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Risultati da 1 a 8 di 8
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    Predefinito La Fiom, la Sinistra e il futuro dell'Italia

    Facciamo un pò il punto.
    In ordine (quasi) sparso, la situazione del paese è questa.

    - L'Italia non è competitiva sul mercato mondiale, e perde competitività e quote di commercio internazionale ogni anno che passa.
    - Non si attraggono capitali stranieri
    - Il grosso della legislazione del mercato del lavoro risale al 1970, ovvero all'inizio del declino del fordismo.
    - Le toppe che sono state messe per adeguare il mercato del lavoro al mondo moderno hanno peggiorato la situazione, creando un mercato del lavoro duale particolarmente odioso per i giovani e per chi si deve ricollocare.
    - L'università fa schifo su tutti i livelli: sia per l'organizzazione sia per il livello della didattica.
    - Il sud continua ad essere un'area sottosviluppata che praticamente vive di trasferimenti, gestiti e amministrati da feudatari locali.

    In tutto questo la situazione della finanza pubblica è drammatica e il welfare state è giunto a fine corsa. quello pensionistico è un gigantesco schema Ponzi, e la gente inizia ad accorgersene (ci dicono ora che praticamente nessuno di noi avrà una pensione, nonostante stiamo pagando qualche spiccio di contributi).


    Insomma, mi pare evidente che la situazione è davvero drammatica. A mio avviso siamo a un decennio di distanza dal sottosviluppo. Non so quale sarà il livello di vita e di consumo del mondo ricco fra dieci anni, ma sicuramente l'Italia non ci starà.

    Ovviamente le responsabilità della situazione sono condivise da un sacco di gente e spalmate nel corso di 30 anni. Giocare a scovare il maggior colpevole è inutile e dannoso.

    Se si volesse salvare la situazione, bisognerebbe agire (e immediatamente) su tre fronti: riforma del mercato del lavoro, riforma dell'università e riforma del welfare. Serve una cura da cavallo.

    Lavoro.
    Fine del dualismo: puntare a una unica tipologia contrattuale, a tempo indeterminato con possibilità di rescissione. Estendere questi contratti flessibili anche alla pubblica amministrazione.

    Welfare.
    Abolizione della cassa integrazione e introduzione del sussidio di disoccupazione.
    Veloce abbandono del sistema retributivo (tagliando le pensioni a chi già le prende adeguandole a un sistema contributivo simulato). Creazione di fondi di investimento a partecipazione pubblica per la gestione di piani pensionistici individuali.
    Riduzione della tassazione sul lavoro e sui profitti d'impresa.

    Università.
    La Gelmini va nella direzione giusta, ma l'ideale sarebbe l'abolizione del valore legale del titolo di studio e la piena autonomia (il che implica facoltà di aumentare le rette e assumere chi si vuole).

    A tutto questo va accompagnata una forte attività di semplificazione legislativa (un nuovo codice civile?) e una drastica riforma della giustizia che sveltisca i processi e li renda meno aleatori. Un paese dove le cause durano dieci anni è un paese senza legge.


    Su questi punti si può essere più o meno daccordo, ma qualcosa va fatto. qualcosa si sta muovendo per spingere verso queste direzioni.

    In tutto questo, la sinistra è bloccata sul conservatorismo più puro. La legge 20 non si tocca, l'università non si tocca e le pensioni non si toccano.
    Il problema è che con questi tabù la sinistra e le sue istituzioni rischiano di rimanere completamente fuori dal dibattito riformatore, scomparendo così dalla storia.

    Secondo molti l'opposizione radicale a queste direttrici di riforma è pregiudizialmente costitutiva della sinistra. Secondo me no.
    Apriamo il dibattito.

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  2. #2
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    Predefinito Rif: La Fiom, la Sinistra e il futuro dell'Italia

    Tema molto interessante.
    Appena ho un minuto vedo di partecipare

  3. #3
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    Predefinito Rif: La Fiom, la Sinistra e il futuro dell'Italia

    ti dico la mia punto per punto

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Facciamo un pò il punto.
    In ordine (quasi) sparso, la situazione del paese è questa.

    - L'Italia non è competitiva sul mercato mondiale, e perde competitività e quote di commercio internazionale ogni anno che passa.
    - Non si attraggono capitali stranieri
    - Il grosso della legislazione del mercato del lavoro risale al 1970, ovvero all'inizio del declino del fordismo.
    - Le toppe che sono state messe per adeguare il mercato del lavoro al mondo moderno hanno peggiorato la situazione, creando un mercato del lavoro duale particolarmente odioso per i giovani e per chi si deve ricollocare.
    - L'università fa schifo su tutti i livelli: sia per l'organizzazione sia per il livello della didattica.
    - Il sud continua ad essere un'area sottosviluppata che praticamente vive di trasferimenti, gestiti e amministrati da feudatari locali.
    tutto vero

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    In tutto questo la situazione della finanza pubblica è drammatica e il welfare state è giunto a fine corsa. quello pensionistico è un gigantesco schema Ponzi, e la gente inizia ad accorgersene (ci dicono ora che praticamente nessuno di noi avrà una pensione, nonostante stiamo pagando qualche spiccio di contributi).
    vero, non è mistero che quasi tutti i problemi del sistema pensionistico italiano derivino dalla eccessiva generosità verso molte categoria di lavoratori (e qui la colpa va praticamente a tutte le forze politiche della cosiddetta Prima Repubblica che così si "compravano i voti"), oltre che ai problemi soprattutto attuali legati alla produttività... infatti l'equilibrio finanziario di un sistema a ripartizione dipende in modo sostanziale da incrementi di popolazione e produttività.

