In stato vegetativo, ma può parlare
Il giovane belga divide gli esperti
Un 29enne dice "sì" o "no"usando soltanto la mente. Studio sul "New England
Journal of Medecine"
In stato vegetativo, ma può parlare Il giovane belga divide gli esperti - LASTAMPA.it
LONDRA - Una finestra nella coscienza umana, nuovi interrogativi sull’etica della fine della vita. Un giovane belga di 29 anni, vittima di un incidente stradale che in apparenza lo aveva lasciato cinque anni fa in persistente stato vegetativo, ha risposto “sì” e “no” a semplici domande dei medici comunicando con la forza del pensiero.
Lo studio di un team di neuroscienziati belgi e britannici pubblicato oggi online sul New England Journal of Medicine ha messo in luce i limiti degli attuali strumenti diagnostici - già sul banco degli imputati dopo la clamorosa vicenda di Rom Houben, un altro belga per 23 anni “prigioniero” di una diagnosi sbagliata - e aperto la possibilità di comunicare con pazienti colpiti da gravissimi danni cerebrali.
In America, il paese di Terri Schiavo, la scoperta anglo-belga ha avuto forte risonanza: gli esperti hanno messo in guardia che in casi come quello della donna della Florida in persistente stato vegetativo che nel 2005 fu al centro di una esplosiva battaglia medico-politica sul diritto alla morte i risultati non si sarebbero potuti applicare: il cervello di Terri era rimasto irreparabilmente leso quando, in seguito a un ictus, era rimasta troppo a lungo privo dell’ossigeno.
I ricercatori in Gran Bretagna e Belgio hanno esposto allo scanner 54 pazienti, 31 diagnosticati come minimamente consci e gli altri 23 in stato vegetativo. Quattro pazienti di questo secondo gruppo hanno mostrato attività cerebrale in risposta a comandi nelle stesse aree di soggetti sani.
Il giovane belga ha consentito di fare un passo in più mostrando attività cerebrale in risposta a semplici domande dei medici: hai fratelli? Tuo padre si chiama Thomas? Sei mai stato negli Stati Uniti? «Semplici domande biografiche. Poi abbiamo controllato i “sì” e i “no”: erano esatti», ha detto Adrian Owen, neuroscienziato del Medical Research Council di Cambridge, che ha messo a punto il metodo e co-firmato lo studio in cui il cervello dei pazienti è stato ’mappatò con uno scanner supersensibile durante le risposte.
Gli esperti hanno messo in guardia che il caso del belga - il primo di comunicazione in due direzioni con un paziente in stato vegetativo - è rarissimo: «E tuttavia sono convinto che questa tecnica nelle mani di questi ricercatori ci hanno aperto una finestra nella coscienza umana e che si aggiunge agli strumenti diagnostici attualmente in uso», ha detto al New York Times James Bernat, neurologo della Dartmouth Medical School. Secondo Steven Laureys dell’università di Liegi «è ancora presto per dirlo, ma nel futuro speriamo di sviluppare questa tecnica per consentire ai pazienti di esprimere i propri sentimenti e pensieri, controllare l’ambiente in cui si trovano e migliorare la loro qualità di vita».
È però questo aspetto che forse più preoccupa altri addetti ai lavori: un canale di comunicazione a due direzioni con un paziente immobilizzato e vittima di gravi danno cerebrali può aprire una montagna di problemi etici. Ne spiega uno Joseph Fins, responsabile della divisione etica del Weill Cornell Medical College di New York: «Se chiedi a un paziente se vuole morire e lui ti risponde di si, sei convinto che si tratti di una risposta sufficiente? Sappiamo che ha risposto, ma non sappiamo se ha capito la domanda. O la risposta potrebbe essere un “sì”, mà, ma non gli abbiamo dato l’opportunità di aggiungere il “ma”».




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