulita ad un costo ridicolo, moltiplicando il fattore di energia immesso all'inizio del procedimento dai 400 watt iniziali (in entrata) fino ai 12400 (in uscita). Come scarto si formerebbe addirittura del rame.
    La notizia pare sia stata data anche da riviste scientifiche mondiali di solito serie.
    Se confermato, saremmo davanti a qualcosa che cambierebbe il mondo come lo conosciamo a tutti i livelli.
    Non depongono a favore i trascorsi di uno dei due scienziati.
    Presto, entro quest'anno intendo, se è vero lo vedremo.
    Nikola Tesla 2.
    Dopo più di un secolo.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    IL MISTERO DELL’ENERGIA GRATUITA CHE CI TENGONO NASCOSTA
    11 dicembre 2010 | Autore: Jacopo Castellini

    Marconi ideò un raggio che fermava i mezzi a motore. Mussolini lo voleva, il Vaticano lo bloccò. Da quelle ricerche altri scienziati crearono l’alternativa a petrolio e nucleare. Nel 1999 l’invenzione stava per essere messa sul mercato, ma poi tutto fu insabbiato.

    di Rino Di Stefano, da rinodistefano.com
    (Il Giornale, Martedì 6 Luglio 2010)

    L’energia pulita tanto auspicata dal presidente Obama dopo il disastro ambientale del Golfo del Messico forse esiste già da un pezzo, ma qualcuno la tiene nascosta per inconfessabili interessi economici. Ma non solo. Negli anni Settanta, infatti, un gruppo di scienziati italiani ne avrebbe scoperto il segreto, ma questa nuova e stupefacente tecnologia, che di fatto cambierebbe l’economia mondiale archiviando per sempre i rischi del petrolio e del nucleare, sarebbe stata volutamente occultata nella cassaforte di una misteriosa fondazione religiosa con sede nel Liechtenstein, dove si troverebbe tuttora. Sembra davvero la trama di un giallo internazionale l’incredibile storia che si nasconde dietro quella che, senza alcun dubbio, si potrebbe definire la scoperta epocale per eccellenza, e cioè la produzione di energia pulita senza alcuna emissione di radiazioni dannose. In altre parole, la realizzazione di un macchinario in grado di dissolvere la materia, intendendo con questa definizione qualunque tipo di sostanza fisica, producendo solo ed esclusivamente calore.

    UNA SCOPERTA PER CASO
    Come ogni giallo che si rispetti, l’intricata vicenda che si nasconde dietro la genesi di questa scoperta è stata svelata quasi per caso. Lo ha fatto un imprenditore genovese che una decina d’anni fa si è trovato ad avere rapporti di affari con la fondazione che nasconde e gestisce il segreto di quello che, per semplicità, chiameremo “il raggio della morte”. E sì, perché la storia che stiamo per svelare nasce proprio da quello che, durante il fascismo, fu il mito per eccellenza: l’arma segreta che avrebbe rivoluzionato il corso della seconda guerra mondiale. Sembrava soltanto una fantasia, ma non lo era. In quegli anni si diceva che persino Guglielmo Marconi stesse lavorando alla realizzazione del “raggio della morte”. La cosa era solo parzialmente vera. Secondo quanto Mussolini disse al giornalista Ivanoe Fossati durante una delle sue ultime interviste, Marconi inventò un apparecchio che emetteva un raggio elettromagnetico in grado di bloccare qualunque motore dotato di impianto elettrico. Tale raggio, inoltre, mandava in corto circuito l’impianto stesso, provocandone l’incendio. Lo scienziato dette una dimostrazione, alla presenza del duce del fascismo, ad Acilia, sulla strada di Ostia, quando bloccò auto e camion che transitavano sulla strada. A Orbetello, invece, riuscì a incendiare due aerei che si trovavano ad oltre due chilometri di distanza. Tuttavia, dice sempre Mussolini, Marconi si fece prendere dagli scrupoli religiosi. Non voleva essere ricordato dai posteri come colui che aveva provocato la morte di migliaia di persone, bensì solo come l’inventore della radio. Per cui si confidò con papa Pio XI, il quale gli consigliò di distruggere il progetto della sua invenzione. Cosa che Marconi si affretto a fare, mandando in bestia Mussolini e gerarchi. Poi, forse per il troppo stress che aveva accumulato in quella disputa, nel 1937 improvvisamente venne colpito da un infarto e morì a soli 63 anni.
    La fine degli anni Trenta fu comunque molto prolifica da un punto di vista scientifico. Per qualche imperscrutabile gioco del destino, pare che la fantasia e la creatività degli italiani non fu soltanto all’origine della prima bomba nucleare realizzata negli Stati Uniti da Enrico Fermi e da i suoi colleghi di via Panisperna; altri scienziati, continuando gli studi sulla scissione dell’atomo, trovarono infatti il modo di “produrre ed emettere sino a notevoli distanze anti-atomi di qualsiasi elemento esistente sul nostro pianeta che, diretti contro una massa costituita da atomi della stessa natura ma di segno opposto, la disgregano ionizzandola senza provocare alcuna reazione nucleare, ma producendo egualmente una enorme quantità di energia pulita”.
    Tanto per fare un esempio concreto, ionizzando un grammo di ferro si sviluppa un calore pari a 24 milioni di KWh, cioè oltre 20 miliardi di calorie, capaci di evaporare 40 milioni di litri d’acqua. Per ottenere un uguale numero di calorie, occorrerebbe bruciare 15mila barili di petrolio. Sembra quasi di leggere un racconto di fantascienza, ma è soltanto la pura e semplice realtà. Almeno quella che i documenti in possesso dell’imprenditore genovese Enrico M. Remondini dimostrano.