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Insomma, mi pare evidente che la situazione è davvero drammatica. A mio avviso siamo a un decennio di distanza dal sottosviluppo. Non so quale sarà il livello di vita e di consumo del mondo ricco fra dieci anni, ma sicuramente l'Italia non ci starà.

    Ovviamente le responsabilità della situazione sono condivise da un sacco di gente e spalmate nel corso di 30 anni. Giocare a scovare il maggior colpevole è inutile e dannoso.

    Se si volesse salvare la situazione, bisognerebbe agire (e immediatamente) su tre fronti: riforma del mercato del lavoro, riforma dell'università e riforma del welfare. Serve una cura da cavallo.
    sono indubbiamente d'accordo sul fatto che siano necessarie delle riforme

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Lavoro.
    Fine del dualismo: puntare a una unica tipologia contrattuale, a tempo indeterminato con possibilità di rescissione. Estendere questi contratti flessibili anche alla pubblica amministrazione.
    potrei essere d'accordo, a mio avviso il punto di rottura potrebbe però essere la definizione della cause che possano portare alla rescissione.. la partita si gioca lì. E' comunque vero che la coesistenza di tutta questa marea di tipologie contrattuali crea forti discriminazioni.

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Welfare.
    Abolizione della cassa integrazione e introduzione del sussidio di disoccupazione.
    Veloce abbandono del sistema retributivo (tagliando le pensioni a chi già le prende adeguandole a un sistema contributivo simulato). Creazione di fondi di investimento a partecipazione pubblica per la gestione di piani pensionistici individuali.
    Riduzione della tassazione sul lavoro e sui profitti d'impresa.
    immagino che l'introduzione del sussidio sia legato alla proposta che hai fatto prima sull'unica tipologia di contratto a tempo indeterminato con possibilità di rescissione.. beh ovviamente sarebbe indispensabile da introdurre nel caso si adottasse una soluzione contrattuale del genere.
    Il sistema retributivo così come era stato pensato è stata una enorme cazzata... c'è gente che attraverso il pensionamento è riuscita a migliorare il suo standard di vita e questo perché l'importo della pensione era calcolato sulle retribuzioni degli ultimi anni "casualmente" spesso gonfiate. Se penso nelle forze armate quanti militari sono passati di grado negli ultimi anni di attività allo scopo di poter ottenere una pensione più generosa.
    Potrei quindi anche essere d'accordo sul tagliare alcune pensioni che già vengono erogate, tuttavia la vedo improponibile attraverso l'iter legislativo perché per un qualsiasi gruppo politico significherebbe mettersi una pistola in bocca e premere il grilletto... è per il bene del Paese? sicuramente sì, ma l'orizzonte temporale della maggioranza di governo e quello del benessere degli italiani è molto diverso, il primo è breve il secondo è lungo. Questo è uno dei problemi delle democrazie rappresentative occidentali.

    Comunque con la riforma Dini si è andati verso un contributivo simulato... a mio avviso potrebbe anche funzionare, molto dipende dalla scelta dei coefficienti da applicare al montante.
    Sulla riduzione della tassazione sul lavoro sono d'accordo, su quella sui profitti d'impresa un po' meno. Sicuramente aumenterei molto la tassazione delle rendite oggi poco tassate.

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    Università.
    La Gelmini va nella direzione giusta, ma l'ideale sarebbe l'abolizione del valore legale del titolo di studio e la piena autonomia (il che implica facoltà di aumentare le rette e assumere chi si vuole).
    sono consapevole che la mentalità del "pezzo di carta" non può portare a nulla, ma non credo sia auspicabile l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Non sono d'accordo sulla piena autonomia poichè il rischio è quello di una università classista, nonostante il successo che possono avere in termini di crescita le altre riforme economiche.
    Esiste un problema baroni, esiste un problema di forte distacco tra atenei e mondo del lavoro ma non credo che la via sia avvicinarle maggiormente a delle istituzioni private... sarebbe secondo me auspicabile, se realizzabile, un sistema che incentivi le collaborazioni tra atenei e aziende private, magari attraverso sgravi fiscali.

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    A tutto questo va accompagnata una forte attività di semplificazione legislativa (un nuovo codice civile?) e una drastica riforma della giustizia che sveltisca i processi e li renda meno aleatori. Un paese dove le cause durano dieci anni è un paese senza legge.


