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Discussione: Eroi alpino-padani

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    BRANDA LUCIONI IL CAPO DELLA INSORGENZA PIEMONTESE

    di Francesco Mario Agnoli

    Fra i protagonisti dell'Insorgenza, che emergono per doti personali o particolari imprese, il maggiore Branda Lucioni sembra avere suscitato nei lettori particolare interesse e simpatia dal momento che più di uno mi ha chiesto di averne ulteriori notizie, non pago del poco che ne avevo scritto e, probabilmente per la difficoltà di reperirlo, del rinvio allo studio di Gustavo Buratti Zanchi, "Due figure leggendarie delle insorgenze piemontesi: Contin e Brandaluccione", pubblicato nel n. 2/1992 della rivista "Studi Piemontesi". Andiamo dunque a ricercarlo, utilizzando come guida il recente, pregevole volume "Il maggiore Branda de' Lucioni e La Massa Cristiana" (Libreria piemontese editrice, 1999) dedicatogli da Marco Albera e Oscar Sanguinetti: una lettura indispensabile per chi voglia farne davvero conoscenza. E' a Milano il 28 aprile 1799 che avviene il nostro primo incontro col maggiore Lucioni (il de' nobiliare lo aggiungerà dopo il matrimonio con la figlia del conte milanese Pietro Paolo Landriani), nato nell'anno 1740 a Winterberg (oggi Vimperk) in Boemia, dove il padre, originario di Abbiate Guazzone (attualmente frazione di Tradate), tenente nell'esercito imperiale, era di guarnigione. Nel 1799 il Lucioni si trova nel suo cinquantanovesimo anno d'età, ha alle spalle una carriera militare non particolarmente brillante e si trova con un grado realtivamente modesto, anche perché i suoi avanzamenti sono stati rallentati da frequenti intervalli di temporaneo collocamento in quiescenza, come avveniva non di rado negli eserciti dell'epoca. Tuttavia il momento-clou della sua esistenza sta per scattare in questa primavera. caratterizzata sul piano politico-militare dal rifluire verso il confine francese delle armate rivoluzionarie, che, dopo avere occupato fin dal 1796 gran parte dell'Italia settentrionale, dove, oltre ad annettere il Piemonte alla Francia, avevano installata una repubblica satellite, la Cisalpina, nel corso del 1798 e agli inizi di quello stesso 1799 avevano completato, con la conquista delle restanti province dello Stato della Chiesa e del Regno di Napoli, l'invasione della penisola. In questo 1799 passato alla storia come "l'anno terribile", assente il Bonaparte impegnato nella spedizione in Egitto, le sconfitte patite dai francesi a Verona (30 marzo) e a Magnano (5 aprile) ad opera degli austriaci del generale Paul Kray von Krayow mutano le sorti del conflitto e aprono la strada dell'Italia settentrionale all'armata (liberatrice anche se in più di un caso i cosacchi si abbandoneranno ad atti di barbaro saccheggio) del generale Alexandr Vasilevic Suvorov, che assume il comando supremo delle operazioni. E' appunto precedendo questa armata che il 28 aprile 1799 Branda de' Lucioni, alla testa di una pattuglia di ussari austriaci, entra in Milano non ancora del tutto abbandonata dai francesi in ritirata verso il Piemonte, suscitando l'entusiasmo dei cittadini, sicché, scrive un cronista di simpatie giacobine, "tosto furono abbattuti dal basso popolo e specialmente dai facchini gli alberi di libertà, la statua di Bruto fu atterrata". L'ingresso nella città liberata dà inizio al breve momento culminante, appena tre mesi, fra maggio e giugno, della vita del nostro campione, ufficiale regolare dell'armata austriaca (è maggiore della riserva), ma assai diverso dalla maggior parte dei suoi compassati colleghi e forse proprio per questo incaricato di fare da tramite con le popolazioni locali, sul cui attaccamento per la religione e i legittimi sovrani gli austro-russi fanno conto per affrettare la sconfitta francese. Branda Lucioni, verosimilmente entrato per primo a Milano proprio per saggiare gli umori della popolazione, non frappone indugi e già il giorno successivo, mentre in città sfilano fra ali di folla entusiasta le truppe e Suvorov per prima cosa si reca alla chiesa di San Giorgio ansioso di ringraziare del successo quel santo a lui particolarmente caro, raggiunge coi venticinque ussari affidatigli per l'impresa il Ticino e inizia ad organizzare i paesani delle località lungo il fiume e in particolare di Cuggiono, posto nei pressi di uno dei principali guadi, sia per rendere difficoltoso il passaggio dei reparti francesi, in ritirata, ma tutt'altro che in rotta, sia per impedirnme eventuali ritorni offensivi. Scrive un cronista: "Il comandante Branda Lucioni del luogo di Abbiateguazzone... ordinò di accendere fuochi per tutta la riva del Ticino e stare là in guardia gruppi di 12 paesani, dandosi la muta. Il mercoledì mattina, 1° maggio, essendosi notati tentativi di passare il fiume da parte dei francesi per venire a depredare i nostri paesi, il Lucioni ordinò di suonare le campane a martello, incominciando da Cuggiono, e poi negli altri paesi. Portatisi tutti colle armi lungo il Ticino, costretti furono i circa dieci mila francesi a partire e precipitare la loro fuga verso Vercelli". I paesani non vedono l'ora di sbarazzarsi degli occupanti francesi, che con la loro arroganza, la loro prepotenza, le loro rapine hanno suscitato l'odio generale, ma la rapidità con la quale l'appena arrivato Lucioni riesce ad organizzarli dimostra che questo singolare personaggio, per certi aspetti rozzo e spavaldo, li comnprende a fondo e sa usare il linguaggio giusto per accattivarsene la simpatia e la fiducia. Notano acutamente Albera e Sanguinetti come Branda de' Lucioni si renda perfettamente conto che la mentalità contadina, frutto di una cultura prevalentemente orale e refrattaria alla carta stampata, ha bisogno di "gesti" e rituali che ne colpiscano l'immaginazione, gesti che, del resto (ed è questa la ragione del suo successo in questo particolare tipo di guerra), gli riescono facili, perché conformi al suo temperamento, anche se offrono il destro prima ai cronisti di simpatie giacobine, poi agli storici della cultura ufficiale per demonizzarlo, e con lui quanti lo hanno seguito, trasformandolo in una grottesca ed assurda maschera di brigante. D'altra parte non inventa nulla e di suo ci mette solo il dirompente entusiasmo della propria personalità e una notevole capacità nella conduzione del particolare tipo di guerra più conforme alle attitudini di soldati non professionali. Come scrivono i nostri autori, "Il reclutamento "a massa" era una modalità consueta in tempo di guerra durante l'antico regime e serviva per mobilitare le popolazioni a fianco e all'interno della strategia e dell'organizzazione dei belligeranti. Allo scopo venivano predisposti piani, che in genere venivano attivati all'inizio o in previsione delle ostilità... Il segnale di raccolta delle truppe, che erano organizzate ricalcando le gerarchie e l'organizzazione delle comunità rurali, era tradizionalmente il suono della campana a martello". Di conseguenza, anche se giacobini e francesi si ostinavano a definire "briganti" quanti ne facevano parte e a trattarli come tali, le truppe a massa possedevano il crisma della regolarità secondo le consuetudini dell'antico regime, che per tale riconoscimento esigevano solo un armamento costituito non da quelle che oggi definiremmo "armi improprie" (strumenti di lavoro e simili), ma da armi considerate da guerra, fra le quali le lance. E' appunto per adempiere a tale condizione che il maggiore raccomanda ai volontari non provvisti di altre armi (non tutti possiedono uno schioppo) di munirsi di bastoni con una punta di ferro (ricordano Albera e Sanguinetti che, per lo stesso motivo, "la stessa preoccupazione di fare forgiare dagl'insorgenti armi da punta regolari è fatta propria anche dal cardinale Fabrizio Ruffo al momento di costituire l'esercito della Santa Fede"). Tutti questi fattori spiegano come Branda Lucioni, pur potendo contare unicamente sul volontariato dei paesani, comunque agevolato dalle antiche consuetudini e, ancor più, dall'astio antifrancese, giunga a disporre con eccezionale rapidità di circa seimila-diecimila uomini riuniti, appunto, sotto il nome di "Ordinata Massa Cristiana", le cui fila s'ingrossano man mano che si avvicina alla capitale del Regno Sardo. Torino costituisce, difatti, la meta di un a marcia, che, agevolata anche dalle spontanee insorgenze di numerosi paesi, procede speditamente, dopo la liberazione di Novara, Vercelli e Santhià, su due direttive: una colonna punta sul Biellese e di lì a Nord verso Ivrea e il Canavese, un'altra verso Trino, Pontesura e Chivasso. Quella che si combatte è in parte una guerra di liberazione da