    LA TESTIMONIANZA
    “Tutto è cominciato – racconta Remondini – dal contatto che nel 1999 ho avuto con il dottor Renato Leonardi, direttore della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, con sede a Vaduz, capitale del Liechtenstein. Il mio compito era quello di stipulare contratti per lo smaltimento di rifiuti solidi tramite le Centrali Termoeletriche Polivalenti della Fondazione Internazionale Pace e Crescita. Non mi hanno detto dove queste centrali si trovassero, ma so per certo che esistono. Altrimenti non avrebbero fatto un contratto con me. In quel periodo, lavoravo con il mio collega, dottor Claudio Barbarisi. Per ogni contratto stipulato, la nostra percentuale sarebbe stata del 2 per cento. Tuttavia, per una clausola imposta dalla Fondazione stessa, il 10 per cento di questa commissione doveva essere destinata a favore di aiuti umanitari. Considerando che lo smaltimento di questi rifiuti avveniva in un modo pressoché perfetto, cioè con la ionizzazione della materia senza produzione di alcuna scoria, sembrava davvero il modo ottimale per ottenere il risultato voluto. Tuttavia, improvvisamente, e senza comunicarci il perché, la Fondazione ci fece sapere che le loro centrali non sarebbero più state operative. E fu inutile chiedere spiegazioni. Pur avendo un contratto firmato in tasca, non ci fu nulla da fare. Semplicemente chiusero i contatti”.
    Remondini ancora oggi non conosce la ragione dell’improvviso voltafaccia. Ha provato a telefonare al direttore Leonardi, che tra l’altro vive a Lugano, ma non ha mai avuto una spiegazione per quello strano comportamento. Inutili anche le ricerche per vie traverse: l’unica cosa che è riuscito a sapere è che la Fondazione è stata messa in liquidazione. Per cui è ipotizzabile che i suoi segreti adesso siano stati trasferiti ad un’altra società di cui, ovviamente, si ignora persino il nome. Ciò significa che da qualche parte sulla terra oggi c’è qualcuno che nasconde il segreto più ambito del mondo: la produzione di energia pulita ad un costo prossimo allo zero.
    Nonostante questo imprevisto risvolto, in mano a Remondini sono rimasti diversi documenti strettamente riservati della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, per cui alla fine l’imprenditore si è deciso a rendere pubblico ciò che sa su questa misteriosa istituzione. Per capire i retroscena di questa tanto mirabolante quanto scientificamente sconosciuta scoperta, occorre fare un salto indietro nel tempo e cercare di ricostruire, passo dopo passo, la cronologia dell’invenzione. Ad aiutarci è la relazione tecnico-scientifica che il 25 ottobre 1997 la Fondazione Internazionale Pace e Crescita ha fatto avere soltanto agli addetti ai lavori. Ogni foglio, infatti, è chiaramente marcato con la scritta “Riproduzione Vietata”. Ma l’enormità di quanto viene rivelato in quello scritto giustifica ampiamente il non rispetto della riservatezza richiesta.
    Il “raggio della morte”, infatti, pur essendo stato concepito teoricamente negli anni Trenta, avrebbe trovato la sua base scientifica soltanto tra il 1958 e il 1960. Il condizionale è d’obbligo in quanto riportiamo delle notizie scritte, ma non confermate dalla scienza ufficiale. Non sappiamo da chi era composto il gruppo di scienziati che diede vita all’esperimento: i nomi non sono elencati. Sappiamo invece che vi furono diversi tentativi di realizzare una macchina che corrispondesse al modello teorico progettato, ma soltanto nel 1973 si arrivò ad avere una strumentazione in grado di “produrre campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti, in modo da colpire qualsiasi materia, ionizzandola a distanza ed in quantità predeterminate”.

    IL VIA DAL GOVERNO ANDREOTTI
    Fu a quel punto che il governo italiano cominciò ad interessarsi ufficialmente a quegli esperimenti. E infatti l’allora governo Andreotti, prima di passare la mano a Mariano Rumor nel luglio del ’73, incaricò il professor Ezio Clementel, allora presidente del Comitato per l’energia nucleare (CNEN), di analizzare gli effetti e la natura di quei campi magnetici a fascio. Clementel, trentino originario di Fai e titolare della cattedra di Fisica nucleare alla facoltà di Scienze dell’Università di Bologna, a quel tempo aveva 55 anni ed era uno dei più noti scienziati del panorama nazionale e internazionale. La sua responsabilità, in quella circostanza, era grande. Doveva infatti verificare se quel diabolico raggio avesse realmente la capacità di distruggere la materia ionizzandola in un’esplosione di calore. Anche perché non ci voleva molto a capire che, qualora l’esperimento fosse riuscito, si poteva fare a meno dell’energia nucleare e inaugurare una nuova stagione energetica non soltanto per l’Italia, ma per il mondo intero. Tanto per fare un esempio, questa tecnologia avrebbe permesso la realizzazione di nuovi e potentissimi motori a razzo che avrebbero letteralmente rivoluzionato la corsa allo spazio, permettendo la costruzione di gigantesche astronavi interplanetarie.
    Il professor Clementel ordinò quindi quattro prove di particolare complessità. La prima consisteva nel porre una lastra di plexiglas a 20 metri dall’uscita del fascio di raggi, collocare una lastra di acciaio inox a mezzo metro dietro la lastra di plexiglass e chiedere di perforare la lastra d’acciaio senza danneggiare quella di plexiglass. La seconda prova consisteva nel ripetere il primo esperimento, chiedendo però di perforare la lastra di plexiglass senza alterare la lastra d’acciaio. Il terzo esame era ancora più difficile: bisognava porre una serie di lastre d’acciaio a 10, 20 e 40 metri dall’uscita del fascio di raggi, chiedendo di bucare le lastre a partire dall’ultima, cioè quella posta a 40 metri. Nella quarta e ultima prova si doveva sistemare una pesante lastra di alluminio a 50 metri dall’uscita del fascio di raggi, chiedendo che venisse tagliata parallelamente al lato maggiore.
    Ebbene, tutte e quattro le prove ebbero esito positivo e il professor Clementel, considerando che la durata dell’impulso dei raggi era minore di 0,1 secondi, valutò la potenza, ipotizzando la vaporizzazione del metallo, a 40.000 KW e la densità di potenza pari a 4.000 KW per centimetro quadrato. In realtà, venne spiegato a sperimentazione compiuta, l’impulso dei raggi aveva avuto la durata di un nano secondo e poteva ionizzare a distanza “forma e quantità predeterminate di qualsiasi materia”.
    Tra l’altro all’esperimento aveva assistito anche il professor Piero Pasolini, illustre fisico e amico di un’altra celebrità scientifica qual è il professor Antonino Zichichi. In una sua relazione, Pasolini parlò di “campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti che sviluppano atomi di antimateria proiettati e focalizzati in zone di spazio ben determinate anche al di là di schemi di materiali vari, che essendo fuori fuoco si manifestano perfettamente trasparenti e del tutto indenni”.
    In pratica, ma qui entriamo in una spiegazione scientifica un po’ più complessa, gli scienziati italiani che avevano realizzato quel macchinario, sarebbero riusciti ad applicare la teoria di Einstein sul campo unificato, e cioè identificare la matrice profonda ed unica di tutti i campi di interazione, da quello forte (nucleare) a quello gravitazionale. Altri fisici in tutto il mondo ci avevano provato, ma senza alcun risultato. Gli italiani, a quanto pare, c’erano riusciti.