    Su questi punti si può essere più o meno daccordo, ma qualcosa va fatto. qualcosa si sta muovendo per spingere verso queste direzioni.
    la giustizia va riformata, i processi con cause decennali sono assurdi, costosi e inutili. Non sono molto ferrato nelle questioni giuridiche, quindi non saprei dirti se la soluzione sia riscrivere un codice civile (che tra l'altro è precedente pure alla Repubbliva) o altro... cosa importante a mio avviso è che si rimanga nella famiglia della cosiddetta "civil law"

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    In tutto questo, la sinistra è bloccata sul conservatorismo più puro. La legge 20 non si tocca, l'università non si tocca e le pensioni non si toccano.
    Il problema è che con questi tabù la sinistra e le sue istituzioni rischiano di rimanere completamente fuori dal dibattito riformatore, scomparendo così dalla storia.

    Secondo molti l'opposizione radicale a queste direttrici di riforma è pregiudizialmente costitutiva della sinistra. Secondo me no.
    Apriamo il dibattito.
    uno dei motivi per i quali mi sono allontanato dalla "sinistra". Non sono del partito del NO, sinceramente da comunista non sento che mi appartenga tutta la giungla che i partiti in 60 anni di storia d'Italia hanno costruito a forza di compromessi.. per dirla in breve se il PCI (sul quale io stesso ho un po' di riserve) si comprava i voti attraverso erogazioni di spesa pubblica, come peraltro facevano tutti gli altri, non è che allora mi appartenga questo modo di vedere (peraltro necessario per sopravvivere politicamente all'epoca, visto che siamo stati un Paese un po' anomalo durante la Guerra Fredda). Era una strategia miope, come l'orizzonte delle tornate elettorali, di cui oggi paghiamo le conseguenze.
    L'assistenzialismo dello Stato dovuto alle cause appena dette ci ha fatti vivere al di sopra delle nostre possibilità, riformare è necessario sul come si deve discutere.

  4. #4
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    Predefinito Rif: La Fiom, la Sinistra e il futuro dell'Italia

    Sono integralmente d'accordo con Leader Maximo, persino più che con Feliks, che comunque ha espresso un ottimo programma

    cubani, craxiani e miltonfriedmaniani uniti nella lotta per bonificare il PD e le secche della sinistra italica :giagia:
    ***Bratstvo i jedinstvo***
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  5. #5
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    Predefinito Rif: La Fiom, la Sinistra e il futuro dell'Italia

    concordo sommariamente con leader maximo
    -Ma dai, sarà la bora..
    -Ma non siamo a Trieste!

  6. #6
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    Predefinito Rif: La Fiom, la Sinistra e il futuro dell'Italia

    Citazione Originariamente Scritto da MaRcO88 Visualizza Messaggio
    concordo sommariamente con leader maximo
    :giagia:
    Dannato Barone Rosso.

  7. #7
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    Predefinito Rif: La Fiom, la Sinistra e il futuro dell'Italia

    Roma 16 ottobre
    Il significato della manifestazione della Fiom

    La manifestazione FIOM del 16 ottobre ha visto una grande partecipazione di operai metalmeccanici e di lavoratori delle federazioni locali della CGIL che avevano dato la loro adesione. Indubbiamente è stato un successo per la FIOM, per la sinistra CGIL, e per la CGIL tutta, quindi per il sindacalismo di regime.

    Ma è solo un apparente paradosso sostenere che è lo stesso sindacalismo di regime che deve temere dal successo delle proprie iniziative.

    Da materialisti sosteniamo che, per gli individui come per le classi, prima viene l’azione, dopo la coscienza. È un fatto positivo in sé che gli operai scendano nelle strade per la difesa della loro condizione, al di là delle insegne sotto le quali sfilano. Dall’esperienza pratica del successo di una manifestazione sindacale come quella del 16 ottobre decine di migliaia di operai traggono rinnovata fiducia nell’organizzazione che l’ha proclamata e costruita, è vero. Ma anche nella forza e capacità di mobilitazione della propria classe.

    Il sindacalismo di regime gioca un ruolo di difficile equilibrio: deve mobilitare i lavoratori quanto basta per mantenere il suo prestigio, ma deve farlo in misura e modalità tali da evitare che essi ritrovino fiducia nei propri mezzi, il che li incoraggerebbe ad ingaggiare una vera battaglia in difesa dei loro interessi.

    Il successo di questo equilibrismo poggia innanzitutto su una base materiale che è quella del corso economico del capitalismo. Fintanto che il ciclo del capitale percorre il ramo ascendente della sua parabola, la borghesia può concedere qualche briciola dei suoi enormi profitti. Si sfiora il pieno impiego, la classe si sente forte e che può rivendicare. Finisce che è impossibile contenerne la pressione, che si riesce però a far sfogare all’interno delle strutture dei sindacati di regime, che operano in modo non palese al disfattismo di movimenti di lotta anche potenti. Questi sindacati si appropriano allora del merito dei miglioramenti ottenuti. Su questo prestigio si appoggiano poi nelle successive fasi di crisi economica, e anche facendo leva sulle loro enormi strutture organizzate, sostenute da Stato e padroni.

