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    Predefinito I disastri di Prodi all'IRI - Così si sono mangiati l'Italia

    I disastri di Prodi all'IRI - Così si sono mangiati l'Italia

    da la Padania online


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    Rivendicare con insolenza e orgoglio la propria storia professionale e, in particolare, la responsabilità delle disastrose privatizzazioni che hanno impoverito il Paese negli anni Novanta, dimostra quanto abbiamo già avuto modo di scrivere su Romano Prodi: è un uomo abile e fortunato. Calca la scena politica italiana da quasi trent’anni, si propone alla Seconda - e magari alla Terza - Repubblica, quando è figlio prediletto della degenerazione della Prima. Deve questa straordinaria resistenza, oltre alla buona stella che lo assiste, anche alla tenacia fuori dal comune, alla determinazione e alle ambizioni senza pari, oltre che un gran tempismo e soprattutto un discreto opportunismo. Il suo cursus honorum è costellato di incarichi prestigiosi assolti mediocremente: pessima la sua prima gestione del carrozzone Iri, disastrosa (seppur breve) la seconda, come inquilino di Palazzo Chigi è stato cacciato dalla stessa parte politica che là lo aveva mandato, da presidente della Commissione Ue si è attirato critiche unanimi della stampa internazionale... Eppure - sarà per quell’aria apparentemente inoffensiva e bonaria, da curato di campagna, che spinge i suoi avversari a sottovalutarlo (Massimo Giannini ha recentemente ironizzato: «I suoi artigli grondano bontà») - è sempre riuscito a risorgere dai propri fallimenti. Meglio: è riuscito spesso a far passare l’idea che venisse “epurato” per la propria ostinazione a difendere gli interessi generali invece che quelli dei soliti noti, proprio lui che ha sempre flirtato coi poteri forti e con le aree politiche legate a questi ultimi. Così, da ogni flop ha preso nuovo slancio, potendo contare sulle amicizie giuste, su un “ombrello” di potentati che l’hanno protetto, essendone lui fedele reggicoda. All’inizio fu la compatta falange della sinistra Dc, che poi risulterà non a caso l’unica componente dell’ex Balena Bianca a salvare le penne nella bufera giudiziaria di Tangentopoli. Poi, subito dopo, certi poteri italiani legati agli ambienti cattolici (Nanni Bazoli) e laici (Carlo De Benedetti ma anche Gianni Agnelli) del centrosinistra, con i conseguenti addentellati nel mondo dei mass media (garanzia di un appoggio propagandistico davvero indispensabile per un personaggio sostanzialmente inascoltabile come è lui). Infine, l'ombra lunga di Goldman Sachs.
    È, questo, un capitolo piuttosto oscuro della nostra storia. Attraverso le privatizzazioni furono smantellati settori trainanti dell'economia italiana: quello agro-alimentare già dell’Iri (acquisito da gruppi inglesi, olandesi ed americani), il Nuovo Pignone dell’Eni, la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’Imi. Sono state inoltre privatizzate Telecom (con le conseguenze che purtroppo stiamo osservando proprio in questi giorni) e in parte anche Enel ed Eni, già enti di Stato che potrebbero presto finire nelle mani delle solite multinazionali estere. Iniziatore e protagonista - pure reo confesso - di questo processo fu Prodi, prima come presidente dell’Iri, specie durante il suo secondo mandato (1993-94), poi come presidente del Consiglio (1996-99).
    Ovviamente, una operazione così complessa non nasce né viene portata avanti da un uomo solo, perlopiù impacciato come è il professore bolognese. Serve un forte gruppo di potere. Ve ne sono alcuni, internazionali, particolarmente potenti: Bilderberg, Rothschild, Goldman Sachs... Prendiamo allora quest’ultimo, una cosiddetta merchant bank (banca d’affari) già presente al famoso summit del Britannia, dove si decise lo smantellamento dello Stato-imprenditore italiano; ha poi ricoperto un ruolo essenziale nel processo di privatizzazione delle partecipazioni statali, favorendo l’intervento delle grandi multinazionali sue clienti privilegiate e potendo contare per questo sull’amicizia di importanti uomini di potere nostrani, come Mario Draghi, che è stato fino all’altro ieri vicepresidente Goldman per l'Europa, e poi proprio il Romano Prodi, a più riprese consulente di livello della banca e per questo assai ben remunerato (3,1 miliardi di lire di compensi, come scrissero il Daily Telegraph e l'Economist).
    Draghi, oltre che direttore generale del Tesoro tra il '96 e il 2003, presiedette nel '93 il Comitato per le privatizzazioni; nello stesso periodo Goldman Sachs, tramite il fondo Whitehall, acquisì nel 2000 l'ingente patrimonio immobiliare dell'Eni di San Donato Milanese, oltre agli immobili della Fondazione Carialo e, assieme alla Morgan Stanley, quelli della Unim, Ras e Toro. Prodi era presidente dell’Iri quando decise la privatizzazione della Credito Italiano proprio tramite la Goldman Sachs, che fissò il valore delle azioni a 2.075 lire, meno di quello di Borsa (che era a quota 2.230). Ma dobbiamo all’attuale premier anche la perdita di molti dei marchi storici del nostro comparto agroalimentare, ovviamente finiti (male) in mano straniera. Prodi concluse la cessione dell'Italgel (900 miliardi di fatturato) alla Nestlé per 703, così come l’assai discussa vendita della Cirio-Bertolli-De Rica (fatturato 110 miliardi, valutata 1.350), ad una fantomatica finanziaria lucana (Fisvi) al prezzo di 310 miliardi, che ne garantì il pagamento con la futura alienazione di parte del gruppo stesso alla multinazionale Unilever (ne abbiamo già parlato ieri a proposito del caso Sme).
    Il marchio di Goldman Sachs ritorna prepotentemente alla ribalta ora, perché “suo” uomo è il sottosegretario all’Economia Massimo Tononi, che ha lasciato Londra dopo aver finanziato la campagna elettore del Professore con 100 mila euro, per occuparsi della presenza del Tesoro in società, come Eni ed Enel, oggetto del desiderio della merchant bank. Così come uomo Goldman è quel Claudio Costamagna, giovane banchiere dalla carriera folgorante, consulente di Rupert Murdoch nell’affare Telecom, il cui nome era circolato come possibile nuovo presidente della Cassa depositi e prestiti che avrebbe dovuto rilevare la rete fissa della nostra maggiore compagnia compagnia telefonica, in base al piano elaborato (artigianalmente? Vien davvero da dubitarne) dal fidato braccio destro di Prodi, il dimissionato Angelo Rovati. Tononi e Costamagna hanno lavorato per anni nello stesso team della Goldman Sachs, ça va sans dire. Insomma, l’intreccio è perlomeno curioso, nonché appassionante.
    Ma proseguiamo e, per non sembrare cultori di spy story, buttiamoci nella concretezza dei numeri. Quello della Sme a De Benedetti non è l’unica cessione sballata che Prodi avrebbe voluto effettuare, a prezzi poi rivelatisi impropri. Pare essere proprio un vizietto del professore, sempre così generoso coi poteri che contano (passateci la malizia). Pensiamo alla Stet, ricca e potente finanziaria delle telecomunicazioni, che controllava Sip, ma anche Italtel e Sirti: nell’ottobre 1988 Iri vendette a Stet il 26% del pacchetto azionario Italtel per 440 miliardi, quando in base a un piano elaborato due anni prima da Prodi e Fiat ne avrebbe ricavati solo 210. O ancora, alla vicenda del Banco di Santo Spirito, acquistata dalla Cassa di risparmio di Roma diretta dal demitiano Pellegrino Capaldo: il progetto iniziale - appoggiato dall’attuale premier - prevedeva introiti per l’Iri tra i 350 e i 500 miliardi, mentre quello finale, profondamente trasformato, toccò quota 794 miliardi. Abbiamo già accennato alle cifre improprie della privatizzazione Credit, durante il “Prodi II” all’Iri. E forse varrebbe anche la pena di rievocare altre storiacce, come quella della sciagurata gestione del buco Finsider o dei fondi neri Italstat.
    Ma vorremmo chiudere invece con l’episodio della vendita Alfa Romeo alla Fiat. Prodi, allora presidente Iri cui apparteneva il marchio del Biscione attraverso Finmeccanica, in tempi recenti ha sostenuto: «Volevo vendere l’Alfa alla Ford, fecero di tutto per impedirmelo e ci riuscirono». È stato subito smentito da Fabiano Fabiani, ex ad di Finmeccanica e all’epoca dei fatti a capo della delegazione che trattava per conto dell’azionista pubblico la cessione della casa automobilistica di Arese: «Non ho percepito un’opposizione di Prodi all’acquisizione dell’Alfa Romeo da parte della Fiat». Le cose andarono così. L’Alfa perdeva centinaia di miliardi l’anno eppure la Ford, probabilmente ritenendo che si potesse usare un nome di grande tradizione e una casa con clienti affezionatissimi per sbarcare in Europa, avanzò un’offerta assai generosa: ben 3.300 miliardi (secondo alcune fonti 4.000) per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni, piano di investimento di 4.000 miliardi per il quadriennio successivo all’acquisto, ottime garanzie per coloro che risultavano impiegati nel carrozzone. L’offerta venne formalizzata il 30 settembre del 1986 e restava valida fino al 7 novembre dello stesso anno. Tutti d’accordo? Non proprio. Prodi informò subito Cesare Romiti: nulla di male, poteva essere un tentativo per ottenere un rilancio Fiat, che puntualmente arrivò il 24 ottobre. Ma era assai deludente: prevedeva un prezzo di acquisto di 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi, prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene : il 6 novembre l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli, quella che dieci anni più tardi, con Mortadella al governo, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.
    «Per me in particolare sarebbe come sconfessare parte della mia storia professionale, visto che da presidente dell'Iri in quegli anni ho avviato uno dei più consistenti processi di privatizzazione intrapresi in Europa»: Prodi ha voluto ripetere nove volte questa frase, giovedì in Parlamento. Ma siamo davvero sicuri che sia un passato del quale menar vanto?
    2 - fine