    L’INSABBIAMENTO
    In un Paese normale (ma tutti sappiamo che il nostro non lo è) una simile scoperta sarebbe stata subito messa a frutto. Non ci vuole molta fantasia per capire le implicazioni industriali ed economiche che avrebbe portato. Anche perché, quella che a prima vista poteva sembrare un’arma di incredibile potenza, nell’uso civile poteva trasformarsi nel motore termico di una centrale che, a costi bassissimi, poteva produrre infinite quantità di energia elettrica.
    Perché, dunque, questa scoperta non è stata rivelata e utilizzata? La ragione non viene spiegata. Tutto quello che sappiamo è che i governi dell’epoca imposero il segreto sulla sperimentazione e che nessuno, almeno ufficialmente, ne venne a conoscenza. Del resto nel 1979 il professor Clementel morì prematuramente e si portò nella tomba il segreto dei suoi esperimenti. Ma anche dietro Clementel si nasconde una vicenda piuttosto strana e misteriosa. Pare, infatti, che le sue idee non piacessero ai governanti dell’epoca. Non si sa esattamente quale fosse la materia del contendere, ma alla luce della straordinaria scoperta che aveva verificato, è facile immaginarlo. Forse lo scienziato voleva rendere pubblica la notizia, mentre i politici non ne volevano sapere. Chissà? Ebbene, qualcuno trovò il sistema per togliersi di torno quello scomodo presidente del CNEN. Infatti venne accertato che la firma di Clementel appariva su registri di esame all’Università di Trento, della quale all’epoca era il rettore, in una data in cui egli era in missione altrove. Sembrava quasi un errore, una svista. Ma gli costò il carcere, la carriera e infine la salute. Lo scienziato capì l’antifona, e non disse mai più nulla su quel “raggio della morte” che gli era costato così tanto caro. A Clementel è dedicato il Centro Ricerche Energia dell’ENEA a Bologna.
    C’è comunque da dire che già negli anni Ottanta qualcosa venne fuori riguardo un ipotetico “raggio della morte”. Il primo a parlarne fu il giudice Carlo Palermo che dedicò centinaia di pagine al misterioso congegno, affermando che fu alla base di un intricato traffico d’armi. La storia coinvolse un ex colonnello del Sifar e del Sid, Massimo Pugliese, ma anche esponenti del governo americano (allora presieduto da Gerald Ford), i parlamentari Flaminio Piccoli (Dc) e Loris Fortuna (Psi), nonché una misteriosa società con sede proprio nel Liechtenstein, la Traspraesa. La vicenda durò dal 1973 al 1979, quando improvvisamente calò una cortina di silenzio su tutto quanto.
    Erano comunque anni difficili. L’Italia navigava nel caos. Gli attentati delle Brigate Rosse erano all’ordine del giorno, la società civile soffocava nel marasma, i servizi segreti di mezzo mondo operavano sul nostro territorio nazionale come se fosse una loro riserva di caccia. Il 16 marzo 1978 i brigatisti arrivarono al punto di rapire il Presidente del Consiglio Nazionale della Dc, Aldo Moro, uccidendo i cinque poliziotti della scorta in un indimenticabile attentato in via Fani, a Roma. E tutti ci ricordiamo come andò a finire. Tre anni dopo, il 13 maggio 1981, il terrorista turco Mehmet Alì Agca in piazza San Pietro ferì a colpi di pistola Giovanni Paolo II.
    E’ in questo contesto, che il “raggio della morte” scomparve dalla scena. Del resto, ammesso che la scoperta avesse avuto una consistenza reale, chi sarebbe stato in grado di gestire e controllare gli effetti di una rivoluzione industriale e finanziaria che di fatto avrebbe cambiato il mondo? Non ci vuole molto, infatti, ad immaginare quanti interessi quell’invenzione avrebbe danneggiato se soltanto fosse stata resa pubblica. In pratica, tutte le multinazionali operanti nel campo del petrolio e dell’energia nucleare avrebbero dovuto chiudere i battenti o trasformare da un giorno all’altro la loro produzione. Sarebbe veramente impossibile ipotizzare una cifra per quantificare il disastro economico che la nuova scoperta italiana avrebbe portato.
    Ma queste sono solo ipotesi. Ciò che invece risulta riguarda la decisione presa dagli autori della scoperta. Infatti, dopo anni di traversie e inutili tentativi per far riconoscere ufficialmente la loro invenzione, probabilmente temendo per la loro vita e per il futuro della loro strumentazione, questi scienziati consegnarono il frutto del loro lavoro alla Fondazione Internazionale Pace e Crescita, che l’11 aprile 1996 venne costituita apposta, verosimilmente con il diretto appoggio logistico-finanziario del Vaticano, a Vaduz, ben al di fuori dei confini italiani. In quel momento il capitale sociale era di appena 30mila franchi svizzeri (circa 20mila Euro). “Sembra anche a noi – si legge nella relazione introduttiva alle attività della Fondazione – che sia meglio costruire anziché distruggere, non importa quanto possa essere difficile, anche se per farlo occorrono molto più coraggio e pazienza, assai più fantasia e sacrificio”.
    A prescindere dal fatto che non si trova traccia ufficiale di questa fantomatica Fondazione, se non la notizia (in tedesco) che il primo luglio del 2002 è stata messa in liquidazione, parrebbe che a suo tempo l’organizzazione fosse stata costituita in primo luogo per evitare che un’invenzione di quella portata fosse utilizzata solo per fini militari. Del resto anche i missili balistici (con quello che costano) diventerebbero ben poca cosa se gli eserciti potessero disporre di un macchinario che, per distruggere un obiettivo strategico, necessiterebbe soltanto di un sistema di puntamento d’arma.
    Secondo voci non confermate, la decisione degli scienziati italiani sarebbe maturata dopo una serie di minacce che avevano ricevuto negli ambienti della capitale. Ad un certo punto si parla pure di un attentato con una bomba, sempre a Roma. Si dice che, per evitare ulteriori brutte sorprese, quegli scienziati si appellarono direttamente a Papa Giovanni Paolo II e la macchina che produce il “raggio della morte” venisse nascosta per qualche tempo in Vaticano. Da qui la decisione di istituire la fondazione e di far emigrare tutti i protagonisti della vicenda nel più tranquillo Liechtenstein. In queste circostanze, forse non fu un caso che proprio il 30 marzo 1979 il Papa ricevette in Vaticano il Consiglio di Presidenza della Società Europea di Fisica, riconoscendo, per la prima volta nella storia della Chiesa, in Galileo Galilei (1564-1642) lo scopritore della Logica del Creato. Comunque sia, da quel momento in poi, la parola d’ordine è stata mantenere il silenzio assoluto.