uno straniero reso particolarmente odioso dalla sua irreligione, in parte una guerra civile. Inevitabili di conseguenza le violenze, le vendette, anche l' uccisione (i tempi non sono propizi alla clemenza) di qualche giacobino troppo espostosi all'odio popolare. Nonostante che la storiografia ufficiale ne abbia tramandato l'immagine ben diversa di un rissoso, prepotente e avido bravaccio, Lucioni si preoccupa di porre un freno agli eccessi, di porre in condizione di non nuocere quanti confondono la riconquista col brigantaggio e di evitare qualunque forma di vendetta privata. Così nel proclama loro indirizzato il 13 maggio ricorda ai piemontesi che alcuno non può farsi lecito il menomo insulto, la più piccola offesa verso chicchessia. L'offeso dee accusar l'offensore presso le competenti autorità e queste sole hanno il diritto di arrestare e di punire. Ciascuno è libero nelle proprie opinioni... solo le autorità costituite possono prendere le convenienti misure, possono castigare, onde prevenire le conseguenze alla società stessa fatali... Lungi adunque da questo popolo lo spirito di vendetta, di personalità: lungi il genio di insultare; lungi i vocaboli di morte, i gridi di minacce. Si riuniscano gli animi, si procuri da ciascuno la concordia, e siano questi tratti generosi, ed amici, i forieri di giorni tranquilli e sereni, onde allora abbandonarsi alla pura gioia ed ai voti per una permanente felicità. E' vero che in alcune circostanze il maggiore si mostra incline ad approfittare della propria posizione di forza, come quando, se si deve prestar fede al cronista, entrato a Novara, richiede pressantemente al podestà il donativo di un orologio a ripetizione d'oro, finendo però con l'accontentarsi, di fronte alle rimostranze del funzionario di "un orologio d'argento dei più infimi del valore di non più di 7 franchi". L'episodio, ammesso che sia vero (Albera e Sanguinetti sospettano che per screditarlo si siano attribuite al Lucioni abitudini dei cosacchi, particolarmente avidi di orologi), può indurre qualche perplessità sul rigore della sua morale, ma non diminuiscono in nulla il valore e il significato del documento appena riportato e di molti altri analoghi, tanto più che se il podestà di Novara non esitò ad opporsi con con esito sostanzialmente vittorioso il Lucioni doveva avere formulato la richiesta con modi ben diversi da quelli minacciosi e sbrigativi usati da francesi e briganti. Torniamo alle vicende belliche. Dopo aver costretto a cedere con la minaccia dell'assalto e del saccheggio alcuni municipi del Canavese (Ciriè, San Maurizio. Caselle Torinese e Leinì) poco propensi ad unirsi all'Insorgenza per avere dato rifugio a molti repubblicani della zona, sulla metà del mese di maggio Lucioni e i suoi, ormai popolarmente noti col nome di "brandaluccioni" o "branda", sono davanti a Torino. Qui, nell'attesa dell'arrivo degli imperiali, riescono nel compito, tutt'altro che facile per milizie inesperte dell'arte militare, a tenere la città, se non sotto un vero e proprio assedio, per il quale occorrerebbe un forte parco d'artiglieria, comunque bloccata in modo da rendere ardui i rifornimenti sia via terra sia per fiume. Ce lo confermano la cattura di 63 barconi carichi di sale, cannoni e munizioni e, soprattutto, un manifesto, datato 16 maggio, della Municipalità torinese, che invita i bravi repubblicani ad unirsi alla spedizione militare predisposta dal generale Fiorella, comandante della guarnigione francese. In realtà il Fiorella, che in un suo proclama definisce Lucioni "uno schiavo, un satellite d'un despota... alla testa di qualche brigante", tenta più volte sortite e spedizioni punitive, ma, tenuto in scacco dalla superiore abilità tattica del brigante, ne rientra sempre scornato e dopo aver patito sensibili perdite. Così gli accade il 17 maggio, quando la sua colonna, forte di trecento soldati e un cannone, corre il rischio di essere circondata dagli insorti. Ancora meno fortunato il tentativo dei repubblicani, che hanno accolto l'invito della Municipalità e all'alba del 19 maggio lasciano Torino suddivisi in tre colonne: la prima deve marciare sulla destra Po per superarlo all'altezza di Chivasso, la seconda raggiungere la Stura ad Altessano, l'ultima puntare su Gassino, dove si crede abbia sede il comando dell'Armata Cristiana. Nessuna riesce nell'intento ed è proprio la colonna col compito di maggior rilievo, l'attacco al Quartiere Generale degli insorti, a ripiegare con la maggiore rapidità dopo un brevissimo combattimento. Il 24 maggio arrivano sotto le mura gli austriaci del generale Vukassovic e i russi del generale Bragation, che non debbono penare molto per la conquista della città, le cui porte vengono aperte il giorno successivo da componenti della guardia nazionale pare per incarico della stessa municipalità repubblicana, decisa, di fronte all'inevitabile, a scaricare i francesi. Il generale Fiorella, sorpreso dall'inatteso epilogo, riesce a stento a riparare nella cittadella, da dove inizia un forte cannoneggiamento finché, il 9 giugno capitola e si dà prigioniero coi 2.790 uomini della guarnigione. La conquista di Torino non pone fine alla guerra in Piemonte, anche se nel successivo novembre la caduta della fortezza di Cuneo costringe definitivamente i francesi a mere azioni di contenimento. Termina invece il periodo fortunato del maggiore Branda de' Lucioni, che esce di scena, dopo essere stato inviato ad Alba soprattutto allo scopo di allontanare dalla capitale, in attesa del congedo, che seguirà di lì a poco, i contadini della Massa Cristiana, guardati con sospetto e timore da nobili e borghesi, che, quali che siano le loro idee, se la intendono assai meglio fra di loro che con i paesani. Branda Lucioni non è un soldato a massa, ma un ufficiale dell'esercito imperiale. Tuttavia la sua immedesimazione nel ruolo ricoperto per pochi mesi e la sua convinzione dell'importanza del contributo che le truppe paesane hanno dato e ancora potrebbero dare lo spingono a chiedere che gli sia consentito di nuovamente "formare un'Armata cristiana, come mi ha pregato il nostro generalissimo Sowarof e senza di questa non sottometteremo giammai i perfidi francesi, et io alla testa, Sua Maestà lo deve con il Sommo Pontefice comandare et io regolare, e combattere colla sempre havuta Divina Assistenza veramente miracolosa". Suvorov, che anche nelle Marche e in Toscana ha mostrato di apprezzare il contributo degli insorgenti, è l'unico a mostrarsi favorevole al progetto, bocciato invece senza indugio dai comandi alleati, convinti di non avere più bisogno dei paesani. A questo punto le notizie sul maggiore Branda Lucioni si fanno confuse. Secondo alcuni la sua eccessiva insistenza nel vantare i meriti acquisiti e le continue richieste di averne un compenso in denaro avrebbero indisposto le autorità militari, che lo avrebbero messo per tre mesi agli arresti a Milano. Secondo altri avrebbe militato ancora per qualche tempo, prima del definitivo pensionamento, con gli imperiali, passando al primno copro d'armata dell'arciduta Carlo d'Asburgo. Albera e Sanguinetti la ritengono l'ipotesi più probabile, come sembra confermare il fatto che dopo la vittoria napoleonica Marengo il Lucioni segue le truppe in ritirata verso il Veneto. L'almanacco delle truppe imperial-regie per l'anno 1804 dà notizia del decesso del maggiore pensionato Branda de' Lucioni avvenuto in Vicenza il 22 agosto 1803. Abbiamo seguito fin qui i tre mesi più importanti della vita di Branda Lucioni, ufficiale imperiale e capo-brigante, sotto la guida di Marco Albera e Oscar Sanguinetti. A loro, quindi, le parole di congedo: Lucioni si dimostra sempre zelante nel riconoscere i diritti di Dio, che vede violati dalla Rivoluzione, e nello sforzo di rimettere al suo posto la religione apostolica romana, il suo clero e i suoi emblemi. Buon conoscitore del popolo contadino e di quello italiano in generale, il varesino maggiore a riposo Branda de' Lucioni crediamo meriti un posto non secondario nell'ideale galleria delle glorie nazionali, militari, civili e politiche... Crediamo che la figura di Lucioni possa costituire un esempio significativo di impegno personale civile e religioso, non indegno di essere additato come esempio alle nuove generazioni. Magari in alternativa... a figure come quella dell'Eroe dei Due Mondi... Se Garibaldi è stato paragonato alla spada della Rivoluzione italiana, che dire di un uomo che ha speso gran parte della vita, non più giovane, per "sciabola alla mano... far atterrare quell'albero infame"? Per questo la sua memoria non deve perdersi.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    INSORGENZA LIGURE