    Il Professore ha svenduto il patrimonio del Paese (facendo felici i poteri forti)



    [Data pubblicazione: 01/10/2006]







    I disastri di Prodi all'IRI
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


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    Predefinito Rif: I disastri di Prodi all'IRI - Così si sono mangiati l'Italia

    L'Iri del Professore, diario di un disastro -




    Prodi è chiamato da De Mita a risanare l’Istituto nel 1982 ma in 7 anni brucia 41mila miliardi di lire

    di Giancarlo Perna

    Tratto da "Il Giornale" del 22 marzo 2006





    Negli anni '80, Eugenio Scalfari si vantava di essere al centro di tutti i giochi e assediato da Eccellenze desiderose del suo consiglio. Non si muove foglia che Scalfari non voglia, era il motto del suo gonfio blasone. Anche la presidenza di Romano Prodi all'Iri è stata, a suo dire, farina del proprio sacco.

    L'Istituto zoppicava. C'era bisogno di una svolta. Il segretario della Dc, Ciriaco De Mita, ci rimuginava da giorni finché decise di chiedere lumi a Scalfari che riassume così la vicenda. «Quando De Mita mi disse: “Ovviamente ho in mente Prodi per l'Iri”, io gli risposi: “Ovviamente fai benissimo”. Ma poi mi richiamò e mi disse: “Guarda che Prodi non ci sta”. Allora io telefonai a Prodi e gli dissi: “Tu hai l'obbligo di accettare. Parlate tanto di spirito di servizio e poi...”. E alla fine accettò». La sintesi, efficace, è però vanagloriosa. Mette in luce la maggiore autorità di Scalfari rispetto a De Mita, ma oscura le altre illustri paternità di Prodi alla presidenza Iri.

    È l'autunno 1982 e capo del governo è il segretario del Pri, Giovanni Spadolini, primo laico a Palazzo Chigi. Romano ha già fama di essere una «riserva della Repubblica», ossia un uomo disponibile al bisogno. È il ruolo che ricoprirà per un ventennio. Assopito nell'università, ma annodato a Beniamino Andreatta, Prodi era già stato, grazie a lui, ministro per qualche mese nel '78. Si era poi tuffato in Nomisma, lasciando che fosse Nino a programmargli le tappe successive.

    Giunta la crisi dell'Iri, Romano era in posizione chiave. La sua forza stava nella proprietà transitiva che, tra gente di Palazzo, significa che se A è amico di B e B amico di C, anche A e C sono amici. Prodi, considerato dc di sinistra, perché tale era Andreatta, già consulente del defunto Aldo Moro, era pure pupillo di De Mita, che di Moro era l'erede. Inoltre Andreatta era l'anima del centro studi Arel, di cui era finanziatore l'ingegner Carlo De Benedetti, il quale era intimo di Scalfari che aveva perciò steso la sua ala su Romano, che di Andreatta era il protegé. Infine il premier, Spadolini, che era compagno di partito di Bruno Visentini, il quale era legato a De Benedetti proprietario della società Olivetti di cui Visentini era presidente, non poteva non vedere di buon occhio Prodi che era nella manica di tanti cari conoscenti.