    LE MACCHINE DEL FUTURO
    Qualcosa, però, nel tempo è cambiata. Lo prova il fatto che la Fondazione Internazionale Pace e Crescita non si sarebbe limitata a proteggere gli scienziati cristiani in fuga, ma nel periodo tra il 1996 e il 1999 avrebbe proceduto a realizzare per conto suo diverse complesse apparecchiature che sfruttano il principio del “raggio della morte”. Secondo la loro documentazione, infatti, è stata prodotta una serie di macchinari della linea Zavbo pronti ad essere adibiti per più scopi. L’elenco comprende le SRSU/TEP (smaltimento dei rifiuti solidi urbani), SRLO/TEP (smaltimento dei rifiuti liquidi organici), SRTP/TEP (smaltimento dei rifiuti tossici), SRRZ/TEP (smaltimento delle scorie radioattive), RCC (compattazione rocce instabili), RCZ (distruzione rocce pericolose), RCG (scavo gallerie nella roccia), CLS (attuazione leghe speciali), CEN (produzione energia pulita).
    A quest’ultimo riguardo, nella documentazione fornita da Remondini si trovano anche i piani per costruire centrali termoelettriche per produrre energia elettrica a bassissimo costo, smaltendo rifiuti. C’è tutto, dalle dimensioni all’ampiezza del terreno necessario, come si costruisce la torre di ionizzazione e quante persone devono lavorare (53 unità) nella struttura. Un’ìntera centrale si può fare in 18 mesi e potrà smaltire fino a 500 metri cubi di rifiuti al giorno, producendo energia elettrica con due turbine Ansaldo . C’è anche un quadro economico (in milioni di dollari americani) per calcolare i costi di costruzione. Nel 1999 si prevedeva che una centrale di questo tipo sarebbe costata 100milioni di dollari. Una peculiarità di queste centrali è che il loro aspetto è assolutamente fuorviante. Infatti, sempre guardando i loro progetti, si nota che all’esterno appaiono soltanto come un paio di basse palazzine per uffici, circondate da un ampio giardino con alberi e fiori. La torre di ionizzazione, dove avviene il processo termico, è infatti completamente interrata per una profondità di 15 metri. In pratica, un pozzo di spesso cemento armato completamente occultato alla vista. In altre parole, queste centrali potrebbero essere ovunque e nessuno ne saprebbe niente.
    Da notare che, secondo le ricerche compiute dalla International Company Profile di Londra, una società del Wilmington Group Pic, leader nel mondo per le informazioni sul credito e quotata alla Borsa di Londra, la Fondazione Internazionale Pace e Crescita, fin dal giorno della sua registrazione a Vaduz, non ha mai compiuto alcun tipo di operazione finanziaria nel Liechtenstein, né si conosce alcun dettaglio del suo stato patrimoniale o finanziario, in quanto la legge di quel Paese non prevede che le Fondazioni presentino pubblicamente i propri bilanci o i nomi dei propri fondatori. Si conosce l’indirizzo della sede legale, ma si ignora quale sia stato quello della sede operativa e il tipo di attività che la Fondazione ha svolto al di fuori dei confini del Liechtenstein. Ovviamente mistero assoluto su quanto sia accaduto dopo il primo luglio del 2002 quando, per chissà quali ragioni, ma tutto lascia supporre che la sicurezza non sia stata estranea alla decisione, la Fondazione ufficialmente ha chiuso i battenti.
    Ancora più strabiliante è l’elenco dei clienti, o presunti tali, fornito a Remondini. In tutto 24 nomi tra i quali spiccano i maggiori gruppi siderurgici europei, le amministrazioni di due Regioni italiane e persino due governi: uno europeo e uno africano. Da notare che, in una lettera inviata dalla Fondazione a Remondini, si parla di proseguire con i contatti all’estero, ma non sul territorio nazionale “a causa delle problematiche in Italia”. Ma di quali “problematiche” si parla? E, soprattutto, com’è che una scoperta di questo tipo viene utilizzata quasi sottobanco per realizzare cose egregie (pensiamo soltanto alla produzione di energia elettrica e allo smaltimento di scorie radioattive), mentre ufficialmente non se ne sa niente di niente?
    Interpellato sul futuro della scoperta da Remondini, il professor Nereo Bolognani, eminenza grigia della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, ha detto che “verrà resa nota quando Dio vorrà”. Sarà pure, ma di solito non è poi così facile conoscere in anticipo le decisioni del Padreterno. Neppure con la santa e illustre mediazione del Vaticano.
    Quale giornalista professionista che si è occupato di questa incredibile storia, mi sento in dovere di pubblicare alcuni documenti che possano provare al lettore l’attendibilità delle notizie che ho esposto. Si tratta della relazione tecnica di cui sono venuto in possesso. Una relazione, sia ben chiaro, che non dimostra affatto la realtà di quanto la Fondazione Internazionale Pace e Crescita asserisce nella sua documentazione, ma soltanto l’esistenza dei contenuti citati nell’articolo. E’ chiaro, infatti, che la reale consistenza dei fatti dovrebbe essere verificata dai fisici e certamente non da un giornalista la cui responsabilità resta quella di informare nel modo più serio e professionale possibile. RELAZIONE TECNICO-SCIENTIFICA DELLA FONDAZIONE INTERNAZIONALE PACE E CRESCITA [PDF, 4,62 MB]RELAZIONE ILLUSTRATIVA DELLA FONDAZIONE INTERNAZIONALE PACE E CRESCITA [PDF, 13,5 MB]IL CONTRATTO DI E. M. REMONDINI [PDF, 1,24 MB]Si richiede il programma Adobe Reader per visualizzare i file PDF