    di Francesco Mario Agnoli

    Alla fine del secolo XVIII il territorio della Serenissima Repubblica di Genova, assai decaduta dalle antiche glorie marinare e mercantili, non coincide esattamente con la Liguria geografica, che presenta, politicamente parlando, da ponente a levante e all' interno dello stesso territorio della Repubblica, dominii di altri Stati, situazione, del resto, non del tutto insolita nel sistema dell' ancien régime, che conosce numerose encleves. Appartengono al Regno di Sardegna le città di Oneglia e Loano, e dipendono da Vienna, in maniera per il vero abbastanza vaga, attraverso un rapporto di tipo feudale, i cosiddetti "feudi imperiali", siti nelle valli dei torrenti Scrivia e Borbera, retti da famiglie nobili locali, fra le quali la più importante, anche per l'estensione del suo dominio, è quella degli Spinola. Imitando la sua grande rivale di un tempo, Venezia, anche Genova ha scelto, nei dificili rapporti con l'espansionismo della Francia rivoluzionaria, la strada della neutralità disarmata, ma la sua situazione è ancora peggiore, sia per la maggiore vicinanza sia per la discontinuità del suo territorio, di quella, pur grave, della Repubblica di San Marco. Intanto, come avverrà a Verona poco meno di due anni più tardi, quando il Bonaparte varcherà il Mincio per inseguire gli austriaci del generale Beaulieu, la guerra col Piemonte serve, ai francesi fin dall'aprile 1794 (prima, quindi, che il Bonaparte assuma il comando dell' Armée d' Italie), per entrare nel territorio della Repubblica, con una presenza che diviene, di fatto, stabile il 24 novembre, quando il generale Massena sconfigge gli austro-piemontesi del generale Argentau e occupa Loano e Oneglia con conseguente fuga di gran numero di abitanti (le cronache parlano di oltre cinquantamila rifugiati a Genova e, soprattutto, in territorio piemontese). Oneglia, dove vengono piantati gli alberi della libertà e s'insedia l' "egualitario" Filippo Buonarroti, diviene il centro della penetrazione a Genova delle idee rivoluzionarie, che trovano terreno favorevole non solo nella classe mercantile e gran parte dell'aristocrazia, ma anche presso un non piccolo numero di sacerdoti, da tempo contagiati dall'eresia giansenista. Lo stesso Senato ne è penetrato e comunque non ha alcuna volontà di opporsi ad un esito che considera inevitabile sicché, pur conservando una larva di formale indipendenza, non tarda ad accettare la presenza in città di un forte contingente di truppe francesi agli ordini dell'ambasciatore Faypoult. I primi tentativi controrivoluzionari vengono organizzati al di fuori del territorio della Repubblica, in Piemonte e nei feudi imperiali. In Piemonte l'iniziativa è presa, su sollecitazione dei profughi di Oneglia e Loano, dall'avvocato Robusti, piemontese, che riunisce sotto l'insegna della croce e degli stendardi della Madonna (anche qui, come in tutte le Insorgenze, la motivazione di fondo è religiosa) una colonna di circa seimila uomini, tuttavia assai male armati, che, dopo avere invano cercato di risalire la vallata del Tanaro, giungono, percorrendo le strade della costa, nei pressi di Loano, dove l'artiglieria francese ha facile gioco (gli insorti non dispongono nemmeno di un cannone) nel disperderli con grande strage. Nei feudi imperiali, a nord di Genova, la guerriglia antifrancese è endemica ad opera degli abitanti, detti come in Piemonte barbetti, che, controllando le valli appenniniche, transito per i collegamenti fra l'esercito e la Francia, recano non poche molestie agli occupanti. Il Bonaparte, che ha già minacciato il Senato genovese di intervenire direttamente, facendo (al solito) bruciare le città dove avvenga anche un solo assassinio, rompe gli indugi quando, il 5 giugno 1796, una colonna militare viene sorpresa e distrutta dai barbetti. Stabilito il proprio quartiere generale a Tortona (altro feudo imperiale), invia il generale Lannes alla testa di 12.000 uomini contro Arquata Scrivia, feudo di Agostino Spinola, ritenuto il promotore dell'Insorgenza. Contro una simile forza la resistenza in campo è impossibile. La maggior parte dei barbetti, approfittando della perfetta conoscenza dei luoghi, si rifugia sui monti, ma quanti sono presi, e spesso si tratta di semplici sospetti, perché i francesi non vanno per il sottile, vengono passati per le armi. Il 9 giugno 1796 la città subisce un furioso saccheggio, il castello degli Spinola è raso al suolo e lo stesso Agostino viene condannato a morte, per sua fortuna in contumacia. Uguale sorte tocca pochi giorni dopo a Tortona, teatro, nonostante l'esempio appena avuto e la vicinanza delle truppe francesi, di una forte insurrezione, che si protrae dal 13 al 17 giugno e viene repressa nel sangue. Per quanto riguarda il destino di Genova, il Bonaparte, più interessato in questo momento alla guerra con l'Austria e alla Repubblica Veneta, che, ugualmente timorosa, dispone però tuttora, a differenza di quella ligure, di forze militari potenzialmente in grado di impensierirlo, preferisce temporeggiare. Di conseguenza, i giacobini genovesi, che mordono il freno per l'impazienza di impadronirsi del potere, decidono di bruciare i tempi con un colpo di Stato, per il quale, grazie all'appoggio del Feipoult, non prevedono seri ostacoli. Per il buon fine dell'impresa si trovano concordi e alleati due gruppi. Uno composto soprattutto di aristocratici e ricchi mercanti convertiti alle cosiddette "idee nuove", capitanati da Filippo Doria, incaricato della parte militare dell'impresa, l'altro, detto "morandista" dal nome del suo esponente più in vista, il farmacista massone Morando, di cui fanno parte non pochi sacerdoti, frati e ex frati, come l'ex scolopio Cuneo, il monaco Ricolfi e l' abate Eustachio Degola, che ne è l'ideologo, tutti ammiratori, scrive lo storico Raimondo Gatto, "del falso rigorismo giansenista" L'occasione è offerta, il 24 maggio 1797, dall' arresto di due giovani, che, verosimilemnte alla ricerca di un "incidente", hanno malmenato alcuni supposti reazionari nel corso di ua manifestazione in onore di un emigrato giacobino, il principe romano di Santa Croce. Di fronte alle proteste il Senato non si sogna nemmeno di resistere e consente immediatamente alla liberazione dei due, ma i giacobini, ai quali si è unito un certo numero di soldati, non se ne danno per intesi e, con le spalle coperte dal Feypoult, recatosi in Senato in veste di intermediario, liberano i detenuti comuni dal carcere della Malapaga e insediano un governo provvisorio nella Loggia dei Banchi. Sembra fatta quando, a guastare i piani dei "patrioti", scrive uno storico del XIX secolo "sboccano dalle catapecchie del molo, di Portoria, di Pré, forzuti e sempre nuovi facchini, neri carbonai, fuliggionosi bettolieri, ed assieme