    Ricostruita la filiera, torniamo al racconto di Scalfari per coglierne un particolare: la ritrosia di Romano a accettare l'incarico che De Mita gli offriva. Farsi pregare, minacciare le dimissioni e dimettersi effettivamente, è stata una caratteristica di Prodi. È la qualità fondamentale delle riserve repubblicane, che devono essere a disposizione, ma pronte a sgombrare. Capostipite fu Enrico De Nicola, primo capo dello Stato nel 1948, che rifiutava, accettava, si dimetteva e restò in pole position fino alla morte. Ci imbastì una carriera Giovanni Leone, ci si adeguò da vecchio Amintore Fanfani, rimediando una presidenza del consiglio a 80 anni. Campione vivente di questo «spirito di servizio» è Giuliano Amato. Seguendo la scuola, Romano ha tagliato tutti i traguardi. Le inspiegabili altezze che ha raggiunto, si spiegano così. Ma il meccanismo funzionava finché c'era Andreatta a cavarlo dal cilindro e a riproporlo all'attenzione. Ora che da sei anni deve badarsi da solo, c'è da dubitare che Prodi sia altrettanto pronto a tirarsi indietro. Il pacioso emiliano è cambiato. Ha ormai il potere nel sangue e si vede a occhio che è cresciuto in grinta e cattiveria.

    Romano diventa presidente dell'Iri il 24 settembre '82 e resta in carica fino al 2 novembre 1989. La stampa accoglie con favore la sua nomina, compreso questo giornale, e lo seguirà con simpatia per tutto il settennato. Nessuno gli fa le pulci e a fine mandato Prodi proclama di avere restaurato l'Iri. Ne ha venduti pezzi per fare cassa e i bilanci sono accettabili. Quello che lì per lì nessuno dice, ma sarà stradetto dopo, è che a fargli fare buona figura è stato Pantalone. Lo Stato, cioè voi e io, ha versato nei forzieri dell'Iri prodiana tanti di quei soldi da rendere impossibile un giudizio sulla sua conduzione. Romano poteva anche amministrare come una capra, tanto pagava il governo. Sono anni in cui l'Italia sballa i conti e contrae il più stratosferico debito pubblico del pianeta. Il contributo di Prodi al disastro è da Oscar. In sette anni, l'Iri ottiene fondi per 41mila miliardi di lire. Una volta e mezzo di ciò che aveva incamerato dalla fondazione, 1933, all'ingresso del Nostro.

    Diverse le iniziative di Prodi che, dispiace dirlo, sono state autentiche cappellate.

    La prima, 1985, è lo sciagurato tentativo di semiregalare all'amico De Benedetti la Sme, ovvero i Panettoni di Stato. La società raggruppa aziende private fallite e prese in carico dall'Iri, come Motta, Alemagna, Star, Cirio. Prodi, di testa sua, concorda con la Buitoni di De Benedetti un prezzo di acquisto di 497,5 miliardi pagabili in vari anni. La somma è irrisoria: 930 lire per azione, contro le 1.290 della quotazione in borsa. In più, nelle casse della Sme ci sono 80 miliardi liquidi che finirebbero quatti quatti nelle tasche dell'Ingegnere compratore. Si imbufalisce Bettino Craxi, presidente del Consiglio, e richiama all'ordine Clelio Darida, ministro delle PpSs. Darida annulla il patto Prodi-De Benedetti e indice una gara al miglior offerente. Un gruppo di imprenditori, Berlusconi, Barilla e altri, è disposto a pagare di più. L'Ingegnere prende cappello e ricorre al Tribunale, che gli dà torto. Seguono appelli, cause e controcause, fino ai nostri giorni, con la sorpresina finale del Cavaliere, accusato di corruzione di giudici e tutto il bla bla. La lizza sfuma e nessuno compra. Anni dopo, tra il '93 e il '96, la holding è venduta a spizzichi, pelati qua, panettoni là, e il ricavo è sublime: 2.200 miliardi. Quasi cinque volte il prezzo fissato da Prodi: prova provata che lui coi numeri è in guerra.

    Prima dell'accordo con l'Ingegnere, Romano aveva rifiutato una proposta di acquisto della Sme da parte della multinazionale Hainz. Latore, il ministro liberale dell'Industria, Renato Altissimo, al quale replicò: «La Sme non si tocca. È la cassaforte dell'Iri». Quando seppe che invece vendeva la cassaforte a Carlo De Benedetti, Altissimo telefonò arrabbiato a Prodi: «Perché a Carlo sì e a me hai detto no?». «Tu mica ce l'hai il taglietto sul pisello!», rispose Prodi con fine allusione alle origini ebraiche dell'Ingegnere. Il dialogo è negli atti di un processo.

    L'anno dopo, 1986, ne combina un'altra. Inalberando per le auto lo stesso nazionalismo cipigliosamente rimproverato a Antonio Fazio per le banche, vende l'Alfa Romeo alla Fiat. A discapito della Ford che offriva di più, in soldi e certezze. Agli Agnelli, coi quali ha un antico rapporto di cui parleremo, fa sconti mostruosi e rateazioni da capogiro. «Hanno avuto l'Alfa per un boccone di pane», è il giudizio unanime dell'epoca. In cambio, promettevano rilancio e occupazione. Si sa come andata. Le Alfa in circolazione sono meno delle Torpedo e le maestranze residue sono sotto tutela del Wwf. Ora capite perché Cesare Romiti, che orchestrò l'affare, sia oggi tra i fan di Romano. Vale pure per l'Agnelli adottivo, Luca Cordero di Montezemolo, che esprime la gratitudine della famiglia con impallinamenti diuturni del Cav.

    L'operazione è stata anche una sconfitta dell'economista Prodi. Incamerando l'Alfa, Fiat ha avuto il monopolio dell'auto italiana e si è impigrita. A furia di Panda, si è semplificata la vita, si sono ringalluzziti i giapponesi e Mirafiori è finito nella Caienna. E il Professore, che ha aiutato Fiat a farsi male, ha tradito Adamo Smith e il libero mercato che predica un giorno sì e l'altro pure.

    Quando Prodi arriva all'Iri, la siderurgia è in grave crisi. Il problema è di tutto l'Occidente che produce troppo rispetto al bisogno e troppo caro rispetto agli arrembanti asiatici. L'Iri ha la palla al piede della Finsider che deve ridurre personale e produzione. Questione delicata che Romano vuole seguire di persona. Ha un'idea da duca rinascimentale. Nomina alla Finsider un presidente, Lorenzo Roasio, e un amministratore delegato, Sergio Magliola, dando a entrambi identici poteri. Costringe i due a litigare per le competenze e a ricorrere a lui per l'arbitraggio. Così, il Machiavelli di Scandiano ottiene l'auspicata ultima parola e avvia la Finsider, demotivata e depressa, all'ultima dimora.