    INTERVISTA AL TESTIMONE
    «Dissero che il segreto non doveva finire nelle mani dei militari»
    Enrico Remondini non è un uomo di molte parole. La sua esperienza con la Fondazione Internazionale Pace e Crescita, a undici anni di distanza, è ormai un ricordo tra i risvolti della memoria. Alcuni mesi di lavoro, vissuti anche con un certo entusiasmo, poi i contatti si sono chiusi lasciandogli, oltre ad una certa perplessità per il modo in cui sono stati interrotti, anche un velo di amarezza. Aveva condiviso, ammette, i fini umanitari della Fondazione; per cui non comprendeva, e non comprende ancora oggi, il motivo per cui l’operazione non sia stata portata a termine. Soprattutto, però, gli è rimasta dentro una fortissima curiosità: quanto c’era di vero in quello che gli avevano detto?
    Signor Remondini, come e quando è entrato in contatto con la Fondazione Internazionale Pace e Crescita?
    “Fu nei primi mesi ndel 1999, mi pare, e in modo del tutto fortuito. Mi trovavo a Lugano per lavoro e un amico me ne parlò. Non era una notizia di dominio pubblico, per cui ero incuriosito. In seguito il mio amico mi fece incontrare il direttore della Fondazione, il dottor Renato Leonardi, e a lui chiesi se potevo collaborare con loro”.
    Non furono dunque loro a cercarla…
    “No, fui io che ne feci richiesta. In un primo tempo pensavo di poter lavorare nelle pubbliche relazioni, ma ben presto mi resi conto che a loro non interessava quel settore. Leonardi, invece, mi chiese di fare alcune traduzioni e, a questo riguardo, mi diede diversi documenti. Gli stessi che adesso, non esistendo più la Fondazione, ho deciso di rendere pubblici”.
    La sua collaborazione si fermò alle traduzioni?
    “No, successivamente decisi di instaurare un rapporto più imprenditoriale. Per cui venni presentato al professor Nereo Bolognani, presidente della Fondazione. Ci incontravamo a Milano, nella hall di un albergo vicino alla stazione centrale. Fu lui a spiegarmi che le centrali polivalenti della Fondazione erano in grado di smaltire in modo ottimale un certo tipo di scorie. Soprattutto di tipo metallico. Per cui, insieme ad un mio amico, mi feci dare un mandato dalla Fondazione stessa per procurare questo tipo di scorie. Fu un periodo molto breve, perché riuscimmo a prendere contatti con uno solo dei nominativi che ci erano stati forniti. Si trattava di una grossa acciaieria italiana che aveva problemi per lo smaltimento delle scorie metalliche. Noi ci facemmo consegnare un campione e lo passammo a Bolognani perché lo facesse esaminare e ci dicesse se l’affare poteva essere avviato. Ma accadde qualcosa prima di avere l’esito di quelle analisi…”.
    E cioè?
    “La moglie di Bolognani morì di un brutto male e per qualche tempo non riuscimmo a metterci in contatto con lui. Pensavamo che, dopo un certo periodo, si sarebbe ripreso e avremmo continuato la normale attività lavorativa. Ma le cose non andarono così. E’ probabile, direi quasi certo, che contemporaneamente a quel lutto avvenne anche qualche altro cambiamento interno alla Fondazione. Comunque sia, nonostante avessimo un mandato firmato in tasca, non riuscimmo più a metterci in contatto con loro. Tutto quello che so è che Bolognani, dopo la morte della moglie, si era trasferito da Roma, dove abitava. Ma ignoro dove. Provai anche a chiamare Leonardi, a Lugano, ma fu inutile. Una volta riuscii anche a parlargli, ma era molto evasivo e non volle dirmi nulla. In seguito venni a sapere che la Fondazione era stata messa in liquidazione”.
    Eppure lei aveva lavorato per loro, avrà avuto anche delle spese. Gliele hanno mai rimborsate?
    “No, e non gliele ho mai chieste. Ripeto, abbiamo preso solo un contatto, per cui si trattava di poca cosa. Non mi è sembrato che ne valesse la pena. Tra l’altro, avevo sempre avuto un buon rapporto con loro e non volevo rovinarlo per così poco”.
    Tuttavia nei suoi confronti non hanno mostrato molta chiarezza. Ha mai provato a farsi dire qualcosa in più circa la loro attività? Dopotutto, visto che contattavano industrie ed enti pubblici, non si può dire che il loro segreto non fosse divulgato…
    “Sì, una volta ho avuto una conversazione di questo tipo con Bolognani. Devo dire che era una persona molto corretta e molto religiosa. Mi spiegò che lo scopo della Fondazione era quello di evitare che una scoperta scientifica come quella che loro gestivano finisse nelle mani dei militari, diventando causa di morte. Poi aggiunse che un giorno, quando Dio vorrà, questo segreto verrà reso pubblico”.
    E le basta?
    “No, però capisco il fine. E per molti versi lo condivido”.
    R.D.S.

    AI LETTORI
    Confucio, celebre filosofo cinese, diceva che prima di scrivere bisogna sedersi, raccogliere le idee, rifletterci sopra e quindi pensare a come esporre il proprio pensiero. Poi, finalmente, si può cominciare a mettere nero su bianco quanto intendiamo comunicare per iscritto. Ciò vale tanto per i professionisti della penna, come il sottoscritto, quanto per chiunque altro. Ma molti, purtroppo, non seguono i saggi consigli di Confucio. Anzi, si mettono di fronte ad un foglio di carta (o a un video) e tirano giù qualunque cosa passi loro per la testa. Ne sono un buon esempio certi lettori del “Giornale” che in questi giorni, dopo aver letto il mio articolo sull’energia, hanno preso d’assalto il sito Internet del quotidiano, gridando allo scandalo per quello che avevano letto. Visto che quanto avevo scritto non corrispondeva a quanto loro sapevano, semplicemente non poteva essere vero. Ovviamente non tutti sono stati così avventati, molti altri si sono incuriositi e hanno chiesto chiarimenti. Ma è ai primi che adesso voglio rivolgermi. Le accuse più frequenti sono state “scemenze, cazzate, non si possono scrivere cose di questo tipo, sono tutti si dice”, eccetera. Nessuno di questi signori si è domandato, invece, perché un autorevole quotidiano nazionale come “Il Giornale” abbia pubblicato un articolo di questo tipo. La verità è che tutto quanto è stato detto nell’articolo in questione, viene da un’ampia documentazione originale della “misteriosa” Fondazione Internazionale Pace e Crescita di Vaduz, nel Liechtenstein. Per la precisione da 30 documenti autentici (relazioni tecnico-scientifiche, piani industriali, relazioni illustrative, planimetrie), per un totale di 86 pagine. Nessun “si dice” o presunte illazioni, ma soltanto la fedele trascrizione di quanto è scritto in quei documenti. Ciò, però, non significa che io, come giornalista, o “Il Giornale” stesso, abbiamo sposato e avallato quelle notizie. Riportare dei fatti non vuol dire affatto assumersene la paternità. Siamo cronisti e, in quanto tali, portiamo a conoscenza dei lettori le notizie che riteniamo più interessanti e curiose. Ma ci limitiamo a riportarle, non certo a inventarcele e farle nostre. E il caso della Fondazione, come chiunque può notare, è davvero strano e insolito. Tanto più che la Fondazione non è il parto di una fantasia malata, bensì pura realtà.
    Mi devo invece scusare per un paio di refusi contenuti nel pezzo. E mi riferisco a Pio XII invece di Pio XI e alle tre parole che sono saltate vicino al nome di Moro: la frase giusta era “il Presidente del Consiglio Nazionale della Dc, Aldo Moro”. Per il resto, tutto era come doveva essere.
    Ovviamente, dopo aver pubblicato questo pezzo, era doveroso sentire l’altra campana, quella della scienza ufficiale. A questo riguardo, vi comunico che ho provveduto personalmente a portare la documentazione scientifica, relativa alla Fondazione Internazionale Pace e Crescita, all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare affinché la esamini e ne esprima un giudizio. Quando avrò il risultato, sarà mia premura renderlo pubblico.
    Con questo spero di aver dissipato ogni dubbio circa la mia personale serietà e quella del “Giornale” che ha ospitato l’articolo. “Giornale”, per inciso, nel quale ho trascorso 26 anni della mia vita professionale e con il quale continuo ad essere legato con un contratto di collaborazione in esclusiva.
    Se poi ci sarà qualcuno che, nonostante tutto, vorrà continuare a scrivere sciocchezze nei miei confronti, si accomodi pure. Come dicevano gli antichi greci, contro la stupidità neanche gli Dei possono nulla. Figurarsi i giornalisti, compresi quelli che si sforzano di essere sempre seri e corretti.