a quei pochi soldati restati fedeli al governo, di strada in strada, cominciano a dare addosso a chiunque lor s'appressi fregiato di coccarde tricolori, gridando quasi parola d'ordine, "Viva Maria" e "morte ai giacobini", poi sovrappongono ai loro berretti a modo di nappa un'immagine della Vergine". Si tratta, quindi, soprattutto, di appartenenti alle classi umili, ma ad essi, secondo il cronista Girolamo Serra, un nobile moderato non alieno da simpatie francesi, si aggiungono poi "i venditori de' commestibili e quasi tutti i bottegai". Gli insorgenti, forti dei fucili presi nell'assalto all'armeria dogale, non risparmiano nemmeno i francesi. Lo stesso Feypoult, che fino ad un momento prima stava dettando le proprie condizioni al Senato, deve mutare tono e ruolo per chiedere garantita la propria incolumità. Filippo Doria e un plotone di giacobini che azzardanoano una resistenza vengono massacrati. Tuttavia la furia dei popolani, attaccati alla religione e alle istituzioni cittadine, non può salvare la Repubblica, anzi ne accelera probabilmente la fine, perché i nobili e il Senato, timorosi della violenza popolare, che temono più di ogni altra cosa, il successivo 5 giugno firmano col Bonaparte un trattato che "democratizza" l'antica Dominante divenuta Repubblica Ligure. Se a Genova la forte presenza di truppe rende impossibili ulteriori moti interni di una certa consistenza, la capitale "democratizzata" deve fare i conti nel settembre di quello stesso anno con le Insorgenze dei paesani, che, a differenza di quanto avviene altrove, non si accontentano di cacciare francesi e giacobini dal proprio paese, ma, dopo avere conquistato Recco, Rapallo, Chiavari, Sestri Levante e altri luoghi, a loro volta insorti, si riuniscono con l'intenzione di marciare sulla capitale, nei cui pressi riescono ad impadronirsi di alcune piazzeforti. Questa Insorgenza, che trova i suoi maggiori centri ad Albaro, primo paese ad insorgere, e nelle valli del Bisagno, della Polcevera e di Fontanabuona, ha motivazioni essenzialmente religiose, essendo determinata dalla proposta di una costituzione del clero tesa alla realizzazione di una Chiesa nazionale, separata da Roma, e dalla predicazione (mai opera di propaganda sortì risultati più sfavorevoli) di 39 sacerdoti giansenisti, denominati "missionari nazionali" in quanto incaricati, come si legge in un documento dell'epoca, di propagandare tale nuova costituzione in tutti gli angoli della Liguria "a richiamare il popolo alle idee genuine della religione, a preparare gli animi al regno soave della libertà e della eguaglianza, e a mettere al gran giorno l'alleanza di questa e di quella con i principi del Vangelo". A rallentare l'impeto dei controrivoluzionari, che si apprestano ad assaltare il forte di San Benigno, il cui possesso aprirebbe le porte della città, il governo provvisorio costringe ad intervenire lo stesso arcivescovo di Genova, monsignor Lercari, il quale, scortato dai nobili Barbi e Corvetto e da altri membri della Municipalità, invita gli insorti a tornare ai propri paesi, avendo il governo garantito il rispetto della religione cattolica. I paesani, dopo essersi riuniti a consiglio, decidono di non fidarsi, se non dell'arcivescovo, del governo. Tuttavia l'indugio è fatale, perché giacobini e francesi ne approfittano per radunare un'armata di oltre seimila uomini, appoggiata da un consistente parco d'artiglieria, sicché, dopo una battaglia protrattasi per l'intera giornata del 6 settembre e un'ultima resistenza intorno alla forte Tenaglia nei pressi di Sampierdarena, gli insorti si sbandano, lasciando sul terreno un migliaio di morti, cui vanno aggiunti quelli causati dal crudele rito, destinato a protrarsi a lungo nel tempo, dei saccheggi e delle repressioni. Comunque l'Insorgenza non si spegne e prosegue per l'intero triennio giacobino in particolare in val Fontanabuona, non per nulla definita dai francesi "Vandea ligure". A capo dell' Insorgenza di questa valle si trova il nobile Luigi Domenico Assereto, già soldato della Repubblica Ligure, passato all'opposto fronte dopo avere conosciuto da vicino la vuota retorica dei nuovi padroni, la loro crudeltà ideologica, la loro servile sudditanza alla Francia. Sotto la sua guida, dall'aprile al maggio 1800, 10.000 insorti assediano Genova, precedendo gli austriaci del generale Mélas nella conquista delle alture che circondano la città, bloccata dalla parte del mare dalla flotta britannica del contrammiraglio Keith. Fra gli assediati, assieme alla guarnigione comandata del generale Massena, si trovano molti giacobini italiani, qui rifugiatisi dopo il crollo, nel corso del 1799, delle varie repubblichette rivoluzionarie create dai francesi. Fra gli altri il poeta Vincenzo Monti, che proseguirà poi per Chambéry, in Savoia, con la bella moglie Teresa Pichler, alla quale fa un'appassionata corte l'altro poeta Nicolò-Ugo Foscolo. Respinto da Teresa, che, nonostante le suppliche, si rifiuta di andarlo a trovare anche dopo un tentato suicidio per amor suo, il Foscolo, che comunque non trascura i doveri di soldato (si busca una ferita alla coscia per un colpo di sciabola nel fallito tentativo di strappare agli assedianti l'altura della Coronata), si consola unendosi al codazzo di nobili genovesi e ufficiali francesi e cisalpini che scortano, finché l'assedio non si fa troppo stretto, le passeggiate a cavallo della ventottenne Luigia Ferrari, moglie del marchese Domenico Pallavicini, e delle sue amiche. Da una caduta, che procura alla bella aristocratica una lieve ferita al volto mentre cavalca seguita dal suo democratico corteo, nasce la famosa ode "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo". Tuttavia Foscolo si fa battere sul tempo dal rivale Giuseppe Ceroni, ufficiale cisalpino e, anche lui, poeta, che dedica alla bella risanata i seguenti versi: "Come tanta beltà scontri la tomba\Si dolgono le Grazie desolate:\Gioia delle rivali è in fronte sculta\Ma non men vaga sorge e all'altre insulta". All'inizio di giugno Massena firma la resa, ottenendo dagli imperiali condizioni generose anche per le pressioni dell'Assereto, ansioso per la sorte degli abitanti, che da mesi soffrono la fame, dal momento che le scarse provviste sono riservate ai combattenti. Negli ultimi tempi in città ogni giorno si contano fra i civili oltre cento decessi per inedia e non si riesce a dare a tutti conveniente sepoltura. Tuttavia, per quanto indeboliti dal digiuno, quegli stessi umili abitanti di vicoli e carugi che hanno sventato nel '97 il colpo di stato giacobino, sollecitati dagli emissari dell' Assereto, hanno tentato fino all'ultimo, senza successo, un colpo di mano per affrettare la liberazione.
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    INSORGENZA LOMBARDA