    Nell'89, disarcionato il protettore De Mita da Palazzo Chigi, Prodi è costretto a lasciare l'Iri al fiduciario andreottiano, Franco Nobili. Poco male. C'è da lavorare sodo su Nomisma il cui lustro è stato appannato dalla sentenza micidiale del giudice Casavola. Romano si getta in un'opera triennale di rilucidatura mentre cominciano, a macchia, come la peste, gli arresti di Tangentopoli. Nobili è catturato il 12 maggio '93. Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio, telefona personalmente a Prodi per pregarlo di riprendersi l'Iri. Romano tergiversa, chiede tempo e inforca la bicicletta (Bianchi, le sue sono tutte rigorosamente di questa marca) per meditare in pace. In sella riflette meglio che sulle diverse poltrone che ha di volta in volta occupato, all'Iri, al governo, nell'Ue. Per ore, è introvabile, mentre la moglie Flavia argina Ciampi che continua a tempestare di telefonate. Al rientro, con le endorfine alle stelle, Romano dice sì. Il 15 maggio, inizia la presidenza bis. La caratterizza con le privatizzazioni, la nuova moda. Vende le due banche Iri, Comit e Credit, ai piccoli risparmiatori per creare, moda nella moda, un democratico «azionariato diffuso». Il vecchio Cuccia di Mediobanca, che voleva invece il «nocciolo duro» di un gruppo scelto di azionisti, gli toglie il saluto. La vittoria di Prodi è breve. Cuccia prende presto il controllo delle due banche senza neanche versare le enormi somme che aveva promesso all'Iri per ottenere il «nocciolo». Ennesima botta per l'Istituto.

    A togliere Prodi dall'imbarazzo, pensa Berlusconi vincendo le elezioni del '94. Non volendo conviverci, Romano proclama: «Non sono uomo per tutte le stagioni» e si dimette. L'Iri per un po' è salva.





    L
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    Predefinito Rif: I disastri di Prodi all'IRI - Così si sono mangiati l'Italia

    Le strane trame dell’Iri ai tempi di Prodi - Riaffiora il caso la svendita della Sme

    La tentata svendita del colosso alimentare Sme alla Buitoni di Carlo De Benedetti da parte dell’amico Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, torna prepotentemente d’attualità. E non solo per i clamorosi sviluppi che starebbero emergendo dalle inchieste tuttora in corso a Salerno e Nocera Inferiore (dove si indaga sui risvolti penali del fallimento del titolare della Cofima, vincitrice dell’appalto Sme, fallimento voluto da un “potere occulto”) ma per un terzo procedimento incardinato nella Capitale, ormai prossimo a sentenza, che sta facendo tremare il mondo bancario e finanziario. Il prossimo 21 aprile la Corte di Appello di Roma si pronuncerà sul giudizio civile intentato dalla curatela del fallimento della Cofima spa, contro la Banca Nazionale del Lavoro, per danni provocati alla stessa Cofima di ben 500 miliardi di lire, aggiornati durante l’istruttoria del giudizio a quasi un miliardo di euro.
    Il contenzioso contro la Bnl nasce nel lontano 1987, quando l’Iri di Prodi doveva cedere la Sme e la Sidalm alla Cofima spa, per aver vinto di fatto la gara bandita con decreto ministeriale. Si verificò invece che l’Iri, stando a quanto documentato dalla Cofima, con manovre oscure, non effettuò la vendita, trincerandosi dietro il contenzioso creato dall’Ingegnere che, una volta sconfitto dalla gara, provò ad acquistare dalla Cofima spa il “diritto giuridico” scaturito dalla gara stessa. Quando, però, Giovanni Fimiani, amministratore unico della Cofima, si rifiutò di vendere il pacchetto azionario dell’azienda scorporata dalle attività e dai beni, così come preteso da De Benedetti (mediante il controvalore offerto di appena 40/50 miliardi di lire) «la forza del Potere Occulto» (quello su cui indagano Nocera Inferiore e Salerno, ndr) si scatenò. Come? Stando all’ipotesi accusatoria, utilizzando vari istituti di credito che, su input politico, si sarebbero accordati per avviare una campagna finalizzata a togliere di mezzo la Cofima e farla arrivare all’insolvenza mediante il blocco della enorme fiducia di cui godeva Fimiani. Fiducia presso il sistema bancario nazionale ed internazionale, e presso i fornitori e i clienti commerciali e finanziatori delle campagne produttive di trasformazioni delle conserve alimentari, comparto industriale dove la Cofima deteneva da sola oltre il 20% del mercato nazionale. Fra i vari colossi del credito che avrebbero tramato contro il vincitore legittimo dell’appalto Sme c’è la Bnl, che si è sempre dichiarata innocente, sulla cui condotta sta per esprimersi la Corte d’appello di Roma. Dopo neanche una settimana dal rifiuto di vendere la Cofima a De Benedetti, infatti, i dirigenti della filiale salernitana, in raccordo con la sede di Roma, chiusero improvvisamente i rubinetti all’imprenditore campano. E, nonostante la Cofima avesse «un saldo attivo» sul suo conto corrente di un miliardo e cinquecento milioni di lire, senza rischi pendenti per la Bnl, non avendo mai intaccato il fido di 450 milioni di lire, provocò il primo protesto per appena 34 milioni di lire. Il giudice adesso dovrà stabilire se effettivamente l’istituto presieduto all’epoca da Nesi negò a Fimiani di accedere ai propri soldi per saldare il dovuto e se effettivamente si adoperò per allarmare il sistema bancario e commerciale, «mediante domande indagatrici sul conto della Cofima ottenendo così il risultato di far bloccare i vari fidi goduti» per un totale di 180 miliardi, da sommare al fido per la Sme di 620 miliardi. Il risultato finale, denuncia Fimiani, fu che l’intero sistema bancario, allertato dall’insolvenza (inesistente), revocò tutti i fidi. La perizia voluta dal pm di Salerno è chiara sul punto quando dice come sia «innegabile che il comportamento della Bnl causò danni irreparabili» a Fimiani e che le varie condotte «hanno avuto un ruolo fondamentale nella causazione della crisi economica del Gruppo». Il problema che si pone di striscio a Roma, investendo totalmente Nocera e Salerno, è quello di chi effettivamente ebbe giovamento dall’annientamento delle aziende Cofima attraverso fallimenti pilotati. Il giudizio “romano” di primo grado, arrivato attraverso l’alternanza di tredici magistrati, aveva dato ragione a Bnl nonostante le perizie disposte da vari pm e gip evidenziassero che quanto denunciato all’epoca dall’imprenditore campano, oggetto oggi di delicatissime inchieste penali, fosse meritevole di un’inchiesta approfondita. L’inchiesta vi fu. Ma fu approfondita solo da un perito a cui degli sconosciuti, speronandolo in autostrada, provarono a togliere la vita.