    R.D.S.

    IL MISTERO DELL’ENERGIA GRATUITA CHE CI TENGONO NASCOSTA

    Il Mistero dell’Energia Gratuita che ci tengono nascosta – Parte 2

    9 gennaio 2011 | Autore: Jacopo Castellini
    «Così l’Italia lavorò al raggio che crea energia dal nulla»
    Alcuni documenti provano gli esperimenti fatti dallo scienziato Clementel negli anni 70. Ma ora nessuno può vedere il prodotto di quegli studi

    di Rino Di Stefano - rinodistefano.com
    (Il Giornale, Domenica 26 Settembre 2010)

    Nell’Inverno del 1976 il governo italiano autorizzò il professor Ezio Clementel, presidente del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare), ad effettuare una serie di esperimenti per verificare l’efficacia di una misteriosa macchina che emetteva un fascio di raggi in grado di annichilire la materia, producendo grandi quantità di energia. Giulio Andreotti aveva appena formato il suo terzo governo, un monocolore Dc che si reggeva sull’astensione di Pci, Psi, Psdi, Pri e Pli, dopo le elezioni del 20-21 giugno che avevano visto la vittoria di Dc e Pci.
    La lettera con cui il professor Clementel inviava la sua relazione sulle prove da eseguirsi, è datata 26 novembre 1976 e indirizzata all’avvocato Loris Fortuna, Presidente della Commissione Industria, presso la Camera dei Deputati, in piazza del Parlamento 4, a Roma. Il socialista Fortuna era il deputato incaricato dal Presidente del Consiglio per seguire il lavoro di Clementel.
    La relazione è composta da cinque facciate. Nella seconda, quella che segue la lettera di accompagnamento, c’è l’elenco delle cinque prove richieste dal protocollo, con i relativi dettagli. In sostanza, si trattava di far forare al fascio di raggi emesso dalla macchina, lastre di acciaio inox e alluminio poste a diverse distanze dall’obiettivo della macchina stessa. Nelle tre facciate successive, viene calcolata la potenza del raggio. In un altro documento di due facciate, il professor Clementel scrive di suo pugno, siglandole in calce, le sue conclusioni relative alla valutazione delle prove effettuate, all’energia e alla potenza del fascio, alla natura del fascio stesso.
    Scrive il professor Clementel: “L’energia del fascio impiegato è stimabile tra i 150.000 e i 4 milioni di Joule (il joule è l’unità di misura dell’energia n.d.r.); i numeri dati corrispondono all’energia necessaria per fondere rispettivamente vaporizzare 144 grammi di acciaio inox. Una valutazione più precisa sarà forse possibile al termine delle analisi metallurgiche in corso per uno dei campioni di acciaio inox. Poiché, come risulta dalle prove, il fascio è quasi certamente di tipo impulsato, con durata degli impulsi minore di 0,1 secondi, occorrerebbe una esatta conoscenza di tale durata per poter determinare la potenza del fascio. Si può comunque dare una stima del limite inferiore della potenza in gioco, assumendo una durata dell’impulso pari a 0,1 secondi. Con tale valore, si ha una potenza totale del fascio di 1500 Kw/cmq nel caso della fusione del metallo; nel caso della vaporizzazione del metallo la potenza totale del fascio salirebbe a 40.000 Kw e la densità di potenza a 4000 Kw/cmq”.

    IL DOCUMENTO

    PROVE?
    In alto, la pagina di presentazione e poi la pagina più importante del documento che il presidente del Comitato per l’Energia Nucleare, Ezio Clementel (ritratto nella foto in basso), spedì al presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, per ragguagliarlo circa le prove che erano state fatte di una macchina che produce energia da un misterioso raggio. In basso la doppia pagina del Giornale del 6 luglio scorso quando ci siamo occupati per la prima volta del raggio che dà energia gratis. Il nostro articolo di quel giorno ha creato molto rumore, soprattutto su Internet. Con questa puntata raccontiamo gli sviluppi di una storia che presenta molti lati oscuri e anche per questo è molto affascinante.
    E poi conclude: “Circa la natura, del fascio, le semplici prove effettuate non consentono una risposta sufficientemente precisa, anche se vi è qualche indicazione che porterebbe ad escludere alcune fra le sorgenti più comuni, quali ad esempio getto di plasma, fasci di particelle cariche accelerate, fasci di neutroni, eccetera. In ogni caso, anche nell’ipotesi non ancora escludibile di fascio laser, le energie e soprattutto le potenze in gioco, si porrebbero al di là dei limiti dell’attuale tecnologia. Si può in ogni caso escludere che si tratti di fasci di anti-particelle o di anti-atomi”.
    Il professor Clementel fece fare delle riprese di quelle prove sulla misteriosa macchina e i filmati, insieme alla relazione, sono giunti integri fino a noi. Nelle scene in bianco e nero si vedono distintamente la macchina e la lastra di acciaio inox verso cui è diretto il fascio di raggi. Un attimo e un grande bagliore avvolge l’acciaio; quando le fiamme si diradano, appare il grosso foro sulla lastra
    Il ritrovamento di questa documentazione a 34 anni di distanza, prova due cose. La prima è che nel 1976 la macchina che produce energia con un fascio di raggi, esisteva. La seconda è che quegli esperimenti, autorizzati dal governo, conferiscono un primo grado di attendibilità al dossier della Fondazione Internazionale Pace e Crescita di Vaduz, nel Liechtenstein, l’organizzazione che si proclamava proprietaria della fantastica tecnologia. Ma è proprio così? La Fondazione era realmente il soggetto che disponeva di questo macchinario? Non proprio.
    Per saperne di più, abbiamo cercato la risposta a Civitella d’Agliano, un caratteristico borgo medioevale tra le colline di Lazio e Umbria, in provincia di Viterbo, dove si trova il villino dell’ingegner Aristide Saleppichi, uno dei primi tecnici a occuparsi della costruzione e dello sviluppo della misteriosa macchina. Saleppichi, ex direttore dello stabilimento Montedison di Terni, ha due lauree: una in ingegneria industriale meccanica e una in fisica. Ma non solo. L’ingegnere, che oggi ha 91 anni e mantiene una invidiabile e lucidissima mente, fa parte del gruppo che da quarant’anni gestisce la macchina. Secondo lui, il fatto che proprio adesso si cominci a parlare del misterioso macchinario, non è casuale. “Vede, io ho un concetto un po’ teologico degli avvenimenti – spiega – La fisica cammina. Ad un certo punto il Signore ci dice quando dobbiamo scoprire alcune cose. E’ come se qualcuno ci desse da mangiare un poco per volta. Questo dunque, potrebbe essere il momento giusto per affrontare l’argomento”.