    di Francesco Mario Agnoli

    Il 7 maggio 1796 l'Armée d' Italie al comando del generale Napoleone Bonaparte varca il Po sopra Piacenza, del tutto incu*rante di violare così la dichiarata neutralità del duca di Par*ma e Piacenza, Ferdinando di Borbone, al quale anzi impone, per sovrappeso, un pesante contributo di guerra in denaro, cavalli, buoi, frumento e, per giunta, venti quadri di celebrati artisti. Il 10 i francesi sconfiggono al ponte sull' Adda gli austriaci del generale Johann-Peter di Beaulieu. Il 14 il generale Massena (il Bonaparte arriverà solo il mattino seguente, giorno di Pente*coste) entra in Milano, dove fin dal giorno 11 i giacobini, pur guardati con sospetto dalla grande maggioranza della popolazione, allarmata per le notizie delle insostenibili contribuzioni impo*ste alla piccola città di Lodi, avevano cominciato a piantare una vera e prorpia selva di alberi della libertà. Negli stessi giorni l' occupazione si estende all' intera Lombardia austriaca (all' epoca Brescia, Bergamo e Crema apparte*nevano alla Repubblica di Venezia, costituendo, appunto, la co*siddetta Lombardia veneta), suscitando l' entusiasmo dei non nu*merosi giacobini e dapprima il sospetto e il timore, poi l'ira della popolazione, che a Pavia, occupata dalla colonna del gene*rale Augereau, raggiunge più rapidamente che altrove il limite di saturazione. Già il giorno 16 se ne hanno le prime avvisaglie con le grida e le beffe per l' innalzamento dell'albero della libertà avvenuto non senza difficoltà tanto che l' albero era una prima volta caduto al suolo perdendo la cima, con le proteste per la distruzione dell' antica statua romana del "Reggisole", scambiata dagli occupanti (ma forse era solo un pretesto per gli antenati degli attuali "casseurs" delle manifestazioni parigine) per l'effige di un qualche imperatore e, quindi, oltraggiosa per i sentimenti dei buoni repubblicani, e, la sera, in Borgo Ticino, con i primi veri e propri scontri per reazione agli oltraggi (ul*tima goccia a fare traboccare un vaso già colmo) recati alle don*ne dai soldati, alcuni dei quali finiscono in Po. Un proclama di Augereau per l' immediata consegna delle armi pena la morte, e l' intervento del Vescovo, mons. Giuseppe Ber*tieri, ottengono qualche, momentaneo successo nel centro urbano, ma non nel contado, dove il 17 insorgono Trivolzio, Casorate, Binasco e la Lomellina. Ma si è ancora al preambolo. Preceduta, la sera del 22, da nuovi scontri in Borgo Ticino, il più popolare della città e, quindi, il più avverso a francesi e giacobini, il 23 esplode in tutto il suo furore l'Insorgenza cittadina. Il segnale è dato dall'abbattimento dell'odiatissimo e già malconcio albero in Piazza Piccola. Si grida "Viva l' Impera*tore!" e "Giù le coccarde!" e si procede all' arresto di chi ri*fiuta di unirsi a queste grida o di appuntare al farsetto o al cappello un ramoscello verde, il colore degli imperiali. Vengono ricercati, prima presso la sede della Società Popolare, poi nelle loro abitazioni, e arrestati i più noti giacobini o, come allora anche si diceva, "zelanti dei francesi". La guida delle Insorgenze è di solito presa o da un nobile, non di rado costrettovi, esattamente copme in Vandea, dagli stes*si insorti, da un sacerdote oppure, più di frequente, da popolani fino a quel momento anonimi, non solo elevati ad un nuovo ruolo, ma, per così dire, quasi creati e partoriti dal proprio ventre dalla massa, che poi li riassorbe nell' anonimità, sempre che non abbiano pagato con la vita, come il più delle volte avviene, il momento di gloria e l' obbedienza al comando popolare. A Pavia il compito tocca, per una designazione inespressa, ma da tutti condivisa, al capomastro trentenne Natale Barbieri. Questi, consapevole della impossibilità di affrontare i francesi solo con la forza del numero, ottiene dagli intimoriti rappresen*tanti municipali, ancora pencolanti fra il vecchio regime, che li ha nominati, e il nuovo, che li ha momentaneamente confermati, la consegna delle armi della milizia urbana, alle quali si aggiungo*no le altre strappate ai picchetti francesi di guardia alle porte cittadine, delle quali gli insorti assumono il controllo per fa*cilitare l' arrivo dei contadini ansiosi, non appena ne hanno avuto notizia dalle campane, di unirsi alla rivolta. Il giorno seguente il continuo e martellante suono a storno delle campane riecheggiante di pieve in pieve infiamma l' intero contado e accresce il numero degli insorti, pieni di entusiasmo, perché convinti del prossimo arrivo degli austriaci, che si crede abbiano battuto i francesi. A mettere un minimo d' ordine nella inevitabile confusione si adopera Natale Barbieri, descritto da un cronista di simpatie francesi "fermo sul suo cavallo di pelo grigio" (tolto il giorno avanti al generale Honoré-Alexzandre Haquin, preso prigioniero), "esso parlava con molti, né so di qual cosa; l'ho veduto di poi più volte scorrere qua e là. Ora egli portavasi al Castello a parlamentare colla guarnigione, ora volgeva il passo al Municipio, ora consigliava il popolo da cui veniva con soddisfazione ascoltato, e mi sovviene di aver in Strada Nuova veduto la moltitudine fargli replicati evviva, gran battimenti di mano, in attestato della universale approvazione". Intanto l' Insorgenza si è estesa pressoché all' intera Lom*bardia, ma con fenomeni violenti e rapidi come un' acquazzone estivo e, quindi, più facilmente repressi, anche perché qui gli insorti, avvezzi a nutrire fiducia sia negli ottimati cittadini, sia, e soprattutto, nei loro pastori spirituali, si lasciano per*suadere alla calma dalle buone parole e dagli ammonimenti di no*bili, parroci e prelati. Così avviene il 23 maggio a Varese e a Como. In quest' ultima città a riportare un' apparenza di calma è sufficiente l' intervento del Vescovo, che ricorre, a sproposi*to, all' argomento che ogni autorità viene da Dio e, soprattutto, scrive un contemporaneo, ad "un toccante discorso sempre colle lagrime agli occhi, esortando il popolo alla quiete per non ecci*tare ad orrida vendetta il Governo Francese". Nel tardo pomeriggio di quello stesso 23 un tentativo insurrezionale si verifica nella stessa Milano con due episodi principali, che tuttavia non riescono a trovare collegamento e continuità. Il primo, in realtà poco più di un tafferuglio se ad accrescerne l' importanza non provvedesse la tensione che tutti sentono vibrare nell' aria, in piazza Duomo, dove i giacobini della Società popolare, intervenuti a difesa dell' albero mi*nacciato di abbattimento da un gruppo di ragazzi, rimediano una caterva di bastonate per l'intervento di furibondi popolani, che hanno preparato la provocazione e l' agguato. Il secondo, più grave anche perché diretto contro i francesi, nel popolare quar*tiere di Porta Ticinese, con un violento assalto ad un drappello di dragoni. Tuttavia in città vi sono troppe truppe e troppo bene armate e organizzate per soccombere ad una folla numerosa, ma priva di vere armi. Non per nulla gli unici caduti della giornata sono due popolani, ai quali se ne aggiungeranno altri due, il giovane Domenico Pomi e il delegato di polizia Giuseppe