    Le strane trame dell’Iri ai tempi di Prodi Riaffiora il caso la svendita della Sme - Interni - ilGiornale.it del 18-04-2010
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    Predefinito Rif: I disastri di Prodi all'IRI - Così si sono mangiati l'Italia

    Prodi e Berlusconi dinanzi alla legge: un documento per capire



    Romano Prodi e Silvio Berlusconi dinanzi alla legge: due casi identici, come sostengono gli uomini del premier, o due casi che non hanno nulla a che fare l'uno con l'altro, come replica indignato il professore bolognese? Chi ne parla lo fa per partito preso, pochi sembrano conoscere bene i fatti. Qui sotto trovate un documento importante. E' la vicenda, con tanto di citazioni dai documenti ufficiali del processo per il caso Iri-Cirio Bertolli De Rica, così come raccontata nel bel libro di Ferdinando Imposimato, Giuseppe Pisauro e Sandro Provvisionato "Corruzione ad Alta Velocità", pubblicato dalle edizioni Koinè nel 1999. In alcune librerie ancora si trova (qui, sul sito della Koinè, si può acquistare online).
    Imposimato, per chi non lo conoscesse, è stato giudice istruttore di alcuni dei più importanti processi italiani, prima di essere eletto in Parlamento per tre legislature consecutive (1987, 1992 e 1994) come indipendente di sinistra. Un insospettabile, insomma.
    Pubblico il testo (© Koinè Edizioni) che riguarda la vicenda Prodi-Cirio Bertolli De Rica così come raccontata nel libro. L'unica mia aggiunta è il grassetto con cui ho evidenziato alcune parti chiave del testo. Buona lettura.