    L’autunno caldo del ’69 non giunse a “cambiare la CGIL”, buttando a gambe all’aria la sua dirigenza e trasformandola in un sindacato di classe, proprio perché essa poté permettersi in un certo grado di “lasciar fare” agli operai, sul momento, per poi recuperare nel lungo termine il terreno perduto. Ciò fu possibile solo perché il capitalismo allora poteva concedere effettive migliorie normative e salariali: statuto dei lavoratori e scala mobile. La CGIL poté così trasformare i CUB dell’autunno ’69 nei Consigli di fabbrica e nel giro di dieci anni annullare ogni loro residua efficacia e pericolo. La classe operaia era forte, ma il capitalismo mondiale era ancora più forte, e più forte la controrivoluzione.

    Oggi è ben chiaro che la situazione è assai differente. La crisi non permette alla borghesia di fare concessioni, anzi la spinge a revocare tutte quelle migliorie che sotto la spinta della lotta aveva malvolentieri ceduto. Ai sindacati di regime ogni giorno di più viene a mancare la base materiale.

    * * *

    Come prevedibile la manifestazione del 16 è stata preparata in tutti i dettagli. Le dichiarazioni del Ministro degli Interni i giorni precedenti sono servite a scoraggiare chi avesse voluto una contestazione ad Epifani e approfondire le contraddizioni fra maggioranza CGIL e FIOM. Al contrario di ciò che hanno sostenuto Epifani e Landini, Maroni non ha sabotato la manifestazione, ma ha aiutato la FIOM e la CGIL a mantenerla nei binari ad esse utili. Con una pratica esperita da ormai oltre 30 anni lo Stato borghese paventa e allude alla violenza e al “terrorismo” per intimorire i lavoratori che lottano contro l’opportunismo sindacale.

    Il grande corteo è stato poi fatto defluire nella sua maggior parte prima che dal palco parlasse il segretario generale Epifani: gli hanno anteposto cinque interventi minori e, dopo, quello del segretario FIOM Landini. Quando è giunto il turno di Epifani erano ormai le sei e mezza di sera e la maggior parte degli operai era già incamminata ai pullman. Ciò non ha impedito ad un numero significativo di essi di attendere quasi altre due ore, di fischiare l’intervento di Epifani e di gridare per lo sciopero generale.

    Simbolicamente il segretario della CGIL ha parlato affiancato da Cremaschi e Landini, che come paladini, o cani da guardia, facevano ampi gesti per calmare i “contestatori” ed ostentavano convinti applausi ai passaggi più “duri” del discorso di Epifani. Il messaggio per tutti doveva essere chiaro: la CGIL può tradire i metalmeccanici, può sabotare la loro lotta, può contrattare con CISL e UIL mentre questi combattono apertamente la FIOM, può indicare a Pomigliano di votare in favore dell’accordo, ma questo non basterà mai a mettere in discussione la “unità” della CGIL, cioè l’adesione della FIOM al sindacalismo di regime e alla sua politica.

    Si dimostra confermata appieno la nostra trentennale diagnosi sulla sinistra CGIL: il più prezioso puntello del sindacalismo di regime.

    Al comizio la recita delle parti ha visto Landini richiedere lo sciopero generale, ed Epifani mostrare la sua disponibilità a ricorrervi, fatte naturalmente alcune riserve. Tutti perfettamente d’accordo: l’intento è prendere tempo. Epifani ha chiarito che, se sarà, lo sciopero verrà proclamato dopo un’altra manifestazione, questa volta di tutta la confederazione, prevista per il 27 novembre. Cremaschi ha affermato che la proclamazione non può essere rimandata alle calende greche e che quindi una decisione deve essere presa... dopo la manifestazione del 27 novembre! Nulla di nuovo: la manifestazione del 16 ottobre era stata annunciata a fine luglio, con quasi tre mesi di anticipo!

    Perfetto equilibrismo opportunista: non si proclama lo sciopero generale, ma si apre un lungo dibattito su di esso, cercando di far credere ai lavoratori che, contro gli effetti della crisi mondiale, sia sufficiente uno sciopero generale annunciato con mesi di anticipo e magari di quattro ore!

    Ma ciò che è l’aspetto più significativo di tutta quest’opera di intorbidamento delle chiare necessità di lotta è privare i lavoratori della consapevolezza del nesso fra la loro mobilitazione e gli obiettivi. Questi non sono mai chiaramente formulati, concreti, ma ideologici e impalpabili, oltre che oggettivamente anti-operai: la democrazia (borghese), il lavoro (salariato), i diritti (cartacei), la legalità (padronale). Nella manifestazione del 16 ottobre, la rivendicazione centrale e attuale della difesa del contratto nazionale è rimasta offuscata nel fumo narcotico di queste parole d’ordine borghesi.