Paccia*rini, imprigionati, condannati a morte e fucilati sulla piazza del mercato fuori di porta Ticinese rispettivamente il 26 maggio e il 30 giugno. Se la breve Insorgenza milanese è costata quattro morti e un certo numero di feriti assai peggio vanno le cose a Pavia e nel Pavese. Qui, dopo una resa concordata la sera precedente con la mediazione dei municipalisti, sul mezzogiorno del 25 i francesi, decimati dalle fucilate e dagli arresti, lasciano il castello per essere rinchiusi in una vecchia caserma, accompagnati da gran numero di nobili e di ecclesiastici, resisi garanti del rispetto delle loro vite, anche se inutilmente, perché se vi erano stati dei morti negli scontri, a nessuno dei prigionieri era stata usa*ta violenza. "Andava innanzi a tutti", scrive il già citato cro*nista, "quasi trionfalmente assiso sul suo cavallo il più volte ripetuto Capo Natale Barbieri, misero! a cui non mancavano più che poche ore a vivere". In effetti, come accade non di rado in queste Insorgenze po*polari, carenti di organizzazione e prive di qualunque servizio d' informazione, al momento dell' apparente trionfo segue dap*presso quello della sconfitta. Nel caso dell' Insorgenza pavese già durante la notte fra il 24 e il 25, mentre i francesi rin*chiusi nel castello meditavano se dare seguito ai patti di resa, i loro compagni provenienti da Milano, condotti in persona dal Bonaparte, furibondo per l' ostacolo frapposto ai suoi progetti di una rapida campagna contro gli austriaci da condurre, anche in questo caso nonostante la proclamata neutralità della Serenissi*ma, in territorio veneto, dopo una disperata resistenza opposta da circa 700 insorti, soverchiati dal numero quasi triplo dei ne*mici e dai loro sei cannoni, hanno preso e dato alle fiamme Bi*nasco, un incendio destinato a rimanere vivo nel ricordo di Napo*leone, che più volte in futuro o minaccerà di ugual sorte gli op*positori o ordinerà ai suoi generali di fare come lui a Binasco. Tuttavia il generale ha fretta e desidera evitare altre per*dite di uomini che gli servono per la definitiva vittoria sul Beaulieu e la conquista della munitissima fortezza di Mantova, il maggior baluardo imperiale in Italia. Di conseguenza si fa prece*dere a Pavia dall' arcivescovo di Milano Filippo Visconti, o "ze*lante dei francesi" o semplicemente opportunista, certamente in qualche misura incline all' eresia giansenista, latore di un ul*timatum che promette perdono a chi deporrà le armi entro venti*quattro ore, la morte agli altri e la fine di Binasco ai loro paesi. All'arcivescovo, accolto in un primo momento in trionfo da*gli insorti, che, avendo abbattuto a fucilate cinque dei sei dra*goni di scorta alla sua carrozza, credono di averlo liberato dal*la prigionia francese, viene impedito di parlare nonostante i tentativi di persuasione dei municipalisti e dei notabili non ap*pena rivela l' incarico affidatogli dal Bonaparte, tanto alte e ripetute e feroci sono le grida di "Viva l' Imperatore! muoiano tutti i francesi!". Alle parole gli insorti fanno seguire i fatti. Prima tentano una sortita contro le truppe francesi i cui cannoni hanno inizia*to il bombardamento della città, poi di impedirne l' ingresso in città, nonostante che i continui colpi di cannone e una fitta fu*cileria rendano quasi impossibile trattenersi sulle mura. La lot*ta prosegue per le strade della città, dove i dragoni vengono bersagliati, oltre che da sempre più radi colpi di fucile per la fine del munizionamento, da sassi, tegole e oggetti di ogni gene*re lanciati dai tetti. Vinta la resistenza, il Bonaparte si lascia indurre dalle suppliche del Vescovo e, soprattutto, dalla notizia, confermata*gli subito dopo la liberazione dai diretti interessati, che i circa seicento prigionieri francesi sono stati trattati bene, a risparmiare a Pavia il destino di Binasco e ad "accontentarsi" di abbandonarla al saccheggio delle truppe, alle quali si aggiungo*no, distinguendosi per crudeltà e sfrenatezza, alcuni giacobini locali, gli stessi che lì a poco consegnano ai francesi Natale Barbieri, che, rifiutatosi di seguire i compagni dispersisi nelle campagne e non volendo raggiungere la propria casa per la speran*za di non coinvolgere i familiari, attendeva l' inevitabile cat*tura in una bettola. Il giovane capomastro, dopo essere stato interrogato perso*nalmente dal Bonaparte, viene rinchiuso in castello, seviziato per l' intera notte dai soldati, che lo scherniscono chiamandolo "generale dei villani", e fucilato all' alba del mattino se*guente, 26 maggio 1796, nello spiazzo davanti alla fortezza, do*ve, poiché non si regge in piedi per le torture patite, viene condotto a braccia. Nuove Insorgenze si verificano in Lombardia nel 1799 in cor*rispondenza con l' avanzata delle truppe austro-russe del genera*le Suvorov, e, ad intervalli ed in particolare nelle vallate mon*tane, negli anni 1803-1809 (nel 1809, in corrispondenza della grande Insorgenza tirolese, è particolarmente attivo Corrado Ju*valta di Teglio in Valtellina, ufficiale e agente imperiale, una sorta di Branda Lucioni in sedicesimo). Si tratta, come scrive Oscar Sanguinetti, il maggiore storico dell' Insorgenza lombarda, di una Insorgenza "discontinua e, di fatto, minore, non paragona*bile alla enorme, omogenea e permanente mobilitazione popolare che caratterizza le regioni centrali e il Mezzogiorno". Le ra*gioni sono evidenti. Milano è la capitale prima della Repubblica Cisalpina poi del Regno d' Italia e la presenza delle truppe d' occupazione vi è particolarmente forte e pressante fino alla ca*duta di Napoleone. Inoltre il ruolo attribuito a Milano determi*na un largo afflusso di "zelanti dei francesi" da tutte le regio*ni d' Italia, mentre gli incarichi onorifici e gli impieghi of*ferti dal governo e dalla burocrazia (il Regno d' Italia napo*leonico è uno stato fortemente centralizzato e burocratizzato) allettano gli ambiziosi, fra i quali non pochi esponenti dell' aristocrazia e della borghesia benestante. Tuttavia, pur se è difficile e quasi ripugna trovare, nono*stante ogni possibile giustificazione, qualcosa di positivo in un episodio di criminalità come l'assassinio di un singolo per mano di molti, il linciaggio, il 20 aprile 1814, ad opera di una folla infuriata, di Giuseppe Prina, oggetto di particolare odio per il suo incarico di ministro delle Finanze del Regno Italico, ma anche per il suo particolare attaccamento a Napoleone e alla causa francese, la dice lunga sui sentimenti popolari. Questi sentimenti, per altro nella loro versione più modera*ta, trovano espressione in una poesia dialettale (se ne riporta solo la prima quartina) rivolta ai "paracar" (soprannome dato dai milanesi ai soldati francesi) in fuga di fronte all' avanzata au*striaca dal poeta Carlo Porta, che non solo non è un insorgente, ma è stato quasi un "patriota" e ha servito in un modesto impiego il governo imperiale e vicereale: "Paracar che scappee de Lombardia,/ Se ve dan quaj moment de vardà indree,/ Dee on'oggiada e fee a ment con che legria/ Se festeggia sto voster san Michee".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    LE PASQUE VERONESI