    Ed è proprio per fornire un chiarimento sulla vicenda, che l’ingegnere ha organizzato una riunione in casa sua tra lo staff di questo gruppo e il cronista che vi parla. “Quella tecnologia appartiene solo a noi. E, per essere più precisi, a Rolando Pelizza, colui che ha materialmente costruito la macchina a Chiari, in provincia di Brescia. – esordisce Pietro Panetta, ex imprenditore di Roma e portavoce di Pelizza – La Fondazione Internazionale Pace e Crescita, che si vantava di disporre di questa tecnologia, è stata costituita da un nostro conoscente, il professor Nereo Bolognani. Lo abbiamo avvertito a più riprese che, senza il nostro consenso, non poteva continuare su quella strada. Alla fine, lo abbiamo minacciato di azioni legali e allora lui, nel 2002, ha messo in liquidazione la Fondazione” .
    Risolto il mistero della Fondazione, resta quello di chiarire chi sono coloro che adesso si attribuiscono la proprietà della tecnologia in questione. Di certo, il nome di Rolando Pelizza non è estraneo alla cronaca. Infatti fu proprio lui a finire sul banco degli imputati, insieme all’ex colonnello del Sid Massimo Pugliese, al processo di Venezia voluto dal giudice Carlo Palermo per traffico internazionale di armi. Pelizza venne subito assolto, Pugliese si beccò 2 anni e 8 mesi. Ricorse in appello e fu a sua volta assolto perché “il fatto non costituisce reato”. Sempre per la cronaca, il colonnello Pugliese trascorse il resto della sua vita intentando cause contro il giudice Palermo, l’allora Presidente del Consiglio De Mita e gli ex ministri Colombo (Finanze) e Zanone (Difesa) chiedendo 9 miliardi di lire di risarcimento. Inascoltato in Italia, si rivolse persino alla Corte di Strasburgo. Ciò premesso, vediamo adesso chi sono e cosa pretendono gli amici di Pelizza.
    Tutto cominciò oltre 50 anni fa
    Signor Panetta, quando e come nasce l’invenzione di questa macchina.
    “L’origine del progetto risale al 1958, ma soltanto nel 1972 si ebbe la prima manifestazione sulla materia. Infatti, il fascio di raggi era diretto verso il materiale da trattare: investito, in una frazione di secondo l’oggetto subiva un processo di annichilimento, generando calore”.
    L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, da noi consultato, afferma che, alla luce delle nostre attuali conoscenze scientifiche, una simile macchina non sta né in cielo né in terra, anche se in linea di principio non sarebbe impossibile. Lei che cosa risponde?
    “Questo è ciò che loro sanno. Ma la realtà è diversa. E lo dimostrano le prove fatte dal compianto professor Clementel, con la collaborazione di Pelizza. Nei fatti, un grande fisico teorico, quasi per ispirazione divina, ha intuito il mezzo per far interagire la materia. E si è dedicato interamente alla stesura del progetto”.
    Di chi sta parlando?
    “Certamente non di Pelizza, che ha soltanto aiutato questo fisico a costruire la macchina. Lo chiamava “il professore”. Ha imparato da lui a gestirla, frequentandolo per oltre quindici anni. Da solo non avrebbe mai avuto né la preparazione né la capacità per arrivare a tanto”.
    Dica di chi si tratta, allora.
    “Mi dispiace, ma non posso fare nomi. Non sono autorizzato a farlo. Tutto quello che posso dire è che occorsero circa dieci anni, e arriviamo così al 1981, per riuscire a controllare il fascio di raggi”.
    Va bene, allora ci può mostrare questa prodigiosa macchina: può farci assistere ad una prova?
    “No, mi dispiace. Nessuno può vederla. Solo a suo tempo, quando avremo definito certe trattative che abbiamo in corso a livello mondiale, potremo mostrarla. E in quell’occasione parlerà anche Pelizza. Ma non prima”. Ma il gruppo collegato a Pelizza, che sta per creare una Fondazione, è davvero l’unico a conoscere i segreti della misteriosa tecnologia? A quanto pare, non proprio. Da anni, infatti, qualcun altro si sta interessando attivamente a questi problemi. Ma come si è formato questo secondo filone di ricerca? “Per caso – risponde l’ingegnere elettronico milanese Franco Cappiello -. Fu verso la fine degli anni Novanta che conobbi il colonnello Pugliese, allora nel pieno della sua campagna giudiziaria contro giudici e politici. Un giorno, forse sentendo la fine vicina, mi raccontò tutta la storia della macchina e mi regalò la documentazione di cui era in possesso.
    C’erano i disegni e i piani di costruzione, aveva conservato tutto. Mi diede anche qualche indicazione utile sul come costruire un prototipo. E fece appena in tempo, perché morì nel 1998. Così, da quel momento, mi sono dedicato anima e corpo alla macchina e, dopo avere studiato bene il fenomeno, posso dire che la base scientifica di questa scoperta non manca davvero. A mio avviso, si tratta di un generatore di energia a trasporto positronico (i positroni sono antiparticelle degli elettroni, dotate di carica positiva n.d.r.). L’energia che fornisce è termica e completamente priva di radioattività”. Cappiello, però, si rende conto che una scoperta scientifica, per essere giudicata tale, deve essere studiata ed esaminata da scienziati veri.“Ed è per questa ragione – afferma – che ho chiesto l’aiuto di una equipe di ricercatori dell’Università di Pavia. Questi scienziati, guidati da un’autorità come il professor Sergio P. Ratti, studieranno tutti gli aspetti di questa macchina. Ci tengo comunque a chiarire che recentemente ho instaurato una fruttuosa collaborazione con Rolando Pelizza”.
    Le domande degli scienziati
    Difficile immaginare uno scienziato più illustre del professor Ratti per studiare la funzionalità della macchina. Docente di Fisica Sperimentale all’Università di Pavia, oggi in pensione, Sergio P. Ratti è uno degli scienziati italiani più conosciuti al mondo e una della massime autorità in fatto di positroni.

    Professor Ratti, come è giunto alla decisione di dirigere le ricerche sulla macchina che dà energia?
    “Confucio diceva che la scienza è scienza quando sa separare ciò che conosciamo da ciò che crediamo di conoscere. Nel caso specifico, si tratta di accertare se questo macchinario sia in grado o meno di liberare positroni dal vuoto assoluto. Dunque faremo tutte le prove necessarie, adottando i dovuti accorgimenti, per verificare se questo possa realmente accadere. Nelle opportune condizioni, l’esperimento deve essere ripetibile. Altrimenti non si parlerebbe di scienza”.