    La FIOM stessa ha contribuito a indebolire le basi del contratto nazionale, con la firma di tutti gli accordi che oggi sventola per dimostrare di non essere un sindacato che sa dire solo “no”: coi contratti d’area come alla FIAT SATA di Melfi e di Pratola Serra, accettando il principio di legare una quota del salario alla produttività del lavoro, concentrando l’attenzione dei lavoratori sulla contrattazione integrativa aziendale. Dopo la disdetta del contratto da parte di Federmeccanica ha fatto scioperare i metalmeccanici per sole 4 ore e divisi per territorio e per fabbrica. Modo davvero curioso di opporsi a un attacco padronale che vuole proprio approfondire questa divisione.

    Dalla manifestazione di Roma gli operai sono tornati alle loro città e fabbriche con questo in mano: che è necessario fare uno (uno!) sciopero generale e la mezza promessa della CGIL di ricorrervi. Se la richiesta in tal senso da parte dei lavoratori si farà più pressante la CGIL userà questa carta, tardi, con parsimonia e a sostegno degli obiettivi ad essa consueti. Questi sono già intuibili oggi. Mentre la FIOM ancora organizzava le 4 ore di sciopero per azienda e per territorio contro la disdetta del contratto, la CGIL apriva “un grande tavolo negoziale” con CISL, UIL, Confindustria e Governo per la riforma contrattuale, fiscale e degli ammortizzatori sociali. La CGIL ostacolerà in ogni modo la necessità dei lavoratori di ricorrere allo sciopero generale per i loro veri obiettivi, e cercherà di deviare le energie operaie ad attendere il risultato del “tavolo negoziale”, che sarà una riforma ulteriormente peggiorativa.

    La FIOM, recitando la parte di ala sinistra e combattiva della CGIL, si rifiuterà però nei fatti di attaccarne la politica e di dare chiari obiettivi di lotta agli operai, con questa complicità passiva aiutando la CGIL a riuscire nella manovra anche questa volta.

    * * *

    Ma il gioco per tutto il sindacalismo di regime si fa sempre più difficile e rischioso. Se la CGIL si trova costretta, per non perdere tutta la fiducia dei suoi iscritti, a sventolare la parola d’ordine dello sciopero generale, più la crisi avanza più i lavoratori crederanno a queste parole, e pretenderanno da essa sia a queste coerente e conseguente.

    Se, sotto la spinta della crisi, lo sciopero generale, proclamato dalla CGIL a mo’ di valvola di sfogo e per sostenerla al tavolo negoziale, dovesse essere invece colto dai lavoratori, sempre più sfruttati e immiseriti, come atto necessario per ribellarsi e lottare contro lo condizione in cui li sta riducendo il capitalismo, se allora venissero a riempire le piazze non solo di numeri, come è successo a Roma, ma anche di rabbia, ecco allora che il doppiogiochismo della stessa FIOM verrebbe smascherato, non potendo questa accettare di imbastire un vero scontro con il padronato, una vera lotta di classe.

    Questo processo è ineluttabile. I tempi perché si compia li stabilisce innanzitutto il maturare della crisi sociale, che dipende, sebbene non legata rigidamente, dal corso della crisi economica capitalistica.

    Un fattore importante in questa complessa dinamica può presentarsi in quegli organismi sindacali che affermano di lavorare alla costruzione di un sindacato di classe fuori e contro i sindacati di regime. Purtroppo tutto il sindacalismo di base, affetto nei capi da un inguaribile ed inveterato politicantismo, continua ad ignorare l’elemento primordiale ed elementare della lotta di classe: che cioè l’azione comune difensiva dei lavoratori è già in sé un atto contro i padroni e i sindacati di regime. Solo per questa non perdonabile insensibilità le diverse sigle del sindacalismo di base hanno deciso di non partecipare unitamente alla manifestazione del 16 ottobre, con la richiesta di un vero sciopero generale, attaccando la CGIL e mettendo in tal modo in crisi la sua sinistra e la dirigenza della FIOM.

    La discussione nelle assemblee, lo sciopero, la manifestazione nelle strade, indipendentemente delle sigle sindacali che li hanno proclamati, sono un fenomeno fisico nel quale si esprime e si prende atto della forza della classe e si accumulano le esperienze di lotta che portano al maturare della coscienza sindacale dei lavoratori, del ruolo dello Stato, del parlamento, dei partiti, delle forze dell’ordine e, non ultimo, la comprensione delle differenze fra le sigle sindacali di regime e quelle tendenti alla costruzione del sindacato di classe. Non oltre, che lo strumento tramite fra le secolari esperienze della lotta di classe e i mezzi adatti ad abbattere il capitalismo può essere solo il partito politico. Ma non è poco!

    Invece le attuali dirigenze dei sindacati di base, nonostante l’evidente precipitare nella crisi del capitalismo, perseverano nella deleteria prassi di indire manifestazioni e scioperi separati, dalla CGIL e perfino fra di loro! Il settarismo dei capi dei sindacati di base è oggi altrettanto dannoso quanto lo è il ruolo della sinistra CGIL. E va combattuto alla stessa stregua.