    di Francesco Mario Agnoli

    Col nome di Pasque Veronesi è passato alla storia il più im*portante episodio di Insorgenza nel territorio della Repubblica di San Marco, uno dei più significativi dell' intero triennio giacobino. Si tratta, difatti, di un'Insorgenza per così dire "totale", in quanto coinvolge non solo il contado (per l' esat*tezza un contado molto "allargato", in quanto si salda con quella delle valli bergamasche e bresciane), ma, in prima linea, tutti i ceti cittadini nonostante la fortissima presenza all' interno del centro urbano di truppe francesi, che controllano tutte le for*tezze, inclusi i castelli San Pietro e San Felice, le cui arti*glierie dominano, per la loro elevata collocazione, l'intera cit*tà. Fra i più determinati gli abitanti del popolare quartiere di San Zeno, fino all' ultimo contrari a qualunque ipotesi di re*sa, ma a Verona la partecipazione diretta di esponenti dell' aristocrazia, altrove modesta, è particolarmente intensa. Ferma l'identità di fondo, l'Insorgenza veronese presenta, rispetto ai conmtemporanei fenomeni dell' Italia settentrionale, alcune peculiari caratteristiche a causa, da un lato, della po*litica di stretta neutralità proclamata dalla Serenissima, dall' altro, del fatto che, in apparenza, i francesi non vengono come conquistatori, ma per la necessità di inseguire l' esercito au*striaco del generale Beaulieu in ritirata, dopo le sconfitte pa*tite in Lombardia, verso il Tirolo. E' lo stesso Bonaparte, che il 29 maggio 1796, al momento di varcare il confine veneto, invece di presentarsi, secondo il co*stume suo e di tutti i generali della Rivoluzione, nelle vesti di liberatore dei popoli dal dispotismo, ribadisce il legame di amicizia che unisce le due Repubbliche e quasi si scusa per esse*re costretto dalle esigenze della guerra a portare uomini in armi in territorio amico. Sul momento, nonostante che non pochi indizi facciano so*spettare il contrario (i francesi si affrettano a prendere pos*sesso dei tre forti cittadini), i veronesi possono illudersi che non si tratti soltanto di parole. Restano difatti in carica sia i rappresentanti del veneto governo sia le autorità locali (Verona, come tutte le città della "Terraferma", gode di una vastissima autonomia politica e amministrativa), la guardia alle porte cit*tadine è svolta da pattuglie miste franco-venete, nelle vie con*tinuano a vedersi reparti schiavoni, lo stendardo di San Marco sventola sempre sulla città e sui forti, anche se le loro guarni*gioni sono ormai totalmente francesi. La situazione resta allarmante e non facile da sopportare, tuttavia il permanere delle antiche cariche e la presenza in cit*tà dei soldati veneti ed in particolare degli schiavoni, prove*nienti dai domini veneziani in Dalmazia, indisciplinati, ma ani*mati da una vera e propria passione per San Marco e altrettanto violentemente avversi ai francesi, coi quali spesso si azzuffano, lasciano sperare che si tratti di un periodo transitorio, de*stinato a cessare alla fine della guerra fra Francia e Austria. In quegli anni le popolazioni delle terre venete si sentono legatissime al paterno (il termine non piace più, ma allora non era così) governo di San Marco, sicché i veronesi si lasciano facilmente convincere dagli inviti alla prudenza e alla pazienza provenienti dai Rappresentanti Veneti, impegnatissimi ad evitare qualunque atto che possa passare per violazione di una neutralità che il Senato vuole ad ogni costo mantenuta. Un' opera di freno e pacificazione nella quale si distingue il Commissario Estraor*dinario di Terraferma, Francesco Battaia, inviato da Venezia in sostituzione del debole Nicolò Foscarini, non perché più forte e deciso di lui, ma perché si conta sulla sua abilità diplomati*ca e sulla sua facondia per ammansire il temibile Bonaparte. Si spiega così perché, mentre, in genere, le Insorgenze scattano pressoché in contemporanea con l'ingresso delle truppe francesi o comunque dopo un breve intervallo, a Verona la fase violenta e armata del moto popolare abbia inizio nel tardo pome*riggio del 17 aprile 1797, lunedì di Pasqua (si protrarrà fino alla successiva domenica 23 aprile), mentre i francesi sono en*trati in città quasi un anno prima, il 1° giugno 1796. Inevitabilmente, col passare del tempo, il prolungarsi della presenza di soldati sempre più inclini a comportarsi da conqui*statori e l' intensificarsi delle trame dei non numerosi giacobi*ni locali, una parte sempre più larga della popolazione comin*cia a dubitare dello spontaneo ritiro dei francesi. Tuttavia l'ancora incondizionata fiducia sull' accortezza e previdenza della Serenissima, confermate da secoli di felici esperienze, impedisce a lungo l' accendersi dell' Insorgenza, la cui esplo*sione è preceduta e in qualche modo ritardata, indirizzando la tensione verso altri obiettivi, da una campagna militare condotta dai veronesi contro i giacobini bergamaschi e bresciani, impadro*nitisi, con il determinante aiuto francese, delle loro città, che il Bonaparte intende sottrarre a Venezia per accorparle (as*sieme a Crema, anch' essa dominio veneto) alla Lombardia, desti*nata a diventare il centro e la base del suo potere in Italia. Nel tentativo di conciliare il tentativo di recupero col mantenimento della neutralità, le autorità veronesi, pure assai più decise e bellicose dei Rappresentanti Veneti, non solo si sforzano di non coinvolgere i francesi, tutelati dai severissimi ordini del Senato, nella guerra contro i giacobini, ma si spin*gono fino a chiedere al comando francese, che in apparenza ac*consente, l' autorizzazione a riportare questi sudditi ribelli all' obbedienza del legittimo sovrano. Di conseguenza, il 27 marzo l' esercito veronese, composto in gran parte dei volontari delle "cernide", varca il Mincio sotto il comando del brigadiere generale Antonio Maffei, dando inizio ad una campagna, che, sulle prime, assume le caratteri*stiche di una marcia trionfale, perché la gran massa delle popo*lazioni dei paesi, come allora si diceva, "democratizzati" è ri*masta fedele a San Marco. Per di più la spedizione si salda con l' Insorgenza dilagante nelle valli bergamasche e bresciane e sulla sponda lombarda del Garda. Se i montanari delle Valli Se*riana, Gandino, Callina, Imagna, scesi a porre l' assedio a Ber*gamo non riescono nell' impresa, gli abitanti di Salò, ai quali si sono uniti i vicini di Maderno, Tuscolano e Teglie e i valli*giani della Val Sabbia, guidati da Don Andrea Filippi, parroco di Barghe, il 29 marzo cacciano la nuova municipalità e il 31 in*fliggono una severa sconfitta ai giacobini accorsi per restaurar*la e che, intercettati durante la ritirata al passo dei Tormeni dall' armata del Maffei, vengono definitivamente disfatti. Sarebbe la vittoria decisiva se i francesi, accortisi dell'incapacità dei giacobini di reggere la controffensiva vene*ta, sostenuta dalle popolazioni, non scendessero direttamente in campo, costringendo a ripiegare fino al Mincio il Maffei, grave*mente impacciato dall'obbligo di astenersi da qualunque azione che possa essere interpretata come violazione della neutralità (si arriva all' assurdo che alla richiesta di ordini per il caso di attacco a paesi tenuti dai veronesi deve rispondere di resi*stere se si tratta di bresciani e bergamaschi, ma di non opporsi se francesi). Del resto la situazione sta precipitando anche a Verona, perché il Bonaparte, quali che fossero le sue intenzioni inizia*li, ha ormai deciso la distruzione della Serenissima, i cui ter*ritori intende usare come merce di scambio nei colloqui di pace con l' Austria per ottenere la cessione alla Francia della Lom*bardia. Di conseguenza sono proprio i servizi segreti francesi, alla ricerca di un pretesto che giustifichi quest' ultima e defi*nitiva violenza, a provocare la scintilla destinata a fare esplo*dere la sempre più viva e incontenibile indignazione popolare. Ai primi di aprile fallisce per le rivelazioni di un infil*trato, il giovane Giovambattista Malenza, che pagherà con la mor*te l' essersi finto giacobino per amor di patria, un complotto giacobino organizzato dall' avvocato piemontese Angelo Pico, 007 al servizio del Bonaparte, e dal colonnello Giovanni Landrieux, Venerabile del Grande Oriente di Milano e capo del Bureau de Po*lice Politique, il servizio segreto dell' Armée d' Italie. Tutta*via i francesi non possono rinunciare ai loro progetti, dal mom*nento che le trattative con l' Austria procedono spedite (il 18 aprile saranno firmati a Leoben i preliminari di pace, destinati a sfociare nel trattato di Campoformido), sicché il Landrieux nella notte fra il 16 e il 17 aprile, fa affiggere per le strade un manifesto da lui commissionato un mese prima a tale Salvado*ri, ma apparentemente sottoscritto da Francesco Battaia per invi*tare, nella sua qualità di Provveditore Estraordinario in Terra Ferma (in realtà ha lasciato l' incarico già alla fine di mar*zo), i veronesi a prendere le armi senza più distinguere fra francesi e giacobini. Il proclama, pur nella sua manifesta falsità, corrisponde troppo alle aspirazioni dei veronesi per non produrre un notevo*le fermento. Tuttavia i cittadini, complice anche l' atmosfera festiva del lunedì di Pasqua, lascierebbero probabilmente cadere la provocazione, prestando una volta di più obbedienza ai Rappre*sentanti Veneti, Contarini e Giovanelli, affrettatisi a fare dif*fondere un controproclama col pressante invito di "non lasciar*si sedurre da simili ragioni, per supporre alterate minimamente le costanti massime del Senato, della più perfetta amicizia e ar*monia colla nazione francese", se alle cinque del pomeriggio, il generale Balland, deciso a provocare comunque la sommossa neces*saria al Bonaparte, non facesse tirare i cannoni di Castel San Pietro sul palazzo pretorio in piazza dei Signori. E' troppo. Il suono delle campane a martello, prima la mag*giore della torre civica, poi, via via, quelle di tutte le chie*se, dà l' avvio invece che alla modesta sommossa preparata dal Landrieux, ad una Insorgenza che, nonmostante la sproporzione delle forze e le posizioni dominanti tenute dai francesi, potreb*be concludersi vittoriosamente e addirittura mutare le sorti del*la guerra, se il Senato veneto, ripetutamente sollecitato dagli insorti, trovasse la forza di rinunciare all' inutile neutralità e facesse scendere in campo le non indiffernti forze di cui an*cora dispone prima che l'affluire di nuove truppe francesi da Mantova e da tutta la Lombardia strangoli dall' esterno la corag*giosa città, bloccando anche l' arrivo dei volontari dalla conta*do, che hanno a loro volta preso le armi non appena diffusasi la notizia dell' insurrezione cittadina. Dopo sei giorni e sei notti di furibonda battaglia e di pressoché continuo cannoneggiamento da parte dei tre forti (San Pietro, San Felice e Castelvecchio), venuta meno la speranza di ricevere da Venezia gli aiuti disperatamente richiesti, domenica 23 aprile i veronesi si piegano all' armistizio, preludio, nono*stante il permanere di una disperata opposizione popolare, al*la resa, divenuta inevitabile dal momento che, sconfitte il giorno 20 in località Croce Bianca dalle soverchianti forze fran*cesi e più che dimezzate dalle perdite subite le truppe del Maf*fei, accorse dal Mincio a difesa della città, Verona, oltre ad avere i nemici all' interno, ne è completamente circondata. Ai francesi non basta la vittoria e, con un rituale tipico della cultura illuminista-giacobina, come tale destinato a ripe*tersi nei secoli successivi, pretendono di travestire la vendet*ta da giustizia. Vengono, quindi, arrestati e processati un gran numero di insorti o presunti tali, aristocratici, popolani, sa*cerdoti, fra i quali il vescovo Giovanni Battista Avogadro, in realtà estraneo all' Insorgenza e che, assolto a stento una prima volta, subirà dopo qualche mese una seconda carcerazione. Numerose le condanne a morte. Particolare sdegno e commozio*ne suscita in tutto il popolo l' esecuzione (16 maggio 1797) del conte Francesco Emilei, Provveditore del Comune e del conte Augu*sto Verità, di null' altro colpevoli, come scrisse nelle sue me*morie un altro protagonista di quei fatti, pur non avverso ai francesi e alle "idee nuove", di avere "servito con il maggiore coraggio il proprio sovrano". Con loro viene fucilato il giovane Giambattista Malenza, reo di essersi finto giacobino per scoprir*ne i complotti. Eguale sorte tocca il successivo 8 giugno al cappuccino set*tantaduenne padre Luigi Maria da Verona, al secolo Domenico Fran*gini, addirittura assente dalla città durante l' Insorgenza, ma colpevole di avere condannato in una lettera ad un confratello l' empietà dei francesi, da lui definiti "peggiori dei cannibali", dopo avere assistito "alla profanazione delle chiese e delle San*te Specie". La sua vera colpa è di essere frate. Non per nulla i giacobini locali, non appena "democratizzata" Verona, aprono una Sala di Pubblica Istruzione, una sorta di club destinato all' indottrinamento dei cittadini e a discussioni nel corso delle quali si avanzano proposte come quella che i preti "fossero sta*ti col cannone a mitraglia sullo stradone di San Pietro in Carna*rio tutti là condotti e fatti morire".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    La vera bandiera d Europa sventolò a Lepanto