    «Il 25 novembre 1996, al termine di un’inchiesta serrata che si basa anche su una perizia contabile di ben 13mila pagine svolta dal prof. Renato Castaldo, la Procura di Roma chiede il rinvio a giudizio per il reato di abuso d’ufficio dell’ex presidente dell’Iri Romano Prodi – nel frattempo diventato Presidente del Consiglio – e di altri cinque componenti del consiglio di amministrazione dell’ente: Mario Draghi, Paolo Ferro Luzzi, Giuseppe Glisenti, Antonio Patroni Griffi e Roberto Poli. Richiesta di rinvio a giudizio anche per Carlo Saverio Lamiranda, in quanto legale rappresentante della Fisvi.
    Le accuse del pm Geremia sono molto circostanziate: Prodi e gli altri membri del Consiglio di Amministrazione dell’Iri avevano intenzionalmente avvantaggiato la Fisvi di Lamiranda. Prodi, in particolare, fin dal 1990 aveva rivestito la carica di advisory director della Unilever Nv (Rotterdam) e della Unilever Pic (Londra), gruppo che secondo le indagini aveva gestito la trattativa attraverso la Fisvi. Stando all’accusa, Prodi aveva consentito alla Fisvi di acquistare la Cirio-Bertolli-De Rica (da qui in poi CDB, ndr) senza che la stessa avesse i mezzi per realizzare l’operazione. Lo scopo era quello di far avere alla Unilever il ramo olio (Bertolli) dell’azienda per 253 miliardi.
    Così facendo Prodi aveva permesso che venisse a conclusione un’operazione molto complicata: la Unilever, di cui lo stesso era advisory director, poteva accaparrarsi il ramo olio, settore strategico del gruppo, senza sopportare gli obblighi di natura finanziaria derivanti dalla stipula del contratto di acquisto direttamente dall’Iri. Lo stesso Prodi, in questo modo, evitava il conflitto di interessi. Inoltre l’Iri aveva venduto la CBD violando le direttive del Cipe che prescrivevano il conseguimento del miglior prezzo.
    Ma non è finita. L’Iri, così facendo, aveva ripetutamente consentito la modifica delle condizioni dello schema di contratto in modo del tutto favorevole all’acquirente senza alcun vantaggio, anzi con danno, per l’Iri. La cessione delle azioni della CBD era inoltre avvenuta sulla base della valutazione di una società, la Parifin, che non aveva valutato la reale consistenza patrimoniale della Fisvi e la sua capacità di reddito, fidandosi soltanto dei dati di bilancio.
    Come se non bastasse, Prodi e i suoi amministratori in seno all’Iri, anziché valutare la possibilità di vendere separatamente i comparti alimentari della CBD, li cedevano tutti alla Fisvi. E questo anche se la Fisvi non solo non aveva indicato i mezzi finanziari per far fronte al pagamento del pacchetto azionario, ma era riuscita ad ottenere perfino una modifica delle condizioni contrattuali. Il lavoro investigativo della dott.ssa Geremia non si svolge con serenità. L’inchiesta Iri-CBD è appena cominciata e quella del consulente Castaldo è in corso, ed ecco che il Pubblico Ministero comincia a subire una serie di atti intimidatori: insulti telefonici, telefonate silenziose, avvertimenti, minacce.
    Siamo nell’ottobre-novembre 1996. E’ la prima volta che in un processo per corruzione arrivano intimidazioni così pesanti. Geremia non si scoraggia e va avanti. Nessuno fino a quel momento sa di quelle minacce che raggiungono la giovane inquirente anche a casa, nella sua abitazione romana, dove vive con l’anziana madre.
    E’ in quello stesso periodo che la Geremia dissotterra un altro cadavere giudiziario: il processo sull’Alta velocità con dentro l’affare Nomisma, che - secondo i pm di La Spezia e di Perugia – era stato insabbiato nella capitale da Giorgio Castellucci.
    Le minacce e gli insulti si intensificano. L’origine è ignota, ma il movente sembra celarsi in quell’inchiesta scottante sulla vendita della CBD. La Geremia comincia a preoccuparsi. A distanza di anni, ad Imposimato ha confidato: "La cosa strana è che il numero del mio telefono di casa era riservato e solo poche persone lo conoscevano. Come abbiano fatto a trovarlo per me resta un mistero". La Geremia decide allora di denunciare la tortura psicologica cui è sottoposta, ormai a ritmi incessanti, al commissariato di polizia presso la Procura di Roma, a piazzale Clodio. Lo fa il 7 novembre 1996, 18 giorni prima di chiudere l’inchiesta Iri-CBD. Informa anche dell’accaduto il procuratore capo di Roma, Michele Coiro che quel processo tanto delicato le aveva affidato.
    Nel frattempo una tempesta si sta addensando proprio sulla testa di Coiro. Il CSM lo accusa di avere rapporti di frequentazione con il capo dei Gip Renato Squillante, arrestato per corruzione. […] Sta di fatto che pochi giorni dopo aver raccolto lo sfogo della Geremia, Coiro è costretto a lasciare la Procura di Roma per assumere la guida della direzione generale degli uffici di detenzione e pena del ministero della Giustizia, refugium peccatorum dei magistrati in disgrazia. […] "Michele Coiro era un magistrato di valore e un grande amico – ha spiegato la Geremia ad Imposimato – la sua morte è stata un duro colpo per me. Mi ha sempre lasciato piena libertà nell’inchiesta sulla Cirio. Non glielo hanno perdonato. Lo hanno costretto a lasciare la procura di Roma sette mesi prima di andare in pensione".
    Nonostante i segnali si facciano sempre più evidenti, Geremia continua nella sua indagine che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi tasselli. La sua percezione è ormai quella di avere toccato interessi forti, di quel governo invisibile che agisce con tutti i mezzi pur di raggiungere i suoi obiettivi.
    Il 25 novembre 1996 un uragano si abbatte sul Palazzo di Giustizia di Roma. Come abbiamo visto Geremia chiede il rinvio a giudizio di Prodi & company per l’affare Cirio. Anche il procuratore aggiunto Giuseppe Volpari, che con le funzioni di reggente sostituisce Coiro, appone la sua firma in calce al provvedimento.
    All’udienza preliminare del 15 gennaio 1997 il Gip Eduardo Landi decide di non decidere e rinvia la richiesta della Geremia all’udienza del 28 febbraio. E intanto la Geremia continua a ricevere minacce. Una sera, rincasando, nella cassetta della posta trova una busta contenente una sua fotografia, ritagliata da un giornale, e un coltellino. Questa volta il segnale è ancora più serio. Inequivocabile. I misteriosi personaggi che la perseguitano sembrano decisi a tutto. Informa dell’accaduto il responsabile della Procura di Roma. Denuncia l’episodio al commissariato Vescovio. L’Italia sta per entrare in Europa. Man mano che l’inchiesta Iri-Cirio si avvia al suo luogo naturale, il processo, i pericoli per lei aumentano.
    Il giudice Eduardo Landi, nell’udienza preliminare del 28 febbraio, decide che la perizia Castaldo non è sufficiente. Affida quindi ad un collegio di cinque esperti tutta una serie di quesiti legati alle accuse formulate dalla Geremia. A Milano, in casi del genere, non sono mai state disposte perizie. Tra l’altro Landi chiede ai periti una valutazione sul prezzo del gruppo agroalimentare Cirio-Bertolli-De Rica. Strano, perché la Geremia non ha mai fatto questione di prezzo, sollevando invece la questione del vantaggio per la Fisvi ai danni dell’Iri.
    L’indagine tecnica è molto accurata e si risolve in una perizia di 612 pagine. Il 22 dicembre 1997 il Gip Landi conclude l’udienza preliminare, assolvendo gli imputati con formula piena: il fatto non sussiste. E qui comincia un’altra singolarità. La sentenza Landi sarebbe dovuta essere depositata entro il 23 gennaio 1998. Così però non è. Geremia l’attende per poter proporre l’impugnazione alla Corte d’Appello. La sua è un’attesa vana. La sentenza giunge sul suo tavolo nel pomeriggio del 9 febbraio: due giorni prima Giuseppina Geremia era stata trasferita alla Procura Generale di Cagliari. Nessuno proporrà impugnazione contro la sentenza di assoluzione di Prodi & company.
    Nella sentenza di 47 pagine il giudice Landi si sofferma a lungo sul capo di imputazione, il reato di abuso in atti d’ufficio, la cui formulazione è stata sostituita dal parlamento con una legge del 16 luglio 1997, una legge nuova, intervenuta proprio mentre l’udienza preliminare che vede sul banco degli imputati Romano Prodi è ancora in corso.
    Landi osserva correttamente che la nuova ipotesi di abuso – voluta fortemente dall’allora capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e varata con il pieno appoggio dell’allora Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, grande amico (inutile ricordarlo) dello stesso Prodi – è "più favorevole all’imputato". E questo non solo "avuto riguardo al più mite trattamento sanzionatorio – pena da sei mesi a due anni in luogo della precedente da due a cinque anni – bensì per la trasformazione del delitto da reato di pura condotta o di pericolo, sorretto dal dolo specifico, in reato di evento, in cui il vantaggio patrimoniale o il danno ingiusto devono essere cagionati intenzionalmente". Leggendo la sentenza di Landi si ha la sensazione che questa modifica della legge, votata da maggioranza e opposizione, abbia avuto un peso determinante nell’assoluzione di Prodi. Landi non si chiede – e non ne aveva l’obbligo – se Prodi e soci sarebbero stati condannati secondo la vecchia legge. Molti imputati di tangentopoli, giudicati tempestivamente, in base alla vecchia legge per fatti anche meno gravi di quelli attribuiti al prof. Prodi sono stati duramente condannati a pene severe e sono finiti in galera. Qualcuno è arrivato persino a suicidarsi, prima ancora del processo. Ne siamo lieti per Prodi, assolto con formula piena. Ma sarebbe interessante conoscere per intero la verità storica di questa vicenda che continua a rimanere oscura ed inquietante».







    A Conservative Mind: Prodi e Berlusconi dinanzi alla legge: un documento per capire
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


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    Predefinito Rif: I disastri di Prodi all'IRI - Così si sono mangiati l'Italia

    Un libro utilissimo per capire chi (e soprattutto come) ha diretto l'IRI all'epoca in cui venne affidato a Romano Prodi (un uomo che in un paese serio dovrebbe essere sbattuto semplicemente in galera e lasciato li' ad ammuffire).





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    QUANTITÀ DEL PRESIDENTE PRODE

    secondo Averroè


    Secondo gli insegnamenti averroistici, lo stesso pensiero di Averroè risulterebbe importante non come pensiero individuale (dato che per Averroè l’individualità non ha importanza), bensì come pensiero della specie di cui Averroè è esemplare! Questo paradosso è strano, dato che è un po' come sostenere che il pensiero di un individuo vale solo nella misura in cui esprime QUANTITÀ generiche, anziché qualità proprie, e cioè: caratteristiche della specie, anziché caratteristiche individuali!