    I comunisti, e i lavoratori iscritti a tutte le sigle del sindacalismo di base (USB, CUB, Slai Cobas, Cobas) devono lottare contro le attuali dirigenze per l’unione dal basso di tutti i loro sindacati in un unico organismo, per finirla con le azioni sindacali separate, accettando finalmente lo scontro con il sindacalismo di regime.

  8. #8
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    Predefinito Rif: La Fiom, la Sinistra e il futuro dell'Italia

    Fiat - È l’ora della verità per il capitalismo E per la classe operaia

    Il capitalismo, vero, è quello di Marchionne, e lo sarà sempre ed ovunque

    La previsione marxista di un capitalismo destinato a cadere in crisi sempre più gravi e che si alimenta solo con la vita dei suoi schiavi salariati, è ogni giorno più confermata.

    L’attacco della Fiat è quello che si verifica in tutti i paesi e in tutte le categorie e non è, come sostiene il sindacalismo di regime, e anche la sua sinistra, la Fiom, “scelta” di una particolare “cultura aziendale” e di un amministratore delegato “amerikano” e liberista.

    L’intero capitalismo è afflitto da una generale crisi di sovraproduzione. Nell’auto si calcola che in Europa e in USA la sovracapacità produttiva oggi sia fra il 30 e il 40%. Questo processo, non voluto da nessuno ma risultato naturale e spontaneo delle leggi che regolano la produzione capitalistica, ha condotto ad una elevata concentrazione – altra classica previsione marxista – col passaggio a poche aziende sovranazionali in competizione per la vita o per la morte. Tutte le case costruttrici sono quindi costrette a sfruttare in modo parossistico i propri lavoratori; quelle che non l’hanno già fatto a fondo presto lo faranno.

    L’accordo di Mirafiori dimostra che non può esistere un capitalismo “dal volto umano”. La Fiat, come la maggior parte delle aziende, per cercare di restare in vita deve esasperare lo sfruttamento dei suoi operai. Lo fa già da anni, e con l’avvallo di tutti i sindacati, Fim, Uilm e anche Fiom. Finché oggi i ritmi di lavoro divengono tali da non poter essere accettati dai lavoratori, nemmeno col lavorio di convincimento dei sindacati confederali, ma solo imposti.

    Allora crolla la finzione della democrazia in fabbrica. La Fiat non può più permettersi che i carichi di lavoro più pesanti siano anche solo in parte vanificati dal ricorso dei lavoratori a quei mezzi con cui essi – nella loro attuale incapacità di una vera lotta frontale – riuscivano finora a sfuggire un poco a quell’inferno, come le due ore di sciopero a fine turno o il ricorso alla malattia.

    Se non c’è più spazio per fingere la conciliazione degli interessi, la concertazione, non ci sarà nemmeno per quel sindacato che su quel principio di “relazioni industriali” si è costruito. Restano in piedi solo due tipi di sindacato: o quello dichiaratamente a servizio dell’azienda, e da questa “riconosciuto”, o il sindacato di classe, per costituzione nemico del padrone, fondato solo sulla sua forza di organizzazione e di mobilitazione, e non riconosciuto da nessuno, se non dalla classe lavoratrice.

    Gli accordi di Pomigliano e di Torino segnano una tappa in direzione di questo processo, non il suo compimento.

    La Fiom per molti decenni è stata preziosa per la Fiat, e buona parte del padronato la considera ancora tale. I borghesi sanno che privare i lavoratori di un inquadramento sindacale che predica la conciliazione degli interessi, spingendoli verso la costruzione di un vero e combattivo sindacato di classe costituisce un passo pericoloso. La ragione glielo mostra prematuro, non ancora necessario. Ma, di questi tempi di catastrofe, la ragione non basta e la lotta di classe, primo motore del divenire sociale, nelle sue forme determinate s’accende da sola. Quando la barca del capitalismo affonda le apparenze debbono passare in secondo piano, si sollevano i veli ipocriti: il Capitale tutto e tutti pretende trascinare con sé nell’abisso.

    La Fiat ha dovuto mettere Confindustria e sindacati confederali davanti al fatto compiuto. La situazione è troppo grave per trastullarsi con i tempi lunghi delle “trattative”: occorre ubbidienza e disciplina, da tempo di guerra.

    Staremo a vedere se il futuro svolgimento della crisi generale consentirà che, se la Fiat ha fatto tre passi avanti, Confindustria e confederali ne facciano almeno uno o due, varando un nuovo accordo sulla rappresentanza e la “democrazia sindacale”; vedremo se la Fiat potrà rientrare nelle nuove regole, e se la Fiom riavrà i “diritti” in Fiat.