    di Brenno

    In tutte le più note rappresentazioni pittoriche della battaglia di Lepanto, le navi della flotta cristiana si distinguono per i vessilli che inalberano che si riferiscono alla loro provenienza (il più frequente è il Leone di San Marco: più di metà delle navi erano state messe in mare dalla Serenissima) ma anche alla alleanza di cui facevano parte. L’intera flotta cristiana si era infatti dotata di almeno due segni di riconoscimento che erano comuni a tutti i vascelli: lo stendardo di San Giorgio (croce passante rossa in campo argento-bianco) che era l’antico segno dei Crociati (e il glorioso vessillo di Genova e della Padania), e la bandiera imperiale: l’aquila bicipite nera su campo giallo-oro (o, in alcune varianti marinare in campo argento-bianco). Si tratta di un simbolo antichissimo che è strettamente legato alla comunità dei popoli d’Europa. Era stato Carlomagno a riprendere l’antico segno imperiale dell’aquila che aveva però “germanizzato” nel disegno e nei colori. Già a partire dal XIII secolo l’aquila viene sempre più di frequente rappresentata con due teste a significare il potere temporale e quello spirituale. E’ però solo nel 1401 che l’imperatore Sigismondo ne ha ufficializzato l’utilizzo: l’aquila imperiale aveva due teste per differenziarsi da tutte le altre - utilizzate da re, città e nobili - che erano considerate ad essa soggette. Nello stesso periodo anche l’Impero d’Oriente aveva cominciato a utilizzare lo stesso simbolo, prima oro in campo rosso, poi con altre varianti cromatiche fino a diventare uguale a quella dell’Impero d’Occidente, nera su campo oro. Questo utilizzo da parte di Bisanzio ha fatto ipotizzare agli studiosi un altro significato simbolico per le due teste: l’Occidente e l’Oriente d’Europa. Come simbolo dell’Europa cristiana il vessillo dell’aquila bicipite ha comunque sventolato a difesa di Costantinopoli, all’assedio di Vienna, in testa alle armate imperiali e a tutti gli eserciti che combattevano contro l’invasore islamico. Esso ha continuato ad essere impiegato fino alla caduta degli Imperi Asburgico e Russo che avevano raccolto l’eredità dei troni di Occidente e di Oriente. Oggi l’aquila imperiale è massicciamente presente nell’araldica comunale di tutta Europa (da Arnhem, Nimega e Groninga in Olanda, a Krems e Vienna in Austria, da Brno e Tabor in Moravia, a Ginevra, da Görlitz e Lubecca in Polonia, a Krasnodar e Poltava in Russia, da Norimberga alla spagnola Toledo), nelle bandiere dell’Albania (di Skander Beg, combattente contro i Turchi) e del Monte Santo dell’Ortodossia e nei simboli più amati di alcune grandi nazioni (la Russia, la Serbia, l’Austria). Per tutti questi motivi, oggi che l’Europa dei popoli sta ritrovando vigore e che si devono rialzare gli antichi vessilli per la lotta contro l’Islam risorgente è più che opportuno riscoprire l’antico vessillo imperiale cristiano come simbolo “vero” d’Europa. La bandiera attualmente utilizzata dalla Comunità non ha storia né forza simbolica: forse essa è effettivamente nata da una idea di Schumann che si era ispirato al manto della Vergine ma l’utilizzo di stelle a cinque punte (del tutto assenti nell’iconografia tradizionale europea) non può non ricordare i pentagramma massonici e socialisti. Giova anche ricordare che la disposizione a cerchio di stelle gialle in campo azzurro faceva parte delle prime edizioni della bandiera americana. E’ perciò del tutto condivisibile la scelta di tornare a sventolare la “Bandiera di Lepanto” per tutti i suoi significati simbolici e anche per la sua bellezza estetica.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito Riferimento: Eroi alpino-padani

    Quei padani di duecento anni fa

    di Gilberto Oneto

    Nella ribellione dei popoli padani si nascondeva la voglia di difendere la propria terra

    Sulle Insorgenze - si sa - il regime italione ha messo una pesante e imbarazzata coltre di silenzio: le sue componenti sinistre per la loro complice filiazione giacobina e quelle destre per la mai nascosta ammirazione per il cesarismo bonapartista e per tutti i suoi orpelli imperiali romani. Tutti assieme tacciono perché hanno sempre descritto la Rivoluzione francese e le sue (ignobili) propaggini italiane come i veri prodromi del successivo processo di unificazione in un confuso tripudio di sanculotti e camicie rosse, Napoleoni primi e terzi, tricolori messi per dritto o per traverso. Si tratta di un atteggiamento che si basa su comunanze forti e oggettive: le imprese di giacobini e di patrioti risorgimentali sono strettamente cucite fra di loro dagli stessi fili massonici, anticlericali e nazionalisti. In questa ottica, non possono che passare per volgari briganti di strada o per irriducibili reazionari sobillati dai preti tutti quelli che si sono opposti in armi alle radiose conquiste progressiste molto significativamente rappresentate da una Repubblica italiana e poi da un Regno d’Italia che portavano nel nome (riesumato dopo secoli di onesto e meritato oblio) il legame con antiche oppressioni. A condannare le Insorgenze negli sgabuzzini della grande storia hanno paradossalmente contribuito anche taluni laudatori che le hanno descritte come movimenti in difesa "del Trono e dell’Altare", e cioè - di fatto - come jacqueries bigotte, codine e prezzolate. Che è proprio come i giacobini hanno sempre cercato di bollarle denigrandole. Invece (va detto per rispetto della verità) le Insorgenze sono state di più e di meglio. In alcune pagine molto belle, Francisco Elìas de Tejada descrive i "sacri imperativi" per cui lottavano i Carlisti di Navarra: "Dios, Patria, Fueros y Rey". Con tutta certezza possiamo dire che queste fossero le motivazioni dietro le quali si sono sviluppati tutti i movimenti di resistenza antigiacobina e antinapoleonica d’Europa. Ogni momento, paese o circostanza hanno miscelato gli ingredienti con diversi dosaggi: talora era prevalente la motivazione religiosa e la difesa della tradizione cattolica, altre volte era il sentimento di amore per la propria terra e la sua cultura a prendere il sopravvento, spesso era la determinata difesa degli antichi diritti (i "Fueros" baschi), delle franchigie e delle autonomie che avevano regolato la vita e le libertà delle comunità locali per secoli. Altre volte ancora era, infine, il desiderio di confermare le autorità statuali legittime. In ciascuna delle Insorgenze troviamo mescolate in maniera spesso inestricabile queste quattro pulsioni ideali ma ciascuna le ha coniugate in forma propria e originale. E’ innegabile che nelle Insorgenze padane fosse prevalente l’esigenza della determinata difesa delle antiche libertà locali sancite da Statuti, da franchigie e da diritti spesso conquistati con lotte lunghe e sanguinose. In qualche modo anche la tradizione religiosa e l’attaccamento alla patria erano (e sono) interpretati come parti organiche del diritto naturale all’autonomia. E’ anche in coerenza con questo sentimento che, purtroppo, i movimenti insorgenti non sono mai riusciti a trovare uno stabile coordinamento riproponendo una propensione per il particolarismo che è da sempre la forza ma anche la debolezza della vicenda padana. C’è un lungo, robusto filo rosso (di sangue, di passione, come la Croce di San Giorgio) che connette le antiche tribù celtiche ai Comuni medievali, agli Insorgenti e a tutti quelli che oggi combattono per le libertà delle comunità padane
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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