    La seguente quantità numerata di fatti è l'ipotesi - fra il paradosso e la burla - di come potrebbe essere individuato un esempio di "validità averroistica" secondo il criterio informatore della quantità di requisiti richiesti da tale "validità" di pensiero per il CONCETTO DI PRESIDENZA: la cui valenza, appunto, non consisterebbe (ovviamente per Averroè) nelle qualità delle "prodezze" elencate numericamente, ma nella loro QUANTITÀ (!!!):





    [Ogni riferimento è puramente casuale]

    Il PRESIDENTE È PRODE SE:


    01) È stato presidente dell’IRI (nominato dalla Democrazia Cristiana);

    02) ha fatto una voragine nei conti dell’IRI e poi insabbiato tutto;

    03) ha "ripianificato" il bilancio dell’IRI svendendo prima la Cirio e poi la SME;

    04) si è arricchito alle spalle dello Stato attraverso studi fasulli su treni ad “alta velocità”;

    05) si è fatto amico dei comunisti per scampare allo scandalo di mani pulite (relativo ai punti sopracitati);

    06) essere diventato presidente del Consiglio per fare da paravento a D’Alema;

    07) avere inventato la tassa una tantum sui conti correnti di tutti (ricchi e poveri);

    08) avere inventato la tassa una tantum sulle moto dei poveri e dei ricchi (700.000 lire);

    09) avere inventato la tassa una tantum (da 60.000 lire a testa) per “entrare nell'euro";

    10) avere inventato la tassa sul medico di famiglia (80.000 Lire);

    11) avere introdotto l'IRAP colpendo le industrie sane del Paese;

    12) avere svenduto la lira cambiando un euro per 1900 lire invece che per 1500, massacrando il potere d’acquisto italiano.

    13) essersi fatto "sbolognare" dai comunisti a capo della commissione europea;

    14) avere permesso alla Cina di invadere i mercati italiani di materie prime a basso costo e senza controllo;

    15) avere (nell’ultimo mese da presidente della commissione europea) inventato una legge ad hoc capace di garantirgli il 55% dello stipendio che aveva, vale a dire 13.700 euro al mese, per fare professionalmente il creatore di tali invenzioni (alla cifra va poi aggiunto un milione di euro come rimborso spese in quanto candidato dell’Unione).
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  10. #10
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    Predefinito Rif: I disastri di Prodi all'IRI - Così si sono mangiati l'Italia

    Spazio dedicato alle migliori performances di ROMANO PRODI -



    Solo chi ha una faccia da stupido riesce ad entrare alla Camera dei Comuni, ma soltanto chi è stupido per davvero vi fa carriera

    (O. Wilde)





    In basso: LA VITA POLITICA E PROFESSIONALE DI PRODI





    MA NON DOVEVAMO VEDERCI PIU'?

    Il nostro Romano "testa quedra" � tornato abbronzato dall'Africa.

    Le sue dichiarazioni fanno capire che anche lui � stato colpito dal "mal d'Africa".


    Ma il suo male non � la nostalgia della savana: � soltanto un colpo di sole prolungato che ha messo definitivamente fuori uso il cervellino del nostro, gi� compromesso dalle snervanti ed umilianti lotte di sopravvivenza durante la sua permanenza al governo.
    Forte della sua demenza ha dichiarato:
    "Berlusconi dice che in 58 giorni ha sgomberato Napoli? Non lo avrebbe mai potuto fare se non fosse stata pulita quasi per la totalit� Si pu� dire che noi l'abbiamo pulita, lui l'ha lucidata."
    Veltroni su Youdem (voi dementi) dice che Napoli � rimasta una pattumiera e non � mai stata liberata dai rifiuti ... Fate voi.
    Sull'esercito a Napoli ha detto:
    "Lo abbiamo mandato noi, ha lavorato sotto il mio governo, ha lavorato bene".
    Bertolaso invece dice che durante il governo Prodi aveva chiesto l'intervento dell'esercito al capo di Stato maggiore della Difesa che gli ha risposto: "I soldati non possono fare gli spazzini".

















    DIRITTI e DOVERI dei CONVIVENTI



    Il governo di Prodi ha approvato la legge sulle unioni civili chiamato DICO per regolare la convivenza extramatrimoniale. Prima di varare il provvedimento sono state effettuate delle doverose prove tecniche. Sembra che le norme di legge possano essere applicate anche alla difficile convivenza della maggioranza.






    UN POLITICO DA GUINNESS


    Il governo Prodi passerà alla storia.


    Non come credeva lui per le grandi riforme, per il raggiungimento dell'equit� sociale, per l'immagine dell'Italia all'estero ed altre imprese in cui fallir�, ma perch� � stato inserito nel GUINNESS dei PRIMATI.

    E' infatti l'unico governo al mondo che in soli 6 mesi � riuscito a scovare un numero incredibile di tasse da appioppare agli italiani.


    E' questo il numero incredibile di provvedimenti fiscali varati che lo hanno inserito di diritto nel Guinness.
    Per vedere la presentazione con l'elenco
    Per conoscere anche i dettagli




    MUTANDE BLASFEME


    Sembra che il professore non abbia gradito la satira rappresentata dalle mutande che qui vedete.


    Se ne è infatti lamentato in una intervista quasi fosse un reato di lesa maestà.
    Eppure quando toccava al nano di Arcore, al pelato con bandana, alle scarpe con rialzo ed altre simili esilaranti battute, non ha mostrato alcun disappunto, anzi se ne � beato.
    Ora tocca a lui ed avrebbe una buona occasione per dimostrare il suo fair play. Purtroppo la sanguigna mortadella ha preso il sopravvento.





    ALLELUIA
    24 gennaio 2008





    IL NUOVO GOVERNO




    Dopo la caduta del governo, Napolitano ha affidato ancora a Prodi il compito di formare il nuovo governo.

    Si dice che Prodi sia riuscito a risolvere i contrasti che erano nati con la sinistra radicale, causa della sua prima caduta.
    Ha quindi presentato ai suoi alleati 12 punti da accettare e sottoscrivere senza obiezioni.
    Sembra per� che ci sia anche un tredicesimo punto su cui la sinistra radicale non vuole mollare.