    Si capisce bene che, se nella vicenda Fiat la Fiom ha potuto assumere atteggiamenti da vittima, ciò non è dovuto a una sua natura di sindacato di lotta e di classe. La Fiom è stata “licenziata” dalla Fiat, la quale non è oggi in condizione di tollerare ed ospitare nei suoi stabilimenti nemmeno una finzione di sindacato. Il che sarebbe un fatto positivo, nel senso che indica la necessità di uno vero sindacato, che non chieda il permesso del padrone per organizzarsi, partendo da fuori della fabbrica, e dal padrone non si faccia raccogliere le quote.

    La Fiom da sempre ha ricercato l’unità con Fim e Uilm e con queste ha “contrattato” e firmato tutti i peggioramenti con l’azienda.

    Nel 1986 a Termoli con la firma della Fiom è stato introdotto per la prima volta il lavoro notturno obbligatorio per le donne, e poi negli altri stabilimenti.

    Sempre Termoli fu prima a passare nel 1994 dai 15 ai 18 turni. Poiché quell’accordo, firmato anche dalla Fiom, fu respinto dai lavoratori nel referendum, nell’occasione furono mobilitati i massimi vertici dell’organizzazione per rimediare alla volontà “democraticamente” espressa dai lavoratori. Per due settimane nelle assemblee i delegati Fiom, insieme a quelli Fim e Uilm, terrorizzarono i lavoratori con la minaccia dello spostamento della produzione da Termoli a... Mirafiori. Queste le belle parole dell’allora segretario Fiom Claudio Sabattini: «Se deciderete per il no [come se col referendum gli operai non avessero già deciso!] noi rispetteremo la vostra decisione. Però non si dica che non vi abbiamo avvisato che così veniva distrutta una realtà industriale al Sud». Almeno oggi Marchionne non ha l’ipocrisia di dire che in caso di voto contrario rispetterebbe l’opinione espressa dai lavoratori! La sostanza del ricatto è la medesima.

    Nel 2008 alle Meccaniche di Mirafiori avvenne lo stesso, con la Fiom che firmava l’accordo per il passaggio ai 18 turni e che fu respinto al referendum dai lavoratori, fra cui anche alcuni delegati Fiom.

    Nella vicenda attuale, da Pomigliano a Mirafiori, Landini ha ripetutamente dichiarato la disponibilità della Fiom ad accettare l’aumento dei ritmi.

    La Fiom, come la Fim e la Uilm, ha sempre accettato il principio secondo il quale i lavoratori debbono farsi carico della competitività dell’azienda. Mai si è posta sul piano di classe, esprimendo la necessità che gli operai si oppongano ad essere messi in concorrenza con quelli delle altre case automobilistiche in Europa e nel mondo, perché altrimenti non c’è limite ai peggioramenti, fino al consumarsi del fisico dell’operaio. Facendo suo invece il principio secondo il quale è interesse anche degli operai rendere l’azienda più competitiva la Fiom ha assecondato il capitale a dividere e sfruttare i lavoratori di tutti i Paesi. Ancora peggio, fra gli stessi stabilimenti in Italia, come nell’esempio di Termoli, o con la firma del patto territoriale per la Fiat di Melfi.

    Tutta questa impostazione dell’azione sindacale, prettamente “borghese”, lega le sorti dei lavoratori a quelle dell’azienda invece che alla loro capacità di unirsi al di sopra delle imprese e delle categorie. Questa linea politica non è nemmeno oggi messa in dubbio dalla Fiom, ma rivendicata, anzi, esibita per dimostrare la pretestuosità delle “scelte” di Marchionne. La Fiom è vittima innanzitutto di se stessa e non vuole e non può, per quello che è e per tutto quanto ha fatto in passato, agire come un sindacato di lotta, scontrandosi frontalmente con la Fiat e con tutto il padronato.

    Ma nemmeno può accettare la morte della “democrazia sindacale” firmando gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, perché così perderebbe quel ruolo mediano che è nella sua natura – e di cui ancora può avvalersi in tutte le altre fabbriche – e finirebbe per non distinguersi affatto da Fim e Uilm.

    Quanto occorso dall’accordo per Pomigliano, del 15 giugno, a quello per Mirafiori, del 23 dicembre, conferma che l’attacco sferrato dalla Fiat non ha affatto mutato l’atteggiamento della Fiom. Nonostante fin dall’accordo di Pomigliano fossero chiare le intenzioni della Fiat e del padronato, come la stessa Fiom ha subito denunciato, essa non ha proclamato immediatamente lo sciopero generale di tutta la categoria a difesa del contratto nazionale, e nemmeno quello di tutti i lavoratori Fiat. La vicenda di Pomigliano è rimasta una questione dei lavoratori di quello stabilimento, per di più in cassa integrazione, nonostante fosse evidente che riguardava non solo tutti gli operai Fiat e nemmeno i soli metalmeccanici ma tutta la classe lavoratrice.

    A luglio la Fiom ha poi proclamato una giornata nazionale di mobilitazione dei metalmeccanici, non per uno sciopero ma per una manifestazione, da tenersi... tre mesi dopo, il 16 ottobre.