    Che cosa intende quando parla di accorgimenti?
    “Mi riferisco alla legge 626 sulla sicurezza del lavoro. Qualora si ottenesse l’annichilimento di 500 grammi di ferro, dove andrebbero a finire i residui? Nei polmoni dei presenti? E’ quindi tassativo, tanto per fare un esempio, che il locale in cui vengono svolti gli esperimenti sia dotato di uno specifico sistema di ventilazione, con filtri per l’aria. E dovranno essere presenti anche tutti gli altri dispositivi di sicurezza attiva e passiva”.
    Avete già i locali adatti?
    “Ho inoltrato una richiesta in questo senso al rettore dell’Università di Pavia. Attendo una risposta”.
    Da un punto di vista scientifico, questa scoperta potrebbe cambiare la fisica come oggi la conosciamo. Secondo lei, come potrebbe essere accolta una novità di questo genere?
    “Ha presente che cosa accadde a Galileo quando parlò delle sue conclusioni sul moto della terra intorno al sole? Il problema è che, prima di parlare di scoperta scientifica, si devono avere tutte le prove del caso. Quello che posso dire è che ho consultato diversi miei colleghi in giro per il mondo, e ho avuto risposte interessanti. Uno, decisamente molto importante che lavora all’Università di Harvard, mi ha confermato che, in linea di principio, potrebbe essere. Insomma, bisogna studiare il fenomeno nel modo più serio e corretto possibile. Quanto alle conclusioni, vedremo a tempo debito”.

    Il Mistero dell’Energia Gratuita che ci tengono nascosta – Parte 2
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito Re: Fusione fredda: lo stato dell’arte a dicembre 2010

    Russia: un nuovo reattore a fusione per dare energia a tutto il mondo

    12/06/2014

    Produrre energia e bruciare i rifiuti radioattivi non sembra poi cosi lontano. Lo scrive il quotidiano russo italian.ruvr.ru in un articolo a firma di Stanislav Kaljakin. Un reattore a fusione è stato messo a punto da scienziati nucleari russi a Novosibirsk, capoluogo della regione di Novosibirsk nella Federazione Russa e del Distretto Federale Siberiano.



    Nel 1990, un team internazionale di scienziati, tra ingegneri sovietici, americani, giapponesi ed europei, svilupparono un progetto di reattore a fusione chiamato “ITER” - reattore sperimentale termonucleare internazionale. Come afferma Julij Sulyaev ricercatore decano presso l’Istituto di Fisica Nucleare, alla sede siberiana dell’Accademia Russa delle Scienze, “questo nuovo prototipo di Reattore, può dare all’Umanità il beneficio di avere una fonte inesauribile di energia elettrica.
    I lavori in questo settore iniziarono in Unione Sovietica dopo l’utilizzo militare dell’energia nucleare e termonucleare e averne saggiato il suo lato tragico. Gli scienziati volevano pensare ad un suo utilizzo per scopi pacifici.


    <img src="http://b.scorecardresearch.com/p?c1=8&c2=9582465&c3=2011041500000000001&c15=&cv=2 .0&cj=1" /> MzswOzEzMTM2OTs1ODU4Mzs1NDg5OTsxMjk4NTc7MDsxNDAyNj A3MDg5MDAw


    Il progetto internazionale coinvolge 35 paesi. 10 anni fa si è unita per ultima l’ India. La Russia si affida a un elemento chiave del progetto, in grado di riscaldare il reattore fino a diversi milioni di gradi. Questo elemento è una trappola dinamica in grado di bloccare le scorie. Nel momento in cui il plasma si riscalda esso viene bloccato per essere utilizzato per la reazione di fusione.
    Nella fusione del Sole il processo inizia a un milione di gradi. Gli scienziati siberiani sono riusciti ad arrivare a 4,5 milioni di gradi utilizzando la radiazione a microonde, e utilizzando davvero un forno a microonde comune solo che quello dell’impianto siberiano è mille volte più potente di un forno casalingo. Il capo ricercatore Peter Bagryansky afferma:
    Abbiamo imparato ad affrontare il fenomeno più pericoloso e temibile, la cosiddetta instabilità magneto-dinamica. Abbiamo così sviluppato un metodo di isolameento del plasma, che permette ai tecnici di registrare la pressione del plasma. Più pressione ha il plasma e più energia viene sviluppata dalla installazione termonucleare. Ma il campo magnetico che mantiene il plasma sotto controllo non si può amplificare all’infinito, sarebbe contro le leggi della fisica



    Quindi è necessario trovare nuove soluzioni, dice un ricercatore decano presso l’Istituto di Fisica Nucleare della sede siberiana dell’Accademia Russa delle Scienze Andrey Anikeyev.

    Siamo riusciti a ottenere un sistema che stabilizza il plasma, il cosiddetto metodo del vortice isolato. Quando il plasma è curvato in un certo modo è impossibile che esca dall’impianto, è come un uovo in un bicchiere, continua a vivere in questo mulinello, al suo interno.
    Gli scienziati nucleari – scrive il giornalista Stanislav Kaljakin – stanno per portare la temperatura del plasma fino a sette milioni di gradi e a questa temperatura si raddoppierà la capacità di fusione dei neutroni. Ovviamente sarà nessario costruire un nuovo impianto più potente, ma vi è anche motivo di notare che la struttura creata dagli scienziati russi, può anche smaltire rifiuti radioattivi, avendo una fase di post-combustione in cui i rifiuti nucleari del combustibile nucleare, come il plutonio, sono riutillizzati presso gli stessi impianti.
    Il nuovo reattore sarà praticamente sicuro perché nel processo di fusione l’uranio non viene utilizzato e soprattutto un reattore a fusione non potrà mai esplodere. Anche se il plasma viene riscaldato a milioni di gradi e dovesse inavvertitamente arrivare alle pareti della camera di contenimento, non accadrà nulla di terribile. Il plasma semplicemente cessa di esistere. Pertanto avendo un punto di vista ambientalista l’energia di fusione può sostituire completamente il nucleare tradizionale.
    Non a caso il progetto ITER si chiama “sole artificiale”, proprio appunto perchè simula ciò che avviene all’interno della nostra stella, il Sole. Gli scienziati non hanno alcun dubbio che con l’aiuto di tali reattori finalmente si possa essere in
    grado di risolvere il problema della carenza di energia elettrica nel Mondo.

    A cura di Stefano F.

    Redazione Segnidalcielo

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    Ultima modifica di Eridano; 13-06-14 alle 00:09
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