    PRODI ALL'ESTERO


    COME VEDONO ALL'ESTERO IL NUOVO INCARICO AFFIDATO A PRODI


    L'ipotesi di un nuovo incarico di formare il governo affidato a Prodi ha fatto scrivere ai giornali esteri:

    TAGESSPIEGEL - In Italia le dimissioni non significano necessariamente dimissioni, ma sono uno strumento per mettere in riga.
    SUDDEUTSCHE ZEITUNG - Un numero da circo bene noto: una donna viene rinchiusa in una cassa e segata in due, per poi uscire intatta come per miracolo dalla scatola magica.
    LE MONDE - Prodi bis sarebbe tanto fragile quanto quello che � caduto. La crisi � dovuta a un "peccato originale": il governo � nato male con una maggioranza risicata e divisa.
    FINANCIAL TIMES - Un secondo governo Prodi sarebbe una mera replica del primo e dovrebbe fronteggiare gli stessi problemi legati al fatto di non controllare pienamente il Senato. La debolezza della coalizione di Prodi � la ragione per cui le pesanti sfide di risanamento finanziario del Paese restano irrisolte.
    TIMES - Un nuovo governo Prodi sar� inevitabilmente meno credibile e pi� vulnerabile alle rivolte, il che non � nell'interesse pubblico.
    WALL STREET JOURNAL EUROPE - Prevede un futuro esecutivo meno stabile della coalizione di nove partiti che � appena caduta.
    FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG - Non si governa un paese se c'� un capo di governo che non ha un centro di potere (partito) capace di intimorire. Cadere sulle posizioni internazionali non � una bazzecola.
    BERLINER ZEITUNG - Si tratta di qualcosa di pi� di un problema interno.
    ECONOMIST - Una crisi come questa mette in discussione la capacit� di un centrosinistra diviso e modesto di portare avanti le riforme dolorose di cui l'Italia ha bisogno.


    CHAMPAGNE


    L'UTILE IDIOTA HA TERMINATO IL SUO COMPITO



    Per la seconda volta baffino D'Alema ha indirettamente provocato la caduta di Prodi. Sembra sia stato proposto per una tessera ad honorem di Forza Italia. E come la volta scorsa si attende la nomina di un ex/post/pseudo/cattocomunista in sostituzione dell'ormai INUTILE IDIOTA.





    DICO


    DIRITTI e DOVERI dei CONVIVENTI



    Il governo di Prodi ha approvato la legge sulle unioni civili chiamato DICO per regolare la convivenza extramatrimoniale. Prima di varare il provvedimento sono state effettuate delle doverose prove tecniche. Sembra che le norme di legge possano essere applicate anche alla difficile convivenza della maggioranza.






    UN POLITICO DA GUINNESS


    Il governo Prodi passer� alla storia.


    Non come credeva lui per le grandi riforme, per il raggiungimento dell'equit� sociale, per l'immagine dell'Italia all'estero ed altre imprese in cui fallir�, ma perch� � stato inserito nel GUINNESS dei PRIMATI.

    E' infatti l'unico governo al mondo che in soli 6 mesi � riuscito a scovare un numero incredibile di tasse da appioppare agli italiani.


    E' questo il numero incredibile di provvedimenti fiscali varati che lo hanno inserito di diritto nel Guinness.
    Per vedere la presentazione con l'elenco
    Per conoscere anche i dettagli



    IL PROFESSOR TARTASSA




    Tra Decreto fiscale e Manovra finanziaria il governo Prodi ha inaugurato ben

    69 NUOVE TASSE

    che non risparmiano nessuno, neppure i disabili. Questo per "IL RILANCIO DELL'ECONOMIA ITALIANA"
    Probabilmente neanche quelli che le hanno votate le conoscono dettagliatamente.





    CONFLITTO DI INTERESSI


    ASE srl - societ� di Romano Prodi e della moglie
    SAN VITALE - societ� di Vittorio Prodi fratello di Romano Prodi
    AQUITANIA - societ� al 50% della signora Flavia Franzoni moglie di Prodi
    SIMBULEIA spa - societ� i cui soci non sono noti, proprietaria al 50% della Aquitania
    EUROMOBILIARE FIDUCIARIA spa - detiene l'intero capitale della Simbuleia.


    Questa la parte attualmente conosciuta delle attivit� del signor Prodi.
    Ha suscitato scandalo la scoperta che ignoti hanno dato un'occhiata alla situazione tributaria di questo signore.
    In effetti dovrebbe risparmiare loro questa fatica e dare trasparenza alle sue attivit� che come si vede sono difficilmente decifrabili. Questi vasi comunicanti tra societ�, normalmente, servono per occultare e non a chiarire quali siano i suoi interessi privati in possibile conflitto con la sua attivit� parlamentare.

    Ed invece il signor Prodi pretende di controllare i nostri movimenti bancari e postali e tutti i pagamenti con carte di credito o assegni. La nostra privacy ha forse meno diritti della sua?






    LE NUOVE TASSE


    Con la Finanziaria 2007 chi ha un reddito

    inferiore a 75.000 Euro lordi avr� delle riduzioni fiscali
    disse Prodi presentandola


    Per� secondo una azienda tecnologica i calcoli dimostrano questa dichiarazione � falsa. Ecco, con alcuni esempi a parit� di reddito, la differenza tra Irpef 2006 e Irpef 2007.


    Lavoratore autonomo - reddito � 60.000 - paga + � 480,00
    Dipendente - reddito lordo � 55.000 - paga + � 380,00
    Commerciante - reddito lordo � 60.000 - paga + � 840,00
    Pensionato - reddito lordo � 45.000 - paga + � 416,00
    Parasubordinato - reddito lordo � 25.000 - paga + � 266,00

    Prova a calcolare se risparmierai sulle tasse o se invece pagherai di pi�.

    Ecco il test per calcolare quante tasse dovremo pagare.





    ROMAO TSE TUNG


    Il premier e uno stuolo di amici nel Paese dalla dittatura pi� sanguinaria di tutti i tempi, la CINA



    Una delegazione ufficiale guidata da Prodi porta l'ossequio dell'Italia alla repubblica popolare cinese, il pi� grande Paese al mondo in fatto di pena di morte, prigione per i dissidenti, abolizione della libert� di stampa, aborti di massa, uccisione di cani e gatti, esperimenti barbari, inquinamento ambientale.

    Dei diritti umani logicamente non se ne parler� o al massimo se ne far� cenno per accontentare gli imbecilli che ci credono.

    PRIMA GLI AFFARI!





    prodi
    Ultima modifica di Ottobre Nero; 12-01-11 alle 00:42
    "Sarebbe anche simpatico, se non fosse nazista!" (Malandrina) :gluglu:


    "Al di là dell'approvazione o disapprovazione altrui!" :gluglu:

 

 
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