    Quando il padronato ha compiuto il passo successivo, con la disdetta il 7 settembre del contratto metalmeccanico del 2008, dimostrando quanto denunciato fin da Pomigliano, e cioè l’intenzione di distruggere il contratto nazionale di categoria per sostituirlo con contratti aziendali, la Fiom ha risposto con 4 ore di sciopero divise per azienda.

    Alla manifestazione del 16 ottobre a Roma Landini ha lanciato la richiesta alla Cgil di indire uno sciopero generale. Nell’attesa della proclamazione dello sciopero, che non c’è stata, la Fiom si è ben guardata dal cominciare intanto a indire lo sciopero generale della categoria.

    Si è giunti così all’accordo per Mirafiori del 23 dicembre e la Fiom si è finalmente risolta a indire lo sciopero. Ma per il 28 gennaio, due settimane dopo il referendum sull’accordo, senza alcuna intenzione quindi di influire sul suo esito. Si tratta ancora di uno sciopero per esprimere la propria opinione contraria, non certo per respingere con la forza il nuovo pesante attacco.

    La vittoria del “no” al referendum comporterebbe necessariamente una successiva mobilitazione dei metalmeccanici. Ma la Fiom, che non ha voluto né potuto mettere in campo una simile mobilitazione in questi sei mesi, non può né vuole farlo ora. Non vuole, perché è intimamente legata a una pratica di ricerca del compromesso col padronato che le garantisca tutti quei diritti sindacali sui quali vive la sua struttura e che non può compromettere con una vera lotta generale contro di esso. Non può perché tutta la sua azione sindacale passata, imperniata sulla ricerca della conciliazione degli interessi col padronato, non ha rafforzato ma demolito la capacità di lotta dei lavoratori.

    D’altro canto la Fiom è stata emarginata solo in due stabilimenti Fiat. Può ancora contare sulla consapevolezza di buona parte del padronato che ben sa che “se c’è un sindacato che fa accordi è la Fiom”, per dirla con Landini.

    La Fiom quindi non conta affatto di porsi sulla strada della ricostruzione della forza dei lavoratori per respingere gli attacchi odierni e futuri. E nemmeno per difendere se stessa. Fino all’ultimo cercherà una sponda fra le fazioni del padronato che le garantisca la prosecuzione della sua funzione conciliatoria, anche se verrà condotta in spazi sempre più angusti e puramente simbolici. Fino all’ultimo difenderà la “democrazia” e proprio per questo si rifiuterà di impostare la sua azione sull’unico piano reale, quello dei rapporti di forza. Questa condotta è fallimentare e suicida come, con una piccola anticipazione di più grandi episodi futuri, ha dimostrato la vicenda Fiat.

    * * *

    L’esito del referendum di Mirafiori è stata una prova d’orgoglio degli operai. In gran parte non hanno ceduto al ricatto dell’azienda. Una prova di coraggio che dimostra come la classe operaia non sarà mai definitivamente piegata e succube alle esigenze del capitalismo, come la descrivono e la sognano gli ideologi della borghesia.

    Ma non è un referendum che decide la vittoria o la sconfitta in una battaglia sindacale. Questa è il risultato delle forze materiali messe in campo. Tanto quanto sono forze materiali quelle succhiate dall’azienda, dal Capitale, al fisico e alla mente degli operai, ogni giorno della loro vita. Altrettanta forza deve essere impiegata dai lavoratori per opporsi alla violenza del Capitale che vuole strappare loro ancora più fatica, sudore, logoramento fisico e mentale, per donarlo al profitto.

    Questa forza non è un segno di penna su una carta, ma sono scioperi, assemblee, riunioni. Veri scioperi: non limitati all’azienda o al reparto ma estesi il più possibile a tutta la classe operaia. Vere assemblee: fuori dall’orario di lavoro, fuori dalla fabbrica, nelle sedi delle organizzazioni operaie, insieme ai lavoratori di tutte le aziende.

    Tutto questo non c’è stato prima del referendum. Tutto questo se ci fosse stato avrebbe reso vuoto di significato l’esito di una conta dei voti che mostra la menzogna insita nel principio "una testa, un voto". Non solo a decidere per gli operai sono stati quadri e impiegati. Ma nel referendum gli operai in lotta mettono sullo stesso piano il loro voto con quello di chi nulla ha scarificato di sé per la battaglia, i crumiri, gli individualisti, i deboli di fronte al ricatto padronale.

    Diverso il voto nelle assemblee operaie e sindacali. Vota chi c’è, chi fa la fatica di recarvisi. Si vota per alzata di mano, non nel segreto dell’urna, e si è responsabili di quel che si fa di fronte agli altri. Ma un’assemblea non è un organismo conciliatorio, riconosciuto cioè dall’azienda. È un organismo di lotta, di una sola parte, dei lavoratori, e non serve ad accettare o meno un accordo, serve a decidere se continuare la lotta contro di esso. Se gli operai arrivano a riporre solo in un referendum le sorti della battaglia hanno già perso.

    Partito Comunista Internazionale

    Il Partito Comunista, n.344

 

 

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